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greco · Tucidide · opera integrale
Tucidide · Storie, libro I, capitolo 25
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Resisi conto che da Corcira non sarebbe venuto alcun soccorso, gli Epidamni si trovarono nell'incertezza sul da farsi, e, inviati messi a Delfi, chiesero al dio se dovessero consegnare la città ai Corinzi in quanto fondatori, e cercare di ottenere aiuto da loro. Il dio rispose loro di consegnare la città e di farsi guidare da loro. Recatisi dunque a Corinto, gli Epidamni, secondo il responso dell'oracolo, consegnarono la colonia, dimostrando che il loro fondatore veniva da Corinto e rendendo noto il vaticinio, e chiedevano di non lasciarli perire, ma di venire in loro soccorso. I Corinzi accolsero l'impegno di soccorrerli sia perché lo ritenevano giusto, ritenendo che la colonia appartenesse a loro non meno che ai Corciresi, sia per odio verso i Corciresi, perché, pur essendo loro coloni, li trascuravano; infatti, né nelle feste comuni davano loro gli onori d'uso, né riservavano a un Corinzio il diritto di iniziare i sacrifici, come fanno le altre colonie, ma li disprezzavano, essendo, per potenza economica, in quel tempo pari ai più ricchi tra i Greci e più forti nella preparazione militare, ed essendo talvolta orgogliosi di essere di gran lunga superiori nella flotta, e per la fama che i Corciresi avevano riguardo alle navi ereditata dall'antico insediamento dei Feaci a Corcira (per cui anzi allestivano la flotta con maggior cura, e non erano deboli: possedevano infatti centoventi triremi quando cominciarono la guerra),
Γνόντες δὲ οἱ Ἐπιδάμνιοι οὐδεμίαν σφίσιν ἀπὸ Κερκύρας τιμωρίαν οὖσαν ἐν ἀπόρῳ εἴχοντο θέσθαι τὸ παρόν, καὶ πέμψαντες ἐς Δελφοὺς τὸν θεὸν ἐπήροντο εἰ παραδοῖεν Κορινθίοις τὴν πόλιν ὡς οἰκισταῖς καὶ τιμωρίαν τινὰ πειρῷντ’ ἀπ’ αὐτῶν ποιεῖσθαι. ὁ δ’ αὐτοῖς ἀνεῖλε παραδοῦναι καὶ ἡγεμόνας ποιεῖσθαι. ἐλθόντες δὲ οἱ Ἐπιδάμνιοι ἐς τὴν Κόρινθον κατὰ τὸ μαντεῖον παρέδοσαν τὴν ἀποικίαν, τόν τε οἰκιστὴν ἀποδεικνύντες σφῶν ἐκ Κορίνθου ὄντα καὶ τὸ χρηστήριον δηλοῦντες, ἐδέοντό τε μὴ σφᾶς περιορᾶν φθειρομένους, ἀλλ’ ἐπαμῦναι. Κορίνθιοι δὲ κατά τε τὸ δίκαιον ὑπεδέξαντο τὴν τιμωρίαν, νομίζοντες οὐχ ἧσσον ἑαυτῶν εἶναι τὴν ἀποικίαν ἢ Κερκυραίων, ἅμα δὲ καὶ μίσει τῶν Κερκυραίων, ὅτι αὐτῶν παρημέλουν ὄντες ἄποικοι· οὔτε γὰρ ἐν πανηγύρεσι ταῖς κοιναῖς διδόντες γέρα τὰ νομιζόμενα οὔτε Κορινθίῳ ἀνδρὶ προκαταρχόμενοι τῶν ἱερῶν ὥσπερ αἱ ἄλλαι ἀποικίαι, περιφρονοῦντες δὲ αὐτοὺς καὶ χρημάτων δυνάμει ὄντες κατ’ ἐκεῖνον τὸν χρόνον ὁμοῖα τοῖς Ἑλλήνων πλουσιωτάτοις καὶ τῇ ἐς πόλεμον παρασκευῇ δυνατώτεροι, ναυτικῷ δὲ καὶ πολὺ προύχειν ἔστιν ὅτε ἐπαιρόμενοι καὶ κατὰ τὴν Φαιάκων προενοίκησιν τῆς Κερκύρας κλέος ἐχόντων τὰ περὶ τὰς ναῦς (ᾗ καὶ μᾶλλον ἐξηρτύοντο τὸ ναυτικὸν καὶ ἦσαν οὐκ ἀδύνατοι· τριήρεις γὰρ εἴκοσι καὶ ἑκατὸν ὑπῆρχον αὐτοῖς ὅτε ἤρχοντο πολεμεῖν),
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