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greco · Tucidide · opera integrale
Tucidide · Storie, libro I, capitolo 126
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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In questo tempo intanto mandavano ambascerie agli Ateniesi, muovendo accuse, perché avessero il pretesto più grande possibile per la guerra, se quelli non avessero dato ascolto a nulla. E per prima cosa gli Spartani, mandati degli ambasciatori, ordinarono agli Ateniesi di scacciare l'empietà della dea; e l'empietà era questa. Cilone era un ateniese, uomo vincitore olimpico, di famiglia antica nobile e potente, e aveva sposato la figlia di Teagene di Megara, uomo che in quel tempo era tiranno dei Megaresi. E consultando l'oracolo, il dio rispose a Cilone a Delfi di occupare l'acropoli degli Ateniesi durante la festa più grande di Zeus. Egli, ricevute forze da Teagene e persuasi gli amici, quando giunsero le Olimpiadi del Peloponneso, occupò l'acropoli con l'intento della tirannide, credendo che fosse la festa più grande di Zeus e che qualcosa gli spettasse per aver vinto le Olimpiadi. Se invece si intendesse la festa più grande dell'Attica o di qualche altro luogo, né egli ci badò né l'oracolo lo chiarì (esiste infatti anche per gli Ateniesi la festa delle Diasie, che si chiama la festa più grande di Zeus Milichio, fuori dalla città, in cui il popolo intero sacrifica non vittime animali ma offerte pure locali); ma credendo di intendere rettamente, si accinse all'impresa. Gli Ateniesi, accortisi, accorsero in massa dai campi contro di loro e, accampatisi intorno, li tennero assediati. Passando il tempo, gli Ateniesi, stanchi dell'assedio, se ne andarono in gran parte, affidando ai nove arconti la sorveglianza e il potere pieno di disporre ogni cosa come meglio giudicassero; allora infatti gli affari pubblici più importanti li trattavano proprio i nove arconti. Quelli assediati insieme a Cilone stavano male per la mancanza di cibo e acqua. Cilone dunque e suo fratello fuggirono; gli altri, poiché erano oppressi e alcuni anche morivano per la fame, si sedettero come supplici sull'altare che era sull'acropoli. Gli Ateniesi incaricati della sorveglianza li fecero alzare, poiché vedevano che morivano nel santuario, a condizione di non far loro alcun male, li condussero via e li uccisero; alcuni che si erano seduti anche presso gli altari delle dee venerande li finirono lungo il cammino. E da allora furono chiamati esecrati e sacrileghi verso la dea sia quegli uomini sia la stirpe discesa da loro. Dunque anche gli Ateniesi scacciarono questi esecrati, e li scacciò anche Cleomene lo spartano più tardi, quando gli Ateniesi erano in lotta civile, cacciando i vivi e disseppellendo le ossa dei morti per gettarle fuori; tornarono tuttavia in seguito, e la loro stirpe è ancora oggi nella città.
