Caricamento…
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greco · Tucidide · opera integrale
Tutto il libro I del Storie con traduzione italiana affiancata, capitolo per capitolo. Tocca una parola greca: sopra hai il suo significato, e la sua resa si accende nella traduzione.
In questo libro: Le cause della guerra: l’archeologia, gli scontri per Corcira e Potidea, i discorsi a Sparta e Pericle che convince Atene a non cedere.
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano
Tucidide ateniese scrisse la guerra dei Peloponnesiaci e degli Ateniesi, come la combatterono tra loro, cominciando fin dal suo sorgere e prevedendo che sarebbe stata grande e la più memorabile fra quelle avvenute in passato, poiché congetturava che entrambi vi entrassero nel pieno delle forze con ogni apparato, e vedendo che il resto del mondo greco si schierava con l'uno o con l'altro, una parte subito, l'altra meditandolo. Questo fu infatti il più grande sconvolgimento che sia mai accaduto ai Greci e a una parte dei barbari, e si può dire, alla maggior parte degli uomini. I fatti anteriori a questi, e quelli ancora più antichi, era impossibile scoprirli con chiarezza per la distanza del tempo, ma dagli indizi più remoti a cui posso credere esaminandoli, io ritengo che non vi furono eventi grandi, né in guerra né nel resto.
Appare infatti che la Grecia, oggi così chiamata, non fosse abitata stabilmente fin da tempi antichi, ma vi furono migrazioni continue in passato, e ciascun popolo abbandonava facilmente la propria terra, costretto sempre da altri più numerosi. Poiché infatti non c'era commercio, e non si mescolavano tra loro senza timore né per terra né per mare, ciascuno traendo dalla propria terra solo quanto bastava a vivere, senza possedere ricchezza in eccesso né piantare alberi, incerto essendo quando qualcuno sarebbe sopraggiunto e, non essendovi mura, un altro gliela avrebbe portata via, ritenendo di poter procurarsi ovunque il nutrimento quotidiano necessario, si trasferivano senza difficoltà, e per questo non erano forti né per grandezza delle città né per altro apparato. Soprattutto la terra migliore ebbe sempre i mutamenti di abitanti, quella che oggi si chiama Tessaglia, e la Beozia, e la maggior parte del Peloponneso tranne l'Arcadia, e quanto vi era di più fertile nel resto della Grecia. Per la fertilità del suolo infatti, a taluni crescevano forze maggiori, che generavano contese civili dalle quali erano rovinati, e insieme erano insidiati di più dagli stranieri. L'Attica dunque, per lo più priva di contese civili a causa della magrezza del suolo, fu abitata sempre dagli stessi uomini. E questa non è la prova minore del mio ragionamento: che per le continue migrazioni le altre regioni non crebbero allo stesso modo. Dal resto della Grecia infatti, quelli che erano cacciati dalla guerra o dalla lotta civile, i più potenti si rifugiavano presso gli Ateniesi come luogo sicuro, e diventando cittadini fin da tempi antichi resero subito la città ancora più grande per numero di uomini, tanto che in seguito mandarono coloni anche in Ionia, poiché l'Attica non bastava più.
Anche questo mi mostra non poco la debolezza degli antichi. Prima infatti della guerra di Troia non risulta che la Grecia abbia compiuto nulla in comune. Mi pare che essa non avesse ancora questo nome per intero, ma che prima di Elleno figlio di Deucalione questa denominazione non esistesse affatto, e che le varie stirpi, soprattutto quella pelasgica, si dessero un nome derivato da se stesse; ma quando Elleno e i suoi figli divennero potenti nella Ftiotide, e venivano chiamati in aiuto nelle altre città, allora, di città in città, per la frequentazione si cominciò piuttosto a chiamarli Elleni, ma non per molto tempo poté prevalere presso tutti. Lo dimostra soprattutto Omero. Infatti, pur essendo vissuto molto tempo dopo, e ancora dopo la guerra di Troia, non chiamò mai tutti col nome comune, né altri se non quelli con Achille venuti dalla Ftiotide, che furono i primi Elleni, ma li chiama Danai nei suoi versi, e Argivi e Achei. E neppure usò mai la parola barbari, perché, come mi pare, i Greci non si erano ancora distinti in un unico nome contrapposto ad essi. Dunque i Greci, città per città, quanti si capivano tra loro, e tutti insieme dopo essere stati così chiamati, prima della guerra di Troia non compirono nulla in comune, per debolezza e per la mancanza di rapporti reciproci. Anzi, anche a questa spedizione parteciparono insieme, usando ormai di più il mare.
Minosse infatti, il più antico di cui sappiamo per tradizione, si procurò una flotta e dominò per la maggior parte il mare oggi chiamato greco, e governò le isole Cicladi, divenendo il primo colonizzatore della maggior parte di esse, dopo aver scacciato i Cari e avervi insediato come governatori i propri figli. E la pirateria, come è naturale, la sradicò dal mare per quanto poteva, affinché a lui affluissero maggiormente le entrate.
I Greci di un tempo, e fra i barbari quelli che abitavano le coste della terraferma e quanti possedevano isole, quando cominciarono a navigare di più gli uni contro gli altri, si volsero alla pirateria, guidati da uomini non fra i più deboli, per il proprio guadagno e per il cibo dei più deboli, e assalendo città senza mura e abitate a villaggi le saccheggiavano, e traevano di lì la maggior parte del loro sostentamento, poiché quest'attività non recava ancora vergogna, ma anzi portava anche un certo prestigio. lo dimostrano ancora oggi alcuni degli abitanti della terraferma, per cui è un onore farlo bene, e i poeti antichi, che domandano ovunque allo stesso modo a chi approda se sono pirati, poiché né chi viene interrogato rinnega quell'attività, né chi ha interesse a saperlo la rimprovera. si depredavano a vicenda anche per via di terra. e fino a oggi gran parte della Grecia vive secondo l'antico costume, presso i Locresi Ozoli, gli Etoli, gli Acarnani e quella regione di terraferma. e a questi popoli della terraferma è rimasta, dall'antica pirateria, l'abitudine di portare le armi.
Infatti tutta la Grecia portava le armi, a causa delle abitazioni indifese e delle incursioni non sicure fra loro, e fece diventare abituale la vita con le armi, come i barbari. È un segno che queste regioni della Grecia, ancora vissute così, mostrano i costumi che un tempo erano comuni a tutti. Fra questi, gli Ateniesi furono i primi a deporre le armi e a passare, con un tenore di vita più rilassato, verso una maggiore raffinatezza. e fra loro, per il tenore di vita raffinato, non è passato molto tempo da quando i più anziani dei ricchi smisero di portare tuniche di lino e di legare i capelli sul capo in una crocchia fissata con cicale d'oro. da qui questa moda si mantenne a lungo anche fra gli Ioni più anziani, per la loro parentela con gli Ateniesi. Invece gli Spartani furono i primi a usare un abbigliamento sobrio, secondo il modo attuale, e in tutto il resto quelli che possedevano di più si adeguarono nel tenore di vita ai molti più di ogni altro. Furono anche i primi a gareggiare nudi, e spogliandosi in pubblico si unsero d'olio mentre si esercitavano. In antico invece, anche nella gara olimpica, gli atleti gareggiavano portando un perizoma intorno alle parti intime, e non sono molti anni da quando questo è cessato. Ancora oggi, presso alcuni barbari e soprattutto presso gli abitanti dell'Asia, si tengono gare di pugilato e di lotta, e le fanno indossando un perizoma. Si potrebbero mostrare molte altre cose che dimostrano come gli antichi Greci vivessero in modo simile agli attuali barbari.
Fra le città, quelle fondate più di recente, quando ormai la navigazione era più sicura, avendo maggiore abbondanza di ricchezze, venivano cinte di mura proprio sulle spiagge, e occupavano gli istmi per il commercio e per la forza di ciascuna verso i vicini. Le città antiche invece, a causa della pirateria durata a lungo, furono fondate più lontano dal mare, sia nelle isole sia sulla terraferma (perché si depredavano fra loro e depredavano anche gli altri che, pur non essendo marinai, abitavano vicino alla costa), e fino a oggi sono ancora situate all'interno.
E non meno pirati erano gli isolani, essendo Cari e Fenici, poiché furono proprio loro ad abitare la maggior parte delle isole. Una prova: quando Delo fu purificata dagli Ateniesi durante questa guerra e furono rimosse tutte le tombe dei morti che c'erano nell'isola, più della metà risultarono essere Cari, riconosciuti dal tipo di armi sepolte con loro e dal modo in cui ancora oggi seppelliscono i morti. Una volta stabilita la flotta di Minosse, la navigazione fra loro divenne più sicura (infatti egli scacciò i malfattori dalle isole, quando ne colonizzò anche la maggior parte), e gli uomini presso il mare, procurandosi ormai più ricchezze, abitavano in modo più stabile, e alcuni si cinsero anche di mura, diventando più ricchi di prima. Infatti, bramando i guadagni, i più deboli sopportavano la sottomissione ai più forti, mentre i più potenti, avendo ricchezze in abbondanza, si assoggettavano le città minori. E, essendo ormai giunti in questa condizione, più tardi mossero guerra contro Troia.
Agamennone, mi pare, essendo allora il più potente, radunò la spedizione conducendo i pretendenti di Elena non tanto perché vincolati dai giuramenti di Tindareo. Dicono anche quelli dei Peloponnesiaci che hanno ricevuto per tradizione le notizie più sicure dagli antichi, che Pelope per primo, con l'abbondanza di ricchezze che portò dall'Asia presso uomini poveri, procuratosi potenza, ottenne comunque il nome della regione pur essendo straniero, e che in seguito ai discendenti toccò ancora di più: essendo morto Euristeo in Attica per mano degli Eraclidi, ed essendo Atreo fratello di sua madre, e avendogli Euristeo affidato, quando partì in spedizione, Micene e il regno secondo il vincolo di parentela con Atreo (capitava infatti che Atreo fosse in esilio dal padre per la morte di Crisippo), e poiché Euristeo non tornò più, volendo i Micenei stessi, per paura degli Eraclidi e insieme perché sembrava potente e aveva curato il favore del popolo di Micene e di quanti Euristeo governava, che Atreo prendesse il regno, così i Pelopidi divennero più grandi dei Perseidi. Ereditando questi vantaggi, mi pare, ed essendo insieme più forte degli altri anche per la flotta, Agamennone raccolse la spedizione più per timore che per gratitudine. Risulta infatti che egli stesso venne con moltissime navi e ne fornì anche agli Arcadi, come Omero lo ha dichiarato, se questo è prova sufficiente per qualcuno. E nel passo della consegna dello scettro dice che egli regna su molte isole e su tutto Argo: ora, essendo un uomo di terraferma, non avrebbe potuto dominare sulle isole al di fuori di quelle vicine alla costa (che comunque non sarebbero molte), se non avesse posseduto anche una flotta. E anche riguardo a questa spedizione bisogna congetturare quali fossero le cose che la precedettero.
E se Micene era piccola, o se qualche altra città di allora sembra oggi non valere granché, non per questo si dovrebbe usare un indizio poco preciso per dubitare che la spedizione fosse tanto grande quanto dicono i poeti e sostiene la tradizione. Se infatti la città dei Lacedemoni fosse desolata e ne restassero solo i templi e le fondamenta degli edifici, credo che dopo molto tempo i posteri stenterebbero molto a credere alla loro potenza, in rapporto alla fama che ne resta (eppure essi possiedono i due quinti del Peloponneso, guidano l'intera regione e molti alleati fuori di essa; ma poiché la città non è stata riunita in un unico centro né ha templi e edifici sontuosi, ma è abitata a villaggi secondo l'antico costume greco, sembrerebbe di importanza inferiore), mentre se agli Ateniesi capitasse la stessa sorte, si stimerebbe, dal semplice aspetto visibile della città, una potenza doppia di quella reale. Dunque non è ragionevole diffidare, né guardare più all'apparenza delle città che alla loro potenza reale, ma bisogna credere che quella spedizione fu la più grande fra quelle precedenti, pur restando inferiore a quelle attuali, se si deve credere anche qui alla poesia di Omero, che, essendo poeta, è naturale abbia abbellito le cose per esaltarle, ma che pure così appare inferiore. Egli infatti, su milleduecento navi, ha fatto quelle dei Beoti di centoventi uomini e quelle di Filottete di cinquanta, indicando, a mio parere, le più grandi e le più piccole; degli altri, quanto a grandezza, nel catalogo delle navi non ha fatto menzione. Che poi tutti fossero rematori essi stessi e insieme combattenti, lo ha mostrato nelle navi di Filottete, poiché ha fatto arcieri tutti quelli addetti al remo. Non è verosimile che imbarcassero molti soldati semplici oltre ai capi e ai più autorevoli, tanto più dovendo attraversare il mare con equipaggiamento da guerra, e senza avere navi coperte, ma allestite alla vecchia maniera, più simili a quelle dei pirati. Dunque, guardando la media fra le navi più grandi e le più piccole, non appaiono giunti in molti, considerando che erano mandati in comune da tutta la Grecia.
La causa non era tanto la scarsità di uomini quanto la mancanza di denaro. Per la difficoltà di procurarsi il nutrimento portarono un esercito più piccolo, e solo quanto speravano potesse mantenersi combattendo sul posto; e una volta giunti, vinsero in battaglia, come dimostra il fatto che non avrebbero fortificato il campo con un riparo; ma neppure allora risulta che usassero tutte le loro forze, bensì si volsero a coltivare la Chersoneso e a fare razzie per la mancanza di viveri. Ed è per questo che i Troiani, essendo essi dispersi, poterono resistere con la forza per dieci anni, tenendo testa a quelli che di volta in volta restavano sul posto. Se invece fossero venuti con abbondanza di viveri e, restando riuniti senza razzie né coltivazioni, avessero condotto la guerra senza interruzione, l'avrebbero facilmente presa vincendo in battaglia, loro che, pur non essendo riuniti ma opponendosi solo con la parte di volta in volta presente, tennero testa comunque; e assediandola avrebbero preso Troia in minor tempo e con meno fatica. Ma per mancanza di denaro furono deboli tanto le imprese precedenti quanto questa stessa, pur la più celebre fra quelle avvenute in passato, e i fatti dimostrano che essa fu inferiore alla fama e alla tradizione che oggi la circonda per opera dei poeti.
Anche dopo i fatti di Troia infatti la Grecia continuava a spostarsi e a stabilirsi altrove, sicché non poté crescere in pace. Infatti il ritorno dei Greci da Ilio, avvenuto tardi, provocò molti sconvolgimenti, e nelle città sorgevano per lo più discordie civili, a causa delle quali molti, cacciati, fondavano nuove città. I Beoti di oggi infatti, nel sessantesimo anno dopo la presa di Ilio, scacciati da Arne dai Tessali, si stabilirono nella terra ora chiamata Beozia e prima Terra di Cadmo (una parte di essi già vi risiedeva prima, e da lì mossero anche verso Ilio); e i Dori, nell'ottantesimo anno, presero il Peloponneso con gli Eraclidi. Solo con fatica, dopo molto tempo, la Grecia, pacificata stabilmente e non più soggetta a spostamenti, inviò colonie: gli Ateniesi colonizzarono gli Ioni e la maggior parte degli isolani, i Peloponnesiaci la maggior parte dell'Italia e della Sicilia e alcune regioni del resto della Grecia. Tutte queste colonie furono fondate dopo i fatti di Troia.
Diventando la Grecia più potente, e procurandosi il possesso di ricchezze ancora più di prima, nelle città si stabilivano per lo più tirannidi, poiché le entrate diventavano maggiori (prima invece c'erano monarchie ereditarie con onori fissati per legge); e la Grecia si dotava di flotte, e si dedicava di più al mare. Si dice che i Corinzi per primi trattarono le cose riguardo alle navi in un modo molto vicino a quello attuale, e che a Corinto furono costruite per prime in Grecia le triremi. Risulta anche che Aminocle, costruttore navale corinzio, costruì quattro navi per i Sami. E sono circa trecento anni fino alla fine di questa guerra, da quando Aminocle andò dai Sami. E la battaglia navale più antica che conosciamo avvenne fra i Corinzi e i Corciresi. E sono circa duecentosessanta anni anche per questa, fino allo stesso momento. Abitando infatti i Corinzi la loro città sull'Istmo, ebbero da sempre un mercato, poiché i Greci antichi comunicavano fra loro più per terra che per mare, sia quelli dentro il Peloponneso sia quelli fuori, attraverso il loro territorio; ed erano potenti per ricchezza, come è mostrato anche dai poeti antichi. Chiamarono infatti «ricca» quella regione. E quando i Greci navigarono di più, procurandosi le navi eliminarono la pirateria, e offrendo un mercato in entrambi i modi resero la città potente per l'entrata di ricchezze. E agli Ioni in seguito nacque una grande flotta, sotto il regno di Ciro, primo re dei Persiani, e di Cambise suo figlio; e combattendo contro Ciro dominarono per qualche tempo il mare della loro regione. E Policrate, tiranno di Samo al tempo di Cambise, essendo forte per la flotta, sottomise anche altre isole, e presa Renea la consacrò ad Apollo Delio. E i Focesi, mentre colonizzavano Marsiglia, vinsero i Cartaginesi in battaglia navale.
Queste erano infatti le flotte più potenti. Risulta però che anche queste, sorte molte generazioni dopo i fatti di Troia, usavano poche triremi ed erano ancora equipaggiate con pentecontere e navi lunghe come quelle di allora. Poco prima delle guerre persiane e della morte di Dario, che regnò sui Persiani dopo Cambise, i tiranni di Sicilia e i Corciresi ebbero triremi in numero considerevole: queste furono infatti le ultime flotte degne di nota sorte in Grecia prima della spedizione di Serse. Gli Egineti e gli Ateniesi, e qualche altro se c'era, possedevano poche navi, e in gran parte pentecontere; e fu solo di recente che Temistocle convinse gli Ateniesi, mentre erano in guerra con Egina e insieme si attendeva l'arrivo del barbaro, a costruire le navi con cui poi combatterono; e queste ancora non avevano il ponte completo su tutta la lunghezza.
Tali dunque erano le flotte dei Greci, sia quelle antiche sia quelle sorte più tardi. Tuttavia coloro che si applicarono ad esse ne trassero una potenza non piccola, sia in entrate di denaro sia in dominio su altri; navigando infatti sottomettevano le isole, soprattutto quelli che non avevano un territorio sufficiente. Nessuna guerra di terra, da cui derivasse potenza rilevante, ebbe luogo; tutte quelle che ci furono avvennero fra vicini confinanti, e i Greci non intraprendevano spedizioni fuori del proprio paese, lontano da casa, per sottomettere altri. Non si erano infatti costituiti come sudditi rispetto alle città più grandi, né a loro volta facevano spedizioni comuni su un piano di parità, ma più che altro combattevano fra loro come vicini di città contro vicini. Soprattutto nell'antica guerra fra Calcidesi ed Eretriesi il resto della Grecia si divise per schierarsi in alleanza con l'uno o l'altro dei due.
Sopraggiunsero poi qui e là per altri popoli ostacoli a crescere, e per gli Ioni, mentre i loro affari erano giunti a un grande sviluppo, Ciro e il regno persiano, dopo aver abbattuto Creso e mosso guerra su tutti i territori fino al fiume Halys verso il mare, assoggettarono le città della terraferma; e più tardi Dario, dominando col naviglio dei Fenici, sottomise anche le isole.
E i tiranni, quanti ce n'erano nelle città greche, badando solo al proprio interesse, sia per la propria persona sia per accrescere la propria casa, governavano le città con la massima sicurezza possibile per loro, e da parte loro non fu compiuta alcuna impresa degna di nota, se non qualcosa contro i popoli confinanti di ciascuno; quelli di Sicilia infatti giunsero a un grado di potenza molto maggiore. Così, da ogni parte, la Grecia fu a lungo trattenuta dal compiere in comune alcuna impresa importante, e le singole città erano più timide nell'agire.
Dopo che i tiranni di Atene e la maggior parte di quelli del resto della Grecia, a lungo e anche prima soggetta a tirannide, furono infine abbattuti dagli Spartani, tranne quelli di Sicilia (Sparta infatti, dopo l'insediamento dei Dori che ora la abitano, pur avendo conosciuto per il più lungo tempo di cui abbiamo memoria discordie interne, ebbe comunque fin da tempi antichissimi buone leggi e fu sempre priva di tiranni: sono infatti circa quattrocento anni e poco più, fino alla fine di questa guerra, da quando gli Spartani usano lo stesso ordinamento politico, e per questo, essendo forti, regolavano anche le cose nelle altre città), dopo l'abbattimento dei tiranni in Grecia, non molti anni dopo, avvenne anche la battaglia di Maratona tra i Medi e gli Ateniesi. Nel decimo anno dopo di essa, il barbaro venne di nuovo contro la Grecia con la grande flotta per asservirla. E, incombendo un grande pericolo, gli Spartani, superiori per potenza, guidarono i Greci che combatterono insieme, mentre gli Ateniesi, all'avanzare dei Medi, decisero di abbandonare la città e, imbarcatisi dopo aver fatto i bagagli sulle navi, divennero un popolo di marinai. E, respinto in comune il barbaro, non molto tempo dopo si divisero tra Ateniesi e Spartani sia i Greci che si erano ribellati al re sia quelli che avevano combattuto con lui. Queste infatti si rivelarono le più forti per potenza: l'una era forte per terra, l'altra per mare. E per poco tempo l'alleanza durò, poi Spartani e Ateniesi, entrati in dissidio, combatterono l'uno contro l'altro con i rispettivi alleati; e se qualcuno degli altri Greci si divideva, si schierava già con questi due. Sicché, dalle guerre persiane fino a questa guerra, ora facendo tregue, ora combattendo tra loro o contro i propri alleati che si ribellavano, si prepararono bene alle cose militari e divennero più esperti facendo le loro esercitazioni in mezzo ai pericoli.
