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greco · Tucidide · opera integrale
Tucidide · Storie, libro I, capitolo 132
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Gli Spartiati non avevano alcuna prova evidente, né i nemici né tutta la città, con cui, confidando saldamente, poter punire un uomo che era di stirpe reale e che godeva in quel momento di potere (era infatti tutore, essendone cugino, di Plistarco figlio di Leonida, re ma ancora fanciullo); dava però molti sospetti, per l'infrazione delle norme e per l'emulazione dei barbari, di non voler essere pari agli altri nella situazione presente, e riesaminavano il resto della sua condotta, se in qualcosa si fosse allontanato dalle usanze stabilite, e ricordavano che sul tripode di Delfi, che i Greci avevano dedicato come primizia tolta ai Medi, un tempo aveva preteso di far incidere lui stesso, a titolo privato, questo distico. «Quando fu comandante dei Greci e distrusse l'esercito dei Medi, Pausania dedicò a Febo questo monumento.» Ebbene questo distico, subito allora, gli Spartani lo scalpellarono via dal tripode e vi incisero per nome le città che, avendo abbattuto insieme il barbaro, avevano eretto il monumento; l'atto ingiusto di Pausania già allora sembrava tale, e ora che ci si trovava in questa situazione, appariva assai più simile a ciò che era stato commesso, alla luce dell'atteggiamento presente. Venivano poi a sapere che egli tramava qualcosa anche presso gli Iloti; e in effetti era così: prometteva loro la libertà e la cittadinanza, se insieme si fossero sollevati e avessero portato a termine con lui l'intero piano. Ma neppure così, benché si fidassero di alcuni delatori tra gli Iloti, si decisero a prendere alcuna misura più severa contro di lui, seguendo il costume che sono soliti usare verso se stessi, di non essere frettolosi riguardo a un uomo spartiata nel deliberare qualcosa di irreparabile senza prove indiscutibili, finché non capitò loro, come si dice, che colui che stava per portare ad Artabazo l'ultima lettera per il re, un uomo di Argilo, che un tempo era stato suo amasio e a lui il più fedele, divenne delatore, temendo per un certo presentimento che nessuno dei messaggeri precedenti a lui fosse mai tornato, e, contraffatto il sigillo, affinché, se si fosse sbagliato nella sua congettura oppure Pausania avesse chiesto di apportare qualche modifica, non se ne accorgesse, apre le lettere, nelle quali, avendo sospettato che vi fosse aggiunto qualcosa del genere, trovò scritto anche l'ordine di uccidere proprio lui.
καὶ φανερὸν μὲν εἶχον οὐδὲν οἱ Σπαρτιᾶται σημεῖον, οὔτε οἱ ἐχθροὶ οὔτε ἡ πᾶσα πόλις, ὅτῳ ἂν πιστεύσαντες βεβαίως ἐτιμωροῦντο ἄνδρα γένους τε τοῦ βασιλείου ὄντα καὶ ἐν τῷ παρόντι τιμὴν ἔχοντα (Πλείσταρχον γὰρ τὸν Λεωνίδου ὄντα βασιλέα καὶ νέον ἔτι ἀνεψιὸς ὢν ἐπετρόπευεν), ὑποψίας δὲ πολλὰς παρεῖχε τῇ τε παρανομίᾳ καὶ ζηλώσει τῶν βαρβάρων μὴ ἴσος βούλεσθαι εἶναι τοῖς παροῦσι, τά τε ἄλλα αὐτοῦ ἀνεσκόπουν, εἴ τί που ἐξεδεδιῄτητο τῶν καθεστώτων νομίμων, καὶ ὅτι ἐπὶ τὸν τρίποδά ποτε τὸν ἐν Δελφοῖς, ὃν ἀνέθεσαν οἱ Ἕλληνες ἀπὸ τῶν Μήδων ἀκροθίνιον, ἠξίωσεν ἐπιγράψασθαι αὐτὸς ἰδίᾳ τὸ ἐλεγεῖον τόδε· Ἑλλήνων ἀρχηγὸς ἐπεὶ στρατὸν ὤλεσε Μήδων, Παυσανίας Φοίβῳ μνῆμ’ ἀνέθηκε τόδε. τὸ μὲν οὖν ἐλεγεῖον οἱ Λακεδαιμόνιοι ἐξεκόλαψαν εὐθὺς τότε ἀπὸ τοῦ τρίποδος τοῦτο καὶ ἐπέγραψαν ὀνομαστὶ τὰς πόλεις ὅσαι ξυγκαθελοῦσαι τὸν βάρβαρον ἔστησαν τὸ ἀνάθημα· τοῦ μέντοι Παυσανίου ἀδίκημα καὶ τότ’ ἐδόκει εἶναι, καὶ ἐπεί γε δὴ ἐν τούτῳ καθειστήκει, πολλῷ μᾶλλον παρόμοιον πραχθῆναι ἐφαίνετο τῇ παρούσῃ διανοίᾳ. ἐπυνθάνοντο δὲ καὶ ἐς τοὺς Εἵλωτας πράσσειν τι αὐτόν, καὶ ἦν δὲ οὕτως· ἐλευθέρωσίν τε γὰρ ὑπισχνεῖτο αὐτοῖς καὶ πολιτείαν, ἢν ξυνεπαναστῶσι καὶ τὸ πᾶν ξυγκατεργάσωνται. ἀλλ’ οὐδ’ ὣς οὐδὲ τῶν Εἱλώτων μηνυταῖς τισὶ πιστεύσαντες ἠξίωσαν νεώτερόν τι ποιεῖν ἐς αὐτόν, χρώμενοι τῷ τρόπῳ ᾧπερ εἰώθασιν ἐς σφᾶς αὐτούς, μὴ ταχεῖς εἶναι περὶ ἀνδρὸς Σπαρτιάτου ἄνευ ἀναμφισβητήτων τεκμηρίων βουλεῦσαί τι ἀνήκεστον, πρίν γε δὴ αὐτοῖς, ὡς λέγεται, ὁ μέλλων τὰς τελευταίας βασιλεῖ ἐπιστολὰς πρὸς Ἀρτάβαζον κομιεῖν, ἀνὴρ Ἀργίλιος, παιδικά ποτε ὢν αὐτοῦ καὶ πιστότατος ἐκείνῳ, μηνυτὴς γίγνεται, δείσας κατὰ ἐνθύμησίν τινα ὅτι οὐδείς πω τῶν πρὸ ἑαυτοῦ ἀγγέλων πάλιν ἀφίκετο, καὶ παρασημηνάμενος σφραγῖδα, ἵνα, ἢν ψευσθῇ τῆς δόξης ἢ καὶ ἐκεῖνός τι μεταγράψαι αἰτήσῃ, μὴ ἐπιγνῷ, λύει τὰς ἐπιστολάς, ἐν αἷς ὑπονοήσας τι τοιοῦτον προσεπεστάλθαι καὶ αὑτὸν ηὗρεν ἐγγεγραμμένον κτείνειν.
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