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greco · Tucidide · opera integrale
Tucidide · Storie, libro I, capitolo 52
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Il giorno dopo, salpate sia le trenta navi attiche sia quante delle navi corciresi erano ancora in grado di navigare, si diressero verso il porto di Sibota, dove i Corinzi erano all'ancora, volendo sapere se avrebbero combattuto. Questi invece, levate le navi da terra e schieratisi al largo, se ne stavano tranquilli, non avendo intenzione di iniziare volontariamente una battaglia navale, vedendo che si erano aggiunte navi fresche da Atene e che a loro erano capitate molte difficoltà, e per la sorveglianza dei prigionieri che tenevano sulle navi, e perché non c'era possibilità di riparare le navi in un luogo deserto. Pensavano piuttosto al viaggio di ritorno, a come sarebbero riusciti a tornare, temendo che gli Ateniesi, ritenendo che la tregua fosse stata infranta perché erano venuti alle mani, non li lasciassero salpare.
Τῇ δὲ ὑστεραίᾳ ἀναγαγόμεναι αἵ τε Ἀττικαὶ τριάκοντα νῆες καὶ τῶν Κερκυραίων ὅσαι πλώιμοι ἦσαν ἐπέπλευσαν ἐπὶ τὸν ἐν τοῖς Συβότοις λιμένα, ἐν ᾧ οἱ Κορίνθιοι ὥρμουν, βουλόμενοι εἰδέναι εἰ ναυμαχήσουσιν. οἱ δὲ τὰς μὲν ναῦς ἄραντες ἀπὸ τῆς γῆς καὶ παραταξάμενοι μετεώρους ἡσύχαζον, ναυμαχίας οὐ διανοούμενοι ἄρχειν ἑκόντες ὁρῶντες προσγεγενημένας τε ναῦς ἐκ τῶν Ἀθηνῶν ἀκραιφνεῖς καὶ σφίσι πολλὰ τὰ ἄπορα ξυμβεβηκότα, αἰχμαλώτων τε περὶ φυλακῆς οὓς ἐν ταῖς ναυσὶν εἶχον, καὶ ἐπισκευὴν οὐκ οὖσαν τῶν νεῶν ἐν χωρίῳ ἐρήμῳ· τοῦ δὲ οἴκαδε πλοῦ μᾶλλον διεσκόπουν ὅπῃ κομισθήσονται, δεδιότες μὴ οἱ Ἀθηναῖοι νομίσαντες λελύσθαι τὰς σπονδάς, διότι ἐς χεῖρας ἦλθον, οὐκ ἐῶσι σφᾶς ἀποπλεῖν.
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