E gli Spartani guidavano gli alleati senza tenerli soggetti a tributo, curando solo che governassero in modo conveniente per loro secondo l'oligarchia, mentre gli Ateniesi, presa nel tempo la flotta delle città tranne quelle di Chio e Lesbo, imposero a tutti di versare denaro. E per loro, in vista di questa guerra, la forza propria divenne maggiore di quanto fosse mai stata all'apice quando fiorirono con l'alleanza ancora intatta.
Le cose antiche dunque le ho trovate così, difficili da credere fino in fondo a ogni singola prova. Gli uomini infatti accolgono le notizie sul passato, anche quando riguardano il proprio paese, allo stesso modo, senza controllo, l'uno dall'altro. Il popolo ateniese, per esempio, crede che Ipparco sia morto per mano di Armodio e Aristogitone mentre era tiranno, e non sa che Ippia, essendo il maggiore, governava tra i figli di Pisistrato, mentre Ipparco e Tessalo erano suoi fratelli; Armodio e Aristogitone, avendo sospettato qualcosa proprio quel giorno e per il momento, che tra i complici il fatto fosse stato rivelato a Ippia, si astennero da lui perché già informato, ma volendo, prima di essere catturati, compiere qualcosa e affrontare il rischio, imbattutisi in Ipparco presso il luogo detto Leocorio mentre ordinava la processione delle Panatenee, lo uccisero. E molte altre cose ancora esistenti oggi, non ancora dimenticate dal tempo, anche gli altri Greci le credono in modo scorretto, come che ciascuno dei re di Sparta non abbia un solo voto ma due, e che esista presso di loro il battaglione pitanate, che invece non esistette mai. Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e si volgono piuttosto verso ciò che è già pronto.
Comunque, dalle prove esposte, chi ritenesse che le cose siano state proprio come le ho esaminate non sbaglierebbe di molto, senza dare più credito né a come i poeti le hanno celebrate abbellendole a fini di grandezza, né a come i logografi le hanno composte per essere più gradevoli all'ascolto che veritiere, essendo tali narrazioni incontrollabili e per gran parte, per il tempo trascorso, sconfinate incredibilmente nel mito, ma ritenendo che siano state ricostruite in modo sufficiente, per essere fatti antichi, a partire dai segni più evidenti. E questa guerra, sebbene gli uomini, quando la combattono, giudichino sempre massima quella presente, mentre quando è finita ammirino di più le antiche, a chi la osserva a partire dai fatti stessi mostrerà comunque di essere stata più grande di quelle.
Quanto ai discorsi che ciascuno pronunciò, sia in procinto di combattere sia già nel pieno della guerra, era difficile ricordare con esattezza il tenore preciso delle parole dette, sia per me, per quanto avevo udito personalmente, sia per quelli che me li riferivano da altre fonti. Così i discorsi sono stati resi come a me sembrava che ciascuno avrebbe detto al meglio le cose necessarie per la situazione volta per volta presente, attenendomi il più possibile al senso complessivo di quanto era stato realmente detto. Quanto ai fatti compiuti in guerra, ho ritenuto giusto scriverli non informandomi presso il primo che capitava, né come mi pareva a me, ma dopo aver esaminato ogni singolo evento con la massima precisione possibile, sia per quelli a cui ero presente io stesso sia attingendo agli altri. E la ricerca era faticosa, perché chi era presente ai singoli fatti non raccontava le stesse cose sugli stessi eventi, ma a seconda della simpatia o della memoria che ciascuno aveva per l'una o l'altra parte. E per chi ascolta, forse la mancanza di elementi favolosi renderà l'opera meno piacevole. Ma quanti vorranno osservare la chiarezza dei fatti accaduti e di quelli che, secondo la natura umana, accadranno di nuovo un giorno, simili o analoghi a questi, troveranno sufficiente giudicarla utile. È composta piuttosto come un possesso per sempre che come un pezzo d'occasione da ascoltare per il momento.
Delle imprese precedenti la più grande fu la guerra persiana, e tuttavia essa ebbe rapida decisione con due sole battaglie navali e due terrestri. Questa guerra invece si protrasse per una grande lunghezza, e in essa accaddero alla Grecia sofferenze quali nessun'altra ne conobbe in un tempo uguale. Infatti mai così tante città furono prese e spopolate, alcune dai barbari, altre dagli stessi Greci in lotta tra loro (e alcune, una volta conquistate, cambiarono persino abitanti), né mai tanti esuli e tanta strage tra gli uomini, l'una per la guerra stessa, l'altra per le sommosse interne. E le cose che prima si dicevano per sentito dire, e più raramente venivano confermate dai fatti, divennero credibili: i terremoti, che colpirono insieme la più vasta estensione di terra e con la massima violenza mai vista prima; le eclissi di sole, che si susseguirono più fitte di quante se ne ricordassero dai tempi passati; le siccità, gravi in certe regioni, con le carestie che ne seguirono; e non da ultimo quel flagello che colpì e distrusse in parte, la peste. Tutte queste cose infatti si abbatterono insieme a questa guerra. Ne furono l'inizio Ateniesi e Peloponnesiaci, quando ruppero la tregua trentennale che avevano stipulato dopo la presa di Eubea. Ho esposto per prime le cause e i motivi di dissenso per cui la ruppero, affinché nessuno debba mai chiedersi da dove sia nata tra i Greci una guerra così grande. La causa più vera, ma meno dichiarata a parole, ritengo che fosse la crescente potenza degli Ateniesi, la quale, incutendo timore agli Spartani, li costrinse a fare guerra; ma i motivi resi pubblicamente, quelli che ciascuna delle due parti addusse rompendo la tregua e giungendo alla guerra, furono altri.
Epidamno è una città che si trova a destra per chi entra nel golfo Ionio: le sono vicini i Taulanti, popolazione barbara illirica. La fondarono i Corciresi, ma il fondatore fu Falio figlio di Eratoclide, corinzio di stirpe, discendente di Eracle, chiamato dalla città madre secondo l'antica usanza. Parteciparono alla colonizzazione anche alcuni Corinzi e altri del resto della stirpe dorica. Con il passare del tempo la potenza degli Epidamni divenne grande e popolosa: ma, dopo essere stati in lotta tra loro per molti anni, come si dice, furono indeboliti da una guerra contro i barbari confinanti e persero la loro grande potenza. Da ultimo, poco prima di questa guerra, il popolo scacciò i potenti, i quali, unitisi ai barbari, saccheggiavano gli abitanti della città sia per terra sia per mare. Gli Epidamni rimasti nella città, oppressi da questa situazione, mandarono a Corcira degli ambasciatori, in quanto città madre, chiedendo che non li lasciasse perire, ma riconciliasse con loro gli esuli e ponesse fine alla guerra contro i barbari. Queste richieste facevano da supplici, sedendo nel tempio di Era. Ma i Corciresi non accolsero la supplica, e li rimandarono indietro senza aver concluso nulla.
Resisi conto che da Corcira non sarebbe venuto alcun soccorso, gli Epidamni si trovarono nell'incertezza sul da farsi, e, inviati messi a Delfi, chiesero al dio se dovessero consegnare la città ai Corinzi in quanto fondatori, e cercare di ottenere aiuto da loro. Il dio rispose loro di consegnare la città e di farsi guidare da loro. Recatisi dunque a Corinto, gli Epidamni, secondo il responso dell'oracolo, consegnarono la colonia, dimostrando che il loro fondatore veniva da Corinto e rendendo noto il vaticinio, e chiedevano di non lasciarli perire, ma di venire in loro soccorso. I Corinzi accolsero l'impegno di soccorrerli sia perché lo ritenevano giusto, ritenendo che la colonia appartenesse a loro non meno che ai Corciresi, sia per odio verso i Corciresi, perché, pur essendo loro coloni, li trascuravano; infatti, né nelle feste comuni davano loro gli onori d'uso, né riservavano a un Corinzio il diritto di iniziare i sacrifici, come fanno le altre colonie, ma li disprezzavano, essendo, per potenza economica, in quel tempo pari ai più ricchi tra i Greci e più forti nella preparazione militare, ed essendo talvolta orgogliosi di essere di gran lunga superiori nella flotta, e per la fama che i Corciresi avevano riguardo alle navi ereditata dall'antico insediamento dei Feaci a Corcira (per cui anzi allestivano la flotta con maggior cura, e non erano deboli: possedevano infatti centoventi triremi quando cominciarono la guerra),
Avendo dunque per tutte queste ragioni motivo di accusa, i Corinzi inviarono a Epidamno con piacere il soccorso, invitando chi volesse ad andarvi come colono, e mandando guarnigioni di Ambracioti, di Leucadi e proprie. Marciarono per via di terra fino ad Apollonia, colonia di Corinto, per timore che i Corciresi li impedissero se avessero traversato per mare. I Corciresi, quando seppero che i coloni e le guarnigioni erano giunti a Epidamno e che la colonia era stata data ai Corinzi, si adirarono. Salpando subito con venticinque navi, e poi con un'altra flotta, intimarono per prepotenza di riaccogliere gli esuli (infatti a Corcira erano giunti i fuoriusciti di Epidamno, mostrando le tombe e la parentela, e appellandosi a questi legami chiedevano di essere ricondotti) e di rimandare via le guarnigioni che i Corinzi avevano inviato e i coloni. Gli Epidamnii non obbedirono a nessuna di queste richieste, e allora i Corciresi marciarono contro di loro con quaranta navi insieme ai fuoriusciti, per ricondurli in patria, dopo essersi presi anche gli Illiri come alleati. Accampatisi presso la città, proclamarono che chiunque tra gli Epidamnii e gli stranieri lo volesse poteva andarsene incolume, altrimenti li avrebbero trattati da nemici. Ma poiché non si lasciarono persuadere, i Corciresi, essendo il luogo un istmo,
assediavano la città; i Corinzi, quando dall'Epidamno giunsero messaggeri ad annunciare che erano assediati, si preparavano a una spedizione, e insieme bandivano che chiunque volesse poteva andare a Epidamno come colono a parità di diritti. Se qualcuno non voleva imbarcarsi subito ma voleva comunque avere parte alla colonia, restasse depositando cinquanta dracme corinzie. Furono numerosi sia quelli che salparono sia quelli che versarono il denaro. Chiesero anche ai Megaresi di scortarli con navi, nel caso in cui fossero stati impediti a navigare dai Corciresi. Questi si preparavano a navigare con loro con otto navi, e i Pallesi di Cefalonia con quattro. Chiesero anche agli Epidauri, che ne fornirono cinque, gli Ermionei una, i Trezenii due, i Leucadi dieci e gli Ambracioti otto. Ai Tebani e ai Fliasii chiesero denaro, agli Elei invece sia navi vuote sia denaro. Dei Corinzi stessi si preparavano trenta navi e tremila opliti.
Quando i Corciresi seppero dei preparativi, si recarono a Corinto insieme ad ambasciatori spartani e sicionii che si erano associati, e intimarono ai Corinzi di ritirare le guarnigioni e i coloni presenti a Epidamno, poiché non avevano alcun diritto su di essa. Se invece ne rivendicavano un diritto, erano disposti a sottoporsi a giudizio nel Peloponneso presso città su cui entrambi si accordassero: e chiunque fosse giudicato titolare della colonia, quello la possedesse. Erano anche disposti a rimettersi all'oracolo di Delfi. Non permettevano che si facesse guerra: altrimenti, dissero, anch'essi sarebbero stati costretti, di fronte alla loro violenza, a farsi amici altri diversi dagli attuali, solo per necessità di aiuto. I Corinzi risposero loro che, se avessero ritirato da Epidamno sia le navi sia i barbari, avrebbero deliberato. Prima non era ragionevole che gli uni fossero assediati e loro stessi intanto si sottoponessero a giudizio. I Corciresi ribattevano che avrebbero fatto lo stesso, se anche quelli avessero ritirato le forze da Epidamno; erano anche disposti a che entrambi restassero fermi al proprio posto, stipulando una tregua finché il giudizio non fosse compiuto.
I Corinzi non accettarono nessuna di queste proposte, ma quando le loro navi furono equipaggiate e gli alleati furono presenti, dopo aver inviato prima un araldo a dichiarare guerra ai Corciresi, levate le ancore con settantacinque navi e duemila opliti, navigarono verso Epidamno per combattere contro i Corciresi. Comandavano le navi Aristeo figlio di Pellico, Callicrate figlio di Callia e Timanore figlio di Timante, la fanteria Archetimo figlio di Euritimo e Isarchida figlio di Isarco. Quando giunsero ad Azio, nel territorio di Anattorio, dove sorge il tempio di Apollo, alla bocca del golfo Ambracico, i Corciresi inviarono loro incontro un araldo su una barca leggera a intimare di non salpare contro di loro, e nello stesso tempo equipaggiavano le proprie navi, rinforzando quelle vecchie per renderle navigabili e riparando le altre. Ma quando l'araldo riferì che dai Corinzi non veniva nulla di pacifico, e le loro navi, che erano ottanta, furono equipaggiate (quaranta infatti assediavano Epidamno), presero il largo, si schierarono e ingaggiarono battaglia navale. E i Corciresi vinsero nettamente, e distrussero quindici navi dei Corinzi. Nello stesso giorno capitò loro anche di far arrendere per capitolazione quelli che assediavano Epidamno, così che vendessero gli stranieri e tenessero i Corinzi in catene finché non si fosse deciso altrimenti.
Dopo la battaglia navale i Corciresi, eretto un trofeo sul capo di Leucimme in territorio corcirese, uccisero tutti gli altri prigionieri che avevano catturato, e tennero i Corinzi in catene. Poi, quando i Corinzi e gli alleati, sconfitti in mare, se ne tornarono a casa, i Corciresi dominarono tutto il mare in quelle regioni, e navigando fino a Leucade, colonia corinzia, ne devastarono il territorio, e incendiarono Cillene, il porto degli Elei, perché avevano fornito navi e denaro ai Corinzi. Per la maggior parte del tempo dopo la battaglia navale dominarono il mare e danneggiavano navigando gli alleati dei Corinzi, finché i Corinzi, passata l'estate, inviate navi e truppe, poiché i loro alleati soffrivano, si accamparono ad Azio e presso il Chimerio della Tesprozia a difesa di Leucade e delle altre città che erano loro amiche. Anche i Corciresi si accamparono di fronte, presso Leucimme, con navi e fanteria. Nessuno dei due navigò contro l'altro, ma per tutta quell'estate rimasero l'uno di fronte all'altro, finché con l'inverno ormai vicino entrambi tornarono a casa.
Per tutto l'anno successivo alla battaglia navale e per quello ancora dopo, i Corinzi, sopportando con rabbia la guerra contro i Corciresi, costruivano navi e preparavano la migliore flotta possibile, raccogliendo rematori dallo stesso Peloponneso e dal resto della Grecia, persuadendoli con la paga. I Corciresi, venuti a sapere dei loro preparativi, si spaventarono, e poiché non erano alleati per trattato di nessun greco, né si erano iscritti né tra gli alleati degli Ateniesi né tra quelli degli Spartani, decisero di andare presso gli Ateniesi per diventare alleati e cercare di ottenere da loro qualche aiuto. I Corinzi, venuti a sapere questo, andarono anch'essi ad Atene come ambasciatori, affinché non si aggiungesse, oltre alla flotta corciresa, anche quella ateniese come ostacolo a condurre la guerra come volevano. Costituitasi l'assemblea, vennero a discorso opposto, e i Corciresi parlarono così.
È giusto, Ateniesi, che coloro i quali, senza un grande beneficio precedente né un'alleanza dovuta, vengono presso i vicini a chiedere aiuto, come noi ora, spieghino prima di tutto che ciò che chiedono è vantaggioso, o almeno che non è dannoso, e poi che manterranno stabile la gratitudine. Se non riusciranno a chiarire nulla di questo, non si adirino se falliranno. I Corciresi, insieme alla richiesta di alleanza, fiduciosi anche di potervi mostrare tutto questo su basi solide, ci hanno inviato. È capitato che la stessa condotta politica, verso di voi, per la nostra richiesta risulti irragionevole, e per gli affari nostri, nel momento presente, svantaggiosa. Infatti, non essendo mai diventati volontariamente alleati di nessuno nel tempo passato, ora veniamo a chiedere questo ad altri, e allo stesso tempo, per questa stessa ragione, ci ritroviamo privi di alleati nella guerra presente contro i Corinzi. E ciò che prima sembrava nostra saggezza, il non correre rischi in un'alleanza altrui secondo il volere del vicino, si è rovesciato, apparendo ora come imprudenza e debolezza. La battaglia navale avvenuta l'abbiamo respinta noi da soli contro i Corinzi. Ma ora che si sono mossi contro di noi con un apparato più grande, dal Peloponneso e dal resto della Grecia, e noi ci vediamo incapaci di prevalere con la sola forza nostra, e insieme è grande il pericolo se cadessimo sotto di loro, è necessità chiedere aiuto sia a voi sia a chiunque altro, e sia perdonabile se, non per malvagità ma per errore di giudizio, osiamo ora fare il contrario della nostra precedente inattività.
Se vi lascerete convincere, per voi questa richiesta di aiuto diventerà una bella occasione sotto molti aspetti: primo, perché offrirete soccorso a chi subisce ingiustizia e non a chi la commette; poi, accogliendo noi che rischiamo per le cose più grandi, deporrete la vostra gratitudine con una testimonianza destinata a restare sempre nella memoria. E possediamo la flotta più grande dopo la vostra. E considerate: quale fortuna è più rara, o quale più penosa per i nemici, se una forza che voi avreste apprezzato più di molto denaro e gratitudine altrui si presenta spontaneamente ad offrirsi da sé, senza rischi né spesa, e per di più porta agli occhi dei più reputazione, a chi soccorrerete gratitudine, e a voi stessi potenza? Cose che in tutto il tempo passato capitarono tutte insieme solo a pochi, e pochi tra coloro che chiedono alleanza si presentano a chi invocano dando sicurezza e onore non meno di quanto li ricevano. E se qualcuno di voi crede che non ci sarà la guerra per cui saremmo utili, sbaglia nel giudizio e non si accorge che gli Spartani, per timore di voi, vogliono già fare guerra, e che i Corinzi, potenti presso di loro e nemici anche vostri, ci attaccano ora in previsione della vostra impresa contro di loro, perché noi non ci uniamo insieme a voi nell'odio comune contro di loro, e perché essi non falliscano nel prevenire una delle due cose: o danneggiare noi, o assicurare se stessi. E dunque è compito nostro anticiparli, noi offrendo e voi accogliendo l'alleanza, e tramare contro di loro per primi piuttosto che contro-tramare.
Se poi diranno che non è giusto che voi accogliate i loro coloni, imparino che ogni colonia, se trattata bene, onora la madrepatria, ma se subisce ingiustizia se ne allontana. Infatti non vengono mandate via per essere schiave, ma per essere pari a chi resta. Ed è evidente che agivano ingiustamente: invitati a un giudizio riguardo a Epidamno, preferirono perseguire le loro accuse con la guerra piuttosto che con il diritto paritario. E vi sia di prova ciò che fanno contro di noi che siamo loro parenti, cosicché non vi lasciate ingannare da loro, e non facciate loro un favore diretto quando lo chiederanno. Infatti chi ha meno pentimenti dal fare favori ai propri rivali sarebbe il più sicuro.
E non violerete nemmeno la tregua con i Lacedemoni accogliendo noi, che non siamo alleati di nessuna delle due parti: vi è detto infatti, in essa, che a qualunque città greca non sia alleata di nessuno è lecito unirsi a chi preferisce. Ed è grave che a costoro sia permesso equipaggiare le navi con uomini presi dai loro alleati di tregua, e per giunta dal resto della Grecia, e non da ultimo dai vostri sudditi, mentre a noi impediranno l'alleanza che ora proponiamo e ogni altro aiuto da qualunque parte, e poi ci considereranno colpevoli se voi vi lascerete persuadere a ciò che chiediamo. Ma la colpa maggiore ricadrà su di noi, se non riusciremo a persuadervi: perché respingerete noi, che siamo in pericolo e non vostri nemici, mentre verso costoro, che sono nemici e vi assalgono, non solo non farete gli ostacoli, ma permetterete loro di rafforzarsi anche attingendo forze dal vostro impero. Ciò non è giusto, ma o dovete impedire anche a loro di arruolare mercenari nel vostro territorio, oppure inviare anche a noi l'aiuto che riterrete opportuno, e meglio ancora accoglierci apertamente e soccorrerci. Molti, come abbiamo accennato all'inizio, sono i vantaggi che vi mostriamo, e il più grande è che i nostri nemici sono gli stessi vostri, il che è la prova più sicura, e costoro non sono deboli, ma capaci di danneggiare chi si allontana da loro. E trattandosi di un'alleanza navale, non continentale, il rifiuto non è cosa da poco, ma la scelta migliore, se potete, è non permettere a nessun altro di possedere navi, e in caso contrario, tenersi amico chi è più forte.
E chi ritiene che queste cose siano dette utilmente, ma teme che, lasciandosi persuadere da esse, violi il trattato, sappia che la sua paura, forte com'è, spaventerà di più i nemici, mentre il coraggio, se non ci accoglie, sarà debole e meno temibile davanti a nemici forti, e insieme sappia che ora non delibera tanto su Corcira quanto su Atene stessa, e che non provvede al meglio per essa se, guardando al presente riguardo a una guerra futura e ormai imminente, esita ad accogliere un territorio che si acquista e si contende in circostanze decisive. Essa infatti si trova bene sulla rotta per l'Italia e la Sicilia, così da impedire che di là arrivi una flotta ai Peloponnesiaci e da permettere di mandare di qui una flotta verso quelle terre, ed è vantaggiosissima anche per il resto. In brevissima sintesi, sia nell'insieme sia nei particolari, potreste capire da questo perché non dovreste abbandonarci: le flotte greche degne di nota sono tre, la vostra, la nostra e quella dei Corinzi; e se permetterete che due di queste si uniscano e i Corinzi ci sottomettano prima, combatterete per mare insieme contro Corciresi e Peloponnesiaci, mentre accogliendoci potrete contrastarli con più navi, unite alle nostre. Questo dissero i Corciresi, e dopo di loro i Corinzi parlarono così.
