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latino · Cesare · opera integrale
Tutto il libro I del De bello Gallico con traduzione italiana affiancata, capitolo per capitolo. Tocca una parola latina: sopra hai il suo significato, e la sua resa si accende nella traduzione.
In questo libro: La Gallia divisa in tre parti, la migrazione degli Elvezi e la guerra contro il germano Ariovisto.
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano
La Gallia è divisa tutta in tre parti: una la abitano i Belgi, un'altra gli Aquitani, la terza coloro che nella propria lingua si chiamano Celti, nella nostra Galli.Tutti questi popoli differiscono tra loro per lingua, istituzioni e leggi.Il fiume Garonna separa i Galli dagli Aquitani, la Marna e la Senna dai Belgi.Di tutti questi popoli i più forti sono i Belgi, perché sono i più lontani dalla raffinatezza e civiltà della provincia, perché ben di rado i mercanti si recano da loro portando ciò che serve a rammollire gli animi, e perché sono i più vicini ai Germani, che abitano al di là del Reno, con cui combattono continuamente.Per questo motivo anche gli Elvezi superano in valore gli altri Galli, perché combattono quasi ogni giorno contro i Germani, respingendoli dal proprio territorio o portando essi stessi la guerra nel loro.Di queste parti, quella che si è detto occupata dai Galli ha inizio dal fiume Rodano, è delimitata dal fiume Garonna, dall'Oceano e dal territorio dei Belgi, tocca inoltre, dalla parte dei Sequani e degli Elvezi, il fiume Reno, e si estende verso settentrione.I Belgi cominciano agli estremi confini della Gallia, si estendono fino al basso corso del fiume Reno, e guardano verso settentrione e il sole levante.L'Aquitania si estende dal fiume Garonna fino ai monti Pirenei e a quella parte dell'Oceano che è vicina alla Spagna; guarda tra il tramonto del sole e settentrione.
Presso gli Elvezi Orgetorige fu di gran lunga il più nobile e il più ricco.Costui, sotto il consolato di Marco Messala [e Marco Pisone], spinto dal desiderio di regnare, ordì una congiura dei nobili e convinse la popolazione a uscire dal proprio territorio con tutte le forze: sarebbe stato facilissimo, dato che superavano tutti in valore, impadronirsi del dominio dell'intera Gallia.Ciò gli riuscì tanto più facile a persuadere in quanto gli Elvezi sono racchiusi da ogni parte dalla natura del luogo: da un lato dal fiume Reno, larghissimo e profondissimo, che separa il territorio degli Elvezi dai Germani; dall'altro dal monte Giura, altissimo, che sta tra i Sequani e gli Elvezi; dal terzo dal lago Lemano e dal fiume Rodano, che separa la nostra provincia dagli Elvezi.Per queste ragioni accadeva che si spostassero meno ampiamente e che avessero minore possibilità di portare guerra ai vicini; per questo motivo gli uomini, bramosi di guerra, ne soffrivano grandemente.In proporzione al numero degli abitanti, alla gloria in guerra e al valore, ritenevano di avere un territorio troppo angusto, che si estendeva in lunghezza per duecentoquaranta miglia, in larghezza per centottanta.
Spinti da queste considerazioni e mossi dall'autorità di Orgetorige, decisero di procurarsi ciò che serviva per la partenza, di comprare il maggior numero possibile di bestie da soma e di carri, di fare semine quanto più ampie possibili perché durante il viaggio non mancasse la scorta di grano, e di stringere pace e amicizia con le popolazioni vicine.Ritennero che due anni bastassero per portare a termine questi preparativi; stabilirono per legge la partenza per il terzo anno.Per portare a termine questi preparativi viene scelto Orgetorige.Costui si assume l'incarico di ambasciatore presso le altre popolazioni.In questo viaggio persuade Castico, figlio di Catamantaloede, un Sequano, il cui padre aveva tenuto per molti anni il regno presso i Sequani ed era stato proclamato amico dal senato del popolo romano, a occupare nella propria città il regno che il padre aveva avuto prima; e allo stesso modo persuade Dumnorige l'Eduo, fratello di Diviziaco, che in quel tempo deteneva il primo posto nella città ed era assai gradito al popolo, a tentare la stessa cosa, e gli dà in moglie la propria figlia.Dimostra loro che è facilissimo riuscire nell'impresa, perché egli stesso stava per ottenere il potere della propria città: non v'era dubbio che gli Elvezi fossero i più forti di tutta la Gallia; egli assicura che con le proprie truppe e il proprio esercito procurerà loro i regni.Spinti da questo discorso, si scambiano fede e giuramento, e sperano che, occupato il regno, per mezzo di tre popoli potentissimi e fortissimi possano impadronirsi dell'intera Gallia.
Questo fatto fu denunciato agli Elvezi tramite una spia.Secondo i loro costumi costrinsero Orgetorige a difendersi dall'accusa incatenato; se condannato, doveva subire la pena di essere bruciato vivo.Nel giorno fissato per il processo, Orgetorige radunò da ogni parte davanti al tribunale tutta la sua famiglia, fino a diecimila persone, e condusse nello stesso luogo tutti i suoi clienti e i suoi debitori, di cui aveva un gran numero; grazie a loro si sottrasse alla necessità di difendersi dall'accusa.Mentre la comunità, irritata per questo fatto, tentava di far valere con le armi il proprio diritto e i magistrati radunavano una moltitudine di uomini dai campi, Orgetorige morì; e non manca il sospetto, come ritengono gli Elvezi, che si sia dato la morte da sé.
Dopo la sua morte gli Elvezi non per questo rinunciano a tentare di fare ciò che avevano deciso, cioè uscire dal proprio territorio.Quando ormai ritennero di essere pronti per questa impresa, incendiano tutte le loro città, circa dodici, i villaggi, circa quattrocento, e i restanti edifici privati; bruciano tutto il grano, tranne quello che avrebbero portato con sé, affinché, tolta la speranza di un ritorno in patria, fossero più pronti ad affrontare ogni pericolo; ordinano che ciascuno si porti da casa farina macinata per tre mesi.Convincono i Rauraci, i Tulingi e i Latobrigi, popoli confinanti, ad adottare lo stesso piano e a partire insieme a loro dopo aver bruciato le proprie città e i villaggi; e si associano come alleati i Boi, che avevano abitato al di là del Reno ed erano passati nel territorio del Norico, dove assediavano Noreia, e che avevano accolto presso di sé.
Vi erano in tutto due strade, per le quali potevano uscire dal territorio:una attraverso il territorio dei Sequani, stretta e difficile, tra il monte Giura e il fiume Rodano, tanto angusta che vi passavano a stento anche i carri uno alla volta, e un monte altissimo la sovrastava, così che pochissimi uomini potevano bloccarla facilmente;l'altra attraverso la nostra provincia, molto più facile e comoda, perché tra il territorio degli Elvezi e quello degli Allobrogi, sottomessi da poco, scorre il Rodano, che in alcuni punti si guada.L'ultima città degli Allobrogi, la più vicina al territorio degli Elvezi, è Ginevra.Da quella città un ponte conduce fino agli Elvezi.Pensavano che avrebbero persuaso gli Allobrogi, poiché non sembravano ancora ben disposti verso il popolo romano, oppure li avrebbero costretti con la forza a lasciarli passare attraverso il loro territorio.Preparato tutto per la partenza, fissano un giorno nel quale tutti si radunino sulla riva del Rodano.Quel giorno era il quinto giorno prima delle calende di aprile, sotto il consolato di Lucio Pisone e Aulo Gabinio.
Quando fu annunciato a Cesare che essi tentavano di marciare attraverso la nostra provincia, si affretta a partire da Roma e con marce quanto più veloci possibile si dirige verso la Gallia Ulteriore e giunge a Ginevra.Ordina a tutta la provincia il maggior numero possibile di soldati (in tutto vi era una sola legione nella Gallia Ulteriore), ordina che sia distrutto il ponte che c'era presso Ginevra.Quando gli Elvezi furono informati del suo arrivo, gli mandano come ambasciatori i più nobili della loro comunità, tra i quali Nammeio e Verucloezio occupavano il posto principale, per dire che avevano intenzione di attraversare la provincia senza alcun danno, poiché non avevano altra via:chiedevano che fosse loro permesso di farlo con il suo consenso.Cesare, poiché ricordava che il console Lucio Cassio era stato ucciso e il suo esercito sconfitto dagli Elvezi e fatto passare sotto il giogo, non credeva di dover acconsentire;e riteneva che uomini di animo ostile, se avessero avuto la possibilità di attraversare la provincia, non si sarebbero trattenuti da offese e danni.Tuttavia, perché ci fosse tempo finché arrivassero i soldati che aveva ordinato, rispose agli ambasciatori che si sarebbe preso un giorno per riflettere:se volevano qualcosa, tornassero entro le idi di aprile.
