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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro I, capitolo 19
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Poiché queste cose gli erano note, e a questi sospetti si aggiungevano fatti certissimi, cioè che aveva fatto attraversare il territorio dei Sequani agli Elvezi, che aveva fatto in modo che tra loro si dessero ostaggi, che aveva fatto tutto ciò non solo senza ordine suo e della sua comunità ma anche a loro insaputa, che era accusato dal magistrato degli Edui, riteneva che ci fosse motivo sufficiente perché lui stesso lo punisse o ordinasse alla comunità di punirlo. A tutte queste cose si opponeva una cosa sola: che conosceva il grandissimo attaccamento del fratello Diviziaco verso il popolo romano, la sua somma benevolenza verso di sé, la sua straordinaria lealtà, giustizia e moderazione; infatti temeva che, punendolo, avrebbe offeso l'animo di Diviziaco. Perciò, prima di tentare qualcosa, ordina che Diviziaco venga chiamato da lui e, allontanati gli interpreti abituali, si intrattiene con lui tramite Gaio Valerio Trocillo, un notabile della provincia di Gallia, suo amico, di cui aveva piena fiducia in ogni cosa; gli ricorda che cosa fosse stato detto su Dumnorige, alla sua presenza, nell'assemblea dei Galli, e gli mostra che cosa ciascuno gli avesse detto separatamente su di lui. Chiede e lo esorta a decidere lui stesso su di lui, esaminato il caso, senza offendere il suo animo, oppure a ordinare che decida la comunità.
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