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greco · Tucidide · opera integrale
Tucidide · Storie, libro I, capitolo 77
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Infatti, pur essendo svantaggiati nelle cause contrattuali con gli alleati, e pur avendo istituito i giudizi presso noi stessi secondo le medesime leggi valide per tutti, sembriamo amanti dei processi. E nessuno di loro considera perché a chi ha un impero anche altrove e verso i sudditi è meno moderato di noi non venga rimproverata questa cosa: perché chi ha il potere di usare la forza non ha alcun bisogno di ricorrere ai tribunali. Costoro invece, abituati a trattare con noi alla pari, se in qualche modo si trovano svantaggiati, contro quanto ritenevano dovuto, per giudizio o per la forza che deriva dal nostro impero, non ci sono grati per non essere stati privati della parte maggiore, ma sopportano peggio la mancanza, come se, avessimo abbandonato fin dall'inizio ogni legge e praticato apertamente la sopraffazione. In quel caso, neppure loro stessi contesterebbero che il più debole non debba cedere al più forte. Gli uomini, a quanto pare, si adirano di più quando subiscono un torto piuttosto che quando subiscono violenza; il primo caso, infatti, sembra sopraffazione da parte di un pari, il secondo, invece, costrizione da parte di un più forte. Sotto il Medo, dunque, pur subendo cose peggiori di queste, sopportavano; il nostro impero invece sembra gravoso, e a ragione: il presente infatti è sempre pesante ai sudditi. Voi dunque, se, abbattuti noi, prendeste il comando, presto rovescereste in odio quel favore che avete ottenuto grazie al timore che incutiamo, se davvero mostrerete ora sentimenti simili a quelli che dimostraste allora, in breve tempo, quando guidaste contro il Medo. Voi infatti avete costumi propri incompatibili con quelli degli altri, e per di più, quando ciascuno di voi esce dal suo paese, non segue né questi né quelli usati dal resto della Grecia.
’Καὶ ἐλασσούμενοι γὰρ ἐν ταῖς ξυμβολαίαις πρὸς τοὺς ξυμμάχους δίκαις καὶ παρ’ ἡμῖν αὐτοῖς ἐν τοῖς ὁμοίοις νόμοις ποιήσαντες τὰς κρίσεις φιλοδικεῖν δοκοῦμεν. καὶ οὐδεὶς σκοπεῖ αὐτῶν τοῖς καὶ ἄλλοθί που ἀρχὴν ἔχουσι καὶ ἧσσον ἡμῶν πρὸς τοὺς ὑπηκόους μετρίοις οὖσι διότι τοῦτο οὐκ ὀνειδίζεται· βιάζεσθαι γὰρ οἷς ἂν ἐξῇ, δικάζεσθαι οὐδὲν προσδέονται. οἱ δὲ εἰθισμένοι πρὸς ἡμᾶς ἀπὸ τοῦ ἴσου ὁμιλεῖν, ἤν τι παρὰ τὸ μὴ οἴεσθαι χρῆναι ἢ γνώμῃ ἢ δυνάμει τῇ διὰ τὴν ἀρχὴν καὶ ὁπωσοῦν ἐλασσωθῶσιν, οὐ τοῦ πλέονος μὴ στερισκόμενοι χάριν ἔχουσιν, ἀλλὰ τοῦ ἐνδεοῦς χαλεπώτερον φέρουσιν ἢ εἰ ἀπὸ πρώτης ἀποθέμενοι τὸν νόμον φανερῶς ἐπλεονεκτοῦμεν. ἐκείνως δὲ οὐδ’ ἂν αὐτοὶ ἀντέλεγον ὡς οὐ χρεὼν τὸν ἥσσω τῷ κρατοῦντι ὑποχωρεῖν. ἀδικούμενοί τε, ὡς ἔοικεν, οἱ ἄνθρωποι μᾶλλον ὀργίζονται ἢ βιαζόμενοι· τὸ μὲν γὰρ ἀπὸ τοῦ ἴσου δοκεῖ πλεονεκτεῖσθαι, τὸ δ’ ἀπὸ τοῦ κρείσσονος καταναγκάζεσθαι. ὑπὸ γοῦν τοῦ Μήδου δεινότερα τούτων πάσχοντες ἠνείχοντο, ἡ δὲ ἡμετέρα ἀρχὴ χαλεπὴ δοκεῖ εἶναι, εἰκότως· τὸ παρὸν γὰρ αἰεὶ βαρὺ τοῖς ὑπηκόοις. ὑμεῖς γ’ ἂν οὖν εἰ καθελόντες ἡμᾶς ἄρξαιτε, τάχα ἂν τὴν εὔνοιαν ἣν διὰ τὸ ἡμέτερον δέος εἰλήφατε μεταβάλοιτε, εἴπερ οἷα καὶ τότε πρὸς τὸν Μῆδον δι’ ὀλίγου ἡγησάμενοι ὑπεδείξατε, ὁμοῖα καὶ νῦν γνώσεσθε. ἄμεικτα γὰρ τά τε καθ’ ὑμᾶς αὐτοὺς νόμιμα τοῖς ἄλλοις ἔχετε καὶ προσέτι εἷς ἕκαστος ἐξιὼν οὔτε τούτοις χρῆται οὔθ’ οἷς ἡ ἄλλη Ἑλλὰς νομίζει.
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