Nel frattempo, con la legione che teneva con sé e i soldati giunti dalla provincia, dal lago Lemano, che sfocia nel fiume Rodano, fino al monte Giura, che separa il territorio dei Sequani da quello degli Elvezi, costruisce per diciannove miglia un muro alto sedici piedi e un fossato.Completata l'opera, dispone presidi, fortifica postazioni, per poter più facilmente impedire agli Elvezi di attraversare, se tentassero di farlo contro la sua volontà.Quando giunse il giorno che aveva fissato con gli ambasciatori e gli ambasciatori tornarono da lui, dichiara di non poter concedere, secondo il costume e l'esempio del popolo romano, il passaggio ad alcuno attraverso la provincia, e mostra che, se avessero tentato di farlo con la forza, li avrebbe impediti.Gli Elvezi, delusi in questa speranza, tentarono, unendo barche e costruendo numerose zattere, altri guadando il Rodano dove la profondità del fiume era minima, talvolta di giorno, più spesso di notte, di sfondare, se possibile, ma respinti dalla fortificazione dell'opera, dall'accorrere dei soldati e dai dardi, rinunciarono a questo tentativo.
A Cesare viene riferito che gli Elvezi avevano intenzione di marciare attraverso il territorio dei Sequani e degli Edui fino al territorio dei Santoni, che non distano molto dal territorio dei Tolosati, comunità che si trova nella provincia.Se ciò fosse avvenuto, capiva che sarebbe stato un grande pericolo per la provincia avere come vicini, in zone aperte e ricchissime di grano, uomini bellicosi e nemici del popolo romano.Per queste ragioni mette a capo di quella fortificazione che aveva costruito il legato Tito Labieno;egli stesso si dirige in Italia con marce forzate, arruola lì due legioni e ne fa uscire tre dagli accampamenti invernali, che svernavano presso Aquileia, e, per la via più breve verso la Gallia Ulteriore attraverso le Alpi, si affretta a marciare con queste cinque legioni.Lì i Ceutroni, i Graioceli e i Caturigi, occupate le posizioni più elevate, tentano di impedire il passaggio all'esercito.Respintili in numerosi scontri, dal territorio di Ocelo, che è l'ultima città della provincia citeriore, giunge nel settimo giorno nel territorio dei Vocontii, nella provincia ulteriore;di lì conduce l'esercito nel territorio degli Allobrogi, e dagli Allobrogi tra i Segusiavi.Questi sono i primi al di fuori della provincia, oltre il Rodano.
Gli Elvezi avevano ormai fatto passare le loro truppe attraverso i passaggi stretti e il territorio dei Sequani, erano giunti nel territorio degli Edui e ne devastavano i campi.Gli Edui, non potendo difendere se stessi e i propri beni da loro, mandano ambasciatori a Cesare a chiedere aiuto: dicevano di aver sempre così ben meritato del popolo romano da non dover subire, quasi sotto gli occhi del nostro esercito, la devastazione dei campi, la deportazione in schiavitù dei loro figli, l'espugnazione delle città.Nello stesso momento in cui gli Edui mandavano gli ambasciatori, anche gli Ambarri, parenti stretti e consanguinei degli Edui, informano Cesare che, devastati i loro campi, non riescono facilmente a tenere lontana dalle città la violenza dei nemici.Allo stesso modo gli Allobrogi, che avevano villaggi e proprietà al di là del Rodano, si rifugiano in fuga presso Cesare e dimostrano che non resta loro nulla se non il nudo suolo dei campi.Spinto da questi fatti, Cesare decise di non dover aspettare che, consumate tutte le risorse degli alleati, gli Elvezi giungessero nel territorio dei Santoni.
C'è un fiume, l'Arar, che scorre nel Rodano attraverso il territorio degli Edui e dei Sequani, con una lentezza così incredibile che non si può giudicare a occhio in quale direzione scorra.Gli Elvezi lo attraversavano con zattere e barche unite insieme.Quando Cesare, informato dagli esploratori, seppe che gli Elvezi avevano già fatto passare tre parti delle loro forze attraverso quel fiume e che la quarta parte restava ancora al di qua del fiume Arar, partito dagli accampamenti verso la terza veglia con tre legioni, giunse a quella parte che non aveva ancora attraversato il fiume.Assalì loro, impacciati e sorpresi, e ne fece a pezzi gran parte;i superstiti si affidarono alla fuga e si nascosero nei boschi vicini.Quel distretto si chiamava Tigurino;infatti l'intero popolo elvetico era diviso in quattro distretti.Questo unico distretto, quando era uscito dalla propria terra, ai tempi dei nostri padri aveva ucciso il console Lucio Cassio e aveva fatto passare sotto il giogo il suo esercito.Così, per caso o per volontà degli dei immortali, quella parte del popolo elvetico che aveva inflitto al popolo romano una così grave sconfitta fu la prima a scontarne la pena.In questo, Cesare vendicò non solo le offese pubbliche ma anche quelle private, poiché i Tigurini, nella stessa battaglia in cui avevano ucciso Cassio, avevano ucciso anche Lucio Pisone, il legato, avo del suocero di Cesare, Lucio Pisone.
Perché potesse inseguire le rimanenti truppe degli Elvezi dopo questa battaglia, Cesare fa costruire un ponte sull'Arar e così fa passare l'esercito.Gli Elvezi, turbati dal suo arrivo improvviso, capendo che lui aveva fatto in un solo giorno ciò che essi stessi avevano compiuto a fatica in venti giorni, cioè attraversare il fiume, mandano ambasciatori a lui;a capo di questa ambasceria c'era Divico, che era stato comandante degli Elvezi nella guerra contro Cassio.Trattò così con Cesare:se il popolo romano avesse fatto la pace con gli Elvezi, questi sarebbero andati e sarebbero rimasti in quella zona dove Cesare li avesse stabiliti e avesse voluto che fossero;se invece avesse insistito a perseguitarli con la guerra, ricordasse sia l'antico disastro del popolo romano, sia l'antico valore degli Elvezi.Quanto al fatto che avesse assalito un solo distretto di sorpresa, mentre coloro che avevano attraversato il fiume non potevano portare aiuto ai propri, non attribuisse ciò troppo al proprio valore, né li disprezzasse.Essi avevano imparato così dai padri e dagli antenati, a combattere piuttosto col valore che a far affidamento sull'inganno o sugli agguati.Perciò non permettesse che quel luogo dove si erano fermati prendesse il nome, o ne tramandasse il ricordo, dal disastro del popolo romano e dallo sterminio dell'esercito.
Cesare rispose così a queste parole:gli restava per questo minore esitazione, poiché ricordava bene i fatti che gli ambasciatori elvezi avevano menzionato, e tanto più gravemente li sopportava quanto meno erano accaduti per colpa del popolo romano;e che, se fosse stato consapevole di qualche colpa verso di loro, non sarebbe stato difficile stare in guardia;ma era stato ingannato in questo, perché non riusciva a capire di aver commesso nulla per cui temere, e non pensava di dover temere senza motivo.Ma se anche volesse dimenticare l'antico oltraggio, poteva forse deporre il ricordo delle offese recenti, cioè che, contro la sua volontà, avevano tentato con la forza il passaggio attraverso la provincia, che avevano vessato gli Edui, gli Ambarri, gli Allobrogi?Anche il fatto che si vantassero così arrogantemente della loro vittoria e si stupissero di aver commesso offese impunemente per così tanto tempo, rientrava nello stesso discorso.Infatti gli dei immortali erano soliti concedere talvolta a chi volevano punire per i propri delitti una sorte più favorevole e un'impunità più lunga, perché soffrissero più dolorosamente per il rovescio della fortuna.Sebbene le cose stessero così, tuttavia, se gli Elvezi gli avessero dato ostaggi, in modo da capire che avrebbero fatto ciò che promettevano, e se avessero riparato agli Edui i danni che avevano inflitto a loro e ai loro alleati, e allo stesso modo dato soddisfazione agli Allobrogi, allora avrebbe fatto pace con loro.Divico rispose:gli Elvezi erano stati educati dai propri antenati così, ad avere l'abitudine di ricevere ostaggi, non di darli;di questo fatto il popolo romano era testimone.Data questa risposta, se ne andò.