Poiché questi Corciresi hanno rivolto il discorso non solo alla loro accoglienza, ma anche a sostenere che noi commettiamo ingiustizia e che essi sono ingiustamente attaccati, è necessario che anche noi, ricordando entrambi i punti, procediamo così al resto del discorso, affinché conosciate con maggior sicurezza la nostra pretesa e non respingiate senza riflettere la loro richiesta. Essi dicono di non aver mai stretto un'alleanza per prudenza; ma lo fecero per malizia, non per virtù, non volendo avere né un alleato né un testimone delle loro ingiustizie, né vergognarsi chiedendo aiuto. E la loro città, situata in una posizione autosufficiente, li rende giudici di chi danneggiano piuttosto che soggetti a trattati, poiché essi navigano pochissimo verso gli altri, mentre accolgono soprattutto gli altri che vi approdano per necessità. E questo loro rifiuto di trattati, con la bella scusa, non lo pongono per non commettere ingiustizia insieme ad altri, ma per fare ingiustizia da soli, e per usare violenza dove hanno il sopravvento, per approfittare dove passano inosservati, e per non vergognarsi se guadagnano qualcosa; Eppure, se fossero uomini onesti, come dicono, tanto più erano al riparo dai vicini, tanto più potevano mostrare la loro virtù in modo evidente, dando e ricevendo ciò che è giusto.
Ma non sono così né verso gli altri né verso di noi: pur essendo coloni, sono sempre stati in rivolta e ora ci fanno guerra, dicendo che non furono mandati fuori per subire soprusi. E noi stessi non diciamo di averli fondati per essere oltraggiati da loro, ma per essere guida e ottenere il giusto rispetto. Le altre nostre colonie almeno ci onorano, e siamo amati dai coloni più di ogni altro; e chiaramente, se piacciamo alla maggioranza, non a torto dispiaceremmo a questi soli, né faremmo campagna militare in modo così vistoso senza aver subito un torto particolarmente grave. E sarebbe bello, anche se sbagliassimo, che essi cedessero alla nostra collera, mentre a noi sarebbe vergognoso far violenza alla loro moderazione; Ma per arroganza e per la potenza della ricchezza hanno commesso molte altre colpe contro di noi, e in particolare, quando Epidamno, nostra colonia, era maltrattata, non se ne curarono, ma quando noi arrivammo per punire, la presero con la forza e la tengono.
E dicono di aver voluto prima rimettersi a giudizio, ma questo va concesso non a chi propone la sfida forte della sua posizione sicura, bensì a chi porta ad armi pari sia i fatti sia le parole prima di scontrarsi. Costoro invece non prima di assediare la città, ma solo quando pensarono che non l'avremmo tollerato, allora offrirono anche il bel pretesto del giudizio. E ora vengono qui, non solo avendo sbagliato là, ma chiedendo anche a voi non di allearvi, ma di condividere l'ingiustizia, accogliendo loro proprio mentre sono in conflitto con noi; Avrebbero dovuto avvicinarsi allora, quando erano più sicuri, e non ora, nel momento in cui noi siamo offesi ed essi sono in pericolo; né dovreste, ora che non avete condiviso in passato la loro forza, condividerne ora l'utilità, e pur non avendo parte alle loro colpe, ricevere pari accusa dalla nostra parte; avrebbero dovuto invece condividere la forza da tempo e condividerne anche gli esiti.
Dunque è stato mostrato che noi veniamo con accuse fondate e che costoro sono violenti e avidi; ora bisogna capire che non sarebbe giusto accoglierli. Se infatti nel trattato si dice che ogni città non firmataria può passare a chi preferisce, il patto non vale per chi va a danno di altri, ma per chi cerca sicurezza senza privare un altro della sua, e per chi, se chi lo accoglie è saggio, non gli procurerà guerra invece che pace; Ed è ciò che vi accadrebbe ora se non ci ascoltaste. Infatti non solo diventereste alleati di costoro, ma anche nemici di noi al posto di alleati del trattato; Perché per necessità, se vi schierate con loro, dovremo difenderci anche da voi, insieme a loro. Eppure sarebbe giusto che voi restaste al di fuori da entrambi, ma se non vi è possibile, dovreste al contrario schierarvi con noi contro di loro (siete infatti alleati dei Corinzi, mentre con i Corciresi non avete mai avuto nemmeno una tregua), e non stabilire la norma di accogliere chi si ribella agli altri. Neppure noi, infatti, quando Samo si ribellò, votammo contro di voi, mentre gli altri Peloponnesiaci erano divisi sul se aiutarli, ma dichiarammo apertamente che ciascuno deve castigare i propri alleati. Se infatti accoglierete e aiuterete chi commette qualche torto, apparirà che non minore vantaggio spetterà anche a noi dai vostri sudditi, e stabilirete la norma più contro voi stessi che contro di noi.
Queste dunque sono le rivendicazioni giuste che abbiamo verso di voi secondo le leggi dei Greci, ma abbiamo anche un consiglio e una richiesta di riconoscenza: diciamo che, non essendo noi nemici tanto da nuocervi né amici tanto da approfittarne, dovreste restituircela ora. Infatti, un tempo, mancando di navi da guerra per il conflitto con gli Egineti dopo le guerre persiane, riceveste dai Corinzi venti navi; e sia questo favore, sia quello riguardo ai Sami, cioè che i Peloponnesiaci non li aiutassero per causa nostra, vi diedero la vittoria sugli Egineti e la punizione dei Sami, e ciò avvenne in momenti tali in cui gli uomini, andando contro i propri nemici, sono soprattutto incuranti di tutto pur di vincere; considerano infatti amico chi li aiuta, anche se prima era nemico, e nemico chi si oppone, anche se per caso è amico, poiché trascurano perfino i propri interessi per la rivalità del momento.
Riflettendo su queste cose, anche chi è più giovane, apprendendole da chi è più anziano, ritenga giusto ripagarci con la stessa moneta, e non pensi che queste cose siano dette con giustizia, ma che, se ci sarà guerra, l'utile sia diverso. Infatti l'utile segue soprattutto dove si sbaglia il meno possibile, e il futuro della guerra, con cui i Corciresi, spaventandovi, vi spingono a compiere ingiustizia, giace ancora nell'incertezza, e non conviene, lasciandosi esaltare da esso, procurarsi contro i Corinzi un'inimicizia evidente, immediata e non futura, ma piuttosto è saggio attenuare il sospetto già esistente per la questione dei Megaresi (l'ultimo favore, se opportuno, anche se minore, può sciogliere un'accusa più grande), e non lasciarsi attirare dal fatto che essi offrono una grande alleanza navale; Infatti il non fare torto ai propri pari è una forza più solida che, lasciandosi esaltare dal vantaggio immediato ed evidente, ottenere di più attraverso i pericoli.
Noi, trovandoci ora nella stessa situazione di ciò che a Sparta dicemmo prima, cioè che ciascuno deve castigare i propri alleati, chiediamo ora di ricevere da voi lo stesso trattamento, e che, essendo stati avvantaggiati dal nostro voto, non ci danneggiate con il vostro. Restituite dunque la stessa cosa, riconoscendo che questo è proprio quel momento in cui chi aiuta è amico soprattutto e chi si oppone è nemico. E non accogliete questi Corciresi come alleati contro la nostra volontà, né aiutateli mentre commettono ingiustizia. E facendo questo, compirete ciò che è giusto e delibererete al meglio per voi stessi.
Tali cose dissero anche i Corinzi. Gli Ateniesi, dopo aver ascoltato entrambi, essendosi tenuta l'assemblea per due volte, nella prima non accolsero i discorsi dei Corinzi meno favorevolmente, ma nella seconda mutarono parere: non stringere con i Corciresi un'alleanza vera e propria, tale da considerare comuni i nemici e gli amici (se infatti i Corciresi avessero chiesto loro di navigare insieme contro Corinto, si sarebbero sciolti i patti con i Peloponnesiaci), ma fecero un patto di reciproco soccorso, nel caso qualcuno assalisse Corcira o Atene o i loro alleati. Sembrava loro infatti che comunque la guerra contro i Peloponnesiaci sarebbe scoppiata, e non volevano cedere ai Corinzi Corcira, che possedeva una flotta così grande, ma volevano piuttosto farli scontrare il più possibile fra loro, così che, se necessario, entrassero in guerra contro Corinto e gli altri stati navali già indeboliti. Inoltre l'isola sembrava loro trovarsi in buona posizione sulla rotta verso l'Italia e la Sicilia.
Con questo intento gli Ateniesi accolsero i Corciresi, e, partiti i Corinzi, non molto tempo dopo inviarono loro dieci navi in soccorso. Le comandavano Lacedemonio figlio di Cimone, Diotimo figlio di Strombico e Proteas figlio di Epicle. Ordinarono loro di non combattere in mare contro i Corinzi, a meno che non navigassero verso Corcira e stessero per sbarcare lì o in qualche loro territorio: in tal caso di impedirlo con tutte le forze. Diedero questi ordini per non violare i patti.
Le navi dunque giungono a Corcira, mentre i Corinzi, quando i preparativi furono completi, salparono verso Corcira con centocinquanta navi. Erano dieci degli Elei, dodici dei Megaresi e dieci dei Leucadi, ventisette degli Ambracioti e una degli Anattori, novanta degli stessi Corinzi; comandanti c'erano per ciascuna città, e per i Corinzi Xenoclide figlio di Euticle con altri quattro. Quando, salpando da Leucade, si avvicinarono al continente di fronte a Corcira, si ancorarono al Chimerio, nel territorio della Tesprozia. C'è un porto, e sopra di esso, lontano dal mare, sorge nell'Eleatide di Tesprozia la città di Efira. Presso di essa sfocia in mare il lago Acherusia; attraverso la Tesprozia scorre il fiume Acheronte, che vi si getta e da cui prende il nome. Scorre anche il fiume Tiami, che segna il confine tra la Tesprozia e la Cestrine, e fra questi due territori si eleva il promontorio del Chimerio. I Corinzi dunque si ancorarono lì, sul continente, e vi posero il loro accampamento.
I Corciresi, quando si accorsero che i nemici stavano navigando verso di loro, armate centodieci navi, comandate da Miciade, Esimide ed Euribato, si accamparono in una delle isole chiamate Sibota. Ed erano presenti anche le dieci navi attiche. Sul promontorio di Leucimme si trovava la loro fanteria, insieme a mille opliti zacinti venuti in soccorso. Anche i Corinzi avevano sul continente molti barbari venuti in loro soccorso: infatti gli abitanti di quella terraferma sono da sempre a loro amici.
Poiché i Corinzi erano pronti, presi viveri per tre giorni, salparono di notte come per una battaglia navale da Chimerio, e all'alba, navigando, scorgono le navi dei Corciresi al largo e dirette contro di loro. Quando si scorsero l'un l'altro, si schierarono: sull'ala destra dei Corciresi le navi attiche, il resto lo occupavano essi stessi, formando tre divisioni delle navi, delle quali comandava uno dei tre strateghi per ciascuna. Così dunque si schierarono i Corciresi; i Corinzi invece tenevano l'ala destra con le navi megaresi e ambraciote, al centro invece gli altri alleati, ciascuno secondo la propria posizione. Sull'ala sinistra invece i Corinzi stessi tenevano, con le navi più veloci a navigare, posizionati contro gli Ateniesi e contro l'ala destra dei Corciresi.
Venuti a contatto, quando i segnali si alzarono per entrambi, combatterono per mare, avendo entrambi molti opliti sui ponti, e molti arcieri e lanciatori di giavellotto, ancora attrezzati piuttosto rozzamente, secondo l'antico uso. E la battaglia navale fu accanita, per l'arte non altrettanto, ma somigliante piuttosto a una battaglia terrestre. Quando infatti si urtavano l'una contro l'altra, non si separavano facilmente, per la quantità e la calca delle navi, e confidavano piuttosto nella vittoria affidata agli opliti sul ponte, i quali, presa posizione, combattevano mentre le navi restavano ferme; Manovre di sfondamento non ce n'erano, ma combattevano per mare più con foga e forza che con perizia. Ovunque dunque la battaglia era gran frastuono e confusione, in cui le navi attiche, accorrendo presso i Corciresi se in qualche punto erano oppressi, incutevano timore ai nemici, ma i comandanti non aprivano il combattimento, temendo l'ordine ricevuto dagli Ateniesi. Soprattutto l'ala destra dei Corinzi era in difficoltà: i Corciresi infatti, con venti navi, li avevano volti in fuga e inseguiti dispersi fino alla terraferma, ed erano arrivati navigando fino al loro accampamento, e sbarcati, avevano incendiato le tende deserte e saccheggiato i beni. In questo punto dunque i Corinzi e gli alleati erano sconfitti, e i Corciresi prevalevano; Ma dove stavano loro stessi, i Corinzi, sull'ala sinistra, vincevano ampiamente, poiché ai Corciresi mancavano, per l'inseguimento, le venti navi, e restava un numero inferiore. Gli Ateniesi, vedendo i Corciresi ormai più oppressi, li soccorrevano senza più esitare, all'inizio astenendosi dal cozzare contro qualcuno; Ma quando la disfatta divenne evidente e i Corinzi incalzavano, allora ormai ciascuno si diede battaglia e non c'era più distinzione, ma si giunse a tal punto di necessità che Corinzi e Ateniesi si assalirono a vicenda.
Poiché ci fu la rotta, i Corinzi non trascinavano via, legandole, le navi che avevano affondato, ma si rivolsero contro gli uomini per ucciderli, passando in mezzo a loro piuttosto che farli prigionieri, e uccidevano senza accorgersene anche i propri amici, non essendosi resi conto che erano stati sconfitti quelli dell'ala destra. Poiché infatti le navi di entrambi gli schieramenti erano molte e occupavano gran parte del mare, quando si mescolarono tra loro non era facile distinguere chi vincesse e chi fosse vinto. Questa infatti fu, per numero di navi, la più grande battaglia navale tra Greci contro Greci avvenuta fino allora. Poiché i Corinzi ebbero inseguito i Corciresi fino a terra, si rivolsero ai relitti e ai propri morti, e ne recuperarono la maggior parte in modo da trasportarli a Sibota, dove era venuto in loro soccorso l'esercito di terra dei barbari. Sibota è un porto deserto della Tesprozia. Fatto questo, radunatisi di nuovo, salparono contro i Corciresi. Questi, con le navi ancora in grado di navigare e quante restavano insieme alle navi attiche, salparono a loro volta contro di essi, temendo che tentassero di sbarcare sulla loro terra. Era ormai tardi e per loro era già stato intonato il peana per l'assalto, quando i Corinzi improvvisamente cominciarono a remare all'indietro, avendo scorto venti navi ateniesi in avvicinamento, quelle che gli Ateniesi avevano inviato più tardi come rinforzo oltre alle dieci, temendo, come poi accadde, che i Corciresi fossero sconfitti e che le loro dieci navi fossero troppo poche per difenderli.
I Corinzi dunque, avvistate in anticipo queste navi e sospettando che fossero, provenienti da Atene, non tante quante ne vedevano ma di più, si ritirarono. Dai Corciresi invece, poiché quelle navi si avvicinavano più dal lato nascosto, non venivano viste, e si stupivano che i Corinzi remassero all'indietro, finché alcuni, vedendole, dissero che quelle navi si stavano avvicinando. Allora anche loro si ritirarono, poiché ormai si faceva buio, e i Corinzi, allontanandosi, ruppero il contatto. Così avvenne la separazione tra loro, e la battaglia navale finì con il calare della notte. Mentre i Corciresi erano accampati presso Leucimme, quelle venti navi provenienti da Atene, comandate da Glaucone figlio di Leagro e da Andocide figlio di Leogora, trasportate in mezzo ai morti e ai relitti, approdarono all'accampamento non molto dopo essere state avvistate. I Corciresi, poiché era notte, temettero che fossero nemiche, poi le riconobbero, e si ormeggiarono.
Il giorno dopo, salpate sia le trenta navi attiche sia quante delle navi corciresi erano ancora in grado di navigare, si diressero verso il porto di Sibota, dove i Corinzi erano all'ancora, volendo sapere se avrebbero combattuto. Questi invece, levate le navi da terra e schieratisi al largo, se ne stavano tranquilli, non avendo intenzione di iniziare volontariamente una battaglia navale, vedendo che si erano aggiunte navi fresche da Atene e che a loro erano capitate molte difficoltà, e per la sorveglianza dei prigionieri che tenevano sulle navi, e perché non c'era possibilità di riparare le navi in un luogo deserto. Pensavano piuttosto al viaggio di ritorno, a come sarebbero riusciti a tornare, temendo che gli Ateniesi, ritenendo che la tregua fosse stata infranta perché erano venuti alle mani, non li lasciassero salpare.
Decisero dunque di far imbarcare alcuni uomini su una piccola nave veloce e di mandarli agli Ateniesi senza araldo, per fare un tentativo. E mandatili dissero queste parole. Voi commettete ingiustizia, o Ateniesi, cominciando la guerra e violando i patti. Infatti a noi, che puniamo i nostri nemici, vi mettete di traverso, sollevando le armi contro di noi. Se invece avete intenzione di impedirci di navigare verso Corcira o altrove, dovunque vogliamo, e violate i patti, prendete prima noi qui presenti e trattateci come nemici. Questo dunque essi dissero. Ma dell'esercito dei Corciresi, quanti udirono gridarono subito di prenderli e ucciderli, Ma gli Ateniesi risposero così. Non cominciamo noi la guerra, o Peloponnesiaci, né violiamo i patti, ma siamo venuti in aiuto a questi Corciresi che sono nostri alleati. Se dunque volete navigare altrove, non lo impediamo. Ma se navigherete verso Corcira o verso qualche luogo dei loro possedimenti, non lo permetteremo per quanto possibile.
Dopo una risposta di questo genere da parte degli Ateniesi, i Corinzi si prepararono al viaggio di ritorno in patria ed eressero un trofeo presso le Sibota sulla terraferma; i Corciresi invece raccolsero i relitti e i morti che la corrente e il vento, levatosi durante la notte, avevano disperso da ogni parte fino a portarli verso di loro, ed eressero a loro volta un trofeo presso le Sibota nell'isola, come vincitori. ciascuno dei due si attribuiva la vittoria con questo ragionamento: i Corinzi, avendo prevalso nella battaglia navale fino a notte, al punto da poter raccogliere moltissimi relitti e morti, e avendo prigionieri non meno di mille uomini e avendo affondato circa settanta navi, eressero un trofeo; i Corciresi invece, avendo distrutto circa trenta navi e, dopo l'arrivo degli Ateniesi, avendo raccolto i propri relitti e i propri morti, e poiché il giorno prima, alla vista delle navi attiche, i Corinzi si erano ritirati vogando all'indietro, e poiché dopo l'arrivo degli Ateniesi essi non erano tornati a navigare fuori da Sibota, per questi motivi eressero un trofeo.
così dunque ciascuno dei due pretendeva di aver vinto; i Corinzi, navigando verso casa, presero con l'inganno Anattorio, che si trova sulla bocca del golfo Ambracico, ed era una città comune ai Corciresi e a loro stessi, e, insediatovi coloni corinzi, tornarono in patria; e degli ottocento Corciresi che erano schiavi ne vendettero una parte, mentre duecentocinquanta li tennero legati e li custodirono con grande cura, perché, tornati a Corcira, potessero attirarla dalla loro parte; e per potenza la maggior parte di loro si trovava a essere fra i primi della città. Corcira dunque sopravvive così alla guerra con i Corinzi, e le navi degli Ateniesi si allontanarono da essa; e questa fu la prima causa della guerra dei Corinzi contro gli Ateniesi, perché questi avevano combattuto per mare contro i Corciresi mentre erano in vigore i trattati con loro.
