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greco · Tucidide · opera integrale
Tucidide · Storie, libro I, capitolo 136
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Temistocle, avendolo presentito, fuggì dal Peloponneso a Corcira, di cui era benefattore. Ma poiché i Corciresi dichiararono di temere di tenerlo, così da inimicarsi Spartani e Ateniesi, fu trasportato da loro sulla terraferma di fronte. E, inseguito da coloro che erano stati incaricati, sulla base delle notizie su dove andasse, fu costretto, per una via senza scampo, a fermarsi presso Admeto, re dei Molossi, che non gli era amico. Admeto per caso non era in casa, e Temistocle, divenuto supplice della moglie, fu istruito da lei a prendere il loro figlio e sedersi presso il focolare. E quando, non molto dopo, Admeto arrivò, gli rivelò chi fosse e gli chiese di non vendicarsi su di lui esule, se mai lui stesso gli si era opposto quando Admeto aveva chiesto qualcosa agli Ateniesi; sarebbe infatti stato colpito ora da uno molto più debole di lui, mentre è nobile che chi è pari si vendichi ad armi pari. E inoltre lui stesso gli si era opposto solo su un interesse, non su una questione di vita, mentre Admeto, se lo avesse consegnato (dopo avergli detto da chi e per quale motivo è inseguito), lo avrebbe privato della salvezza della vita.
ὁ δὲ Θεμιστοκλῆς προαισθόμενος φεύγει ἐκ Πελοποννήσου ἐς Κέρκυραν, ὢν αὐτῶν εὐεργέτης. δεδιέναι δὲ φασκόντων Κερκυραίων ἔχειν αὐτὸν ὥστε Λακεδαιμονίοις καὶ Ἀθηναίοις ἀπεχθέσθαι, διακομίζεται ὑπ’ αὐτῶν ἐς τὴν ἤπειρον τὴν καταντικρύ. καὶ διωκόμενος ὑπὸ τῶν προστεταγμένων κατὰ πύστιν ᾗ χωροίη, ἀναγκάζεται κατά τι ἄπορον παρὰ Ἄδμητον τὸν Μολοσσῶν βασιλέα ὄντα αὐτῷ οὐ φίλον καταλῦσαι. καὶ ὁ μὲν οὐκ ἔτυχεν ἐπιδημῶν, ὁ δὲ τῆς γυναικὸς ἱκέτης γενόμενος διδάσκεται ὑπ’ αὐτῆς τὸν παῖδα σφῶν λαβὼν καθέζεσθαι ἐπὶ τὴν ἑστίαν. καὶ ἐλθόντος οὐ πολὺ ὕστερον τοῦ Ἀδμήτου δηλοῖ τε ὅς ἐστι καὶ οὐκ ἀξιοῖ, εἴ τι ἄρα αὐτὸς ἀντεῖπεν αὐτῷ Ἀθηναίων δεομένῳ, φεύγοντα τιμωρεῖσθαι· καὶ γὰρ ἂν ὑπ’ ἐκείνου πολλῷ ἀσθενεστέρου ἐν τῷ παρόντι κακῶς πάσχειν, γενναῖον δὲ εἶναι τοὺς ὁμοίους ἀπὸ τοῦ ἴσου τιμωρεῖσθαι. καὶ ἅμα αὐτὸς μὲν ἐκείνῳ χρείας τινὸς καὶ οὐκ ἐς τὸ σῶμα σῴζεσθαι ἐναντιωθῆναι, ἐκεῖνον δ’ ἄν, εἰ ἐκδοίη αὐτόν (εἰπὼν ὑφ’ ὧν καὶ ἐφ’ ᾧ διώκεται), σωτηρίας ἂν τῆς ψυχῆς ἀποστερῆσαι.
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