Il giorno seguente levano il campo da quel luogo.Lo stesso fa Cesare, il quale manda avanti tutta la cavalleria, circa quattromila uomini, che aveva radunato da tutta la provincia e dagli Edui e dai loro alleati, perché vedano verso quali zone i nemici dirigano la marcia.Costoro, inseguendo con troppo ardore la retroguardia, attaccano battaglia con la cavalleria degli Elvezi in un luogo sfavorevole;e pochi dei nostri cadono.Inorgogliti da questa battaglia, poiché con cinquecento cavalieri avevano respinto una moltitudine così grande di cavalieri, gli Elvezi cominciarono a fermarsi più audacemente e a provocare i nostri in battaglia con la retroguardia, di tanto in tanto.Cesare tratteneva i suoi dal combattimento, e per il momento si accontentava di impedire al nemico saccheggi, foraggiamenti e devastazioni.Così marciarono per circa quindici giorni, in modo che tra la retroguardia dei nemici e la nostra avanguardia non ci fosse più distanza di cinque o sei miglia.
Intanto Cesare chiedeva ogni giorno agli Edui il grano che avevano promesso pubblicamente.Infatti, a causa del freddo (poiché la Gallia si trova sotto le regioni settentrionali, come si è detto prima), non solo il grano nei campi non era maturo, ma non c'era neppure una quantità sufficiente di foraggio.Del grano che aveva fatto trasportare per nave lungo il fiume Arar poteva servirsi ormai meno, perché gli Elvezi, dai quali non voleva allontanarsi, avevano deviato il percorso dall'Arar.Gli Edui tiravano avanti di giorno in giorno: dicevano che il grano veniva raccolto, veniva trasportato, era pronto.Quando si accorse che la cosa si tirava per le lunghe e che si avvicinava il giorno in cui bisognava distribuire il grano ai soldati, convocati i loro capi, di cui aveva un gran numero nell'accampamento, tra questi Diviziaco e Lisco (che era a capo della magistratura suprema che gli Edui chiamano vergobreto, il quale viene eletto ogni anno e ha potere di vita e di morte sui suoi concittadini), li accusa duramente, perché, non potendosi il grano né comprare né prendere dai campi, in un momento così necessario e con i nemici così vicini, non venivano soccorsi da loro, tanto più che era stato indotto in gran parte dalle loro preghiere a intraprendere la guerrae si lamenta ancora più duramente di essere stato abbandonato.
Allora finalmente Lisco, spinto dal discorso di Cesare, espone ciò che prima aveva taciuto:vi erano alcuni, la cui autorità presso il popolo contava moltissimo, che come privati potevano più degli stessi magistrati.Costoro, con un discorso sedizioso e disonesto, distoglievano la moltitudine dal consegnare il grano che dovevano:sostenevano che, se ormai non potevano ottenere l'egemonia sulla Gallia, era preferibile sopportare il dominio dei Galli piuttosto che quello dei Romani, e non dovevano dubitare che, se i Romani avessero sconfitto gli Elvezi, avrebbero tolto la libertà agli Edui insieme al resto della Gallia.Dagli stessi venivano riferiti ai nemici i nostri piani e tutto ciò che si faceva nell'accampamento;che lui stesso non poteva tenerli a freno.Anzi, capiva bene con quanto pericolo avesse fatto questo, dovendo riferire la cosa a Cesare per necessità, e per questo motivo aveva taciuto il più a lungo che aveva potuto.
Cesare capiva che con questo discorso Lisco indicava Dumnorige, fratello di Diviziaco, ma, poiché non voleva che questi fatti fossero discussi davanti a molti, scioglie rapidamente il consiglio, trattiene Lisco.Lo interroga da solo su ciò che aveva detto nell'assemblea.Parla con più libertà e audacia.Interroga in segreto anche altri sulle stesse cose;scopre che sono vere:che proprio Dumnorige, di somma audacia, gode di grande favore presso il popolo per la sua generosità, è desideroso di novità.Da diversi anni tiene in appalto a basso prezzo i dazi doganali e tutte le altre imposte degli Edui, perché, quando offre lui all'asta, nessuno osa fare offerte contro di lui.che con questi mezzi ha accresciuto il proprio patrimonio e si è procurato grandi risorse per elargire doni;che mantiene sempre a sue spese un gran numero di cavalieri e li tiene intorno a sé, e che può molto non solo in patria ma anche presso i popoli vicini, e che per questa sua potenza ha collocato in matrimonio la madre presso i Biturigi, con un uomo del luogo nobilissimo e potentissimo;che lui stesso ha in moglie una donna degli Elvezi, e ha dato in sposa presso altri popoli la sorella nata dalla stessa madre e le proprie parenti.che favorisce e appoggia gli Elvezi per questo legame di parentela, e che odia Cesare e i Romani anche per motivi personali, perché con il loro arrivo il suo potere è diminuito e il fratello Diviziaco è stato restituito all'antico posto di favore e di onore.che se qualcosa accadesse ai Romani, arriverebbe a una grandissima speranza di ottenere il regno grazie agli Elvezi;mentre, sotto il dominio del popolo romano, disperava non solo del regno, ma anche del favore che ora possiede.Cesare, indagando, scopriva inoltre che, poiché pochi giorni prima si era combattuto uno scontro di cavalleria sfavorevole, l'inizio di quella fuga era stato provocato da Dumnorige e dai suoi cavalieri (infatti Dumnorige comandava la cavalleria che gli Edui avevano mandato in aiuto a Cesare):con la loro fuga il resto della cavalleria era rimasto atterrito.
Poiché queste cose gli erano note, e a questi sospetti si aggiungevano fatti certissimi, cioè che aveva fatto attraversare il territorio dei Sequani agli Elvezi, che aveva fatto in modo che tra loro si dessero ostaggi, che aveva fatto tutto ciò non solo senza ordine suo e della sua comunità ma anche a loro insaputa, che era accusato dal magistrato degli Edui, riteneva che ci fosse motivo sufficiente perché lui stesso lo punisse o ordinasse alla comunità di punirlo.A tutte queste cose si opponeva una cosa sola: che conosceva il grandissimo attaccamento del fratello Diviziaco verso il popolo romano, la sua somma benevolenza verso di sé, la sua straordinaria lealtà, giustizia e moderazione;infatti temeva che, punendolo, avrebbe offeso l'animo di Diviziaco.Perciò, prima di tentare qualcosa, ordina che Diviziaco venga chiamato da lui e, allontanati gli interpreti abituali, si intrattiene con lui tramite Gaio Valerio Trocillo, un notabile della provincia di Gallia, suo amico, di cui aveva piena fiducia in ogni cosa;gli ricorda che cosa fosse stato detto su Dumnorige, alla sua presenza, nell'assemblea dei Galli, e gli mostra che cosa ciascuno gli avesse detto separatamente su di lui.Chiede e lo esorta a decidere lui stesso su di lui, esaminato il caso, senza offendere il suo animo, oppure a ordinare che decida la comunità.
Diviziaco, abbracciando Cesare con molte lacrime, cominciò a supplicarlo di non prendere provvedimenti troppo severi contro il fratello:sapeva che quelle cose erano vere, e che nessuno provava più dolore di lui per questo, perché, mentre lui stesso godeva di grandissimo favore in patria e nel resto della Gallia, quello, che ne aveva pochissimo per la giovane età, era cresciuto grazie a lui;e che con quelle risorse e forze si serviva non solo per diminuire il suo favore, ma quasi per la sua rovina.Tuttavia si sentiva toccato sia dall'amore fraterno sia dal giudizio della gente.E che, se qualcosa di grave gli fosse capitato da parte di Cesare, dato che lui stesso occupava presso di lui quella posizione di amicizia, nessuno avrebbe creduto che fosse avvenuto senza la sua volontà;e che per questo motivo sarebbe accaduto che gli animi di tutta la Gallia si sarebbero allontanati da lui.Mentre chiedeva queste cose a Cesare con molte parole, piangendo, Cesare gli prende la mano destra;lo consola e lo prega di porre fine alle sue suppliche;gli mostra che la sua influenza presso di sé è così grande da condonare, per la sua volontà e le sue preghiere, sia il torto fatto allo stato sia il proprio dolore.Chiama a sé Dumnorige, fa intervenire il fratello;gli mostra ciò che biasima in lui;espone ciò che egli stesso capisce e di cosa si lamenta la comunità;lo ammonisce a evitare per il futuro ogni sospetto;dice di condonare il passato al fratello Diviziaco.Pone delle guardie a Dumnorige, per poter sapere che cosa faccia e con chi parli.