Subito dopo questi fatti accadde anche quest'altro motivo di contrasto tra Ateniesi e Peloponnesiaci in vista della guerra. infatti, poiché i Corinzi manovravano per vendicarsi di loro, gli Ateniesi, sospettando la loro ostilità, ordinarono ai Potideati, che abitano sull'istmo della Pallene, coloni dei Corinzi ma loro alleati tributari, di abbattere il muro rivolto verso Pallene e di dare ostaggi, di scacciare i magistrati mandati ogni anno dalla madrepatria e di non riceverne più in futuro, temendo che, persuasi da Perdicca e dai Corinzi, si ribellassero e trascinassero con sé nella rivolta anche gli altri alleati della zona tracia.
questi provvedimenti verso i Potideati gli Ateniesi li predisponevano subito dopo la battaglia navale di Corcira; infatti i Corinzi erano ormai apertamente ostili, e Perdicca figlio di Alessandro, re dei Macedoni, era diventato nemico, pur essendo stato prima loro alleato e amico. era diventato nemico perché gli Ateniesi avevano fatto alleanza con Filippo, suo fratello, e con Derda, che insieme si opponevano a lui. e allora, temendo, tramava, mandando ambasciatori a Sparta perché scoppiasse una guerra tra Atene e i Peloponnesiaci, e cercava di attirarsi i Corinzi in vista della rivolta di Potidea; faceva inoltre proposte ai Calcidesi e ai Bottiei della zona tracia di ribellarsi insieme a lui, pensando che, se avesse avuto come alleati quei territori confinanti, avrebbe fatto la guerra con maggiore facilità insieme a loro. venuti a saperlo, gli Ateniesi, volendo prevenire le defezioni delle città (si trovava infatti che stessero mandando trenta navi e mille opliti contro il territorio di Perdicca, sotto il comando di Archestrato figlio di Licomede insieme ad altri dieci stratghi), ordinarono ai comandanti delle navi di prendere ostaggi dai Potideati, di abbattere il loro muro e di tenere sorvegliate le città vicine perché non si ribellassero.
i Potideati, dopo aver mandato ambasciatori anche presso gli Ateniesi, per vedere se riuscissero a persuaderli a non prendere alcun provvedimento nuovo contro di loro, ed essendo andati anche a Sparta insieme ai Corinzi, per procurarsi aiuto in caso di necessità, poiché da tempo trattavano ad Atene senza trovare nulla di favorevole, anzi le navi salpavano tanto contro la Macedonia quanto contro di loro allo stesso modo, e poiché i magistrati spartani avevano promesso loro che, se gli Ateniesi fossero marciati contro Potidea, avrebbero invaso l'Attica, allora, in quel momento, si ribellarono, giurando insieme un patto comune con i Calcidesi e i Bottiei. e Perdicca convinse i Calcidesi ad abbandonare e distruggere le loro città sulla costa, per trasferirsi a Olinto e farne un'unica città forte; e a coloro che avevano abbandonato le loro città diede in uso terre del proprio territorio, la Migdonia intorno al lago Bolbe, finché fosse durata la guerra contro gli Ateniesi. ed essi si trasferivano, distruggendo le proprie città, e si preparavano alla guerra.
le trenta navi ateniesi intanto giungono nella regione tracia e trovano sia Potidea sia le altre città già in stato di rivolta. e gli strateghi, ritenendo impossibile combattere contemporaneamente contro Perdicca e contro le città ribellatesi con la forza disponibile, si volsero contro la Macedonia, obiettivo per cui in origine erano stati inviati, e, giunti sul posto, mossero guerra insieme a Filippo e ai fratelli di Derda, che erano scesi dall'interno con un esercito.
e intanto i Corinzi, poiché Potidea era ormai ribelle e le navi attiche si trovavano intorno alla Macedonia, temendo per quella città e ritenendo il pericolo proprio, mandarono, in parte propri volontari e in parte, avendoli persuasi con la paga, altri Peloponnesiaci, in tutto milleseicento opliti e quattrocento truppe leggere. li comandava Aristeo figlio di Adimanto, e proprio per amicizia verso di lui la maggior parte dei soldati corinzi lo seguirono come volontari; egli infatti era sempre stato ben disposto verso i Potideati. e giunsero nella regione tracia il quarantesimo giorno dopo che Potidea si era ribellata.
giunse subito anche agli Ateniesi la notizia che quelle città si erano ribellate, e, non appena vennero a sapere anche dell'arrivo delle truppe di Aristeo, mandarono duemila opliti propri e quaranta navi contro i ribelli, con Callia figlio di Callíade come quinto stratego; questi, arrivati per primi in Macedonia, trovarono i mille soldati precedenti che avevano appena preso Terme e stavano assediando Pidna. e, postisi anch'essi intorno a Pidna, la assediarono; poi però, avendo concluso un accordo e un'alleanza forzata con Perdicca, poiché Potidea li incalzava e ormai Aristeo era già passato in Tracia, si allontanarono dalla Macedonia, e, giunti a Berea e di lì a Strepsa, dopo aver tentato senza successo di prendere quella città, marciarono per via di terra verso Potidea, con tremila opliti propri, oltre a molti alleati e a seicento cavalieri macedoni al seguito di Filippo e Pausania; insieme a loro navigavano lungo la costa settanta navi. avanzando a piccole tappe, il terzo giorno giunsero a Gigono e vi si accamparono.
i Potideati e i Peloponnesiaci al seguito di Aristeo, aspettando gli Ateniesi, si erano accampati verso Olinto sull'istmo, e avevano allestito un mercato fuori dalla città. gli alleati avevano dunque scelto Aristeo come comandante di tutta la fanteria, e Perdicca come comandante della cavalleria; questi infatti si era subito di nuovo staccato dagli Ateniesi e combatteva insieme ai Potideati, dopo aver messo Iolao al proprio posto come reggente. il piano di Aristeo era che egli, tenendo con sé il proprio esercito sull'istmo, sorvegliasse gli Ateniesi nel caso avessero attaccato, mentre i Calcidesi e gli altri alleati fuori dall'istmo, insieme ai duecento cavalieri inviati da Perdicca, restassero a Olinto, e che, quando gli Ateniesi si fossero mossi contro di loro, accorressero alle spalle per prendere il nemico in mezzo. Callia invece, lo stratego ateniese, insieme ai colleghi al comando, mandò da un lato i cavalieri macedoni e pochi alleati verso Olinto, per impedire che di là accorressero in aiuto, e dall'altro, levato il campo, marciarono con il resto dell'esercito verso Potidea. e quando furono presso l'istmo e videro i nemici prepararsi come per la battaglia, si schierarono a loro volta, e non molto dopo vennero a battaglia. e l'ala comandata da Aristeo, insieme a quanti erano intorno a lui, corinzi e scelti degli altri contingenti, misero in fuga chi avevano di fronte e uscirono all'inseguimento per un lungo tratto; il resto dell'esercito di Potideati e Peloponnesiaci fu invece sconfitto dagli Ateniesi e si rifugiò dentro le mura.
Aristeo, tornando indietro dall'inseguimento, quando vide che il resto dell'esercito era stato sconfitto, si trovò incerto verso quale delle due parti dirigersi rischiando, se verso Olinto o verso Potidea; gli parve dunque bene, radunati i suoi uomini nel minor spazio possibile, forzare il passo di corsa fino a Potidea, e passò lungo il molo attraverso il mare, bersagliato e con difficoltà, perdendo pochi uomini ma salvandone la maggior parte. i soccorritori da Olinto per i Potideati (dista infatti circa sessanta stadi ed è un luogo ben visibile), quando la battaglia si svolgeva e i segnali furono levati, avanzarono di poco come per portare aiuto, e i cavalieri macedoni si schierarono contro di loro per impedirlo; ma poiché rapidamente si delineava la vittoria degli Ateniesi e i segnali furono abbassati, si ritirarono di nuovo entro le mura, e insieme a loro i Macedoni passarono dalla parte degli Ateniesi; nessuna delle due parti ricevette dunque l'aiuto della cavalleria. dopo la battaglia gli Ateniesi eressero un trofeo e restituirono ai Potideati i morti sotto tregua; morirono un poco meno di trecento fra Potideati e alleati, e degli stessi Ateniesi centocinquanta, e con loro lo stratego Callia.
Il muro dalla parte dell'istmo, gli Ateniesi lo costruirono subito e lo presidiarono. quello verso la Pallene invece era senza mura. Non si ritenevano infatti abbastanza numerosi per presidiare l'istmo e insieme, passati nella Pallene, murarla, temendo che i Potideati e i loro alleati li assalissero una volta divisi in due. E gli Ateniesi in città, saputo che la Pallene era senza mura, dopo qualche tempo inviarono milleseicento loro opliti e Formione figlio di Asopio come stratego. Egli, giunto nella Pallene e muovendo da Afiti, condusse l'esercito verso Potidea avanzando a poco a poco e devastando insieme il territorio, e poiché nessuno usciva a battaglia, murò il tratto dalla parte della Pallene. E così ormai Potidea era assediata con forza da entrambi i lati, insieme anche dal mare, dalle navi che vi stazionavano.
Aristeo, una volta murata la città e non avendo alcuna speranza di salvezza a meno che non venisse qualcosa dal Peloponneso o accadesse altro fuori dal previsto, consigliava che tutti tranne cinquecento, colto il vento favorevole, salpassero, perché il grano bastasse più a lungo, e lui stesso voleva restare tra quelli che rimanevano. Ma poiché non riusciva a convincere, volendo predisporre le cose dopo questo e far sì che la situazione esterna fosse quanto più favorevole, prese il largo eludendo la sorveglianza degli Ateniesi. E, rimanendo presso i Calcidesi, per il resto continuava a combattere al loro fianco, e tesa un'imboscata a molti Sermilesi presso la città li fece morire, e intanto trattava con il Peloponneso perché venisse qualche aiuto. Dopo il completamento delle mura attorno a Potidea, Formione, con i milleseicento uomini, devastava la Calcidica e la Bottica, e prese anche alcune città.
Tra gli Ateniesi e i Peloponnesiaci queste dunque erano le accuse reciproche già sorte: per i Corinzi, che assediavano Potidea, loro colonia, con dentro uomini corinzi e peloponnesiaci; per gli Ateniesi verso i Peloponnesiaci, che avevano fatto ribellare una città loro alleata e tributaria, e, venuti apertamente, combattevano insieme ai Potideati. La guerra tuttavia non era ancora scoppiata, ma vi era ancora una tregua: i Corinzi infatti avevano agito così per conto proprio.
Ma mentre Potidea era assediata, i Corinzi non stavano fermi, poiché vi erano dentro loro uomini e insieme temevano per quel luogo. Subito convocarono gli alleati a Sparta e, giunti là, accusavano ad alta voce gli Ateniesi di aver infranto i trattati e di fare torto al Peloponneso. Anche gli Egineti, pur non inviando apertamente ambascerie per timore degli Ateniesi, di nascosto spingevano non poco insieme a loro verso la guerra, sostenendo di non essere autonomi come previsto dai trattati. Gli Spartani, convocati oltre agli alleati anche chiunque altro affermasse di aver subito un torto dagli Ateniesi, radunata la loro assemblea consueta, invitarono a parlare. E vari altri, presentandosi, esponevano le loro accuse, come ciascuno le aveva, e così i Megaresi, denunciando anche non poche altre controversie, ma soprattutto di essere esclusi, contro i trattati, dai porti dell'impero ateniese e dal mercato dell'Attica. I Corinzi, presentatisi per ultimi e avendo lasciato prima che gli altri inasprissero gli Spartani, aggiunsero poi queste parole.
La fiducia che regna nel vostro sistema politico e nei vostri rapporti reciproci, o Spartani, vi rende più diffidenti verso gli altri quando diciamo qualcosa. E per questo avete moderazione, ma verso gli affari esterni vi comportate con più ignoranza. Molte volte infatti, mentre noi predicevamo i danni che avremmo subito dagli Ateniesi, non prestavate ogni volta attenzione a ciò che vi spiegavamo, ma sospettavate piuttosto che chi parlava lo facesse per i propri interessi privati. E per questo motivo non prima di subire il danno, ma solo ora che siamo nei fatti, avete convocato questi alleati, tra i quali spetta anche a noi, non da ultimo, parlare, dato che abbiamo le accuse più gravi, oltraggiati dagli Ateniesi e trascurati da voi. E se gli Ateniesi, restando in qualche modo oscuri, facessero torto alla Grecia, ci sarebbe bisogno di spiegazioni, come a chi non sa. Ma ora che bisogno c'è di parlare a lungo, quando vedete alcuni già ridotti in schiavitù da loro, e altri minacciati da loro, non da ultimo i nostri alleati, e pronti da tempo, nel caso finiscano per combattere? Altrimenti non avrebbero preso Corcira con la forza e la tratterrebbero contro di noi, né assedierebbero Potidea, città l'una utilissima per operare verso la Tracia, l'altra capace di fornire ai Peloponnesiaci la flotta più grande.
E di questo siete voi i responsabili, per aver lasciato prima che essi rafforzassero la città dopo le guerre persiane e poi innalzassero le lunghe mura, e per privare finora sempre della libertà non solo quelli da loro ridotti in schiavitù, ma anche ormai i vostri stessi alleati. Non è infatti chi ha ridotto in schiavitù, ma chi, potendo impedirlo, lascia correre, a compiere davvero questa colpa, se davvero si conquista fama di virtù come liberatore della Grecia. A stento ci siamo riuniti ora, e nemmeno ora per fatti chiari. Bisognerebbe infatti non stare ancora a considerare se subiamo un torto, ma in che modo ci difenderemo. Chi agisce, avendo già deliberato, muove contro chi non ha ancora deciso, senza indugio. E noi sappiamo con quale metodo procedono gli Ateniesi, e che avanzano poco a poco contro i vicini. Finché credono di passare inosservati per la vostra insensibilità sono meno audaci, ma quando capiranno che voi, pur sapendo, lasciate correre, incalzeranno con forza. Voi infatti restate inerti, soli tra i Greci, o Spartani, difendendovi non con la forza ma con l'indugio, e soli abbattete l'espansione dei nemici non appena inizia, ma quando è già raddoppiata. Eppure si diceva che foste affidabili, ma a quanto pare in voi la fama superava i fatti. Noi stessi sappiamo che il Persiano arrivò nel Peloponneso dai confini della terra prima che voi gli andaste incontro come si conveniva, e ora lasciate correre gli Ateniesi non lontani, come quello, ma vicini, e preferite difendervi da chi vi assale, invece di andare voi incontro, e mettervi alla prova contro avversari molto più forti, pur sapendo che anche il barbaro fallì per lo più per colpa propria, e che noi stessi, contro gli stessi Ateniesi, ci siamo salvati spesso più per i loro errori che per il vostro soccorso, dato che le vostre speranze hanno già rovinato alcuni, colti impreparati proprio per averci creduto. E nessuno di voi pensi che queste parole siano dette per ostilità più che per rimprovero: il rimprovero infatti è tra amici che sbagliano, l'accusa invece tra nemici che hanno fatto torto.
E insieme, se mai altri, riteniamo noi degni di rivolgere un rimprovero ai vicini, tanto più ora che le differenze in gioco sono grandi, differenze di cui a noi sembrate non rendervi conto, né avete mai calcolato con quali Ateniesi sarà la vostra lotta, e quanto e in tutto diversi da voi. Essi infatti sono innovatori, rapidi a concepire e rapidi a realizzare nei fatti ciò che hanno deciso. Voi invece siete portati solo a conservare ciò che avete, a non decidere nulla di nuovo e a non arrivare nei fatti nemmeno a ciò che è necessario. Inoltre essi sono audaci anche oltre le proprie forze, arrischiati oltre il calcolo, e pieni di speranza nei pericoli. Il vostro modo invece è agire al di sotto delle vostre forze, non fidarvi nemmeno di ciò che è certo nel giudizio, e credere di non liberarvi mai dai pericoli. E ancora, sono pronti ad agire senza esitazione, mentre voi indugiate, e sono avvezzi a spostarsi mentre voi restate quanto più a lungo in patria. Essi infatti pensano che con l'assenza da casa si possa guadagnare qualcosa, mentre voi pensate che, muovendovi, danneggereste persino ciò che già possedete. Quando vincono i nemici, spingono l'inseguimento al massimo, e quando sono sconfitti, si riprendono nel minor tempo possibile. Inoltre usano il proprio corpo per la città come se fosse il più estraneo, mentre la mente più propria è tutta rivolta ad agire per essa. E ciò che, pur avendo concepito, non riescono a compiere, lo considerano una perdita di cosa già propria, mentre ciò che, agendo, ottengono, lo trattano come poco rispetto a quanto realizzeranno in futuro. E se mai falliscono in qualche tentativo, sperando in altro colmano subito la mancanza. Sono infatti gli unici a possedere allo stesso modo in cui sperano ciò che hanno concepito, perché eseguono rapidamente ciò che hanno deciso. E tutto questo lo compiono con fatiche e pericoli per tutta la vita, e godono pochissimo di ciò che hanno perché sempre acquistano di nuovo, e non considerano festa nient'altro che fare ciò che è necessario, e giudicano una disgrazia non meno l'ozio inattivo che l'attività faticosa. Sicché, se qualcuno, riassumendo, dicesse che sono nati per non stare mai in pace loro stessi né lasciare in pace gli altri uomini, direbbe il vero.
Ma con una città simile di fronte, o Spartani, voi indugiate, e pensate che la quiete a lungo termine convenga proprio a quegli uomini che, pur agendo con giustizia nei preparativi, mostrano nell'intenzione, se subiscono un torto, di non tollerarlo; voi invece distribuite equità nel non recare danno agli altri e nel non farvi danneggiare difendendovi. A stento otterreste questo risultato, pur abitando accanto a una città simile a voi. Ma ora, come abbiamo appena mostrato, i vostri usi sono antiquati rispetto a loro. Ed è necessario che, come in un'arte, prevalgano sempre le novità. E per una città che sta ferma sono ottime le leggi immutabili, ma per chi è costretto ad affrontare molte situazioni c'è bisogno anche di molta capacità di innovare. Per questo motivo le istituzioni ateniesi, grazie alla loro grande esperienza, si sono rinnovate più delle vostre. Fino a questo punto dunque si arresti la vostra lentezza. Ora invece, agli altri e in particolare ai Potideati, come avete promesso, portate soccorso rapidamente, invadendo l'Attica, perché non abbandoniate uomini amici e affini ai nemici più feroci, e non spingiate noi, gli altri, per scoraggiamento, verso qualche altra alleanza. Non commetteremmo alcuna ingiustizia né davanti agli dèi garanti dei giuramenti né davanti agli uomini che capiscono. A infrangere i trattati infatti non sono quelli che, per mancanza di alleati, si rivolgono ad altri, ma quelli che non soccorrono coloro con cui hanno giurato. Se voi vorrete essere solerti, noi resteremo al vostro fianco. Non compiremmo infatti un atto pio se cambiassimo alleanza, né troveremmo altri più affini a noi. Perciò deliberate bene, e cercate di guidare il Peloponneso non peggio di come ve lo consegnarono i vostri padri.
Questo dissero i Corinzi. Degli Ateniesi si dava il caso che un'ambasceria si trovasse già a Sparta per altri affari, e quando seppero di quei discorsi, decisero che dovevano presentarsi davanti ai Lacedemoni, non per difendersi affatto delle accuse che le città muovevano, ma per mostrare, riguardo a tutto l'affare, che non dovevano deliberare in fretta, bensì riflettere più a lungo. E al tempo stesso volevano mostrare quanto grande fosse la potenza della loro città, e fare un richiamo per gli anziani su ciò che sapevano e una spiegazione per i più giovani su ciò di cui erano privi d'esperienza, ritenendo che, grazie a quei discorsi, sarebbero stati indotti a volgersi piuttosto alla calma che alla guerra. Avvicinatisi dunque ai Lacedemoni, dissero di voler parlare anch'essi davanti alla loro assemblea, se nulla lo impediva. Ed essi li invitarono ad avanzare, e gli Ateniesi, fattisi avanti, dissero quanto segue.
«La nostra ambasceria non è venuta per contraddire i vostri alleati, ma per gli affari per cui la città ci ha mandati, ma accorgendoci che non piccolo era il clamore contro di noi, ci siamo presentati non per replicare alle accuse delle città (i nostri discorsi e i loro non avverrebbero infatti davanti a voi come giudici), bensì perché non deliberiate peggio, cedendo con troppa facilità agli alleati su questioni tanto gravi, e insieme volendo mostrare, sull'intera questione che ci riguarda, che non possediamo senza ragione ciò che abbiamo, e che la nostra città è degna di considerazione. Che bisogno c'è di parlare dei fatti assai antichi, di cui testimoni sono più le voci dei racconti che la vista di chi ascolterà? ma dei fatti persiani, che voi stessi conoscete bene, è necessario parlare, anche se sarà sempre fastidioso richiamarli continuamente; infatti quando agivamo, si correva il rischio per un vantaggio comune, del cui frutto voi aveste parte, mentre del suo ricordo non vogliamo essere privati del tutto, se in qualcosa può giovarci. Sarà detto non tanto per scusarci, quanto per testimonianza e per mostrare con quale città vi troverete a competere, se non deliberate bene. Diciamo infatti di aver affrontato per primi e da soli il barbaro a Maratona, e quando egli tornò la seconda volta, non essendo capaci di resistergli per terra, di essere saliti in massa sulle navi e di aver combattuto insieme a Salamina, il che gli impedì di devastare il Peloponneso navigando città per città, mentre i Peloponnesiaci sarebbero stati incapaci di soccorrersi a vicenda contro molte navi. E ne diede egli stesso la prova più grande: sconfitto sul mare, poiché la sua forza non era più uguale a prima, si ritirò rapidamente con la maggior parte del suo esercito.
Essendo dunque accaduto questo, e mostrandosi chiaramente che le sorti dei Greci dipesero dalle navi, noi vi contribuimmo con tre elementi tra i più utili: il maggior numero di navi, il comandante più intelligente e uno zelo senza esitazioni; quanto alle navi, un po' meno di quattrocento, cioè i due terzi del totale, e come comandante Temistocle, che fu il più responsabile del combattere nello stretto, il che salvò la situazione nel modo più chiaro, e per questo voi lo onoraste come nessun altro straniero mai venuto tra voi; e mostrammo uno zelo di gran lunga il più audace, noi che, poiché nessuno ci soccorreva per terra e già tutti gli altri fino a noi erano ridotti in schiavitù, decidemmo, pur abbandonando la città e distruggendo i nostri beni, di non tradire nemmeno così la causa comune degli alleati rimasti né di divenire inutili a loro disperdendoci, ma di salire sulle navi e affrontare il rischio, senza adirarci perché voi non ci foste venuti in aiuto prima. Sicché diciamo di avervi giovato non meno di quanto abbiamo ricevuto in cambio. Voi infatti veniste in aiuto muovendo da città ancora abitate e per continuare a possederle in futuro, quando temeste soprattutto per voi stessi più che per noi, e non per noi (quando eravamo ancora salvi, infatti, non vi presentaste); noi invece, muovendo da una città che non esisteva più e correndo il rischio per una città la cui speranza era ormai minima, salvammo insieme sia voi in parte sia noi stessi. Se invece ci fossimo prima arresi al Medo per paura della nostra terra, come fecero altri, o se non avessimo poi osato salire sulle navi ritenendoci ormai perduti, non ci sarebbe stato più bisogno che voi combatteste per mare senza navi sufficienti, ma le cose gli sarebbero andate tranquillamente come egli voleva.
