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greco
Traduzione e analisi a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Camillo, generale romano della storia liviana, scacciato dalla patria per accuse ingiuste, si reca alle porte della città. Invoca gli dèi come testimoni della sua innocenza e giustizia, augurandosi che lo vendichino su chi lo ha perseguitato.
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Giunto vicino alle porte e salutati i presenti che piangevano e versavano lacrime per l'uomo che stavano per perdere, versò molte lacrime sulle guance e, ripensando alla vergogna che lo colpiva, disse: «O dèi, custodi dei fatti umani, vi chiedo di essere miei giudici sia delle azioni che ho compiuto per la patria sia di tutta la vita trascorsa; poi, se mi trovate colpevole delle accuse per cui il popolo mi ha condannato, concedete una morte malvagia e vergognosa alla mia vita; se invece in tutto ciò di cui fui incaricato dalla patria, sia in pace che in guerra, mi trovate pio, giusto e puro da ogni sospetta vergogna, siate vendicatori per me, infliggendo su coloro che mi hanno offeso tali pericoli e timori, per cui, non vedendo nessun'altra speranza di salvezza, saranno costretti a ricorrere a me». Detto questo se ne andò.
Γενομενος πλησιον των πυλων και τους παροντας ασπασαμενος ολοφυρομενους και δακρυοντας, οιου στερεσθαι μελλοιεν ανδρος, πολλα κατα των παρειων αφεις δακρυα, και την κατασχουσαν αυτον ασχημοσυνην ανακλαυσαμενος, ειπεν· «Ω θεοι, εφοροι των ανθρωπινων εργων, υμας αξιω δικαστας γενεσθαι μοι των τε προς την πατριδα πολιτευματων, και παντος του παρεληλυθοτος βιου· επειτ', εαν μεν ενοχον ευρητε με ταις αιτιαις εφ' αις ο δημος κατεψηφισατο μου, πονηραν και ασχημονα τελευτην δουναι του βιου· εαν δ' εν απασιν, οις επιστευθην υπο της πατριδος, εν ειρηνη τε και κατα πολεμους, ευσεβη και δικαιον και πασης ασχημονος υποψιας καθαρον, τιμωρους γενεσθαι μοι, τοιουτους επιστησαντας τοις ηδικηκοσι κινδυνους και φοβους, δι ους αναγκασθησονται, μηδεμιαν αλλην ελπιδα σωτηριας ορωντες, επ' εμε καταφυγειν». Ταυτ' ειπων ωχετο.
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I 81 lemmi di questa versione, dai più frequenti, con paradigma e traduzione italiana.
Giunto vicino alle porte e salutati i presenti che piangevano e versavano lacrime per l'uomo che stavano per perdere, versò molte lacrime sulle guance e, ripensando alla vergogna che lo colpiva, disse: «O dèi, custodi dei fatti umani, vi chiedo di essere miei giudici sia delle azioni che ho compiuto per la patria sia di tutta la vita trascorsa; poi, se mi trovate colpevole delle accuse per cui il popolo mi ha condannato, concedete una morte malvagia e vergognosa alla mia vita; se invece in tutto ciò di cui fui incaricato dalla patria, sia in pace che in guerra, mi trovate pio, giusto e puro da ogni sospetta vergogna, siate vendicatori per me, infliggendo su coloro che mi hanno offeso tali pericoli e timori, per cui, non vedendo nessun'altra speranza di salvezza, saranno costretti a ricorrere a me».
In questo passo di Tito Livio, Camillo invoca gli dèi come giudici della sua intera vita e della sua fedeltà alla patria, chiedendo vendetta su coloro che lo hanno ingiustamente condannato all'esilio.