Nello stesso giorno, informato dagli esploratori che i nemici si erano accampati sotto un monte a otto miglia dal proprio campo, mandò alcuni a scoprire quale fosse la natura del monte e come fosse la salita tutt'intorno.Fu riferito che era facile.Alla terza veglia ordina a Tito Labieno, legato propretore, di salire con due legioni e con le guide che conoscevano la via fino alla cima del monte;gli mostra qual è il suo piano.Egli stesso, alla quarta veglia, si affretta verso di loro per la stessa strada per cui erano andati i nemici, e manda avanti a sé tutta la cavalleria.Publio Considio, che era considerato assai esperto nell'arte militare ed era stato nell'esercito di Lucio Silla e poi in quello di Marco Crasso, viene mandato avanti con gli esploratori.
Alla prima luce, mentre la cima del monte era già tenuta da Lucio Labieno, ed egli stesso non distava dal campo dei nemici più di millecinquecento passi, senza che, come seppe poi dai prigionieri, fosse stato scoperto né il suo arrivo né quello di Labieno, Considio accorre da lui a cavallo lanciato al galoppo e dice che il monte, che aveva voluto fosse occupato da Labieno, è tenuto dai nemici:di averlo riconosciuto dalle armi e dalle insegne dei Galli.Cesare ritira le sue truppe sulla collina più vicina e schiera la linea di battaglia.Labieno, come gli era stato ordinato da Cesare di non attaccare battaglia se le sue truppe non fossero state viste vicino al campo dei nemici, in modo che l'assalto contro i nemici avvenisse da ogni parte nello stesso momento, occupato il monte aspettava i nostri e si asteneva dal combattimento.Finalmente, a giorno ormai avanzato, Cesare seppe dagli esploratori che il monte era tenuto dai suoi, che gli Elvezi avevano levato il campo, e che Considio, spaventato dalla paura, gli aveva riferito come visto ciò che non aveva visto.In quel giorno segue i nemici mantenendo la distanza a cui era abituato, e pone il campo a tre miglia dal loro accampamento.
Il giorno dopo, poiché restavano in tutto due giorni prima che si dovesse distribuire il grano alle truppe, e poiché non distava più di diciotto miglia da Bibracte, di gran lunga la città più grande e ricca degli Edui, ritenne di dover provvedere al rifornimento di grano;perciò distolse la marcia dagli Elvezi e si affrettò a dirigersi verso Bibracte.La cosa viene riferita ai nemici tramite alcuni disertori di Lucio Emilio, decurione della cavalleria gallica.Gli Elvezi, sia perché ritenevano che i Romani, spaventati dalla paura, si allontanassero da loro, tanto più perché il giorno prima, occupate le posizioni più alte, non avevano attaccato battaglia, sia perché confidavano di poterli tagliare fuori dai rifornimenti di grano, mutato il piano e invertita la marcia, cominciarono a inseguire e a molestare i nostri dalla retroguardia.
Dopo essersene accorto, Cesare ritirò le sue truppe sulla collina più vicina e mandò la cavalleria a sostenere l'assalto dei nemici.Egli intanto, a mezza costa del colle, schierò su tre linee le quattro legioni veterane;sulla cima del crinale collocò le due legioni che aveva arruolato di recente nella Gallia citeriore e tutte le truppe ausiliarie, così da riempire di uomini tutto il monte sopra di sé;Ordinò che i bagagli e gli zaini fossero radunati in un unico luogo, e che questo fosse fortificato da coloro che si erano schierati nella linea superiore.Gli Elvezi, seguiti da tutti i loro carri, radunarono i bagagli in un unico luogo;essi stessi, in schieramento serratissimo, respinta la nostra cavalleria, formata la falange, avanzarono sotto la nostra prima linea.
Cesare, allontanato dalla vista prima il proprio cavallo, poi quello di tutti, per togliere ogni speranza di fuga rendendo il pericolo uguale per tutti, esortò i suoi e attaccò battaglia.I soldati, lanciati i giavellotti dalla posizione più alta, sfondarono facilmente la falange dei nemici.Dispersa questa, sguainate le spade, si lanciarono contro di loro.Era per i Galli un grande impedimento nel combattere il fatto che, trafitti e inchiodati insieme più scudi da un solo colpo di giavellotto, poiché il ferro si era piegato, non potevano né estrarlo né combattere abbastanza comodamente con la sinistra impedita, tanto che molti, dopo aver a lungo scosso il braccio, preferivano lasciare andare lo scudo dalla mano e combattere a corpo nudo.Alla fine, sfiniti dalle ferite, cominciarono sia a indietreggiare, sia, poiché un monte si trovava a circa mille passi di distanza, a ritirarsi verso di esso.Preso il monte, e mentre i nostri avanzavano, i Boi e i Tulingi, che con circa quindicimila uomini chiudevano la colonna dei nemici e facevano da scorta alla retroguardia, marciando ci assalirono sul fianco scoperto e ci circondarono; e gli Elvezi, visto ciò, essendosi ritirati sul monte, cominciarono di nuovo a incalzare e a rinnovare la battaglia.I Romani, invertite le insegne, attaccarono su due fronti:la prima e la seconda linea, per resistere ai vinti e ai respinti, la terza, per sostenere quelli che sopraggiungevano.
Così si combatté a lungo e aspramente, con la battaglia incerta.Non potendo più a lungo sostenere gli assalti dei nostri, gli uni si ritirarono sul monte, gli altri si diressero verso i bagagli e i loro carri.Infatti in tutta questa battaglia, che si combatté dall'ora settima fino a sera, nessuno poté vedere un nemico in fuga.Si combatté fino a notte fonda anche presso i bagagli, perché avevano disposto i carri come un vallo e dal luogo più elevato scagliavano dardi contro i nostri che avanzavano, e alcuni, tra i carri e le ruote, lanciavano mazze ferrate e giavellotti e ferivano i nostri.Dopo che si fu combattuto a lungo, i nostri si impadronirono dei bagagli e dell'accampamento.Là furono catturati la figlia di Orgetorige e uno dei figli.Da quella battaglia sopravvissero circa centotrentamila uomini e camminarono tutta la notte senza sosta, senza interrompere il cammino per nessuna parte della notte;giunsero nel territorio dei Lingoni il quarto giorno, poiché i nostri, sia a causa delle ferite dei soldati sia per la sepoltura degli uccisi, fermatisi per tre giorni, non avevano potuto inseguirli.Cesare inviò ai Lingoni lettere e messaggeri, perché non li aiutassero né con grano né con altro: se lo avessero fatto, li avrebbe trattati come gli Elvezi.Egli stesso, dopo una pausa di tre giorni, cominciò a inseguirli con tutte le truppe.
Gli Elvezi, spinti dalla mancanza di ogni cosa, inviarono ambasciatori a Cesare per la resa.Questi, dopo averlo incontrato lungo il cammino ed essersi gettati ai suoi piedi, avendo chiesto pace piangendo e supplicando, e dopo che egli ordinò che restassero in quel luogo dove allora si trovavano ad aspettare il suo arrivo, obbedirono.Dopo che Cesare giunse là, chiese ostaggi, armi e gli schiavi che erano fuggiti presso di loro.Mentre queste cose venivano ricercate e riunite, trascorsa la notte, circa seimila uomini di quella tribù che si chiama Verbigeno, o spaventati dal timore di essere puniti una volta consegnate le armi, o spinti dalla speranza di salvezza, poiché pensavano che in una così grande moltitudine di chi si arrendeva la loro fuga potesse essere nascosta o del tutto ignorata, usciti all'inizio della notte dall'accampamento degli Elvezi si diressero verso il Reno e il territorio dei Germani.
Non appena Cesare lo seppe, ordinò a coloro per il cui territorio erano passati di cercarli e ricondurli, se volevano essere scagionati davanti a lui; una volta ricondotti, li considerò nel numero dei nemici; accolse nella resa tutti gli altri, consegnati ostaggi, armi e disertori.Ordinò agli Elvezi, ai Tulingi e ai Latobrigi di tornare nel loro territorio, da dove erano partiti, e, poiché in patria, perdute tutte le messi, non c'era nulla con cui sopportare la fame, ordinò agli Allobrogi di fornire loro una quantità di grano; ordinò che essi stessi ricostruissero le città e i villaggi che avevano incendiato.Fece ciò soprattutto per questa ragione, perché non volle che quel territorio da cui gli Elvezi erano partiti restasse vuoto, affinché i Germani, che abitano al di là del Reno, per la fertilità dei campi non passassero dal loro territorio nel territorio degli Elvezi e diventassero confinanti con la provincia della Gallia e con gli Allobrogi.Concesse ai Boi, su richiesta degli Edui, poiché erano noti per il loro straordinario valore, di stabilirsi nel loro territorio; ed essi diedero loro dei campi e in seguito li accolsero nella stessa condizione di diritto e di libertà in cui si trovavano loro stessi.