Non siamo forse degni, o Lacedemoni, in virtù dello zelo di allora e dell'intelligenza dimostrata nel giudizio, di non essere considerati con tanta invidia dai Greci per l'impero che possediamo? Infatti anche questo stesso impero lo ottenemmo non con la violenza, ma perché voi non voleste rimanere ad affrontare i resti del barbaro, mentre a noi si rivolsero gli alleati stessi, chiedendoci di diventare loro guide; e proprio dal corso stesso degli eventi fummo costretti a portare l'impero fino a questo punto, soprattutto per paura, poi anche per onore, infine anche per utilità. E non sembrava più sicuro allentare la presa e correre il rischio, essendoci resi odiosi a molti, e con alcuni ormai ribellatisi e già sottomessi con la forza, mentre voi non ci eravate più amici come prima, ma sospettosi e ostili; Le defezioni infatti si sarebbero rivolte verso di voi. E a tutti è concesso senza biasimo di curare bene i propri interessi quando si tratta dei rischi più grandi.
Voi dunque, o Lacedemoni, avendo ordinato le città del Peloponneso a vostro vantaggio, le guidate; E se allora, resistendo, foste rimasti a lungo odiati nell'esercizio dell'egemonia, come noi, sappiamo bene che sareste diventati non meno gravosi per gli alleati, e costretti o a governare con fermezza o a correre voi stessi il rischio. Così neppure noi abbiamo fatto nulla di sorprendente né estraneo alla natura umana, se accettammo un impero che ci veniva offerto e poi non lo abbandonammo, vinti dai tre motivi più grandi, onore, timore e utilità; e non fummo neppure i primi a dare inizio a una simile pratica, essendo sempre stata la regola che il più debole sia tenuto sotto controllo dal più forte; e nel medesimo tempo ci ritenevamo degni, e voi lo pensavate di noi, finché, calcolando i vostri interessi, non fate uso ora del principio della giustizia, cui nessuno finora, avendo l'occasione di ottenere qualcosa con la forza, si è mai tenuto lontano preferendogli il non possedere di più. E degni di lode sono coloro che, pur seguendo la natura umana nel dominare gli altri, si mostrano più giusti di quanto la loro forza effettiva richiederebbe. Riteniamo dunque che altri, se avessero ricevuto ciò che possediamo noi, mostrerebbero al meglio quanto noi siamo moderati; mentre a noi, proprio dalla nostra moderazione, è toccata ingiustamente più cattiva reputazione che lode.
Infatti, pur essendo svantaggiati nelle cause contrattuali con gli alleati, e pur avendo istituito i giudizi presso noi stessi secondo le medesime leggi valide per tutti, sembriamo amanti dei processi. E nessuno di loro considera perché a chi ha un impero anche altrove e verso i sudditi è meno moderato di noi non venga rimproverata questa cosa: perché chi ha il potere di usare la forza non ha alcun bisogno di ricorrere ai tribunali. Costoro invece, abituati a trattare con noi alla pari, se in qualche modo si trovano svantaggiati, contro quanto ritenevano dovuto, per giudizio o per la forza che deriva dal nostro impero, non ci sono grati per non essere stati privati della parte maggiore, ma sopportano peggio la mancanza, come se, avessimo abbandonato fin dall'inizio ogni legge e praticato apertamente la sopraffazione. In quel caso, neppure loro stessi contesterebbero che il più debole non debba cedere al più forte. Gli uomini, a quanto pare, si adirano di più quando subiscono un torto piuttosto che quando subiscono violenza; il primo caso, infatti, sembra sopraffazione da parte di un pari, il secondo, invece, costrizione da parte di un più forte. Sotto il Medo, dunque, pur subendo cose peggiori di queste, sopportavano; il nostro impero invece sembra gravoso, e a ragione: il presente infatti è sempre pesante ai sudditi. Voi dunque, se, abbattuti noi, prendeste il comando, presto rovescereste in odio quel favore che avete ottenuto grazie al timore che incutiamo, se davvero mostrerete ora sentimenti simili a quelli che dimostraste allora, in breve tempo, quando guidaste contro il Medo. Voi infatti avete costumi propri incompatibili con quelli degli altri, e per di più, quando ciascuno di voi esce dal suo paese, non segue né questi né quelli usati dal resto della Grecia.
Deliberate dunque con lentezza, poiché non si tratta di questioni da poco, e non vi lasciate persuadere da giudizi altrui e da accuse, aggiungendo a voi stessi una pena che sarebbe vostra. Riconoscete prima, dunque, quanto grande sia l'imprevedibilità della guerra, prima di trovarvici dentro; prolungandosi, essa suole per lo più dipendere dal caso, di cui entrambi siamo ugualmente distanti, e in modo incerto si rischia come andrà a finire. Gli uomini, quando entrano in guerra, si rivolgono prima alle azioni che dovrebbero compiere dopo, e solo quando già soffrono si dedicano alle parole. Noi, non trovandoci ancora in un simile errore, e non vedendo neppure voi trovarvici, vi diciamo, finché per entrambi la buona decisione dipende ancora dalla propria volontà, di non rompere il trattato né di trasgredire i giuramenti, ma di risolvere le controversie per via giudiziaria, secondo l'accordo stabilito. Altrimenti, prendendo a testimoni gli dei dei giuramenti, cercheremo di difenderci, contro chi darà inizio alla guerra, nel modo in cui voi stessi ci guiderete».
Questo dissero gli Ateniesi. E dopo che i Lacedemoni ebbero ascoltato dagli alleati le accuse contro gli Ateniesi e dagli Ateniesi ciò che avevano detto, allontanati tutti, deliberavano tra loro sulla situazione presente. E l'opinione dei più convergeva sullo stesso punto, che gli Ateniesi commettessero ormai ingiustizia e che bisognasse fare guerra rapidamente; Ma Archidamo, il loro re, che sembrava essere uomo insieme intelligente e saggio, fattosi avanti, disse quanto segue.
Anch'io ormai sono esperto di molte guerre, o Lacedemoni, e vedo tra voi quelli della mia stessa età, cosicché nessuno desideri l'impresa per inesperienza, come potrebbe capitare ai più, né la giudichi buona e sicura. Trovereste che questo, su cui ora deliberate, non sarebbe affatto di poco conto, se qualcuno lo esaminasse con saggezza. Infatti contro i Peloponnesiaci e i popoli confinanti la nostra forza è pari alla loro, ed è possibile intervenire rapidamente in ciascun caso. Ma contro uomini che possiedono terre lontane e per di più sono espertissimi del mare, e sono forniti in modo ottimo di tutto il resto, ricchezza privata e pubblica, navi, cavalli, armi e una popolazione quale non esiste in nessun altro singolo luogo della Grecia, e per giunta hanno anche molti alleati tributari, Come si può facilmente intraprendere guerra contro costoro, e confidando in che cosa affrettarsi impreparati? Forse con le navi? Ma siamo inferiori. E se ci eserciteremo e ci prepareremo a nostra volta, ci vorrà tempo. Ma con il denaro? Ma in questo siamo ancora molto più carenti, e non lo abbiamo nelle casse pubbliche né lo forniamo prontamente dai beni privati.
Forse qualcuno prenderebbe coraggio perché siamo superiori a loro per armi e per numero, tanto da poter devastare la loro terra con incursioni. Ma essi hanno un'altra terra vasta su cui dominano, e via mare si procureranno ciò di cui hanno bisogno. E se a nostra volta tenteremo di staccare i loro alleati, sarà necessario aiutarli con le navi, dato che sono per lo più isolani. Che genere di guerra sarà dunque la nostra? Infatti se non prevarremo con le navi o non toglieremo loro le entrate con cui mantengono la flotta, saremo noi a subirne più danno. E a quel punto non sarà più bello nemmeno porre fine alla guerra, tanto più se sembreremo essere stati noi a iniziare il conflitto. Non lasciamoci dunque esaltare da quella speranza, che la guerra finirà presto se devastiamo la loro terra. Temo piuttosto che la lasceremo in eredità persino ai nostri figli. Tanto è probabile che gli Ateniesi, per il loro orgoglio, non si assoggettino alla terra né si spaventino della guerra come degli inesperti.
Non vi esorto però a lasciare con noncuranza che i nostri alleati siano danneggiati, né a non scoprire chi trama contro di loro, ma a non muovere ancora le armi, a mandare invece ambasciatori e a protestare, senza mostrare troppa guerra né che cederemo, e intanto a preparare le nostre forze procurandoci alleati, sia greci sia barbari, ovunque potremo trovare una qualche forza navale o di denaro (e non è biasimevole, per quanti come noi sono insidiati dagli Ateniesi, salvarsi prendendo non solo greci ma anche barbari), e insieme a procurarci i nostri propri mezzi. E se ascoltano qualcosa dei nostri ambasciatori, questo è l'ottimo; se no, trascorsi due o tre anni, sarà meglio, se lo si ritiene opportuno, muovere contro di loro ben preparati. E forse, vedendo già i nostri preparativi e i discorsi che ad essi si accompagnano in modo simile, cederebbero piuttosto, avendo ancora la terra intatta e deliberando su beni presenti e non ancora rovinati. Non crediate infatti che la loro terra sia altro che un ostaggio, e tanto più quanto meglio è coltivata; bisogna risparmiarla il più possibile, e non renderli, spingendoli alla disperazione, più difficili da afferrare. Se infatti, impreparati, spinti dalle accuse degli alleati, la devastassimo, badate che non agiamo in modo più vergognoso e più difficile per il Peloponneso. Le accuse infatti, sia delle città sia dei privati, si possono comporre; ma una guerra intrapresa da tutti insieme per interessi privati, di cui non è possibile sapere come andrà a finire, non è facile definirla in modo decoroso.
E a nessuno sembri viltà che in molti non muoviamo subito contro una sola città. Anche quelli infatti hanno alleati che portano denaro non meno di noi, e la guerra consiste non tanto nelle armi quanto nella spesa, grazie alla quale le armi sono utili, tanto più per popoli di terraferma contro popoli marittimi. Procuriamoci dunque prima di tutto questa, e non lasciamoci innalzare prima dai discorsi degli alleati; saremo noi infatti a portare per la maggior parte la responsabilità di ciò che ne deriverà, in un senso o nell'altro, perciò prevediamone qualcosa anche con calma.
E non vergognatevi della lentezza e degli indugi, di cui più ci rimproverano. Se infatti vi affrettaste, finireste più tardi, perché intraprendereste la guerra impreparati; e nello stesso tempo abitiamo sempre una città libera e la più gloriosa. E questo può essere soprattutto un accorto senno di misura; solo per questo infatti non ci esaltiamo nella buona sorte e cediamo meno di altri nelle sciagure; E quanti con lode ci incitano a imprese pericolose, contro ciò che a noi sembra giusto, non ci lasciamo trascinare dal piacere, e se mai qualcuno ci pungesse con biasimo, non per questo, adirati, ci lasciamo persuadere di più. Diventiamo abili in guerra e assennati grazie al nostro ordine, da un lato perché il pudore ha grandissima parte nella misura, e il coraggio nel pudore; assennati poi perché siamo educati con troppo poca dottrina per disprezzare le leggi e con tale severità da non poterle disobbedire, e perché, non essendo troppo intelligenti in cose inutili, biasimando a parole con eleganza i preparativi dei nemici ma agendo poi diversamente nei fatti, riteniamo invece che i pensieri dei vicini siano simili ai nostri, e che le sorti che capitano non si possano distinguere a parole. e sempre ci prepariamo nei fatti come contro nemici ben consigliati; e non bisogna riporre le speranze nel fatto che essi sbaglieranno, ma nel fatto che noi stessi provvediamo con sicurezza. Non bisogna credere che un uomo differisca molto da un altro, ma che sia il migliore chi è educato nelle cose più necessarie.
Queste discipline dunque, che i padri ci hanno tramandato e che anche noi, traendone sempre vantaggio, conserviamo, non abbandoniamole, né, spinti dalla fretta, decidiamo in una breve parte di un giorno su molte vite, ricchezze, città e reputazione, ma con calma. E ciò ci è possibile più che ad altri, grazie alla nostra forza. E mandate ambasciatori agli Ateniesi riguardo a Potidea, mandateli anche riguardo a ciò di cui gli alleati dicono di essere danneggiati, tanto più che essi sono pronti a sottoporsi a giudizio; e non è legittimo muovere guerra come contro chi commette ingiustizia prima ancora contro chi si offre di darne conto. Preparate intanto anche la guerra. Questa infatti sarà la decisione migliore che prenderete, e la più temibile per i nemici. Così parlò Archidamo; dopo di lui si fece avanti per ultimo Stenelaida, che allora era uno degli efori, e parlò così ai Lacedemoni.
«I lunghi discorsi degli Ateniesi non li capisco; infatti, dopo essersi lodati a lungo, non hanno negato in nessun punto di far torto ai nostri alleati e al Peloponneso; eppure, se contro i Medi furono valorosi allora, e contro di noi sono ora malvagi, meritano doppia pena, perché da buoni sono diventati cattivi. noi invece siamo uguali allora e ora, e i nostri alleati, se siamo saggi, non li lasceremo subire ingiustizia né tarderemo a soccorrerli; essi invece non tardano più a soffrire il male. altri infatti hanno molte ricchezze, navi e cavalli, noi invece abbiamo buoni alleati, che non vanno consegnati agli Ateniesi, né vanno risolte con processi e parole le questioni, per non essere danneggiati anche noi a parole soltanto, ma vanno vendicati subito e con tutta la forza. e nessuno ci insegni come conviene deliberare a chi subisce ingiustizia, ma piuttosto conviene deliberare a lungo a chi sta per commetterla. votate dunque, o Lacedemoni, la guerra in modo degno di Sparta, e non permettete che gli Ateniesi diventino più forti, né tradiamo gli alleati, ma con gli dei marciamo contro chi commette ingiustizia».
Dette queste cose, essendo egli stesso eforo, mise ai voti l'assemblea dei Lacedemoni. egli però (giudicano infatti a voce e non con la scheda) disse di non poter distinguere quale voce fosse maggiore, ma volendo spingerli a orientarsi più decisamente verso la guerra manifestando apertamente la loro opinione, disse: «chi di voi, o Lacedemoni, ritiene rotti i patti e che gli Ateniesi commettono ingiustizia, si alzi e vada in quel luogo», indicando loro un luogo, «chi invece non lo ritiene, vada dall'altra parte». essi si alzarono e si divisero, e furono molti di più quelli per cui i patti sembravano rotti. convocati gli alleati, dissero che a loro sembrava che gli Ateniesi commettessero ingiustizia, ma che volevano, chiamati tutti gli alleati, sottoporre la questione al voto, perché, deliberato in comune, facessero la guerra, se fosse sembrato bene. e questi tornarono a casa, sbrigata questa faccenda, e più tardi anche gli ambasciatori degli Ateniesi, trattato ciò per cui erano venuti; questa decisione dell'assemblea, che i patti fossero rotti, fu presa nel quattordicesimo anno da quando erano trascorsi i trent'anni della pace stipulata dopo i fatti di Eubea.
i Lacedemoni votarono che i patti fossero rotti e che si dovesse fare guerra, non tanto persuasi dai discorsi degli alleati, quanto temendo che gli Ateniesi diventassero ancora più potenti, vedendo che gran parte della Grecia era ormai sottomessa al loro potere.
Gli Ateniesi infatti giunsero in questo modo alle condizioni in cui crebbero in potenza. dopo che i Medi si ritirarono dall'Europa, sconfitti dai Greci sia per mare sia per terra, e quelli di loro che fuggirono con le navi a Micale furono distrutti, Leotichida, re dei Lacedemoni, che guidava i Greci a Micale, tornò a casa con gli alleati del Peloponneso, mentre gli Ateniesi e gli alleati della Ionia e dell'Ellesponto, ormai staccatisi dal re, rimasti assediavano Sesto, tenuta dai Medi, e passandovi l'inverno la presero, dopo che i barbari l'ebbero abbandonata, e dopo ciò salparono dall'Ellesponto ciascuno verso la propria città. lo stato ateniese, dopo che i barbari se ne furono andati dal loro territorio, subito fece tornare da dove li avevano messi al sicuro i figli, le donne e i beni superstiti, e si preparava a ricostruire la città e le mura; della cinta muraria infatti restava in piedi ben poco, e delle case molte erano crollate, poche invece erano rimaste, ed erano quelle in cui avevano alloggiato i potenti tra i Persiani.
Gli Spartani, accortisi di quanto stava accadendo, vennero con un'ambasceria: in parte perché anche loro stessi avrebbero visto più volentieri che né quelli né alcun altro avesse mura, ma soprattutto perché spinti dagli alleati e perché temevano la grandezza della loro flotta, che prima non esisteva, e l'audacia mostrata nella guerra contro i Medi. Chiedevano che essi non innalzassero mura, ma che piuttosto, insieme a loro, distruggessero anche i recinti murari di quanti, fuori dal Peloponneso, li avevano ancora in piedi, non rivelando agli Ateniesi il vero intento sospetto di questo disegno, ma sostenendo che, se il barbaro fosse tornato di nuovo, non avrebbe avuto da dove muovere con sicurezza, come ora da Tebe. Dicevano che il Peloponneso era per tutti un rifugio e una base sufficiente. Gli Ateniesi invece, su consiglio di Temistocle, risposero a chi degli Spartani aveva detto questo che avrebbero inviato loro ambasciatori riguardo a ciò di cui parlavano, e subito li congedarono. Temistocle ordinò che lui stesso fosse inviato quanto prima a Sparta, ma che gli altri, scelti come ambasciatori insieme a lui, non partissero subito, bensì aspettassero fino a quando avessero innalzato le mura a un'altezza sufficiente per difendersi dal punto strettamente necessario. Che tutti quelli in città, in massa, innalzassero le mura [uomini, donne e bambini insieme], senza risparmiare né edificio privato né pubblico da cui venisse qualche utilità all'opera, ma demolendo tutto. E lui, dopo aver spiegato questo e accennato al resto, cioè che si sarebbe occupato personalmente degli affari laggiù, partì. E giunto a Sparta, non si presentava alle autorità, ma indugiava e accampava scuse. E ogni volta che qualcuno dei magistrati gli chiedeva perché non si presentasse in assemblea, diceva che aspettava i suoi colleghi ambasciatori, i quali, trattenuti da qualche impegno, erano rimasti indietro, ma che si aspettava che arrivassero presto, e si meravigliava che ancora non fossero presenti.
Quelli, ascoltando, credevano a Temistocle per l'amicizia che avevano con lui, ma poiché altri arrivavano e denunciavano chiaramente che le mura venivano innalzate e già raggiungevano una certa altezza, non sapevano come non credere. Egli, resosi conto, li invitava a non lasciarsi ingannare dalle parole, ma a mandare piuttosto propri uomini onesti che, dopo aver osservato, riferissero con lealtà. Essi dunque mandano gli osservatori, e riguardo a loro Temistocle manda segretamente a dire agli Ateniesi di trattenerli nel modo meno appariscente possibile e di non lasciarli andare finché essi stessi non fossero tornati a loro volta (già infatti gli erano arrivati i suoi colleghi ambasciatori, Abronico figlio di Lisicle e Aristide figlio di Lisimaco, ad annunciare che le mura avevano ormai raggiunto un'altezza sufficiente): temeva infatti che gli Spartani, non appena avessero saputo la verità con chiarezza, non li lasciassero più andare. Gli Ateniesi dunque trattenevano gli ambasciatori, come era stato loro ordinato, e Temistocle, presentatosi agli Spartani, allora finalmente disse apertamente che la loro città era ormai fortificata al punto da poter salvare i suoi abitanti, e che se gli Spartani o gli alleati volevano inviare ambascerie presso di loro, dovevano d'ora in poi trattare con gente capace di distinguere ciò che era utile a se stessa e ciò che era comune. Dissero infatti che, quando sembrò meglio abbandonare la città e imbarcarsi sulle navi, avevano osato deciderlo da soli senza gli Spartani, e che, quanto alle decisioni prese insieme a loro, non erano apparsi secondi a nessuno per saggezza. Pensavano dunque che anche ora fosse meglio che la loro città avesse mura, e che ciò sarebbe stato più utile sia privatamente ai cittadini sia verso tutti gli alleati. Non era infatti possibile deliberare in comune su basi simili o eque, se non partendo da una preparazione equivalente. Disse dunque che bisognava o che tutti fossero alleati senza mura, o che si riconoscesse che anche questo era giusto.
Gli Spartani, udito ciò, non manifestarono apertamente collera verso gli Ateniesi (infatti non erano venuti in ambasceria per impedire l'opera, ma, in apparenza, per dare un consiglio nell'interesse comune, mentre in realtà erano allora particolarmente ben disposti verso di loro per lo zelo mostrato contro i Medi), tuttavia, delusi nel loro proposito, se ne dolevano segretamente. E gli ambasciatori di entrambe le parti tornarono in patria senza reciproche accuse.
In questo modo gli Ateniesi fortificarono la città in poco tempo. E la costruzione è evidente ancora oggi, che avvenne in fretta. Infatti le fondamenta poggiano su pietre di ogni tipo, in certi punti non lavorate insieme, ma come ciascuno le portava di volta in volta, e vi furono incastrate molte stele di tombe e pietre lavorate. Infatti il perimetro della città fu esteso più ampio in ogni direzione, e per questo, smuovendo ogni cosa senza distinzione, si affrettavano. Temistocle persuase anche a costruire il resto del Pireo (i lavori vi erano cominciati in precedenza, durante l'anno del suo arcontato annuale ad Atene), ritenendo che il luogo fosse bello, avendo tre porti naturali, e che essendo essi già diventati un popolo di marinai, ciò contribuisse molto ad acquisire potenza (fu infatti il primo a osare dire che bisognava tenersi saldi al mare), e cominciò subito a preparare quell'inizio. E secondo il suo progetto costruirono lo spessore della cinta muraria, che ancora oggi si vede intorno al Pireo. Due carri infatti, procedendo l'uno contro l'altro, portavano le pietre. All'interno non c'era né ghiaia né argilla, ma grandi pietre squadrate a taglio, murate insieme e legate tra loro all'esterno con ferro e piombo. L'altezza fu completata all'incirca per la metà di quanto progettava. Voleva infatti che grandezza e spessore tenessero lontani i complotti dei nemici, e riteneva che a fare la guardia bastassero pochi uomini, anche i meno utili, mentre gli altri sarebbero saliti sulle navi. Alle navi infatti dava massima importanza, avendo capito, a mio avviso, che per l'esercito del re l'attacco via mare era più agevole di quello via terra. E riteneva il Pireo più utile della città alta, e spesso esortava gli Ateniesi, se mai un giorno fossero sopraffatti per terra, a scendere lì e resistere a tutti con le navi. Gli Ateniesi dunque si fortificarono così, e prepararono il resto subito dopo la ritirata dei Medi.
