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latino · Seneca
Seneca · Epistulae morales ad lucilium
Traduzione e analisi di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
Seneca, filosofo stoico e precettore di Nerone, apre la sua raccolta di Epistulae morales ad Lucilium proprio con il tema che la attraversa tutta: il tempo. In questa prima lettera esorta l'amico Lucilio a riprendersi il proprio tempo, l'unico bene davvero nostro, invece di lasciarlo scorrere via tra distrazioni e rinvii. Il messaggio centrale, vivere ogni giorno come se fosse già in parte trascorso, resta uno dei passi più citati di tutta la filosofia latina.
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Fai così, mio caro Lucilio: rivendica te stesso per te, e raccogli e conserva il tempo che finora ti veniva tolto, o sottratto, o sfuggiva. Convinciti che le cose stanno così come ti scrivo: certi momenti ci vengono strappati, certi sottratti di nascosto, certi altri scorrono via. La perdita più vergognosa, tuttavia, è quella che avviene per negligenza. E se vorrai fare attenzione, una gran parte della vita sfugge a chi agisce male, la maggior parte a chi non fa nulla, la vita intera a chi fa altro. Chi mi darai che dia un qualche valore al tempo, che stimi la giornata, che comprenda di morire ogni giorno? In questo infatti ci inganniamo, nel prevedere la morte solo davanti a noi: una gran parte di essa è già passata; qualunque parte della vita sia già trascorsa, la morte la possiede. Fai dunque, mio caro Lucilio, ciò che scrivi di fare, abbraccia tutte le ore; così accadrà che tu dipenda meno dal domani, se avrai messo mano sull'oggi. Mentre si rimanda, la vita corre via. Tutto, Lucilio, è altrui, solo il tempo è nostro; la natura ci ha posti nel possesso di questa sola cosa fuggevole e instabile, dalla quale ci scaccia chiunque voglia. Ed è tale la stoltezza dei mortali che permettono che gli si accreditino le cose più piccole e più vili, certo riparabili, quando le hanno ottenute, ma nessuno ritiene di dovere qualcosa a chi ha ricevuto tempo, mentre invece questo è l'unico dono che nemmeno un animo riconoscente può restituire.
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I costrutti e le regole di questo passo: apri quello che ti serve per l’esempio dal testo e la spiegazione.
qui … ponat qui … aestimet qui intellegat
→ uno tale da dare valore al tempo, da stimare la giornata, da capire che si muore ogni giorno
Le tre relative «qui...ponat, qui...aestimet, qui...intellegat» hanno il congiuntivo perché non descrivono una persona precisa ma ne definiscono il tipo: uno cioè tale da dare valore al tempo.
Compare nel periodo 5.
Nell’app ogni costrutto è evidenziato nello schema sintattico del periodo, con reggente e subordinate collegate.
si hodierno … inieceris
→ se avrai messo mano sull'oggi
«si...inieceris» (futuro anteriore) esprime una condizione reale e concreta: se avrai messo mano sul giorno presente, ne deriverà una minore dipendenza dal domani.
Compare nel periodo 8.
Nell’app ogni costrutto è evidenziato nello schema sintattico del periodo, con reggente e subordinate collegate.
tanta stultitia … ut
→ è tale la stoltezza dei mortali
«tanta...ut» introduce la conseguenza: è tale la stoltezza dei mortali che finiscono per considerare un favore ciò che andrebbe restituito.
Compare nel periodo 12.
Scheda completa: Proposizione consecutivaNell’app ogni costrutto è evidenziato nello schema sintattico del periodo, con reggente e subordinate collegate.
Il testo originale pulito e, periodo per periodo, l’analisi di ogni parola: lemma, paradigma, morfologia, funzione e significati.
Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit. Et si volueris adtendere, magna pars vitae elabitur male agentibus, maxima nihil agentibus, tota vita aliud agentibus. Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro est mors tenet. Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas conplectere; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris. Dum differtur vita transcurrit. Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult. Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia, imputari sibi cum impetravere patiantur, nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere.
Fai così, mio caro Lucilio: rivendica te stesso per te, e raccogli e conserva il tempo che finora ti veniva tolto, o sottratto, o sfuggiva.
Convinciti che le cose stanno così come ti scrivo: certi momenti ci vengono strappati, certi sottratti di nascosto, certi altri scorrono via.
La perdita più vergognosa, tuttavia, è quella che avviene per negligenza.
E se vorrai fare attenzione, una gran parte della vita sfugge a chi agisce male, la maggior parte a chi non fa nulla, la vita intera a chi fa altro.
Chi mi darai che dia un qualche valore al tempo, che stimi la giornata, che comprenda di morire ogni giorno? In questo infatti ci inganniamo, nel prevedere la morte solo davanti a noi: una gran parte di essa è già passata;
qualunque parte della vita sia già trascorsa, la morte la possiede.
Fai dunque, mio caro Lucilio, ciò che scrivi di fare, abbraccia tutte le ore;
così accadrà che tu dipenda meno dal domani, se avrai messo mano sull'oggi.
Mentre si rimanda, la vita corre via.
Tutto, Lucilio, è altrui, solo il tempo è nostro;
la natura ci ha posti nel possesso di questa sola cosa fuggevole e instabile, dalla quale ci scaccia chiunque voglia.
Ed è tale la stoltezza dei mortali che permettono che gli si accreditino le cose più piccole e più vili, certo riparabili, quando le hanno ottenute, ma nessuno ritiene di dovere qualcosa a chi ha ricevuto tempo, mentre invece questo è l'unico dono che nemmeno un animo riconoscente può restituire.
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Si traduce «Fai così, mio caro Lucilio: rivendica te stesso per te»: è l'incipit della prima delle Epistulae morales ad Lucilium di Seneca, l'invito ad appropriarsi del proprio tempo invece di lasciarlo scorrere via.
Il messaggio è che il tempo è l'unico bene davvero nostro, mentre tutto il resto ci è estraneo: Seneca esorta Lucilio ad afferrare ogni giornata invece di rimandare, perché parte della vita è già trascorsa senza che ce ne accorgiamo.
Perché la stoltezza umana fa sembrare un favore ciò che invece è un debito: nella lettera Seneca osserva che restituiamo un oggetto prestato ma non riconosciamo mai di dovere qualcosa a chi ci ha lasciato del tempo, l'unico dono che non si può rendere.