Nell'accampamento degli Elvezi furono trovate tavolette scritte in caratteri greci e portate a Cesare, nelle quali era registrato nominalmente il conto di quanti fossero usciti di casa in grado di portare le armi, e allo stesso modo separatamente quanti fossero i fanciulli, i vecchi e le donne.Il totale di tutte queste teste era di duecentosessantatremila Elvezi, trentaseimila Tulingi, quattordicimila Latobrigi, ventitremila Rauraci, trentaduemila Boi; di questi, quelli in grado di portare le armi erano circa novantaduemila.Il totale di tutti fu di circa trecentosessantottomila.Di coloro che tornarono a casa, fatto il censimento come Cesare aveva ordinato, si trovò che il numero era di centodiecimila.
Conclusa la guerra degli Elvezi, gli ambasciatori di quasi tutta la Gallia, i capi delle città, si riunirono presso Cesare per congratularsi:capivano che, sebbene egli avesse chiesto conto con la guerra alle antiche offese degli Elvezi contro il popolo romano, tuttavia quella cosa era accaduta non meno nell'interesse della terra di Gallia che del popolo romano,perciò gli Elvezi avevano abbandonato le loro case, pur essendo in condizioni floridissime, con questo proposito: portare guerra a tutta la Gallia e impadronirsi del potere, e scegliersi tra tanta abbondanza un luogo per stabilirsi che avessero giudicato il più adatto e il più fertile di tutta la Gallia, e tenere le altre città come tributarie.Chiesero che fosse loro permesso convocare, con il consenso di Cesare, un'assemblea di tutta la Gallia per un giorno stabilito: dissero di avere alcune questioni che volevano chiedergli con il comune accordo.Concessa questa cosa, stabilirono un giorno per l'assemblea e si impegnarono tra loro con un giuramento a non rivelare nulla, se non a coloro ai quali fosse stato affidato per decisione comune.
Sciolta quell'assemblea, gli stessi capi delle popolazioni che c'erano stati prima tornarono da Cesare e chiesero che fosse loro concesso di trattare con lui in segreto e in privato della propria salvezza e di quella di tutti.Ottenuto ciò, tutti si gettarono piangendo ai piedi di Cesare: dicevano di lottare e di impegnarsi non meno perché le cose dette non venissero riferite, che per ottenere quanto desideravano, poiché, se ciò fosse stato riferito, si vedevano destinati al supplizio più atroce.Prese la parola per loro Diviciaco l'Eduo: disse che in tutta la Gallia c'erano due fazioni; il primato dell'una lo tenevano gli Edui, dell'altra gli Arverni.Poiché questi avevano contesto tra loro per molti anni con tanto accanimento sul primato, era accaduto che dagli Arverni e dai Sequani i Germani fossero chiamati a pagamento.Di questi, all'inizio circa quindicimila avevano attraversato il Reno; poi, dopo che quegli uomini selvaggi e barbari avevano preso gusto ai campi, alla civiltà e alle ricchezze dei Galli, ne erano stati fatti passare altri di più; ora in Gallia ce n'erano fino al numero di centoventimila.Gli Edui e i loro clienti avevano combattuto contro di loro una volta e ancora con le armi; sconfitti, avevano subito una grave disfatta, avevano perso tutta la nobiltà, tutto il senato, tutta la cavalleria.Fiaccati da queste sconfitte e disgrazie, essi che prima, sia col proprio valore sia con l'ospitalità e l'amicizia del popolo romano, avevano potuto moltissimo in Gallia, erano stati costretti a dare ai Sequani in ostaggio i più nobili della loro comunità e a impegnare con giuramento la propria comunità a non richiedere indietro gli ostaggi, a non implorare aiuto dal popolo romano, e a non rifiutarsi di restare per sempre sotto il dominio e il potere di quelli.Lui solo, disse, era l'unico in tutta la comunità degli Edui che non si fosse potuto indurre a giurare o a dare i propri figli in ostaggio.Per questo era fuggito dalla sua comunità ed era venuto a Roma dal senato a chiedere aiuto, perché lui solo non era vincolato né da giuramento né da ostaggi.Ma era accaduto qualcosa di peggio ai Sequani vincitori che agli Edui vinti, perché Ariovisto, il re dei Germani, si era stabilito nel loro territorio, aveva occupato la terza parte del territorio dei Sequani, che era la migliore di tutta la Gallia, e ora ordinava ai Sequani di sgombrare un'altra terza parte, perché pochi mesi prima erano giunti da lui ventiquattromila uomini degli Arudi, ai quali procurare un luogo e delle sedi.Sarebbe accaduto che entro pochi anni tutti sarebbero stati cacciati dal territorio della Gallia e tutti i Germani avrebbero attraversato il Reno; infatti il territorio della Gallia non era paragonabile a quello dei Germani, né questo tenore di vita poteva essere messo a confronto con quello.Ariovisto poi, da quando aveva sconfitto una volta in battaglia le forze dei Galli (battaglia combattuta presso Magetobriga), comandava con arroganza e crudeltà, esigeva in ostaggio i figli dei più nobili e infieriva su di loro con ogni sorta di supplizi e tormenti, se qualcosa non fosse stato fatto secondo il suo cenno o la sua volontà.Era un uomo barbaro, iracondo e sconsiderato: i suoi ordini non si potevano più sopportare a lungo.Se non ci fosse stato qualche aiuto in Cesare e nel popolo romano, tutti i Galli avrebbero dovuto fare lo stesso che avevano fatto gli Elvezi: emigrare dalla patria, cercare un'altra dimora, altre sedi lontane dai Germani, e tentare la sorte, qualunque cosa fosse accaduta.Se queste parole fossero state riferite ad Ariovisto, non dubitava che egli avrebbe inflitto il più grave supplizio a tutti gli ostaggi che erano presso di lui.Cesare, con la propria autorità e quella del suo esercito, o con la recente vittoria, o col nome del popolo romano, poteva dissuadere una moltitudine ancora più grande di Germani dal passare il Reno, e poteva difendere tutta la Gallia dall'ingiustizia di Ariovisto.
Venuto a conoscenza di questi fatti, Cesare rassicurò con le parole l'animo dei Galli e promise che se ne sarebbe occupato lui stesso;diceva di avere grande speranza che, spinto dal proprio favore e dalla propria autorità, Ariovisto avrebbe posto fine alle ingiustizie.Fatto questo discorso, sciolse l'assemblea.E oltre a ciò, molte cose lo spingevano a ritenere che dovesse riflettere e occuparsi di quella faccenda, anzitutto perché vedeva che gli Edui, spesso chiamati dal senato fratelli e consanguinei, erano tenuti in schiavitù e sotto il dominio dei Germani, e sapeva che i loro ostaggi erano presso Ariovisto e i Sequani;e riteneva che ciò fosse assai vergognoso per sé e per lo stato, in un impero così grande del popolo romano.Vedeva poi che i Germani si abituavano a poco a poco ad attraversare il Reno e che il fatto che una loro grande moltitudine venisse in Gallia era pericoloso per il popolo romano; e riteneva che uomini selvaggi e barbari non si sarebbero trattenuti dall'uscire nella provincia e dal dirigersi poi in Italia, una volta occupata tutta la Gallia, come avevano fatto prima i Cimbri e i Teutoni (soprattutto dato che il Rodano separava i Sequani dalla nostra provincia);riteneva che a queste cose si dovesse porre rimedio il più rapidamente possibile.Ariovisto stesso poi si era preso una tale alterigia e una tale arroganza, che non sembrava più sopportabile.
Per questo motivo decise di inviare legati ad Ariovisto, che gli chiedessero di scegliere un luogo intermedio per entrambi, per un colloquio:voleva trattare con lui degli affari dello stato e delle questioni più importanti per entrambi.A quell'ambasceria Ariovisto rispose:se lui stesso avesse avuto bisogno di qualcosa da Cesare, sarebbe venuto lui da lui;se lui volesse qualcosa da lui, era lui a dover venire da lui.Inoltre, non osava venire senza esercito nelle zone della Gallia che Cesare occupava, né poteva radunare l'esercito in un unico luogo senza grandi rifornimenti e fatica.Gli sembrava poi strano che, nella sua Gallia, che aveva vinto in guerra, Cesare o comunque il popolo romano avesse a che fare in qualcosa.
