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latino · aliud iudicas tu. Quamquam quis uno te reverentior huius operis
aliud iudicas tu. Quamquam quis uno te reverentior huius operis · quis
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
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Nel De bello civili, Cesare ripercorre i momenti culminanti dello scontro con Pompeo tra il 49 e il 48 a.C. Desideroso di presentarsi come generale magnanimo e clemente e, di conseguenza, di delegittimare gli avversari, Cesare sfrutta a suo vantaggio anche le sconfitte, come quella subita a Durazzo nel 48 a.C., alla quale si riferisce il passo proposto. I pompeiani non ricordavano che ogni guerra è soggetta al caso, come spesso cause minime, per esempio un sospetto falso, un panico improvviso, uno scrupolo religioso, avevano causato gravi danni, quante volte l'esercito aveva subito l'effetto disastroso di un errore del generale o d'una colpa di un tribuno. Invece, come se dovessero la vittoria al loro valore e la situazione non potesse più cambiare, per tutto il mondo, a voce o per lettera, facevano risuonare la notizia della vittoria di quel giorno. Cesare, respinto dai precedenti piani, ritenette di dover cambiare completamente il metodo di guerra. Così, al medesimo tempo, ritirato il presidio da tutte le posizioni e abbandonato l'assedio, raccolto l'esercito in un solo luogo, tenne un'assemblea davanti ai soldati e li esortò a non portare gravemente ciò che era accaduto e a non esserne spaventati, e a contrapporre a questa sconfitta, sebbene mediocre, molte vittorie precedenti. Dovevano ringraziare la fortuna, perché avevano conquistato l'Italia senza subire alcun danno, perché avevano pacificato le due Spagne, abitanti bellicosi, con generali peritissimi ed esperti, perché avevano ridotto sotto il proprio potere le province confinanti e ricche di grano. Infine dovevano ricordare con quale felicità, in mezzo alle flotte nemiche che occupavano non solo i porti ma anche le coste, tutti fossero stati trasportati incolumi. Se non tutto riusciva favorevolmente, bisognava sopperire alla fortuna con l'iniziativa. Ciò che era stata una perdita, doveva attribuirsi piuttosto a chiunque altro che alla sua colpa. Aveva offerto un luogo adatto al combattimento, si era impadronito del campo nemico, li aveva scacciati e sconfitti...
Nel De bello civili, Cesare ripercorre i momenti culminanti dello scontro con Pompeo tra il 49 e il 48 a.C. Desideroso di presentarsi come generale magnanimo e clemente e, di conseguenza, di delegittimare gli avversari, Cesare sfrutta a suo vantaggio anche le sconfitte, come quella subita a Durazzo nel 48 a.C., alla quale si riferisce il passo proposto. [TIT] [1 pompeiani] non ricordavano che ogni guerra è soggetta al caso, come spesso cause minime, per esempio un sospetto falso, un panico improvviso, uno scrupolo religioso, avevano causato gravi danni, quante volte l'esercito aveva subito l'effetto disastroso di un errore del generale o d'una colpa di un tribuno. Invece, come se dovessero la vittoria al loro valore e la situazione non potesse più cambiare, per tutto il mondo, a voce o per lettera, facevano risuonare la notizia della vittoria di quel giorno’. Caesar ab superioribus consiliis depulsus omnem sibi commutandam belli rationem existimavit. Itaque uno tempore praesidiis omnibus deductis et oppugnatione dimissa coactoque in unum locum exercitu contionem apud milites habuit hortatusque est, ne ea, quae accidissent, graviter ferrent neve his rebus terrerentur multisque secundis proeliis unum adversum et id mediocre opponerent. Habendam fortunae gratiam, quod Italiam sine aliquo vulnere cepissent, quod duas Hispanias bellicosissimorum hominum peritissimis atque exercitatissimis ducibus pacavissent, quod finitimas frumentariasque provincias in potestatem redegissent. Denique recordari debere, qua felicitate inter medias hostium classes oppletis non solum portibus, sed etiam litoribus omnes incolumes essent transportati. Si non omnia caderent secunda, fortunam esse industria sublevandam. Quod esset acceptum detrimenti, cuiusvis potius quam suae culpae debere tribui. Locum se aequum ad dimicandum dedisse, potitum esse hostium castris, expulisse ac superasse
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