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greco · Tucidide · opera integrale
Tucidide · Storie, libro I, capitolo 143
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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E se pure, mettendo mano ai tesori di Olimpia o di Delfi, tentassero con una paga maggiore di sottrarci i marinai stranieri, non essendo noi rivali, imbarcati noi stessi e i meteci, sarebbe grave; Ora questo esiste, e, ciò che è il meglio, abbiamo piloti cittadini e un equipaggio più numeroso e migliore di tutto il resto della Grecia. E di fronte al pericolo nessuno degli stranieri accetterebbe di fuggire dalla propria patria e, con una speranza più debole, combattere insieme a quelli per pochi giorni in cambio di una grande paga. E le cose dei Peloponnesiaci mi sembrano tali e simili a queste, mentre le nostre sono libere da quei difetti che ho criticato in loro e hanno altri grandi vantaggi non paritari. Se vengano contro la nostra terra per via di terra, noi navigheremo contro la loro, e non sarà più la stessa cosa che venga devastata una parte del Peloponneso oppure tutta l'Attica; Essi infatti non avranno un'altra terra da riprendere senza combattere, mentre a noi c'è molta terra, sia nelle isole sia sul continente; Grande infatti è il dominio del mare. Considerate dunque: Se infatti fossimo isolani, chi sarebbe più inattaccabile? E ora bisogna, pensando il più vicino possibile a questo, lasciare da un lato la terra e le case, e tenere dall'altro la guardia del mare e della città, e non combattere a fondo, adirati per queste perdite, contro Peloponnesiaci molto più numerosi (Vincendo infatti combatteremo di nuovo non con forze minori, e se falliamo, si perdono anche le risorse degli alleati, da cui traiamo forza; infatti non staranno tranquilli finché non siamo capaci di marciare in armi contro di loro), e non fare il lamento per le case e per la terra, ma per le vite umane; Infatti non sono queste cose a procurare gli uomini, ma sono gli uomini a procurare queste cose. E se pensassi di persuadervi, vi esorterei voi stessi, usciti fuori, a devastarle e a mostrare ai Peloponnesiaci che almeno per questo non vi sottometterete.
’Εἴ τε καὶ κινήσαντες τῶν Ὀλυμπίασιν ἢ Δελφοῖς χρημάτων μισθῷ μείζονι πειρῷντο ἡμῶν ὑπολαβεῖν τοὺς ξένους τῶν ναυτῶν, μὴ ὄντων μὲν ἡμῶν ἀντιπάλων ἐσβάντων αὐτῶν τε καὶ τῶν μετοίκων δεινὸν ἂν ἦν· νῦν δὲ τόδε τε ὑπάρχει, καί, ὅπερ κράτιστον, κυβερνήτας ἔχομεν πολίτας καὶ τὴν ἄλλην ὑπηρεσίαν πλείους καὶ ἀμείνους ἢ ἅπασα ἡ ἄλλη Ἑλλάς. καὶ ἐπὶ τῷ κινδύνῳ οὐδεὶς ἂν δέξαιτο τῶν ξένων τήν τε αὑτοῦ φεύγειν καὶ μετὰ τῆς ἥσσονος ἅμα ἐλπίδος ὀλίγων ἡμερῶν ἕνεκα μεγάλου μισθοῦ δόσεως ἐκείνοις ξυναγωνίζεσθαι. ’Καὶ τὰ μὲν Πελοποννησίων ἔμοιγε τοιαῦτα καὶ παραπλήσια δοκεῖ εἶναι, τὰ δὲ ἡμέτερα τούτων τε ὧνπερ ἐκείνοις ἐμεμψάμην ἀπηλλάχθαι καὶ ἄλλα οὐκ ἀπὸ τοῦ ἴσου μεγάλα ἔχειν. ἤν τε ἐπὶ τὴν χώραν ἡμῶν πεζῇ ἴωσιν, ἡμεῖς ἐπὶ τὴν ἐκείνων πλευσούμεθα, καὶ οὐκέτι ἐκ τοῦ ὁμοίου ἔσται Πελοποννήσου τε μέρος τι τμηθῆναι καὶ τὴν Ἀττικὴν ἅπασαν· οἱ μὲν γὰρ οὐχ ἕξουσιν ἄλλην ἀντιλαβεῖν ἀμαχεί, ἡμῖν δ’ ἐστὶ γῆ πολλὴ καὶ ἐν νήσοις καὶ κατ’ ἤπειρον· μέγα γὰρ τὸ τῆς θαλάσσης κράτος. σκέψασθε δέ· εἰ γὰρ ἦμεν νησιῶται, τίνες ἂν ἀληπτότεροι ἦσαν; καὶ νῦν χρὴ ὅτι ἐγγύτατα τούτου διανοηθέντας τὴν μὲν γῆν καὶ οἰκίας ἀφεῖναι, τῆς δὲ θαλάσσης καὶ πόλεως φυλακὴν ἔχειν, καὶ Πελοποννησίοις ὑπὲρ αὐτῶν ὀργισθέντας πολλῷ πλέοσι μὴ διαμάχεσθαι (κρατήσαντές τε γὰρ αὖθις οὐκ ἐλάσσοσι μαχούμεθα καὶ ἢν σφαλῶμεν, τὰ τῶν ξυμμάχων, ὅθεν ἰσχύομεν, προσαπόλλυται· οὐ γὰρ ἡσυχάσουσι μὴ ἱκανῶν ἡμῶν ὄντων ἐπ’ αὐτοὺς στρατεύειν), τήν τε ὀλόφυρσιν μὴ οἰκιῶν καὶ γῆς ποιεῖσθαι, ἀλλὰ τῶν σωμάτων· οὐ γὰρ τάδε τοὺς ἄνδρας, ἀλλ’ οἱ ἄνδρες ταῦτα κτῶνται. καὶ εἰ ᾤμην πείσειν ὑμᾶς, αὐτοὺς ἂν ἐξελθόντας ἐκέλευον αὐτὰ δῃῶσαι καὶ δεῖξαι Πελοποννησίοις ὅτι τούτων γε ἕνεκα οὐχ ὑπακούσεσθε.
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