Riferite queste risposte a Cesare, egli mandò di nuovo legati da lui con queste istruzioni:poiché, beneficiato da un così grande favore suo e del popolo romano, essendo stato chiamato durante il proprio consolato re e amico dal senato, gli rendeva questo favore, a lui e al popolo romano, rifiutandosi di venire, pur invitato, a un colloquio, e riteneva di non doversi occupare né informarsi degli affari comuni: queste erano le cose che gli chiedeva:innanzitutto, che non facesse passare oltre il Reno in Gallia altra moltitudine di uomini;poi, che restituisse agli Edui gli ostaggi che aveva, e permettesse ai Sequani di restituire loro, di propria volontà, quelli che essi avevano;e che non offendesse gli Edui con soprusi, né muovesse guerra a loro o ai loro alleati.Se avesse fatto così, ci sarebbe stata una perpetua gratitudine e amicizia con lui, per sé e per il popolo romano;se non l'avesse ottenuto, egli, poiché sotto il consolato di Marco Messala e Marco Pisone il senato aveva decretato che chiunque avesse retto la provincia della Gallia difendesse gli Edui e gli altri amici del popolo romano, per quanto potesse fare senza danno per lo stato, non avrebbe trascurato le offese subite dagli Edui.
A questo rispose Ariovisto:era legge di guerra che i vincitori comandassero ai vinti come volevano.Allo stesso modo il popolo romano era abituato a comandare ai vinti non secondo l'ordine altrui, ma secondo il proprio giudizio.Se egli non prescriveva al popolo romano come dovesse usare il proprio diritto, non era giusto che lui fosse ostacolato dal popolo romano nel proprio diritto.Gli Edui erano diventati suoi tributari, poiché avevano tentato la sorte della guerra ed erano stati sconfitti scontrandosi con le armi.Cesare gli faceva un grave torto, poiché con il suo arrivo rendeva i suoi tributi più scarsi.non avrebbe restituito agli Edui gli ostaggi, né avrebbe mosso guerra ingiusta a loro o ai loro alleati, se fossero rimasti nei patti stabiliti e avessero pagato il tributo ogni anno;se non l'avessero fatto, il nome fraterno del popolo romano sarebbe stato loro ben lontano.Quanto al fatto che Cesare gli annunciasse di non voler trascurare i torti subiti dagli Edui, nessuno si era scontrato con lui senza la propria rovina.Quando volesse, venisse pure a battaglia:avrebbe capito che cosa potessero fare col valore i Germani invitti, addestratissimi nelle armi, che da quattordici anni non erano stati sotto un tetto.
Nello stesso tempo questi messaggi venivano riferiti a Cesare e arrivavano ambasciatori dagli Edui e dai Treveri:gli Edui si lamentavano che gli Arudi, giunti da poco in Gallia, devastavano i loro territori:e che non erano riusciti a comprare la pace di Ariovisto nemmeno dando ostaggi;i Treveri poi riferivano che cento cantoni di Suebi si erano accampati sulle rive del Reno, con l'intenzione di attraversarlo;a comandarli erano i fratelli Nasua e Cimberio.Turbato profondamente da queste notizie, Cesare pensò di dover affrettarsi, perché se il nuovo contingente di Suebi si fosse unito alle vecchie truppe di Ariovisto, si sarebbe potuto resistere meno facilmente.Perciò, procuratosi il vettovagliamento il più rapidamente possibile, mosse con marce forzate contro Ariovisto.
Dopo che Cesare ebbe marciato per tre giorni, gli fu annunciato che Ariovisto con tutte le sue truppe si affrettava a occupare Vesonzio, che è la città più grande dei Sequani, e che aveva marciato per tre giorni dal proprio territorio.Cesare riteneva che si dovesse porre grande attenzione perché ciò non accadesse.Infatti in quella città si trovava la massima quantità di tutte le risorse utili alla guerra,e la conformazione del luogo la difendeva così bene da offrire grande possibilità di condurre la guerra,perché il fiume Dubis, come tracciato con un compasso, cinge quasi tutta la città,e lo spazio restante, che non è più di milleseicento piedi, dove il fiume si interrompe, è occupato da un monte di grande altezza,così che le pendici di questo monte toccano su entrambi i lati le rive del fiume,una cinta muraria che circonda questo monte forma una rocca e la unisce alla città.Cesare si diresse là con marce forzate di giorno e di notte e, occupata la città, vi pose un presidio.
Mentre si fermava per pochi giorni presso Vesonzio per il vettovagliamento e i rifornimenti, dalle domande dei nostri e dalle voci dei Galli e dei mercanti, che affermavano come i Germani avessero corpi di enorme grandezza, un valore incredibile e un addestramento nelle armi (dicevano che spesso, scontratisi con loro, non erano riusciti a sostenerne nemmeno lo sguardo e l'espressione degli occhi), un timore così grande si impadronì all'improvviso di tutto l'esercito da turbare non poco gli animi e i pensieri di tutti.Questo timore nacque per primo dai tribuni militari, dai prefetti e dagli altri che avevano seguito Cesare da Roma per amicizia e non avevano grande esperienza nell'arte militare:di costoro, chi adducendo un motivo, chi un altro, che diceva necessario per sé al fine di partire, chiedeva che gli fosse permesso di andarsene con il consenso di Cesare;alcuni, spinti dalla vergogna, restavano per evitare il sospetto di paura.Costoro non riuscivano né a fingere un'espressione serena né talvolta a trattenere le lacrime:nascosti nelle tende, o si lamentavano del proprio destino o piangevano insieme ai propri intimi il pericolo comune.In tutto l'accampamento si sigillavano ovunque i testamenti.A causa delle loro voci e della loro paura si turbavano a poco a poco anche coloro che avevano grande esperienza nell'accampamento: i soldati, i centurioni e quelli che comandavano la cavalleria.Quelli tra loro che volevano essere considerati meno timidi dicevano di non temere il nemico, ma le strettoie del cammino e la vastità delle selve che si frapponevano tra loro e Ariovisto, oppure temevano che il vettovagliamento non potesse essere trasportato con sufficiente comodità.Alcuni riferivano persino a Cesare che, quando avesse ordinato di levare il campo e di portare le insegne, i soldati non sarebbero stati ubbidienti al comando, né avrebbero portato le insegne per la paura.
Avendo notato ciò, convocato il consiglio e chiamati a quel consiglio i centurioni di tutti i gradi, li rimproverò con veemenza:innanzitutto perché ritenevano di doversi chiedere o pensare verso quale luogo o con quale intenzione fossero condotti.Ariovisto, quando egli stesso era console, aveva ricercato con grandissimo desiderio l'amicizia del popolo romano;perché mai qualcuno avrebbe pensato che costui si sarebbe allontanato così avventatamente dal proprio dovere?Egli, in verità, era convinto che, conosciute le proprie richieste e considerata l'equità delle condizioni, Ariovisto non avrebbe respinto né il proprio favore né quello del popolo romano.Ma se invece, spinto da furore e follia, avesse mosso guerra, cosa mai avrebbero dovuto temere?O perché mai avrebbero dovuto disperare del proprio valore o della diligenza dello stesso Cesare?Si era già fatta la prova di questo nemico ai tempi dei nostri padri, quando Cimbri e Teutoni furono sconfitti da Gaio Mario, occasione in cui l'esercito sembrò meritare una gloria non minore di quella dello stesso comandante;e se n'era fatta prova anche di recente in Italia nella rivolta degli schiavi, che tuttavia l'esperienza e la disciplina ricevute da noi avevano in qualche modo aiutato.Da ciò si poteva giudicare quanto valore ci sia nella fermezza, perché coloro che per un certo tempo avevano temuto senza motivo mentre erano disarmati, in seguito li avevano sconfitti quando erano armati e vittoriosi.Infine questi erano gli stessi Germani con cui gli Elvezi, scontratisi spesso non solo nei propri territori ma anche nei loro, li avevano per lo più sconfitti, pur non essendo stati questi ultimi pari al nostro esercito.Se qualcuno era turbato dalla sconfitta e dalla fuga dei Galli, costoro, cercando bene, avrebbero potuto scoprire che Ariovisto aveva vinto i Galli sfiniti dalla lunghezza della guerra, quando egli si era tenuto per molti mesi negli accampamenti e nelle paludi senza dare occasione di battaglia, e li aveva assaliti all'improvviso mentre ormai disperavano dello scontro ed erano dispersi, vincendo più per astuzia e calcolo che per valore.E questo stratagemma, che aveva avuto spazio contro uomini barbari e inesperti, nemmeno lui stesso poteva sperare che catturasse i nostri eserciti.Coloro che attribuivano la propria paura a un finto pretesto sul vettovagliamento e sulle strettoie del cammino agivano con arroganza, dato che sembravano disperare del dovere del comandante o volergli dettare legge.Di questo si sarebbe preoccupato lui stesso;il grano lo fornivano i Sequani, i Leuci e i Lingoni, e già nei campi il grano era maturo;quanto al percorso, l'avrebbero giudicato loro stessi in breve tempo.Quanto al fatto che si dicesse che non sarebbero stati ubbidienti né avrebbero portato le insegne, non se ne curava affatto:sapeva bene infatti che, ogniqualvolta un esercito non era stato ubbidiente al proprio comandante, o la fortuna era mancata a causa di un'impresa mal condotta, oppure l'avidità era stata smascherata dalla scoperta di qualche delitto.La propria innocenza era stata dimostrata da tutta una vita, la propria fortuna nella guerra contro gli Elvezi.Perciò avrebbe anticipato ciò che avrebbe rimandato a un giorno più lontano, e la notte seguente, alla quarta vigilia, avrebbe levato il campo, per capire il prima possibile se in loro prevalesse di più il senso dell'onore e del dovere oppure la paura.Che se poi nessun altro l'avesse seguito, tuttavia egli sarebbe andato con la sola decima legione, di cui non dubitava, ed essa sarebbe stata per lui la coorte pretoria.Cesare aveva mostrato per questa legione un favore particolare e per il suo valore riponeva in essa la massima fiducia.
