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greco · Tucidide · opera integrale
Tucidide · Storie, libro I, capitolo 122
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Ci sono per noi anche altre vie di guerra: il distacco degli alleati, che è soprattutto una sottrazione delle entrate con cui essi sono forti, e la fortificazione nel loro territorio, e altre cose ancora che ora nessuno potrebbe prevedere. La guerra, infatti, procede pochissimo secondo patti stabiliti, ma da sé, per lo più, escogita secondo l'occasione; in questo, chi la affronta con animo calmo è più saldo, chi invece si adira contro di essa commette non minori errori. Consideriamo anche che, se le nostre divergenze fossero, per ciascuno di noi, con avversari pari a noi riguardo ai confini del territorio, sarebbe sopportabile. Ma ora gli Ateniesi sono forti abbastanza contro tutti noi insieme, e città per città sono ancora più potenti, cosicché, se non ci difenderemo da loro con un unico proposito, sia tutti insieme, sia per popoli, sia per ogni singola città, ci sottometteranno senza fatica, divisi come saremo. E ciascuno sappia che la sconfitta, anche se a qualcuno può suonare terribile a sentirsi, non porta nient'altro che una schiavitù totale; ed è vergognoso perfino solo a pensarlo per il Peloponneso, che tante città soffrano sotto una sola. In questo caso, sembrerebbe che o subiamo a ragione, o che per viltà lo sopportiamo e ci mostriamo peggiori dei nostri padri, che liberarono la Grecia, mentre noi non assicuriamo neppure a noi stessi questa libertà, e permettiamo che una città si stabilisca come tiranna, pur pretendendo di abbattere i monarchi in una sola città. E non sappiamo come questo comportamento sia libero da tre grandissime colpe: mancanza d'intelligenza, o mollezza, o negligenza. Voi infatti, di certo, siete sfuggiti a questi vizi e siete finiti nel disprezzo che più di tutti ha nuociuto, il quale, per aver ingannato molti, ha mutato nome nel suo opposto, chiamandosi sconsideratezza.
ὑπάρχουσι δὲ καὶ ἄλλαι ὁδοὶ τοῦ πολέμου ἡμῖν, ξυμμάχων τε ἀπόστασις, μάλιστα παραίρεσις οὖσα τῶν προσόδων αἷς ἰσχύουσι, καὶ ἐπιτειχισμὸς τῇ χώρᾳ, ἄλλα τε ὅσα οὐκ ἄν τις νῦν προΐδοι. ἥκιστα γὰρ πόλεμος ἐπὶ ῥητοῖς χωρεῖ, αὐτὸς δὲ ἀφ’ αὑτοῦ τὰ πολλὰ τεχνᾶται πρὸς τὸ παρατυγχάνον· ἐν ᾧ ὁ μὲν εὐοργήτως αὐτῷ προσομιλήσας βεβαιότερος, ὁ δ’ ὀργισθεὶς περὶ αὐτὸν οὐκ ἐλάσσω πταίει. ’Ἐνθυμώμεθα δὲ καὶ ὅτι εἰ μὲν ἡμῶν ἦσαν ἑκάστοις πρὸς ἀντιπάλους περὶ γῆς ὅρων αἱ διαφοραί, οἰστὸν ἂν ἦν· νῦν δὲ πρὸς ξύμπαντάς τε ἡμᾶς Ἀθηναῖοι ἱκανοὶ καὶ κατὰ πόλιν ἔτι δυνατώτεροι, ὥστε εἰ μὴ καὶ ἁθρόοι καὶ κατὰ ἔθνη καὶ ἕκαστον ἄστυ μιᾷ γνώμῃ ἀμυνούμεθα αὐτούς, δίχα γε ὄντας ἡμᾶς ἀπόνως χειρώσονται. καὶ τὴν ἧσσαν, εἰ καὶ δεινόν τῳ ἀκοῦσαι, ἴστω οὐκ ἄλλο τι φέρουσαν ἢ ἄντικρυς δουλείαν· ὃ καὶ λόγῳ ἐνδοιασθῆναι αἰσχρὸν τῇ Πελοποννήσῳ καὶ πόλεις τοσάσδε ὑπὸ μιᾶς κακοπαθεῖν. ἐν ᾧ ἢ δικαίως δοκοῖμεν ἂν πάσχειν ἢ διὰ δειλίαν ἀνέχεσθαι καὶ τῶν πατέρων χείρους φαίνεσθαι, οἳ τὴν Ἑλλάδα ἠλευθέρωσαν, ἡμεῖς δὲ οὐδ’ ἡμῖν αὐτοῖς βεβαιοῦμεν αὐτό, τύραννον δὲ ἐῶμεν ἐγκαθεστάναι πόλιν, τοὺς δ’ ἐν μιᾷ μονάρχους ἀξιοῦμεν καταλύειν. καὶ οὐκ ἴσμεν ὅπως τάδε τριῶν τῶν μεγίστων ξυμφορῶν ἀπήλλακται, ἀξυνεσίας ἢ μαλακίας ἢ ἀμελείας. οὐ γὰρ δὴ πεφευγότες αὐτὰ ἐπὶ τὴν πλείστους δὴ βλάψασαν καταφρόνησιν κεχωρήκατε, ἣ ἐκ τοῦ πολλοὺς σφάλλειν τὸ ἐναντίον ὄνομα ἀφροσύνη μετωνόμασται.
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