ἐν τούτῳ δὲ ἐπρεσβεύοντο τῷ χρόνῳ πρὸς τοὺς Ἀθηναίους ἐγκλήματα ποιούμενοι, ὅπως σφίσιν ὅτι μεγίστη πρόφασις εἴη τοῦ πολεμεῖν, ἢν μή τι ἐσακούωσιν. Καὶ πρῶτον μὲν πρέσβεις πέμψαντες οἱ Λακεδαιμόνιοι ἐκέλευον τοὺς Ἀθηναίους τὸ ἄγος ἐλαύνειν τῆς θεοῦ· τὸ δὲ ἄγος ἦν τοιόνδε. Κύλων ἦν Ἀθηναῖος ἀνὴρ Ὀλυμπιονίκης τῶν πάλαι εὐγενής τε καὶ δυνατός, ἐγεγαμήκει δὲ θυγατέρα Θεαγένους Μεγαρέως ἀνδρός, ὃς κατ’ ἐκεῖνον τὸν χρόνον ἐτυράννει Μεγάρων. χρωμένῳ δὲ τῷ Κύλωνι ἐν Δελφοῖς ἀνεῖλεν ὁ θεὸς ἐν τοῦ Διὸς τῇ μεγίστῃ ἑορτῇ καταλαβεῖν τὴν Ἀθηναίων ἀκρόπολιν. ὁ δὲ παρά τε τοῦ Θεαγένους δύναμιν λαβὼν καὶ τοὺς φίλους ἀναπείσας, ἐπειδὴ ἐπῆλθεν Ὀλύμπια τὰ ἐν Πελοποννήσῳ, κατέλαβε τὴν ἀκρόπολιν ὡς ἐπὶ τυραννίδι, νομίσας ἑορτήν τε τοῦ Διὸς μεγίστην εἶναι καὶ ἑαυτῷ τι προσήκειν Ὀλύμπια νενικηκότι. εἰ δὲ ἐν τῇ Ἀττικῇ ἢ ἄλλοθί που ἡ μεγίστη ἑορτὴ εἴρητο, οὔτε ἐκεῖνος ἔτι κατενόησε τό τε μαντεῖον οὐκ ἐδήλου (ἔστι γὰρ καὶ Ἀθηναίοις Διάσια ἃ καλεῖται Διὸς ἑορτὴ Μειλιχίου μεγίστη ἔξω τῆς πόλεως, ἐν ᾗ πανδημεὶ θύουσι πολλὰ οὐχ ἱερεῖα, ἀλλ’ ἁγνὰ θύματα ἐπιχώρια), δοκῶν δὲ ὀρθῶς γιγνώσκειν ἐπεχείρησε τῷ ἔργῳ. οἱ δὲ Ἀθηναῖοι αἰσθόμενοι ἐβοήθησάν τε πανδημεὶ ἐκ τῶν ἀγρῶν ἐπ’ αὐτοὺς καὶ προσκαθεζόμενοι ἐπολιόρκουν. χρόνου δὲ ἐγγιγνομένου οἱ Ἀθηναῖοι τρυχόμενοι τῇ προσεδρίᾳ ἀπῆλθον οἱ πολλοί, ἐπιτρέψαντες τοῖς ἐννέα ἄρχουσι τήν τε φυλακὴν καὶ τὸ πᾶν αὐτοκράτορσι διαθεῖναι ᾗ ἂν ἄριστα διαγιγνώσκωσιν· τότε δὲ τὰ πολλὰ τῶν πολιτικῶν οἱ ἐννέα ἄρχοντες ἔπρασσον. οἱ δὲ μετὰ τοῦ Κύλωνος πολιορκούμενοι φλαύρως εἶχον σίτου τε καὶ ὕδατος ἀπορίᾳ. ὁ μὲν οὖν Κύλων καὶ ὁ ἀδελφὸς αὐτοῦ ἐκδιδράσκουσιν· οἱ δ’ ἄλλοι ὡς ἐπιέζοντο καί τινες καὶ ἀπέθνῃσκον ὑπὸ τοῦ λιμοῦ, καθίζουσιν ἐπὶ τὸν βωμὸν ἱκέται τὸν ἐν τῇ ἀκροπόλει. ἀναστήσαντες δὲ αὐτοὺς οἱ τῶν Ἀθηναίων ἐπιτετραμμένοι τὴν φυλακήν, ὡς ἑώρων ἀποθνῄσκοντας ἐν τῷ ἱερῷ, ἐφ’ ᾧ μηδὲν κακὸν ποιήσουσιν, ἀπαγαγόντες ἀπέκτειναν· καθεζομένους δέ τινας καὶ ἐπὶ τῶν σεμνῶν θεῶν τοῖς βωμοῖς ἐν τῇ παρόδῳ ἀπεχρήσαντο. καὶ ἀπὸ τούτου ἐναγεῖς καὶ ἀλιτήριοι τῆς θεοῦ ἐκεῖνοί τε ἐκαλοῦντο καὶ τὸ γένος τὸ ἀπ’ ἐκείνων. ἤλασαν μὲν οὖν καὶ οἱ Ἀθηναῖοι τοὺς ἐναγεῖς τούτους, ἤλασε δὲ καὶ Κλεομένης ὁ Λακεδαιμόνιος ὕστερον μετὰ Ἀθηναίων στασιαζόντων, τούς τε ζῶντας ἐλαύνοντες καὶ τῶν τεθνεώτων τὰ ὀστᾶ ἀνελόντες ἐξέβαλον· κατῆλθον μέντοι ὕστερον, καὶ τὸ γένος αὐτῶν ἔστιν ἔτι ἐν τῇ πόλει.
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