Tenuto questo discorso, gli animi di tutti mutarono in modo straordinario e nacque somma euforia e voglia di combattere: la decima legione, per prima, per mezzo dei tribuni militari lo ringraziò per il giudizio ottimo che aveva espresso su di lei, e dichiarò di essere prontissima a muovere guerra.Poi anche le altre legioni, tramite i tribuni militari e i centurioni dei primi ordini, si adoperarono per soddisfare Cesare, dichiarando di non aver mai dubitato né avuto paura, e di aver sempre ritenuto che il giudizio sull'andamento generale della guerra spettasse non a loro ma al comandante.Accettate le loro scuse, e fatto esplorare da Diviciaco, di cui tra i Galli si fidava sommamente, un itinerario che conducesse l'esercito per luoghi aperti con una deviazione di più di cinquanta miglia, partì al quarto turno di guardia, come aveva detto.Il settimo giorno, non interrompendo la marcia, fu informato dagli esploratori che le truppe di Ariovisto distavano dalle nostre ventiquattro miglia.
Saputo dell'arrivo di Cesare, Ariovisto gli manda ambasciatori: quanto a Cesare aveva chiesto in precedenza riguardo a un colloquio, ora, a suo dire, poteva aver luogo, perché si era avvicinato e riteneva di poterlo fare senza pericolo.Cesare non respinse la proposta e ormai riteneva che Ariovisto stesse rinsavendo, poiché ora offriva spontaneamente ciò che prima, a lui che lo chiedeva, aveva negato; e nutriva grande speranza che, informato dei suoi favori così grandi e di quelli del popolo romano verso di lui, e conosciute le sue richieste, egli avrebbe abbandonato la propria ostinazione.Il giorno fissato per il colloquio fu il quinto da quel giorno.Nel frattempo, mentre spesso si scambiavano ambasciatori tra loro, Ariovisto chiese che Cesare non portasse al colloquio alcun fante: temeva di essere circondato a tradimento; entrambi dovevano venire con la cavalleria, altrimenti lui non sarebbe venuto.Cesare, non volendo che il colloquio saltasse per un pretesto qualsiasi e non osando affidare la propria salvezza alla cavalleria dei Galli, decise che la soluzione più conveniente fosse togliere i cavalli ai cavalieri galli e farvi salire i soldati della decima legione, di cui si fidava al massimo, in modo da avere, in caso di bisogno, una scorta quanto più fidata possibile.Mentre ciò accadeva, un soldato della decima legione disse non senza arguzia che Cesare stava facendo più di quanto avesse promesso: aveva promesso di avere la decima legione al posto della coorte pretoria, e ora la stava promuovendo a rango di cavalleria.
C'era una grande pianura, e in essa un rilievo di terra piuttosto grande.Questo luogo distava quasi la stessa distanza dagli accampamenti di Ariovisto e di Cesare.Là, come era stato stabilito, vennero per il colloquio.Cesare schierò a duecento passi da quel rilievo la legione che aveva portato a cavallo.Allo stesso modo i cavalieri di Ariovisto si fermarono a pari distanza.Ariovisto chiese che si parlasse a cavallo e che, oltre a se stessi, ciascuno portasse al colloquio dieci uomini.Giunti là, Cesare, all'inizio del discorso, ricordò i propri favori e quelli del senato verso di lui: che era stato chiamato re dal senato, che amico, che gli erano stati inviati doni con grande larghezza; e spiegava che ciò era toccato a pochi, e che di norma veniva concesso solo per grandi servigi resi agli uomini; mentre lui, pur non avendo né un titolo né un motivo legittimo per chiederlo, aveva ottenuto quei privilegi per la sola generosità di Cesare e del senato.Spiegava anche quanto antichi e quanto giusti fossero i legami che univano i Romani agli Edui, quante volte e con quanti onori il senato avesse deliberato in loro favore, e come gli Edui avessero sempre tenuto il primato di tutta la Gallia, ancor prima di cercare la nostra amicizia.Era abitudine del popolo romano voler che alleati e amici non solo non perdessero nulla del proprio, ma crescessero in prestigio, dignità e onore; e chi mai avrebbe potuto tollerare che venisse loro tolto ciò che avevano portato in dote alla loro amicizia col popolo romano?Chiese poi le stesse cose che aveva affidato agli ambasciatori: che non muovesse guerra né agli Edui né ai loro alleati, che restituisse gli ostaggi, e che, se non poteva rimandare a casa nessuna parte dei Germani, almeno non permettesse ad altri di attraversare il Reno.
Ariovisto rispose poco alle richieste di Cesare, ma parlò a lungo delle proprie virtù: disse di aver attraversato il Reno non di sua spontanea volontà, ma pregato e chiamato dai Galli; di aver lasciato casa e parenti non senza grande speranza e grandi ricompense; di avere in Gallia sedi concesse dagli stessi Galli, e ostaggi dati per loro volontà; di riscuotere un tributo per diritto di guerra, come i vincitori sono soliti imporre ai vinti.Non era stato lui a muovere guerra ai Galli, ma i Galli a lui: tutte le città della Gallia erano venute ad attaccarlo e avevano posto il campo contro di lui; e tutte quelle forze erano state respinte e sconfitte da lui in una sola battaglia.Se volevano tentare di nuovo, era pronto a combattere ancora; se volevano avere pace, era ingiusto rifiutare il tributo, che avevano pagato spontaneamente fino a quel momento.L'amicizia del popolo romano doveva essergli di ornamento e protezione, non di danno, e lui l'aveva cercata proprio con questa speranza.Se per volontà del popolo romano il tributo venisse condonato e gli venissero sottratti i sudditi, avrebbe rifiutato l'amicizia del popolo romano con lo stesso piacere con cui l'aveva cercata.Quanto al fatto che facesse passare in Gallia una gran massa di Germani, lo faceva per difendere sé stesso, non per attaccare la Gallia; prova ne era che non era venuto se non chiamato, e che non aveva mosso guerra ma si era difeso.Lui era venuto in Gallia prima del popolo romano.Mai prima d'ora l'esercito del popolo romano era uscito dai confini della provincia di Gallia.Che cosa voleva da lui?Perché veniva nei suoi possedimenti?Questa Gallia era sua provincia, come quella era la nostra.Come a lui non sarebbe stato permesso, se avesse attaccato i nostri confini, così anche noi eravamo ingiusti nel disturbarlo nel proprio diritto.Quanto al fatto che dicesse che gli Edui erano stati chiamati fratelli dal senato, lui non era così barbaro né così ignorante delle cose da non sapere che gli Edui non avevano portato aiuto ai Romani nella recente guerra degli Allobrogi, né che essi stessi si fossero serviti dell'aiuto del popolo romano nei conflitti che gli Edui avevano avuto con lui e con i Sequani.Doveva sospettare che Cesare, con un'amicizia simulata, tenesse l'esercito in Gallia allo scopo di schiacciarlo.Se non si fosse ritirato e non avesse tolto l'esercito da queste regioni, l'avrebbe considerato non come amico ma come nemico.E se lo avesse ucciso, avrebbe fatto cosa gradita a molti nobili e capi del popolo romano (lo sapeva per certo dai loro stessi messaggeri), la cui amicizia e il cui favore avrebbe potuto guadagnarsi con la sua morte.E se invece si fosse ritirato e gli avesse consegnato il libero possesso della Gallia, lo avrebbe ricompensato con un grande premio e avrebbe portato a termine, senza alcuna sua fatica o pericolo, qualunque guerra egli volesse condurre.