Pausania figlio di Cleombroto fu inviato da Sparta come comandante dei Greci con venti navi dal Peloponneso. Navigavano insieme anche gli Ateniesi con trenta navi, e una moltitudine degli altri alleati. E fecero una spedizione a Cipro e ne sottomisero la maggior parte, e in seguito a Bisanzio, che era in mano ai Medi, e la espugnarono con un assedio, sotto questo comando.
Poiché ormai egli si mostrava violento, gli altri Greci ne erano irritati, e non meno gli Ioni e quanti erano stati appena liberati dal dominio del re. Recandosi presso gli Ateniesi, chiedevano che diventassero loro guida in virtù della parentela e che non cedessero a Pausania, se mai usasse violenza. Gli Ateniesi accolsero queste richieste e vi rivolsero attenzione, decisi a non restare indifferenti e a sistemare il resto come sembrasse loro meglio. In questo frangente gli Spartani richiamavano Pausania per interrogarlo su ciò di cui erano venuti a sapere. Infatti molte ingiustizie gli venivano imputate dai Greci che arrivavano, e il suo comportamento appariva più imitazione di tirannide che comando militare. Gli capitò che, proprio mentre veniva richiamato, gli alleati, per odio verso di lui, passassero dalla parte degli Ateniesi, tranne i soldati del Peloponneso. Giunto a Sparta fu chiamato a rendere conto di alcune ingiustizie commesse verso privati, ma fu assolto dalle accuse più gravi. Gli si imputava soprattutto il tradimento a favore dei Medi, e sembrava la cosa più evidente. E lui non lo inviarono più come comandante, ma Dorcide e alcuni altri con lui, alla guida di un contingente non numeroso. A loro gli alleati non concessero più il comando. Essi, resosene conto, se ne andarono, e gli Spartani in seguito non inviarono più altri comandanti, temendo che chi usciva da Sparta finisse per corrompersi, come avevano constatato nel caso di Pausania, e volendo anche liberarsi dalla guerra contro i Medi, e ritenendo gli Ateniesi capaci di guidarla e, nella situazione del momento, adatti a loro.
Assunto dunque gli Ateniesi il comando in questo modo, con il consenso degli alleati, per l'odio verso Pausania, stabilirono quali città dovessero fornire denaro contro il barbaro e quali navi. Il pretesto infatti era di vendicarsi dei torti subiti, devastando il territorio del re. E allora per la prima volta gli Ateniesi istituirono la magistratura degli Ellenotami, che riscuotevano il tributo. Così infatti fu chiamato il versamento del denaro. Il primo tributo fissato fu di quattrocentosessanta talenti. Delo era il loro tesoro, e le assemblee si tenevano nel santuario.
Pur governando dapprima alleati autonomi che deliberavano in comuni assemblee, intrapresero tante imprese di guerra e di amministrazione degli affari nell'intervallo fra questa guerra e quella persiana, che avvennero sia contro il barbaro sia contro i propri alleati quando si ribellavano, e contro i Peloponnesiaci che di volta in volta si trovavano coinvolti in ciascun caso. Ho scritto queste cose e ho fatto questa digressione dal racconto per questo motivo, perché a tutti quelli prima di me questo argomento era rimasto tralasciato, e componevano o le vicende greche precedenti alle guerre persiane o le stesse guerre persiane. Di questi fatti, colui che pure li toccò nella sua storia attica, Ellanico, ne fece menzione brevemente e non con esattezza cronologica. Nello stesso tempo questo racconto offre anche una dimostrazione di come si costituì l'impero degli Ateniesi.
Anzitutto presero Eione sullo Strimone, tenuta dai Medi, con un assedio, e la ridussero in schiavitù, mentre era stratego Cimone figlio di Milziade. Poi ridussero in schiavitù Sciro, l'isola nell'Egeo abitata dai Dolopi, e la colonizzarono essi stessi. Contro i Caristi, senza il resto degli Eubei, ci fu invece una guerra, e col tempo vennero a un accordo. Contro i Nassii, dopo che si erano ribellati, combatterono e li sottomisero con un assedio; questa fu la prima città alleata a essere asservita contro l'ordine stabilito, e poi lo stesso accadde per le altre, a seconda dei casi.
Le cause delle rivolte erano diverse, ma le maggiori erano le mancanze nei tributi e nelle navi, e la diserzione militare, quando capitava a qualcuno. Gli Ateniesi infatti esigevano con rigore ed erano fastidiosi, imponendo gli obblighi a chi non era abituato né disposto a patire fatiche. E anche in altri modi gli Ateniesi non erano più governanti graditi come prima: non partecipavano più alle spedizioni su un piano di parità, ed era facile per loro sottomettere quanti si ribellavano. Di ciò furono essi stessi causa, gli alleati. Per la loro riluttanza verso le spedizioni militari, infatti, la maggior parte di essi, per non restare lontani da casa, si accordarono a versare denaro invece delle navi, la somma corrispondente alla spesa dovuta; e per gli Ateniesi la flotta cresceva grazie a quel finanziamento che quelli contribuivano, mentre essi stessi, quando poi si ribellavano, si trovavano impreparati e inesperti alla guerra.
Dopo questi fatti avvenne anche la battaglia terrestre e navale presso il fiume Eurimedonte in Panfilia, degli Ateniesi e degli alleati contro i Medi, e nello stesso giorno gli Ateniesi vinsero entrambe le battaglie mentre era stratego Cimone figlio di Milziade, e presero triremi dei Fenici e le distrussero tutte fino a duecento. Col tempo, poi, accadde che i Tasii si ribellassero, essendo in disaccordo riguardo agli empori nella Tracia di fronte e alla miniera che sfruttavano. E gli Ateniesi, navigando con le navi contro Taso, vinsero in una battaglia navale e sbarcarono sulla terra, mentre verso lo Strimone inviarono diecimila coloni, dei propri cittadini e degli alleati, nello stesso periodo, per fondare quella che allora si chiamava Nove Vie, e ora Anfipoli; delle Nove Vie essi conquistarono il controllo, che erano tenute dagli Edoni, ma avanzando dalla Tracia verso l'interno furono distrutti a Drabesco, in territorio edone, da tutti quanti i Traci, per i quali era ostile che quel luogo, le Nove Vie, venisse fondato.
I Tasii, sconfitti in battaglia e assediati, invocavano i Lacedemoni ed esortavano a venire in aiuto invadendo l'Attica. Essi promisero di nascosto dagli Ateniesi e stavano per farlo, ma furono impediti dal terremoto che avvenne, durante il quale anche i loro Iloti e, tra i perieci, i Turiati e gli Etei si ribellarono a Itome. La maggior parte degli Iloti erano discendenti degli antichi Messeni allora asserviti. Per questo tutti furono chiamati anche Messeni. Contro coloro che erano a Itome, dunque, la guerra durava per i Lacedemoni, I Tasii invece, assediati nel terzo anno, si accordarono con gli Ateniesi: abbattendo le mura e consegnando le navi, impegnandosi a restituire subito quanto dovuto in denaro e a continuare a pagarlo in seguito, cedendo il continente e la miniera.
I Lacedemoni, poiché la guerra contro quelli di Itome si protraeva, chiamarono in aiuto altri alleati, tra cui gli Ateniesi. Essi vennero, al comando di Cimone, con un contingente non piccolo. Li chiamarono soprattutto perché sembravano capaci di espugnare le mura, mentre agli altri, protraendosi un lungo assedio, questa capacità sembrava mancare. Con la forza infatti avrebbero potuto prendere la fortezza. E da questa spedizione nacque per la prima volta un dissidio evidente tra Lacedemoni e Ateniesi. I Lacedemoni infatti, poiché la fortezza non veniva presa con la forza, temendo l'audacia e lo spirito innovatore degli Ateniesi, e ritenendoli al tempo stesso di stirpe diversa, per timore che, se fossero rimasti, persuasi da quelli di Itome tentassero qualche sovversione, li rimandarono indietro, unici fra gli alleati, senza rivelare il sospetto, ma dicendo che non avevano più bisogno di loro. Gli Ateniesi invece capirono di non essere rimandati per un motivo onorevole, ma perché era sorto qualche sospetto, e presa la cosa come un affronto, non ritenendo giusto subire questo dai Lacedemoni, appena si furono ritirati, abbandonando l'alleanza stretta con loro contro il Medo, divennero alleati degli Argivi, nemici di quelli, e insieme, verso i Tessali, si stabilì per entrambi lo stesso giuramento e la stessa alleanza.
Nel decimo anno, quelli che erano a Itome, non potendo più resistere, si accordarono con i Lacedemoni a condizione di uscire dal Peloponneso sotto tregua e di non mettervi mai più piede. E se qualcuno fosse stato catturato, sarebbe stato schiavo di chi lo avesse preso. C'era anche, da tempo prima, un oracolo pitico per i Lacedemoni, di lasciare libero il supplice di Zeus Itometa. Uscirono essi stessi, con i figli e le donne, e gli Ateniesi, accogliendoli, ormai per l'odio verso i Lacedemoni, li stabilirono a Naupatto, città che avevano da poco preso ai Locresi Ozoli che la possedevano. Anche i Megaresi passarono in alleanza con gli Ateniesi, staccandosi dai Lacedemoni, perché i Corinzi li tenevano oppressi in guerra per i confini del territorio. E gli Ateniesi occuparono Megara e Pege, e costruirono per i Megaresi le lunghe mura dalla città fino a Nisea, e le presidiarono essi stessi. E fu proprio da questo che, non poco, cominciò per la prima volta a nascere nei Corinzi un odio violento verso gli Ateniesi.
Inaro, figlio di Psammetico, un libico, re dei Libici confinanti con l'Egitto, muovendo da Marea, città sopra Faro, staccò la maggior parte dell'Egitto dal re Artaserse, e, divenuto egli stesso sovrano, chiamò in aiuto gli Ateniesi. Essi, che si trovavano per caso a fare una spedizione contro Cipro con duecento navi loro e degli alleati, vennero abbandonando Cipro, e risalendo dal mare fino al Nilo, tenendo il controllo del fiume e delle due parti di Menfi, combattevano contro la terza parte, chiamata Muro Bianco. Vi si trovavano là i Persiani e i Medi che si erano rifugiati, e gli Egiziani che non si erano ribellati insieme agli altri.
Gli Ateniesi, sbarcati con le navi ad Alie, si scontrarono in battaglia con Corinzi ed Epidauri, e vinsero i Corinzi. Più tardi gli Ateniesi combatterono per mare a Cecrifalea contro le navi dei Peloponnesiaci, e vinsero gli Ateniesi. Scoppiata poi la guerra con gli Egineti, gli Ateniesi ebbero una grande battaglia navale contro Egina, fra Ateniesi ed Egineti, e gli alleati erano presenti da entrambe le parti, e vinsero gli Ateniesi: presero settanta navi nemiche, sbarcarono sul loro territorio e lo assediarono, comandante Leocrate figlio di Stroibo. Allora i Peloponnesiaci, volendo difendere gli Egineti, mandarono in Egina trecento opliti, prima ausiliari di Corinzi ed Epidauri, occuparono le alture della Geranea e i Corinzi scesero nella Megaride con gli alleati, pensando che gli Ateniesi non sarebbero riusciti a soccorrere i Megaresi, essendo gran parte dell'esercito assente sia a Egina sia in Egitto. E se pure fossero venuti in aiuto, li avrebbero fatti ritirare da Egina. Gli Ateniesi non mossero l'esercito che si trovava presso Egina, ma dei rimasti in città i più anziani e i più giovani giunsero a Megara, comandante Mironide. Combattuta una battaglia in equilibrio contro i Corinzi, si separarono l'uno dall'altro, e ciascuno dei due pensò di non aver avuto la peggio nello scontro. Gli Ateniesi, poiché comunque avevano prevalso di più, dopo il ritiro dei Corinzi eressero un trofeo. I Corinzi, biasimati dagli anziani in città, si prepararono e, tornati circa dodici giorni dopo, eressero anch'essi un trofeo come se avessero vinto. Ma gli Ateniesi, accorsi da Megara, uccisero quelli che stavano erigendo il trofeo e, attaccando battaglia con gli altri, prevalsero.
I vinti si ritiravano, e una loro parte non piccola, spinta con violenza e smarrita la strada, cadde in un terreno privato, che per caso era circondato da un grande fossato, e non c'era via d'uscita. Gli Ateniesi, resisi conto, li bloccavano di fronte con gli opliti e, circondati in cerchio con i fanti leggeri, lapidarono tutti quelli che erano entrati, e questa fu una grande disgrazia per i Corinzi. Il resto del loro esercito si ritirò verso casa.
In quel periodo gli Ateniesi cominciarono a costruire fino al mare le lunghe mura, quella verso Falero e quella verso il Pireo. I Focesi mossero in armi contro Doride, la madrepatria dei Lacedemoni, contro Beo, Citinio ed Erineo, e presa una di queste città, i Lacedemoni, sotto la guida di Nicomede figlio di Cleombroto, che comandava per conto di Pleistoanatte figlio di Pausania, il re ancora giovane, portarono soccorso ai Dori con millecinquecento opliti propri e diecimila degli alleati, e costretti i Focesi per accordo a restituire la città si ritirarono di nuovo. Via mare, se avessero voluto attraversare il golfo di Crisa, gli Ateniesi, circumnavigando con le navi, erano pronti a impedirlo. Ma attraverso la Geranea non sembrava loro sicuro passare, poiché gli Ateniesi tenevano Megara e Pege. Infatti la Geranea era difficile da attraversare ed era sempre presidiata dagli Ateniesi, e allora seppero che essi erano intenzionati a impedirlo anche di lì. Decisero allora di fermarsi in Beozia e valutare in che modo attraversare nel modo più sicuro. In parte, poi, anche alcuni Ateniesi li spingevano di nascosto, sperando di porre fine alla democrazia e alla costruzione delle lunghe mura. Gli Ateniesi mossero contro di loro in massa, insieme a mille Argivi e agli altri alleati, ciascuno secondo il proprio contingente. In tutto furono quattordicimila. Pensando che fossero in difficoltà su dove passare, mossero contro di loro, anche per il sospetto di un colpo contro la democrazia. Vennero anche cavalieri tessali in aiuto agli Ateniesi in virtù dell'alleanza, i quali però nel corso dello scontro passarono dalla parte dei Lacedemoni.
Avvenuta una battaglia a Tanagra di Beozia, vinsero i Lacedemoni e i loro alleati, e la strage fu grande su entrambi i lati. I Lacedemoni, giunti nella Megaride e devastati gli alberi, tornarono indietro verso casa per la Geranea e l'Istmo; Gli Ateniesi invece, il sessantaduesimo giorno dopo la battaglia, marciarono contro i Beoti sotto il comando di Mironide, e vinti i Beoti in battaglia a Enofita si impadronirono del territorio della Beozia e della Focide, abbatterono le mura dei Tanagrei e presero come ostaggi cento uomini fra i più ricchi dei Locresi Opunzi, e completarono le proprie lunghe mura. Dopo questi fatti anche gli Egineti si sottomisero agli Ateniesi, abbattendo le mura, consegnando le navi e imponendosi un tributo per il tempo a venire. Gli Ateniesi circumnavigarono il Peloponneso sotto il comando di Tolmide figlio di Tolmeo, incendiarono l'arsenale dei Lacedemoni, presero Calcide, città dei Corinzi, e sconfissero in battaglia i Sicionii sbarcando sulla loro terra.
Gli Ateniesi in Egitto e gli alleati restavano, e per loro si presentarono molte forme di guerra. In un primo momento infatti gli Ateniesi dominavano l'Egitto, e il re manda a Sparta Megabazo, un Persiano con del denaro, affinché, convinti i Peloponnesiaci a invadere l'Attica, ritirasse gli Ateniesi dall'Egitto. Ma poiché la cosa non gli riusciva e il denaro si sperperava inutilmente, Megabazo se ne tornò in Asia con quel che restava del denaro, e il re manda invece Megabizo figlio di Zopiro, un Persiano, con un grande esercito; il quale, giunto per via di terra, sconfisse in battaglia gli Egiziani e gli alleati, scacciò i Greci da Menfi e infine li rinchiuse nell'isola di Prosopitide, assediandoli lì per un anno e sei mesi, finché, prosciugato il canale e deviata altrove l'acqua, non fece arenare le navi e trasformò gran parte dell'isola in terraferma, e passando a piedi la prese.
Così le forze dei Greci, dopo sei anni di guerra, furono distrutte; pochi, tra i molti, marciando attraverso la Libia si salvarono giungendo a Cirene, i più invece perirono. L'Egitto tornò di nuovo sotto il re, tranne Amirteo, re nelle paludi; costui non riuscivano a catturarlo per la vastità della palude, e insieme perché i palustri sono i più bellicosi tra gli Egiziani. Inaro, re dei Libii, che aveva fatto tutto riguardo all'Egitto, catturato per tradimento, fu crocifisso. Da Atene e dal resto della lega, cinquanta triremi di rincalzo, navigando verso l'Egitto, approdarono presso il ramo Mendesio, senza sapere nulla di quanto era accaduto; e piombando su di loro le fanterie da terra e la flotta fenicia dal mare distrussero la maggior parte delle navi, mentre le poche restanti riuscirono a fuggire di nuovo. Così si concluse la grande spedizione degli Ateniesi e degli alleati in Egitto.
Dalla Tessaglia Oreste, figlio di Echecratide re dei Tessali, in esilio, convinse gli Ateniesi a riportarlo in patria; e presi con sé i Beoti e i Focesi, che erano alleati, gli Ateniesi marciarono contro Farsalo, in Tessaglia. E dominavano il territorio per quanto potevano senza avanzare troppo con le armi, poiché la cavalleria dei Tessali glielo impediva, ma non presero la città, né riuscì loro nient'altro di quanto erano venuti a fare, e se ne tornarono indietro con Oreste, senza aver concluso nulla. Dopo questi fatti, non molto tempo dopo, mille Ateniesi, imbarcatisi sulle navi a Pege, che essi stessi possedevano, navigarono lungo la costa fino a Sicione sotto il comando di Pericle figlio di Santippo, e sbarcati sconfissero in battaglia i Sicioni che si erano fatti loro incontro. E subito, presi con sé gli Achei, traversato il mare oltre l'Acarnania, marciarono contro Oiniadi e la assediarono, ma non riuscirono a prenderla, e se ne tornarono in patria.
Più tardi, passati tre anni, si concluse una tregua quinquennale tra i Peloponnesiaci e gli Ateniesi. E gli Ateniesi si astennero dalla guerra fra Greci, ma si spinsero verso Cipro con duecento navi loro e degli alleati, sotto il comando di Cimone. Sessanta di quelle navi salparono verso l'Egitto, poiché le richiamava Amirteo, re nelle paludi, mentre le altre assediavano Cizio. Morto Cimone e sopraggiunta la carestia, si ritirarono da Cizio, e navigando al largo di Salamina di Cipro combatterono insieme per mare e per terra contro Fenici, Ciprioti e Cilici, e vincendo su entrambi i fronti tornarono in patria, insieme alle navi tornate dall'Egitto a raggiungerli. Dopo questi fatti gli Spartani condussero la cosiddetta guerra sacra, e presosi il controllo del santuario di Delfi lo consegnarono ai Delfi; ma di nuovo in seguito, quando essi si furono ritirati, gli Ateniesi mossero in armi e, presosi il controllo, lo consegnarono ai Focesi.
E passato del tempo dopo questi fatti, poiché i fuoriusciti Beoti occupavano Orcomeno, Cheronea e altre località della Beozia, gli Ateniesi mossero con mille dei loro opliti e con quanti alleati vollero unirsi contro quelle località ostili, sotto il comando di Tolmide figlio di Tolmeo. E presa Cheronea e ridotti in schiavitù gli abitanti, si ritiravano dopo avervi posto un presidio. Ma mentre marciavano, a Coronea li assalirono i fuoriusciti beoti da Orcomeno, insieme ai Locresi, ai fuoriusciti euboici e a quanti condividevano il loro pensiero, e vincendo in battaglia uccisero alcuni degli Ateniesi, altri li presero vivi. E gli Ateniesi abbandonarono tutta la Beozia, dopo aver stipulato un accordo alla condizione che avrebbero riavuto indietro i loro uomini. E i fuoriusciti beoti, tornati in patria, e tutti gli altri, tornarono di nuovo indipendenti.
Dopo questi fatti, non molto dopo, l'Eubea si staccò da Atene, e quando Pericle era già passato lì con l'esercito ateniese, gli fu annunciato che Megara si era ribellata e che i Peloponnesiaci stavano per invadere l'Attica, e che i presidi ateniesi erano stati distrutti dai Megaresi, tranne quelli che erano fuggiti a Nisea; I Megaresi si erano ribellati facendosi aiutare dai Corinzi, dai Sicioni e dagli Epidauri. E Pericle riportava di nuovo in fretta l'esercito dall'Eubea. E dopo di ciò i Peloponnesiaci, invasa la parte dell'Attica verso Eleusi e Tria, la devastarono sotto la guida di Pleistoanatte figlio di Pausania re degli Spartani, e senza avanzare oltre se ne tornarono in patria. E gli Ateniesi, tornati di nuovo in Eubea sotto il comando di Pericle, la sottomisero tutta, e mentre il resto lo sistemarono per accordo, cacciarono via gli abitanti di Estiea e presero essi stessi il loro territorio.
