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greco · Tucidide · opera integrale
Tucidide · Storie, libro I, capitolo 2
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Appare infatti che la Grecia, oggi così chiamata, non fosse abitata stabilmente fin da tempi antichi, ma vi furono migrazioni continue in passato, e ciascun popolo abbandonava facilmente la propria terra, costretto sempre da altri più numerosi. Poiché infatti non c'era commercio, e non si mescolavano tra loro senza timore né per terra né per mare, ciascuno traendo dalla propria terra solo quanto bastava a vivere, senza possedere ricchezza in eccesso né piantare alberi, incerto essendo quando qualcuno sarebbe sopraggiunto e, non essendovi mura, un altro gliela avrebbe portata via, ritenendo di poter procurarsi ovunque il nutrimento quotidiano necessario, si trasferivano senza difficoltà, e per questo non erano forti né per grandezza delle città né per altro apparato. Soprattutto la terra migliore ebbe sempre i mutamenti di abitanti, quella che oggi si chiama Tessaglia, e la Beozia, e la maggior parte del Peloponneso tranne l'Arcadia, e quanto vi era di più fertile nel resto della Grecia. Per la fertilità del suolo infatti, a taluni crescevano forze maggiori, che generavano contese civili dalle quali erano rovinati, e insieme erano insidiati di più dagli stranieri. L'Attica dunque, per lo più priva di contese civili a causa della magrezza del suolo, fu abitata sempre dagli stessi uomini. E questa non è la prova minore del mio ragionamento: che per le continue migrazioni le altre regioni non crebbero allo stesso modo. Dal resto della Grecia infatti, quelli che erano cacciati dalla guerra o dalla lotta civile, i più potenti si rifugiavano presso gli Ateniesi come luogo sicuro, e diventando cittadini fin da tempi antichi resero subito la città ancora più grande per numero di uomini, tanto che in seguito mandarono coloni anche in Ionia, poiché l'Attica non bastava più.
φαίνεται γὰρ ἡ νῦν Ἑλλὰς καλουμένη οὐ πάλαι βεβαίως οἰκουμένη, ἀλλὰ μεταναστάσεις τε οὖσαι τὰ πρότερα καὶ ῥᾳδίως ἕκαστοι τὴν ἑαυτῶν ἀπολείποντες βιαζόμενοι ὑπό τινων αἰεὶ πλειόνων. τῆς γὰρ ἐμπορίας οὐκ οὔσης, οὐδ’ ἐπιμειγνύντες ἀδεῶς ἀλλήλοις οὔτε κατὰ γῆν οὔτε διὰ θαλάσσης, νεμόμενοί τε τὰ αὑτῶν ἕκαστοι ὅσον ἀποζῆν καὶ περιουσίαν χρημάτων οὐκ ἔχοντες οὐδὲ γῆν φυτεύοντες, ἄδηλον ὂν ὁπότε τις ἐπελθὼν καὶ ἀτειχίστων ἅμα ὄντων ἄλλος ἀφαιρήσεται, τῆς τε καθ’ ἡμέραν ἀναγκαίου τροφῆς πανταχοῦ ἂν ἡγούμενοι ἐπικρατεῖν, οὐ χαλεπῶς ἀπανίσταντο, καὶ δι’ αὐτὸ οὔτε μεγέθει πόλεων ἴσχυον οὔτε τῇ ἄλλῃ παρασκευῇ. μάλιστα δὲ τῆς γῆς ἡ ἀρίστη αἰεὶ τὰς μεταβολὰς τῶν οἰκητόρων εἶχεν, ἥ τε νῦν Θεσσαλία καλουμένη καὶ Βοιωτία Πελοποννήσου τε τὰ πολλὰ πλὴν Ἀρκαδίας, τῆς τε ἄλλης ὅσα ἦν κράτιστα. διὰ γὰρ ἀρετὴν γῆς αἵ τε δυνάμεις τισὶ μείζους ἐγγιγνόμεναι στάσεις ἐνεποίουν ἐξ ὧν ἐφθείροντο, καὶ ἅμα ὑπὸ ἀλλοφύλων μᾶλλον ἐπεβουλεύοντο. τὴν γοῦν Ἀττικὴν ἐκ τοῦ ἐπὶ πλεῖστον διὰ τὸ λεπτόγεων ἀστασίαστον οὖσαν ἄνθρωποι ᾤκουν οἱ αὐτοὶ αἰεί. καὶ παράδειγμα τόδε τοῦ λόγου οὐκ ἐλάχιστόν ἐστι διὰ τὰς μετοικίας ἐς τὰ ἄλλα μὴ ὁμοίως αὐξηθῆναι· ἐκ γὰρ τῆς ἄλλης Ἑλλάδος οἱ πολέμῳ ἢ στάσει ἐκπίπτοντες παρ’ Ἀθηναίους οἱ δυνατώτατοι ὡς βέβαιον ὂν ἀνεχώρουν, καὶ πολῖται γιγνόμενοι εὐθὺς ἀπὸ παλαιοῦ μείζω ἔτι ἐποίησαν πλήθει ἀνθρώπων τὴν πόλιν, ὥστε καὶ ἐς Ἰωνίαν ὕστερον ὡς οὐχ ἱκανῆς οὔσης τῆς Ἀττικῆς ἀποικίας ἐξέπεμψαν.
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