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greco · Tucidide · opera integrale
Tucidide · Storie, libro I, capitolo 142
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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La cosa più importante, però, è che saranno ostacolati dalla scarsità di denaro, quando, procurandoselo con lentezza, ne rimanderanno l'impiego. Ma le occasioni della guerra non aspettano. E in verità non c'è da temere né una piazzaforte in territorio nemico né la loro flotta. Costruire una città rivale è difficile anche in tempo di pace, e lo è certo ancor di più in tempo di guerra, quando noi a nostra volta fortificheremo le nostre posizioni contro di loro non meno di quanto essi facciano. E se costruiranno una fortezza, potranno danneggiare una parte della nostra terra con scorrerie e diserzioni, ma non sarà comunque sufficiente a impedirci di navigare verso il loro territorio e fortificarlo a nostra volta, e di difenderci con le navi, là dove siamo forti. Noi infatti abbiamo dall'esperienza navale un vantaggio sulle cose di terra maggiore di quello che loro hanno dall'esperienza terrestre riguardo alle cose di mare. E diventare esperti del mare non sarà per loro cosa facile da acquisire. Neppure voi, che pure lo esercitate fin dalle guerre persiane, lo avete ancora perfezionato del tutto. Come dunque uomini contadini, e non marinai, per giunta senza neppure poter esercitarsi perché tenuti sempre sotto blocco da molte nostre navi, potrebbero fare qualcosa di rilevante? Contro poche navi in blocco potrebbero anche rischiare, facendo forza col numero sulla propria inesperienza, ma tenuti a bada da molte se ne staranno tranquilli, e non esercitandosi diventeranno più inesperti, e per questo anche più esitanti. L'arte navale è una tecnica, come ogni altra, e non è possibile esercitarla in modo occasionale, quando capita, ma bisogna piuttosto che nient'altro sia occasionale rispetto ad essa.
’Μέγιστον δέ, τῇ τῶν χρημάτων σπάνει κωλύσονται, ὅταν σχολῇ αὐτὰ ποριζόμενοι διαμέλλωσιν· τοῦ δὲ πολέμου οἱ καιροὶ οὐ μενετοί. καὶ μὴν οὐδ’ ἡ ἐπιτείχισις οὐδὲ τὸ ναυτικὸν αὐτῶν ἄξιον φοβηθῆναι. τὴν μὲν γὰρ χαλεπὸν καὶ ἐν εἰρήνῃ πόλιν ἀντίπαλον κατασκευάσασθαι, ἦ που δὴ ἐν πολεμίᾳ τε καὶ οὐχ ἧσσον ἐκείνοις ἡμῶν ἀντεπιτετειχισμένων· φρούριον δ’ εἰ ποιήσονται, τῆς μὲν γῆς βλάπτοιεν ἄν τι μέρος καταδρομαῖς καὶ αὐτομολίαις, οὐ μέντοι ἱκανόν γε ἔσται ἐπιτειχίζειν τε κωλύειν ἡμᾶς πλεύσαντας ἐς τὴν ἐκείνων καί, ᾗπερ ἰσχύομεν, ταῖς ναυσὶν ἀμύνεσθαι· πλέον γὰρ ἡμεῖς ἔχομεν τοῦ κατὰ γῆν ἐκ τοῦ ναυτικοῦ ἐμπειρίας ἢ ἐκεῖνοι ἐκ τοῦ κατ’ ἤπειρον ἐς τὰ ναυτικά. τὸ δὲ τῆς θαλάσσης ἐπιστήμονας γενέσθαι οὐ ῥᾳδίως αὐτοῖς προσγενήσεται. οὐδὲ γὰρ ὑμεῖς μελετῶντες αὐτὸ εὐθὺς ἀπὸ τῶν Μηδικῶν ἐξείργασθέ πω· πῶς δὴ ἄνδρες γεωργοὶ καὶ οὐ θαλάσσιοι, καὶ προσέτι οὐδὲ μελετῆσαι ἐασόμενοι διὰ τὸ ὑφ’ ἡμῶν πολλαῖς ναυσὶν αἰεὶ ἐφορμεῖσθαι, ἄξιον ἄν τι δρῷεν; πρὸς μὲν γὰρ ὀλίγας ἐφορμούσας κἂν διακινδυνεύσειαν πλήθει τὴν ἀμαθίαν θρασύνοντες, πολλαῖς δὲ εἰργόμενοι ἡσυχάσουσι καὶ ἐν τῷ μὴ μελετῶντι ἀξυνετώτεροι ἔσονται καὶ δι’ αὐτὸ καὶ ὀκνηρότεροι. τὸ δὲ ναυτικὸν τέχνης ἐστίν, ὥσπερ καὶ ἄλλο τι, καὶ οὐκ ἐνδέχεται, ὅταν τύχῃ, ἐκ παρέργου μελετᾶσθαι, ἀλλὰ μᾶλλον μηδὲν ἐκείνῳ πάρεργον ἄλλο γίγνεσθαι.
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