E ritirati dall'Eubea, non molto dopo stipularono una tregua trentennale con gli Spartani e i loro alleati, restituendo Nisea, Pege, Trezene e l'Acaia; questi infatti erano territori dei Peloponnesiaci che gli Ateniesi occupavano. Nel sesto anno scoppiò guerra tra Sami e Milesi a proposito di Priene, e i Milesi, avendo la peggio nella guerra, si recarono dagli Ateniesi ad accusare i Sami a gran voce. Si unirono a loro anche alcuni privati cittadini della stessa Samo, che volevano rovesciare il governo. Navigando dunque gli Ateniesi verso Samo con quaranta navi, vi stabilirono la democrazia, e presero come ostaggi dei Sami cinquanta ragazzi e altrettanti uomini, e li depositarono a Lemno, e lasciandovi un presidio se ne tornarono. Ma tra i Sami ce n'erano alcuni che non si rassegnarono, e fuggirono sul continente, e stretta alleanza con i più potenti della città e con Pissutne figlio di Istaspe, che allora governava Sardi, raccolti circa settecento mercenari passarono di notte a Samo, e dapprima insorsero contro il partito democratico e ne sottomisero la maggior parte, poi, sottratti di nascosto gli ostaggi da Lemno, staccarono i loro dagli Ateniesi, e consegnarono a Pissutne i presidi ateniesi e i magistrati che erano presso di loro, e subito si prepararono a marciare contro Mileto. E con loro si ribellarono anche i Bizantini.
Gli Ateniesi, appena lo seppero, navigando con sessanta navi verso Samo, non impiegarono sedici di queste navi, poiché alcune erano andate verso la Caria in ricognizione delle navi fenicie, altre a Chio e a Lesbo a chiedere aiuti in giro; ma con quarantaquattro navi, sotto il comando di Pericle e altri nove, combatterono presso l'isola di Traghia contro settanta navi dei Sami, di cui venti erano navi da trasporto truppe (tutte, per caso, provenivano da Mileto), e gli Ateniesi vinsero. In seguito arrivarono in loro aiuto da Atene quaranta navi, e venticinque dei Chii e dei Lesbii, e sbarcati e ottenuto il predominio con la fanteria assediavano la città con tre linee di mura e insieme dal mare. Pericle, prese sessanta navi tra quelle all'ancora, partì in fretta verso Cauno e la Caria, poiché era stato annunciato che navi fenicie stavano navigando contro di loro; era infatti partito anche da Samo, con cinque navi, Stesagora con altri, contro le navi fenicie.
Nel frattempo i Sami, facendo un'improvvisa sortita e piombando sul campo indifeso, distrussero le navi di avanguardia e, combattendo per mare, vinsero quelle che erano uscite contro di loro, e dominarono il mare intorno a sé per circa quattordici giorni, e portarono dentro e fuori ciò che volevano. Ma tornato Pericle con le navi, furono di nuovo rinchiusi. E da Atene giunsero poi in soccorso quaranta navi con Tucidide, Agnone e Formione, venti con Tlepolemo e Anticle, e da Chio e Lesbo trenta. E i Sami sostennero un breve scontro navale, ma essendo incapaci di resistere furono sconfitti dall'assedio al nono mese e si arresero per accordo, abbattendo le mura, dando ostaggi, consegnando le navi e impegnandosi a restituire nel tempo le spese sostenute. E anche i Bizantini accettarono di tornare sudditi, come prima.
Dopo questi fatti, non molti anni più tardi, accadono gli eventi già annunciati, quelli di Corcira, quelli di Potidea e quanto divenne occasione di questa guerra. Tutti questi eventi, quanto fecero i Greci gli uni contro gli altri e contro i barbari, avvennero in circa cinquant'anni, tra il ritiro di Serse e l'inizio di questa guerra; in cui gli Ateniesi resero il loro dominio più saldo e loro stessi progredirono verso una grande potenza, mentre gli Spartani, pur accorgendosene, non li ostacolarono se non per breve tempo, e restarono inattivi per la maggior parte del tempo, sia perché già prima non erano rapidi a muovere guerra, se non costretti, sia perché in parte trattenuti da guerre proprie, finché la potenza degli Ateniesi non crebbe apertamente e non toccò la loro stessa alleanza. Allora non lo giudicarono più sopportabile, ma parve che bisognasse attaccare con ogni impegno e abbattere quella potenza, se ne fossero capaci, intraprendendo questa guerra. Gli stessi Spartani dunque avevano deciso che le tregue erano state infrante e che gli Ateniesi erano colpevoli, ma mandando messi a Delfi interrogarono il dio se sarebbe stato meglio fare guerra; E il dio rispose loro, come si dice, che a chi avesse fatto guerra con tutte le forze sarebbe toccata la vittoria, e disse che egli stesso avrebbe dato aiuto, sia invocato sia non invocato.
Convocati di nuovo gli alleati, volevano mettere ai voti se bisognasse fare guerra. Giunti gli ambasciatori dell'alleanza e tenutasi l'assemblea, gli altri dissero ciò che volevano, e la maggior parte accusava gli Ateniesi e chiedeva che scoppiasse la guerra, I Corinzi, che già prima avevano supplicato in privato ciascuna città affinché votasse la guerra, temendo che Potidea venisse distrutta prima, presenti anche allora e giunti per ultimi, parlarono così.
Non potremmo più accusare i Lacedemoni, o uomini alleati, di non aver votato anch'essi la guerra e di non averci ora radunati a questo scopo. Bisogna infatti che i capi, distribuendo equamente i propri interessi, provvedano a quelli comuni, come del resto in ogni altra cosa sono onorati da tutti più degli altri. Fra noi, quanti hanno già avuto scambi con gli Ateniesi non hanno bisogno di insegnamenti per guardarsi da loro; quanti invece abitano più nell'interno e non lungo una via di passaggio devono sapere che, se non aiuteranno quelli della costa, avranno più difficoltà a trasportare i prodotti stagionali e a ricevere in cambio ciò che il mare offre alla terraferma, e non devono giudicare male ciò che ora si dice, come se non li riguardasse, ma aspettarsi che, se si abbandonano quelli della costa, il pericolo possa arrivare anche fino a loro, e deliberare ora sulla propria sorte non meno degli altri. Per questo essi non devono esitare a scegliere la guerra al posto della pace. È infatti proprio degli uomini saggi restare in pace, se non subiscono ingiustizia, ed è proprio degli uomini valorosi, se la subiscono, passare dalla pace alla guerra e, quando l'occasione lo permette, tornare dalla guerra a un accordo, senza inorgoglirsi per la fortuna in guerra né lasciarsi fare ingiustizia per il piacere di una pace tranquilla. Infatti chi esita per amore del piacere perderebbe rapidissimamente, restando inerte, proprio quella dolcezza dell'agio per cui esita, e chi si esalta per la fortuna in guerra non si rende conto di lasciarsi trascinare da un coraggio infondato. Molte cose infatti, decise male, hanno avuto successo perché si sono scontrate con avversari ancora meno accorti, e ancora più spesso ciò che sembrava ben deliberato è finito per rovesciarsi vergognosamente nel suo contrario; Nessuno infatti pianifica con la stessa sicurezza con cui poi agisce nei fatti, ma progettiamo al sicuro, mentre nell'azione veniamo meno per paura.
Noi, che pure subiamo un torto, solleviamo ora la guerra, e abbiamo accuse sufficienti; e quando ci saremo vendicati sugli Ateniesi, la deporremo a tempo debito. Per molte ragioni è probabile che noi prevaliamo: prima di tutto perché siamo superiori per numero ed esperienza militare, poi perché tutti allo stesso modo obbediamo agli ordini; e la flotta, nella quale essi sono forti, la allestiremo con i beni che ciascuno possiede e con il denaro che è a Delfi e a Olimpia. Infatti, contraendo un prestito, siamo in grado di sottrarre con una paga maggiore i loro marinai stranieri. La potenza degli Ateniesi, infatti, è comprata più che propria; la nostra invece ne soffrirebbe meno, forte più negli uomini che nel denaro. Con una sola vittoria navale, verosimilmente, sono sconfitti; e se resistessero, anche noi ci eserciteremo più a lungo nelle cose navali, e quando avremo portato la nostra perizia al loro livello, allora certo li supereremo nel coraggio. Ciò che noi possediamo di buono per natura, a loro non potrebbe venire con l'insegnamento; ciò in cui essi ci superano per competenza, per noi è superabile con l'esercizio. E per avere denaro per queste cose, lo forniremo. Sarebbe assurdo se gli alleati di quelli, pur pagando per la propria schiavitù, non si stancassero, mentre noi non spendessimo per punire i nemici e insieme salvarci, e per non subire mali da parte loro, spogliati di questi beni.
Ci sono per noi anche altre vie di guerra: il distacco degli alleati, che è soprattutto una sottrazione delle entrate con cui essi sono forti, e la fortificazione nel loro territorio, e altre cose ancora che ora nessuno potrebbe prevedere. La guerra, infatti, procede pochissimo secondo patti stabiliti, ma da sé, per lo più, escogita secondo l'occasione; in questo, chi la affronta con animo calmo è più saldo, chi invece si adira contro di essa commette non minori errori. Consideriamo anche che, se le nostre divergenze fossero, per ciascuno di noi, con avversari pari a noi riguardo ai confini del territorio, sarebbe sopportabile. Ma ora gli Ateniesi sono forti abbastanza contro tutti noi insieme, e città per città sono ancora più potenti, cosicché, se non ci difenderemo da loro con un unico proposito, sia tutti insieme, sia per popoli, sia per ogni singola città, ci sottometteranno senza fatica, divisi come saremo. E ciascuno sappia che la sconfitta, anche se a qualcuno può suonare terribile a sentirsi, non porta nient'altro che una schiavitù totale; ed è vergognoso perfino solo a pensarlo per il Peloponneso, che tante città soffrano sotto una sola. In questo caso, sembrerebbe che o subiamo a ragione, o che per viltà lo sopportiamo e ci mostriamo peggiori dei nostri padri, che liberarono la Grecia, mentre noi non assicuriamo neppure a noi stessi questa libertà, e permettiamo che una città si stabilisca come tiranna, pur pretendendo di abbattere i monarchi in una sola città. E non sappiamo come questo comportamento sia libero da tre grandissime colpe: mancanza d'intelligenza, o mollezza, o negligenza. Voi infatti, di certo, siete sfuggiti a questi vizi e siete finiti nel disprezzo che più di tutti ha nuociuto, il quale, per aver ingannato molti, ha mutato nome nel suo opposto, chiamandosi sconsideratezza.
Perché dunque bisogna accusare i fatti passati più a lungo di quanto giovi ora ai presenti? Quanto al futuro, bisogna soccorrere le necessità presenti con nuove fatiche (per voi infatti è tradizione conquistare le virtù attraverso le fatiche), e non cambiare l'abitudine, se ora siete un poco superiori per ricchezza e potere (perché non è giusto che ciò che fu acquisito nel bisogno vada perduto nell'abbondanza), ma andare fiduciosi verso la guerra per molte ragioni, poiché il dio ha dato un responso e ha promesso egli stesso di aiutare, e tutto il resto della Grecia lotterà insieme a voi, in parte per timore, in parte per interesse. E non sarete voi i primi a rompere il trattato, che anzi il dio stesso, esortando alla guerra, ritiene già violato; anzi porterete aiuto a un trattato già offeso: infatti non lo rompono quelli che si difendono, ma quelli che attaccano per primi.
Sicché, essendovi da ogni parte possibile fare guerra e noi tutti insieme esortandovi a questo, se è verissimo che le stesse cose convengono tanto alle città quanto ai privati, non indugiate a soccorrere i Potideati, che sono Dori e sono assediati dagli Ioni, mentre prima era il contrario, e a recare aiuto alla libertà degli altri, poiché non è più possibile aspettare, mentre gli uni già sono danneggiati e gli altri, se saremo scoperti riuniti ma non osando difenderci, rischiano di subire non molto più tardi la stessa sorte; ma ritenendo di essere giunti alla necessità, o alleati, e che questo sia insieme il consiglio migliore, votate la guerra, senza temere il pericolo immediato, ma desiderando quella pace più duratura che ne deriva; dalla guerra infatti la pace si consolida di più, mentre il non far guerra restando in quiete non è ugualmente sicuro. e considerando che la città divenuta tiranna in Grecia si è imposta ugualmente su tutti, cosicché su alcuni già comanda, su altri ha intenzione di farlo, abbattiamola assalendola insieme, affinché noi stessi viviamo sicuri per il resto del tempo e liberiamo i Greci ora asserviti. Questo dunque dissero i Corinzi.
I Lacedemoni, dopo aver udito il parere di tutti, fecero mettere ai voti tutti gli alleati presenti, in ordine, sia città maggiore che minore; e la maggioranza votò per la guerra. Ma, presa la decisione, era impossibile agire subito, essendo impreparati; sembrava invece opportuno che ciascuno si procurasse ciò che era utile, e senza indugio. Tuttavia, nell'apprestare ciò di cui c'era bisogno, non trascorse un anno intero, ma meno, prima di invadere l'Attica e intraprendere apertamente la guerra.
In questo tempo intanto mandavano ambascerie agli Ateniesi, muovendo accuse, perché avessero il pretesto più grande possibile per la guerra, se quelli non avessero dato ascolto a nulla. E per prima cosa gli Spartani, mandati degli ambasciatori, ordinarono agli Ateniesi di scacciare l'empietà della dea; e l'empietà era questa. Cilone era un ateniese, uomo vincitore olimpico, di famiglia antica nobile e potente, e aveva sposato la figlia di Teagene di Megara, uomo che in quel tempo era tiranno dei Megaresi. E consultando l'oracolo, il dio rispose a Cilone a Delfi di occupare l'acropoli degli Ateniesi durante la festa più grande di Zeus. Egli, ricevute forze da Teagene e persuasi gli amici, quando giunsero le Olimpiadi del Peloponneso, occupò l'acropoli con l'intento della tirannide, credendo che fosse la festa più grande di Zeus e che qualcosa gli spettasse per aver vinto le Olimpiadi. Se invece si intendesse la festa più grande dell'Attica o di qualche altro luogo, né egli ci badò né l'oracolo lo chiarì (esiste infatti anche per gli Ateniesi la festa delle Diasie, che si chiama la festa più grande di Zeus Milichio, fuori dalla città, in cui il popolo intero sacrifica non vittime animali ma offerte pure locali); ma credendo di intendere rettamente, si accinse all'impresa. Gli Ateniesi, accortisi, accorsero in massa dai campi contro di loro e, accampatisi intorno, li tennero assediati. Passando il tempo, gli Ateniesi, stanchi dell'assedio, se ne andarono in gran parte, affidando ai nove arconti la sorveglianza e il potere pieno di disporre ogni cosa come meglio giudicassero; allora infatti gli affari pubblici più importanti li trattavano proprio i nove arconti. Quelli assediati insieme a Cilone stavano male per la mancanza di cibo e acqua. Cilone dunque e suo fratello fuggirono; gli altri, poiché erano oppressi e alcuni anche morivano per la fame, si sedettero come supplici sull'altare che era sull'acropoli. Gli Ateniesi incaricati della sorveglianza li fecero alzare, poiché vedevano che morivano nel santuario, a condizione di non far loro alcun male, li condussero via e li uccisero; alcuni che si erano seduti anche presso gli altari delle dee venerande li finirono lungo il cammino. E da allora furono chiamati esecrati e sacrileghi verso la dea sia quegli uomini sia la stirpe discesa da loro. Dunque anche gli Ateniesi scacciarono questi esecrati, e li scacciò anche Cleomene lo spartano più tardi, quando gli Ateniesi erano in lotta civile, cacciando i vivi e disseppellendo le ossa dei morti per gettarle fuori; tornarono tuttavia in seguito, e la loro stirpe è ancora oggi nella città.
Proprio questa empietà dunque gli Spartani ordinavano di scacciare, in apparenza vendicando prima di tutto gli dèi, ma sapendo che Pericle figlio di Santippo vi era legato per parte di madre e credendo che, cacciato lui, le cose sarebbero andate loro più facili da parte degli Ateniesi. Non speravano tuttavia tanto che a lui capitasse questo, quanto che gli avrebbe portato discredito presso la città, come se la guerra fosse in parte a causa della sua sventura. Essendo infatti il più potente dei suoi contemporanei e guidando la vita politica, si opponeva in tutto agli Spartani, e non permetteva di cedere, ma spingeva gli Ateniesi verso la guerra.
A loro volta anche gli Ateniesi ordinavano agli Spartani di scacciare l'empietà del Tenaro; gli Spartani infatti, avendo un tempo fatto alzare dal santuario di Poseidone al Tenaro dei supplici iloti, li condussero via e li uccisero, motivo per cui essi stessi ritengono che sia avvenuto a Sparta il grande terremoto. Ordinavano inoltre loro di scacciare anche l'empietà della dea Calcieco; e avvenne così. Dopo che Pausania lo spartano, richiamato la prima volta dagli Spartani dal comando sull'Ellesponto e processato da loro, fu assolto dall'accusa di ingiustizia, non fu più mandato ufficialmente, ma di sua iniziativa, presa una trireme di Ermione senza gli Spartani, giunse all'Ellesponto, a parole per la guerra contro i Greci, ma di fatto per trattare affari col re persiano, come già aveva tentato la prima volta, aspirando al dominio sulla Grecia. E depose per la prima volta un beneficio presso il re a partire da questo, dando inizio a tutta la faccenda: preso Bisanzio nella precedente sua presenza dopo il ritiro da Cipro (la occupavano infatti dei Medi e alcuni parenti e congiunti del re che vi erano stati catturati), allora rimandò al re quelli che aveva catturato, di nascosto dagli altri alleati, dicendo invece che erano fuggiti da lui. Faceva questo tramite Gongilo l'eretriese, al quale aveva affidato Bisanzio e i prigionieri. E mandò anche una lettera al re per mano di Gongilo; e in essa era scritto quanto segue, come poi si scoprì. «Pausania, comandante di Sparta, volendo farti dono di questi uomini catturati con la lancia, te li rimanda, e formulo il proposito, se piace anche a te, di sposare tua figlia e di rendere Sparta e il resto della Grecia soggetti a te. E credo di essere capace di realizzare questo, deliberando insieme a te. Se dunque qualcosa di questo ti piace, manda un uomo fidato sulla costa, tramite cui in seguito porteremo avanti le trattative.»
Questo dunque diceva la lettera, e Serse ne fu contento e manda Artabazo figlio di Farnace sulla costa e gli ordina di prendere la satrapia di Dascilio, sostituendo Megabate che governava prima, e gli affidava una lettera di risposta per Pausania a Bisanzio da recapitare al più presto e da mostrare col sigillo, e se Pausania gli avesse comunicato qualcosa riguardo ai propri affari, di agire nel modo migliore e più fedele. Egli, giunto, fece le altre cose come gli era stato ordinato e recapitò la lettera; e in risposta vi era scritto quanto segue. «Così dice il re Serse a Pausania. Per gli uomini che mi hai salvato oltre il mare da Bisanzio, resterà per te un beneficio registrato per sempre nella nostra casa, e le tue parole mi sono gradite. E che né la notte né il giorno ti trattenga dal darti da fare per ciò che mi prometti, né sia ostacolato dalla spesa di oro e argento né dal numero di truppe, se occorre che siano presenti da qualche parte, ma insieme ad Artabazo, uomo dabbene, che ti ho mandato, agisci con coraggio, sia per i miei sia per i tuoi interessi, nel modo migliore e più vantaggioso per entrambi.»
Ricevuta questa lettera, Pausania, che già prima godeva di grande stima presso i Greci per il comando a Platea, allora si esaltò molto di più e non riusciva più a vivere secondo i costumi consueti, ma uscendo da Bisanzio con vesti persiane, e mentre attraversava la Tracia lo scortavano Medi ed Egiziani, si faceva imbandire mensa persiana e non riusciva a tenere celato il proprio pensiero, ma con piccoli gesti rivelava ciò che nell'animo intendeva realizzare in modo ben più grande in seguito. Si mostrava difficile da avvicinare e usava un carattere così duro verso tutti allo stesso modo che nessuno riusciva ad accostarsi a lui; per questo, non da ultimo, l'alleanza passò dalla parte degli Ateniesi.
Gli Spartani, accortisi, proprio per questi motivi lo richiamarono la prima volta, e poi, quando salpato di nuovo con la nave di Ermione senza loro comando risultava fare cose simili, e cacciato con la forza da Bisanzio dagli Ateniesi non tornava a Sparta, ma stabilitosi a Colone di Troade veniva denunciato a loro come intento a trattare coi barbari e a fermarsi lì non a fin di bene, allora non aspettarono più, ma gli efori mandarono un araldo con una scitala e dissero di non restare indietro rispetto all'araldo, altrimenti gli Spartani gli avrebbero dichiarato guerra. Egli, volendo apparire il meno sospetto possibile e confidando di dissolvere l'accusa con il denaro, tornò per la seconda volta a Sparta. E subito finì in carcere per opera degli efori (agli efori infatti è concesso fare questo al re), poi, ottenuto ciò più tardi ne uscì e si sottopose a giudizio per chi volesse indagare su quei fatti.
