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greco · Tucidide · opera integrale
Tucidide · Storie, libro I, capitolo 73
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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«La nostra ambasceria non è venuta per contraddire i vostri alleati, ma per gli affari per cui la città ci ha mandati, ma accorgendoci che non piccolo era il clamore contro di noi, ci siamo presentati non per replicare alle accuse delle città (i nostri discorsi e i loro non avverrebbero infatti davanti a voi come giudici), bensì perché non deliberiate peggio, cedendo con troppa facilità agli alleati su questioni tanto gravi, e insieme volendo mostrare, sull'intera questione che ci riguarda, che non possediamo senza ragione ciò che abbiamo, e che la nostra città è degna di considerazione. Che bisogno c'è di parlare dei fatti assai antichi, di cui testimoni sono più le voci dei racconti che la vista di chi ascolterà? ma dei fatti persiani, che voi stessi conoscete bene, è necessario parlare, anche se sarà sempre fastidioso richiamarli continuamente; infatti quando agivamo, si correva il rischio per un vantaggio comune, del cui frutto voi aveste parte, mentre del suo ricordo non vogliamo essere privati del tutto, se in qualcosa può giovarci. Sarà detto non tanto per scusarci, quanto per testimonianza e per mostrare con quale città vi troverete a competere, se non deliberate bene. Diciamo infatti di aver affrontato per primi e da soli il barbaro a Maratona, e quando egli tornò la seconda volta, non essendo capaci di resistergli per terra, di essere saliti in massa sulle navi e di aver combattuto insieme a Salamina, il che gli impedì di devastare il Peloponneso navigando città per città, mentre i Peloponnesiaci sarebbero stati incapaci di soccorrersi a vicenda contro molte navi. E ne diede egli stesso la prova più grande: sconfitto sul mare, poiché la sua forza non era più uguale a prima, si ritirò rapidamente con la maggior parte del suo esercito.
’Ἡ μὲν πρέσβευσις ἡμῶν οὐκ ἐς ἀντιλογίαν τοῖς ὑμετέροις ξυμμάχοις ἐγένετο, ἀλλὰ περὶ ὧν ἡ πόλις ἔπεμψεν· αἰσθανόμενοι δὲ καταβοὴν οὐκ ὀλίγην οὖσαν ἡμῶν παρήλθομεν οὐ τοῖς ἐγκλήμασι τῶν πόλεων ἀντεροῦντες (οὐ γὰρ παρὰ δικασταῖς ὑμῖν οὔτε ἡμῶν οὔτε τούτων οἱ λόγοι ἂν γίγνοιντο), ἀλλ’ ὅπως μὴ ῥᾳδίως περὶ μεγάλων πραγμάτων τοῖς ξυμμάχοις πειθόμενοι χεῖρον βουλεύσησθε, καὶ ἅμα βουλόμενοι περὶ τοῦ παντὸς λόγου τοῦ ἐς ἡμᾶς καθεστῶτος δηλῶσαι ὡς οὔτε ἀπεικότως ἔχομεν ἃ κεκτήμεθα, ἥ τε πόλις ἡμῶν ἀξία λόγου ἐστίν. ’Καὶ τὰ μὲν πάνυ παλαιὰ τί δεῖ λέγειν, ὧν ἀκοαὶ μᾶλλον λόγων μάρτυρες ἢ ὄψις τῶν ἀκουσομένων; τὰ δὲ Μηδικὰ καὶ ὅσα αὐτοὶ ξύνιστε, εἰ καὶ δι’ ὄχλου μᾶλλον ἔσται αἰεὶ προβαλλομένοις, ἀνάγκη λέγειν· καὶ γὰρ ὅτε ἐδρῶμεν, ἐπ’ ὠφελίᾳ ἐκινδυνεύετο, ἧς τοῦ μὲν ἔργου μέρος μετέσχετε, τοῦ δὲ λόγου μὴ παντός, εἴ τι ὠφελεῖ, στερισκώμεθα. ῥηθήσεται δὲ οὐ παραιτήσεως μᾶλλον ἕνεκα ἢ μαρτυρίου καὶ δηλώσεως πρὸς οἵαν ὑμῖν πόλιν μὴ εὖ βουλευομένοις ὁ ἀγὼν καταστήσεται. φαμὲν γὰρ Μαραθῶνί τε μόνοι προκινδυνεῦσαι τῷ βαρβάρῳ καὶ ὅτε τὸ ὕστερον ἦλθεν, οὐχ ἱκανοὶ ὄντες κατὰ γῆν ἀμύνεσθαι, ἐσβάντες ἐς τὰς ναῦς πανδημεὶ ἐν Σαλαμῖνι ξυνναυμαχῆσαι, ὅπερ ἔσχε μὴ κατὰ πόλεις αὐτὸν ἐπιπλέοντα τὴν Πελοπόννησον πορθεῖν, ἀδυνάτων ἂν ὄντων πρὸς ναῦς πολλὰς ἀλλήλοις ἐπιβοηθεῖν. τεκμήριον δὲ μέγιστον αὐτὸς ἐποίησεν· νικηθεὶς γὰρ ταῖς ναυσὶν ὡς οὐκέτι αὐτῷ ὁμοίας οὔσης τῆς δυνάμεως κατὰ τάχος τῷ πλέονι τοῦ στρατοῦ ἀνεχώρησεν.
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