Cesare disse molte cose in questo senso, per spiegare perché non potesse abbandonare l'impresa: né la propria abitudine né quella del popolo romano tollerava che abbandonasse alleati così meritevoli, né lui riteneva che la Gallia appartenesse più ad Ariovisto che al popolo romano.Gli Arverni e i Rutili erano stati sconfitti in guerra da Quinto Fabio Massimo, e tuttavia il popolo romano li aveva perdonati, non li aveva ridotti a provincia né aveva imposto loro un tributo.E se si doveva guardare al tempo più antico, il dominio più giusto sulla Gallia era quello del popolo romano; se si doveva rispettare il giudizio del senato, la Gallia doveva essere libera, poiché, pur vinta in guerra, il senato aveva voluto che vivesse secondo le proprie leggi.
Mentre questo avveniva nel colloquio, fu annunciato a Cesare che i cavalieri di Ariovisto si avvicinavano sempre più al tumulo e cavalcavano verso i nostri, scagliando pietre e giavellotti contro i nostri.Cesare pose fine al colloquio, si ritirò presso i suoi e ordinò ai suoi di non scagliare assolutamente nessun'arma contro i nemici.Infatti, pur vedendo che lo scontro fra una legione scelta e la cavalleria si sarebbe svolto senza alcun pericolo, tuttavia non riteneva si dovesse rischiare che, sconfitti i nemici, si potesse dire che erano stati da lui circondati a tradimento durante il colloquio, violando la parola data.Dopo che si diffuse tra la truppa dei soldati con quanta arroganza Ariovisto si fosse comportato nel colloquio, vietando ai Romani tutta la Gallia, e che la sua cavalleria avesse sferrato un attacco contro i nostri, e che questo fatto avesse interrotto il colloquio, un'euforia molto maggiore e una voglia di combattere ancora più grande si accesero nell'esercito.
Due giorni dopo Ariovisto mandò ambasciatori a Cesare:voleva trattare con lui su quelle questioni che tra loro erano state avviate ma non concluse:affinché fissasse di nuovo un giorno per un colloquio, oppure, se non lo avesse voluto, mandasse a lui qualcuno dei suoi ambasciatori.A Cesare non parve esserci motivo per un colloquio, tanto più perché il giorno prima i Germani non si erano potuti trattenere dal lanciare armi contro i nostri.Riteneva che avrebbe mandato a lui, con grande pericolo, un ambasciatore tra i suoi, esponendolo a uomini selvaggi.Sembrò più opportuno mandargli Gaio Valerio Procillo, figlio di Gaio Valerio Caburo, giovane di somma virtù e cortesia, il cui padre era stato insignito della cittadinanza da Gaio Valerio Flacco, sia per la sua fedeltà sia per la conoscenza della lingua gallica, di cui ormai Ariovisto si serviva molto per lunga consuetudine, e perché in lui non ci sarebbe stato motivo di offesa per i Germani, e insieme a lui Marco Mezio, che godeva dell'ospitalità di Ariovisto.Diede loro l'incarico di conoscere che cosa dicesse Ariovisto e di riferirlo a lui.Non appena Ariovisto li ebbe scorti presso di sé nell'accampamento, con il suo esercito presente, gridò:perché venivano da lui?o forse per spiare?Impedì loro di parlare, benché tentassero, e li gettò in catene.
Quando Cesare capì che egli si teneva nell'accampamento, per non essere più a lungo ostacolato nei rifornimenti, scelse un luogo adatto per un accampamento oltre quel punto dove si erano stabiliti i Germani, a circa seicento passi da loro, e vi giunse con la linea schierata su tre file.Ordinò che la prima e la seconda linea restassero armate, e che la terza fortificasse l'accampamento.[Questo luogo distava dal nemico circa seicento passi, come si è detto.]Là Ariovisto mandò circa sedicimila uomini in armi leggere, insieme a tutta la cavalleria, truppe che dovevano spaventare i nostri e impedire i lavori di fortificazione.Ciò nonostante Cesare, come aveva stabilito in precedenza, ordinò che due linee respingessero il nemico e che la terza completasse i lavori.Fortificato l'accampamento, vi lasciò due legioni e una parte degli ausiliari, e ricondusse le altre quattro legioni nel campo maggiore.
Il giorno dopo Cesare lasciò a entrambi gli accampamenti il presidio che gli parve sufficiente, schierò tutte le truppe ausiliarie in vista del nemico davanti al campo minore, perché era inferiore per numero di legionari rispetto al nemico, per servirsi degli ausiliari a scopo di mostra;egli stesso, schierato l'esercito su tre linee, avanzò fino all'accampamento nemico.Allora finalmente, per necessità, i Germani condussero le loro truppe fuori dal campo e le schierarono per popoli a intervalli uguali, Arudi, Marcomanni, Tribochi, Vangioni, Nemeti, Seduci, Svevi, e circondarono tutto il loro schieramento con carri e carriaggi, perché non restasse alcuna speranza nella fuga.Vi fecero salire le donne, che, mentre i soldati partivano per la battaglia, con le mani tese e piangendo li supplicavano di non consegnarle in schiavitù ai Romani.
Cesare mise a capo di ogni legione un legato e il questore, perché ciascuno avesse loro come testimoni del proprio valore;egli stesso attaccò battaglia dall'ala destra, perché aveva notato che quella parte del nemico era la meno salda.Così i nostri, dato il segnale, si lanciarono con impeto contro il nemico e i nemici a loro volta si precipitarono avanti all'improvviso e rapidamente, cosicché non restò il tempo di scagliare i giavellotti contro il nemico.Abbandonati i giavellotti, si combatté da vicino con le spade.Ma i Germani, rapidamente, secondo la loro abitudine, formata la falange, ressero l'urto delle spade.Si trovarono parecchi dei nostri che saltavano dentro la falange, strappavano gli scudi con le mani e colpivano dall'alto.Mentre lo schieramento nemico, all'ala sinistra, era stato respinto e messo in fuga, all'ala destra i nemici, con la loro grande massa, incalzavano con forza la nostra linea.Quando se ne accorse il giovane Publio Crasso, che comandava la cavalleria, poiché era più libero di quelli che si trovavano in mezzo allo schieramento, mandò la terza linea in soccorso dei nostri che erano in difficoltà.
Così la battaglia fu ristabilita, e tutti i nemici voltarono le spalle e non smisero di fuggire finché non giunsero al fiume Reno, a circa cinquanta miglia da quel luogo.Là pochissimi, o fidando nelle proprie forze, tentarono di attraversare a nuoto, o, trovate delle barche, trovarono la salvezza.Fra questi ci fu Ariovisto, che, trovata una piccola imbarcazione legata alla riva, fuggì con essa;tutti gli altri, inseguendoli, i nostri cavalieri li uccisero.Due furono le mogli di Ariovisto, una di nazione sveva, che si era portato via da casa con sé, l'altra norica, sorella del re Voccione, che aveva sposato in Gallia, mandatagli dal fratello:entrambe morirono in quella fuga;due figlie:di queste, una fu uccisa, l'altra fu catturata.Gaio Valerio Procillo, mentre veniva trascinato dai custodi nella fuga legato con tre catene, si imbatté proprio in Cesare, che i nemici inseguivano a cavallo.Questo fatto procurò a Cesare un piacere non minore della vittoria stessa, perché vedeva restituito a sé, strappato dalle mani del nemico, un uomo onestissimo della provincia della Gallia, suo amico e ospite, e la fortuna non aveva diminuito in nulla, con la sua disgrazia, tanta gioia e soddisfazione.Egli raccontava che, presente lui stesso, si era consultato tre volte sulla sua sorte con le sorti, se dovesse essere ucciso subito con il fuoco o riservato per un altro momento:e che, grazie alla sorte, era rimasto incolume.Anche Marco Mezio fu ritrovato e ricondotto da lui.
Annunciata questa battaglia oltre il Reno, gli Svevi, che erano giunti presso le rive del Reno, cominciarono a tornare a casa;Non appena quelli che abitano vicino al Reno li sentirono spaventati, li inseguirono e ne uccisero un gran numero.Cesare, conclusi in una sola estate due grandissimi conflitti, condusse l'esercito in quartieri d'inverno presso i Sequani, un po' prima di quanto richiedesse la stagione dell'anno;pose Labieno a capo dei quartieri d'inverno;egli stesso partì per la Gallia citeriore per tenere le assemblee giudiziarie.
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