Gli Spartiati non avevano alcuna prova evidente, né i nemici né tutta la città, con cui, confidando saldamente, poter punire un uomo che era di stirpe reale e che godeva in quel momento di potere (era infatti tutore, essendone cugino, di Plistarco figlio di Leonida, re ma ancora fanciullo); dava però molti sospetti, per l'infrazione delle norme e per l'emulazione dei barbari, di non voler essere pari agli altri nella situazione presente, e riesaminavano il resto della sua condotta, se in qualcosa si fosse allontanato dalle usanze stabilite, e ricordavano che sul tripode di Delfi, che i Greci avevano dedicato come primizia tolta ai Medi, un tempo aveva preteso di far incidere lui stesso, a titolo privato, questo distico. «Quando fu comandante dei Greci e distrusse l'esercito dei Medi, Pausania dedicò a Febo questo monumento.» Ebbene questo distico, subito allora, gli Spartani lo scalpellarono via dal tripode e vi incisero per nome le città che, avendo abbattuto insieme il barbaro, avevano eretto il monumento; l'atto ingiusto di Pausania già allora sembrava tale, e ora che ci si trovava in questa situazione, appariva assai più simile a ciò che era stato commesso, alla luce dell'atteggiamento presente. Venivano poi a sapere che egli tramava qualcosa anche presso gli Iloti; e in effetti era così: prometteva loro la libertà e la cittadinanza, se insieme si fossero sollevati e avessero portato a termine con lui l'intero piano. Ma neppure così, benché si fidassero di alcuni delatori tra gli Iloti, si decisero a prendere alcuna misura più severa contro di lui, seguendo il costume che sono soliti usare verso se stessi, di non essere frettolosi riguardo a un uomo spartiata nel deliberare qualcosa di irreparabile senza prove indiscutibili, finché non capitò loro, come si dice, che colui che stava per portare ad Artabazo l'ultima lettera per il re, un uomo di Argilo, che un tempo era stato suo amasio e a lui il più fedele, divenne delatore, temendo per un certo presentimento che nessuno dei messaggeri precedenti a lui fosse mai tornato, e, contraffatto il sigillo, affinché, se si fosse sbagliato nella sua congettura oppure Pausania avesse chiesto di apportare qualche modifica, non se ne accorgesse, apre le lettere, nelle quali, avendo sospettato che vi fosse aggiunto qualcosa del genere, trovò scritto anche l'ordine di uccidere proprio lui.
Allora gli efori, dopo che egli ebbe mostrato loro le lettere, credettero di più, ma, volendo diventare anche testimoni diretti mentre Pausania stesso diceva qualcosa, per un accordo con l'uomo, che si recò come supplice a Tenaro e vi costruì una capanna divisa in due da un tramezzo, dentro la quale nascose alcuni degli efori, e quando Pausania venne da lui e ne chiese il motivo della supplica, capirono tutto chiaramente, mentre l'uomo si lamentava di quanto era stato scritto contro di lui ed esponeva il resto punto per punto, dicendo che non lo aveva mai tradito nei suoi servizi presso il re, eppure era stato scelto per morire alla pari dei comuni servitori, e Pausania, pur ammettendo queste stesse cose, lo esortava a non adirarsi per la situazione presente, ma gli dava, dal santuario, garanzia della sua partenza e lo pregava di mettersi in viaggio al più presto e di non ostacolare ciò che si stava facendo.
Dopo aver ascoltato con precisione, allora gli efori se ne andarono, ma sapendolo ormai con certezza organizzarono il suo arresto in città. Si racconta che lui, mentre stava per essere arrestato per strada, appena vide avvicinarsi il volto di uno degli efori capì per quale motivo veniva, e, poiché un altro gli fece un cenno segreto e per benevolenza gli fece capire di correre verso il tempio di Atena Calcieco e rifugiarvisi per primo, Il recinto sacro era vicino. Entrato in una piccola stanza che apparteneva al santuario, per non soffrire allo scoperto, se ne stava tranquillo. Gli efori sul momento arrivarono in ritardo nell'inseguimento, ma dopo tolsero il tetto della stanza e, aspettato che fosse dentro, ne murarono le porte rinchiudendolo all'interno, e, accampandosi lì, lo costrinsero alla resa con la fame. E, mentre egli stava per morire proprio così com'era nella stanza, accortisene lo portarono fuori dal santuario ancora vivo, e portato fuori morì all'istante. Furono sul punto di gettarlo nel Ceada, dove gettavano i malfattori, ma poi decisero di seppellirlo lì vicino. Il dio di Delfi in seguito ordinò per oracolo agli Spartani di trasferire la tomba là dove era morto (e ora giace nel recinto d'ingresso, come indicano delle stele con iscrizione) e, poiché ciò che avevano fatto era una contaminazione per loro, di offrire due corpi al posto di uno alla dea Calcieco. Ed essi fecero fare due statue di bronzo e le dedicarono in cambio di Pausania.
Gli Ateniesi, poiché anche il dio aveva giudicato che ci fosse una contaminazione, ordinarono a loro volta agli Spartani di espellerla. Riguardo al medismo di Pausania, gli Spartani, inviando ambasciatori presso gli Ateniesi, accusavano insieme anche Temistocle, poiché lo scoprivano dalle prove raccolte contro Pausania, e chiedevano che fosse punito con le stesse pene. E gli Ateniesi, convinti (Temistocle infatti si trovava ostracizzato e risiedeva ad Argo, pur recandosi anche nel resto del Peloponneso), mandarono insieme agli Spartani, pronti a inseguirlo insieme, uomini a cui era stato ordinato di catturarlo ovunque lo avessero trovato.
Temistocle, avendolo presentito, fuggì dal Peloponneso a Corcira, di cui era benefattore. Ma poiché i Corciresi dichiararono di temere di tenerlo, così da inimicarsi Spartani e Ateniesi, fu trasportato da loro sulla terraferma di fronte. E, inseguito da coloro che erano stati incaricati, sulla base delle notizie su dove andasse, fu costretto, per una via senza scampo, a fermarsi presso Admeto, re dei Molossi, che non gli era amico. Admeto per caso non era in casa, e Temistocle, divenuto supplice della moglie, fu istruito da lei a prendere il loro figlio e sedersi presso il focolare. E quando, non molto dopo, Admeto arrivò, gli rivelò chi fosse e gli chiese di non vendicarsi su di lui esule, se mai lui stesso gli si era opposto quando Admeto aveva chiesto qualcosa agli Ateniesi; sarebbe infatti stato colpito ora da uno molto più debole di lui, mentre è nobile che chi è pari si vendichi ad armi pari. E inoltre lui stesso gli si era opposto solo su un interesse, non su una questione di vita, mentre Admeto, se lo avesse consegnato (dopo avergli detto da chi e per quale motivo è inseguito), lo avrebbe privato della salvezza della vita.
Admeto, dopo aver ascoltato, lo fece alzare insieme al proprio figlio, che teneva mentre sedeva supplice, e questo era il gesto di supplica più grande, e, non molto dopo, quando vennero gli Spartani e gli Ateniesi e dissero molte cose, non lo consegnò, ma lo fece partire, poiché voleva andare presso il re, via terra, verso l'altro mare, fino a Pidna nel territorio di Alessandro. Lì, trovata per caso una nave da carico diretta in Ionia, vi salì sopra, ma una tempesta lo trascinò verso l'accampamento degli Ateniesi, che assediava Nasso. E, poiché era sconosciuto a quelli sulla nave, impaurito rivelò al comandante chi fosse e per quali ragioni fuggisse, e disse che, se non lo avesse salvato, avrebbe raccontato che lo trasportava perché corrotto con denaro; e che l'unica garanzia di sicurezza era che nessuno scendesse dalla nave finché non si fosse navigato; e che, se gli avesse obbedito, ne avrebbe serbato degna riconoscenza. Il comandante fece proprio così e, tenendosi al largo un giorno e una notte al largo dell'accampamento, in seguito arrivò a Efeso. E Temistocle ricompensò quell'uomo con una donazione di denaro (gli giunsero infatti in seguito, da Atene attraverso gli amici e da Argo, i beni che aveva nascosto in disparte), e, salito nell'entroterra con l'aiuto di uno dei Persiani delle regioni basse, inviò una lettera al re Artaserse, figlio di Serse, che da poco regnava. La lettera diceva questo: «Io, Temistocle, vengo da te; io che, fra i Greci, ho fatto moltissimo male alla vostra casa, per tutto il tempo in cui, per necessità, mi difendevo da tuo padre che avanzava, ma anche molto più bene, da quando il mio ritorno avveniva in sicurezza per me, mentre per lui era di nuovo in pericolo. E mi è dovuta una ricompensa» (scrivendo del preannuncio da Salamina della ritirata e del fatto che allora, per merito suo, non ci fu la distruzione dei ponti, cosa che egli falsamente si attribuì), «e ora, potendoti rendere grandi servigi, mi presento da te, inseguito dai Greci a causa della mia amicizia per te. Voglio però, aspettando un anno, spiegarti di persona i motivi per cui sono venuto».
Il re, come si racconta, ammirò la sua intelligenza e gli ordinò di fare così. E lui, nel tempo in cui attese, imparò della lingua persiana quanto poteva e anche le usanze del paese; Arrivato dopo un anno, divenne presso di lui grande quanto nessun Greco lo era mai stato prima, sia per la fama di cui già godeva, sia per la speranza, che gli prospettava, di sottomettere la Grecia, ma soprattutto perché, dando prova di sé, si mostrava intelligente. Temistocle infatti fu colui che dimostrò con la massima sicurezza la forza del proprio ingegno naturale, e su questo punto in particolare merita ammirazione più di ogni altro; infatti, con la propria intelligenza naturale, senza averla né prima studiata né poi approfondita, era il migliore giudice delle cose immediate con la minima riflessione, e il migliore previsore delle cose future, per lo più fino agli esiti che si sarebbero verificati; e le cose che aveva sotto mano sapeva anche spiegarle, mentre di quelle che non conosceva non era incapace di giudicare adeguatamente; e prevedeva meglio di chiunque altro, in ciò che era ancora oscuro, il bene o il male che ne sarebbe derivato. E, per dirla in breve, per capacità naturale e per la brevità dello studio necessario, costui fu davvero il migliore nell'improvvisare ciò che serviva. Ammalatosi, finì la propria vita; alcuni dicono anche che morì volontariamente con il veleno, avendo ritenuto impossibile portare a termine per il re quanto aveva promesso. Il suo monumento si trova dunque a Magnesia d'Asia, nell'agorà; governava infatti quella regione, poiché il re gli aveva concesso Magnesia per il pane, che rendeva cinquanta talenti l'anno, Lampsaco per il vino (sembrava infatti allora la più ricca di vino), e Mionte per le vivande. Si dice che le sue ossa furono portate a casa dai suoi parenti per sua stessa disposizione, e sepolte in segreto, senza che gli Ateniesi lo sapessero, in Attica; non era infatti permesso seppellirlo lì, essendo in esilio per tradimento. Le vicende riguardanti Pausania lo Spartano e Temistocle l'Ateniese, i più illustri fra i Greci del loro tempo, si conclusero così.
Gli Spartani, durante la prima ambasceria, imposero queste richieste e a loro volta ricevettero contro-richieste riguardo all'espulsione dei sacrileghi; in seguito, recandosi più volte presso gli Ateniesi, chiedevano che si ritirassero da Potidea e lasciassero Egina autonoma, e soprattutto, più chiaramente di tutto, dichiaravano che, se avessero abrogato il decreto contro i Megaresi, non sarebbe scoppiata la guerra, il decreto nel quale era stato stabilito che essi non usassero i porti dell'impero ateniese né il mercato attico. Ma gli Ateniesi non obbedivano né alle altre richieste né abrogavano il decreto, accusando i Megaresi di aver coltivato abusivamente la terra sacra e quella non delimitata, e di dare rifugio agli schiavi in fuga. Infine, arrivati da Sparta gli ultimi ambasciatori, Ramfia, Melesippo e Agesandro, e non dicendo nient'altro di quanto erano soliti dire in precedenza, ma proprio questo, che «gli Spartani vogliono che ci sia pace, e ci sarà se lascerete i Greci autonomi», gli Ateniesi, convocata l'assemblea, proposero un dibattito fra loro, e si decise di deliberare una volta per tutte su tutta la questione e poi rispondere. E, salendo sulla tribuna, molti altri parlarono, dividendosi nelle opinioni tra i due schieramenti, sia sostenendo che bisognava fare guerra, sia che il decreto non doveva essere un ostacolo alla pace, ma andava abolito, E, salito a parlare, Pericle figlio di Santippo, l'uomo più autorevole tra gli Ateniesi in quel tempo, il più capace nel parlare e nell'agire, esortò con queste parole.
Mi attengo sempre alla stessa opinione, o Ateniesi: non cedere ai Peloponnesiaci, pur sapendo che gli uomini non si lasciano persuadere a far guerra e poi agiscono col medesimo ardore, ma mutano opinione secondo il volgere degli eventi. Vedo che anche ora devo darvi consigli simili e analoghi, e ritengo giusto che chi di voi si lascia persuadere sostenga le decisioni comuni, se pure falliamo in qualcosa, oppure, se riusciamo, non ne rivendichi il merito da solo. Le vicende umane infatti possono procedere alla cieca non meno dei pensieri stessi dell'uomo; per questo siamo soliti incolpare la sorte di quanto accade contro ogni previsione. I Lacedemoni erano già prima chiaramente ostili verso di noi, e non lo sono meno adesso. Era stato infatti stabilito di sottoporre reciprocamente a giudizio le controversie e di accettarne il verdetto, mantenendo intanto ciascuno ciò che possiede; ma essi non hanno mai chiesto un giudizio, né accettano il nostro quando lo offriamo, e vogliono piuttosto sciogliere le accuse con la guerra che con le parole, e ormai si presentano imponendo ordini e non più muovendo accuse. Ci ordinano infatti di ritirarci da Potidea, di lasciare Egina autonoma e di abrogare il decreto contro i Megaresi; e questi ultimi, appena giunti, proclamano anche di lasciare autonomi tutti i Greci. Nessuno di voi pensi che si farebbe guerra per una piccola cosa, se non abrogassimo il decreto contro i Megaresi, che essi adducono soprattutto a pretesto, dicendo che se fosse abrogato la guerra non scoppierebbe, e non lasciatevi in voi stessi il rimorso di aver fatto guerra per un motivo da poco. Questa piccola cosa infatti racchiude tutta la conferma e la prova della vostra determinazione. Se cederete a questo, subito vi sarà imposto qualcos'altro di più grande, come a chi ha obbedito per paura anche in questo caso; opponendo invece un netto rifiuto, dimostrereste loro con chiarezza che devono trattare con voi piuttosto alla pari.
Decidete dunque fin d'ora: o obbedire prima di subire un danno, o, se faremo guerra, come a me pare meglio, non cedere per nessun pretesto, grande o piccolo, e non tenere per paura ciò che possediamo. Infatti la stessa schiavitù comporta l'imposizione fatta ai propri pari, prima di un giudizio, sia essa la più grande sia la più piccola pretesa. Quanto alla guerra e alle risorse di ciascuna delle due parti, sappiate, ascoltando punto per punto, che non saremo in posizione più debole. I Peloponnesiaci infatti lavorano essi stessi la terra, e non hanno denaro né privatamente né in comune, e inoltre sono inesperti di guerre lunghe e d'oltremare, perché per povertà si combattono tra loro solo per breve tempo. E uomini simili non possono equipaggiare flotte né inviare spesso eserciti di terra, dato che restano lontani dai propri affari, spendono del proprio, e per giunta sono esclusi dal mare. Sono le riserve accumulate, più dei contributi forzati, a sostenere le guerre. Gli uomini che lavorano la terra sono più pronti a combattere con il corpo che con il denaro, perché confidano di poter sopravvivere ai pericoli, ma non hanno la certezza di non consumare prima le risorse, soprattutto se, come è probabile, la guerra si prolunga oltre le attese. In una sola battaglia i Peloponnesiaci e i loro alleati sono capaci di resistere a tutti i Greci insieme, ma sono incapaci di condurre una guerra contro un apparato militare pari al loro, perché, non avendo un solo consiglio, non possono agire con rapidità e prontezza, e poiché tutti hanno pari voto e non sono della stessa stirpe, ciascuno bada al proprio interesse, sicché da ciò suole non nascere nulla di compiuto. Gli uni infatti vogliono punire qualcuno più duramente possibile, gli altri danneggiare il meno possibile i propri beni. E riunendosi a lungo intervallo, dedicano solo una breve parte del tempo agli affari comuni, e per la maggior parte si occupano dei propri, e ciascuno crede che non sarà la propria negligenza a nuocere, ma pensa che spetti a qualcun altro provvedere per lui, cosicché, con questo medesimo pensiero privato condiviso da tutti, sfugge loro che l'interesse comune si rovina nel suo insieme.
La cosa più importante, però, è che saranno ostacolati dalla scarsità di denaro, quando, procurandoselo con lentezza, ne rimanderanno l'impiego. Ma le occasioni della guerra non aspettano. E in verità non c'è da temere né una piazzaforte in territorio nemico né la loro flotta. Costruire una città rivale è difficile anche in tempo di pace, e lo è certo ancor di più in tempo di guerra, quando noi a nostra volta fortificheremo le nostre posizioni contro di loro non meno di quanto essi facciano. E se costruiranno una fortezza, potranno danneggiare una parte della nostra terra con scorrerie e diserzioni, ma non sarà comunque sufficiente a impedirci di navigare verso il loro territorio e fortificarlo a nostra volta, e di difenderci con le navi, là dove siamo forti. Noi infatti abbiamo dall'esperienza navale un vantaggio sulle cose di terra maggiore di quello che loro hanno dall'esperienza terrestre riguardo alle cose di mare. E diventare esperti del mare non sarà per loro cosa facile da acquisire. Neppure voi, che pure lo esercitate fin dalle guerre persiane, lo avete ancora perfezionato del tutto. Come dunque uomini contadini, e non marinai, per giunta senza neppure poter esercitarsi perché tenuti sempre sotto blocco da molte nostre navi, potrebbero fare qualcosa di rilevante? Contro poche navi in blocco potrebbero anche rischiare, facendo forza col numero sulla propria inesperienza, ma tenuti a bada da molte se ne staranno tranquilli, e non esercitandosi diventeranno più inesperti, e per questo anche più esitanti. L'arte navale è una tecnica, come ogni altra, e non è possibile esercitarla in modo occasionale, quando capita, ma bisogna piuttosto che nient'altro sia occasionale rispetto ad essa.
E se pure, mettendo mano ai tesori di Olimpia o di Delfi, tentassero con una paga maggiore di sottrarci i marinai stranieri, non essendo noi rivali, imbarcati noi stessi e i meteci, sarebbe grave; Ora questo esiste, e, ciò che è il meglio, abbiamo piloti cittadini e un equipaggio più numeroso e migliore di tutto il resto della Grecia. E di fronte al pericolo nessuno degli stranieri accetterebbe di fuggire dalla propria patria e, con una speranza più debole, combattere insieme a quelli per pochi giorni in cambio di una grande paga. E le cose dei Peloponnesiaci mi sembrano tali e simili a queste, mentre le nostre sono libere da quei difetti che ho criticato in loro e hanno altri grandi vantaggi non paritari. Se vengano contro la nostra terra per via di terra, noi navigheremo contro la loro, e non sarà più la stessa cosa che venga devastata una parte del Peloponneso oppure tutta l'Attica; Essi infatti non avranno un'altra terra da riprendere senza combattere, mentre a noi c'è molta terra, sia nelle isole sia sul continente; Grande infatti è il dominio del mare. Considerate dunque: Se infatti fossimo isolani, chi sarebbe più inattaccabile? E ora bisogna, pensando il più vicino possibile a questo, lasciare da un lato la terra e le case, e tenere dall'altro la guardia del mare e della città, e non combattere a fondo, adirati per queste perdite, contro Peloponnesiaci molto più numerosi (Vincendo infatti combatteremo di nuovo non con forze minori, e se falliamo, si perdono anche le risorse degli alleati, da cui traiamo forza; infatti non staranno tranquilli finché non siamo capaci di marciare in armi contro di loro), e non fare il lamento per le case e per la terra, ma per le vite umane; Infatti non sono queste cose a procurare gli uomini, ma sono gli uomini a procurare queste cose. E se pensassi di persuadervi, vi esorterei voi stessi, usciti fuori, a devastarle e a mostrare ai Peloponnesiaci che almeno per questo non vi sottometterete.
Ho molte altre ragioni di speranza di prevalere, se vogliate non ampliare l'impero mentre combattete e non aggiungere rischi volontari; temo infatti di più i nostri stessi errori che i piani dei nemici. Ma quelle cose saranno chiarite in un altro discorso, insieme ai fatti; Ora, rispondendo a costoro, rimandiamoli: ai Megaresi che li lasceremo usare il mercato e i porti, se anche gli Spartani non facciano espulsioni di stranieri né contro di noi né contro i nostri alleati (infatti nel trattato non lo impedisce né quello né questo), e alle città che le lasceremo autonome, se anche le avevamo autonome quando abbiamo stipulato la pace, e quando anche quelli restituiscano alle proprie città l'autonomia non secondo il tornaconto degli Spartani, ma come ciascuna vuole; e che vogliamo dare giudizio secondo gli accordi, e che non inizieremo la guerra, ma se attaccati ci difenderemo. Queste cose infatti sono giuste e insieme convenienti a questa città da rispondere. E bisogna sapere che è necessità fare la guerra; e se piuttosto la accettiamo volontari, avremo i nemici meno insistenti, poiché dai pericoli più grandi derivano i massimi onori, sia alla città sia al privato. I nostri padri dunque, resistendo ai Medi, e non partendo da risorse quali le nostre, ma anzi abbandonando anche i loro beni, con più intelligenza che fortuna e con più audacia che forza respinsero il barbaro e condussero queste cose fino a questo punto. Da questo non bisogna restare indietro, ma respingere i nemici con ogni mezzo e cercare di consegnare a chi verrà dopo queste cose non minori.’
Pericle disse tali cose, e gli Ateniesi, ritenendo che egli consigliasse loro nel modo migliore, votarono ciò che esortava, e risposero agli Spartani secondo il suo parere, sia in ciascun punto come egli lo espose, sia nel complesso: che non avrebbero fatto nulla se comandati, ma erano pronti a risolvere con giudizio, secondo gli accordi, le accuse su base pari e uguale. E allora se ne andarono verso casa e non inviarono più ambascerie in seguito; queste furono le cause e i contrasti per entrambi prima della guerra, avendo avuto inizio subito dai fatti di Epidamno e Corcira;
Tuttavia in queste relazioni si mescolavano e andavano l'uno presso l'altro, senza rottura formale sì, ma senza sospetto no; infatti quel che accadeva era violazione del trattato e pretesto per fare guerra.
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