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latino · Cesare
Cesare · De bello gallico
Traduzione e analisi di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
In questo celebre passo del De bello gallico, Cesare descrive lo scontro decisivo con gli Elvezi sull'altura. Fa allontanare i cavalli, il proprio per primo, per condividere il rischio con i soldati, poi lancia l'attacco che sfonda la compatta falange nemica.
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Cesare, allontanato dalla vista prima il proprio cavallo, poi quello di tutti, per togliere a tutti, reso uguale il pericolo, la speranza della fuga, esortati i suoi, attaccò battaglia. I soldati, dalla posizione più elevata, scagliati i giavellotti, sfondarono facilmente la falange dei nemici. Dispersa quella, sguainate le spade, si lanciarono contro di loro. Ai Galli era di grande impedimento per la battaglia il fatto che, trafitti e legati insieme da un solo colpo di giavellotto molti dei loro scudi, poiché il ferro si era piegato, non potevano né estrarlo né combattere abbastanza comodamente con la sinistra impedita, tanto che molti, dopo aver agitato a lungo il braccio, preferivano lasciare andare lo scudo dalla mano e combattere a corpo scoperto. Alla fine, sfiniti dalle ferite, cominciarono a indietreggiare e, poiché il monte sarà vicino a una distanza di circa mille passi, a ritirarsi là. Preso il monte e mentre i nostri salivano, i Boi e i Tulingi, che con circa quindicimila uomini chiudevano la colonna dei nemici e proteggevano la retroguardia, assalendo i nostri durante la marcia dal fianco scoperto, cominciarono ad accerchiarli, e visto ciò, gli Elvezi, che si erano ritirati sul monte, cominciarono di nuovo a incalzare e a rinnovare la battaglia. I Romani, cambiato fronte, attaccarono su due schiere: la prima e la seconda linea, per resistere ai vinti e respinti, la terza, per contenere quelli che sopraggiungevano.
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remotis equis
→ allontanati i cavalli
Remotis equis concorda con equis: allontanati i cavalli prima dell'assalto, per togliere a tutti la speranza della fuga.
Compare nel periodo 1 · 5 volte in questo passo.
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Caesar primum suo, deinde omnium ex conspectu remotis equis, ut aequato omnium periculo spem fugae tolleret, cohortatus suos proelium commisit. Milites loco superiore pilis missis facile hostium phalangem perfregerunt. Ea disiecta gladiis destrictis in eos impetum fecerunt. Gallis magno ad pugnam erat impedimento quod pluribus eorum scutis uno ictu pilorum transfixis et conligatis, cum ferrum se inflexisset, neque evellere neque sinistra impedita satis commode pugnare poterant, multi ut diu iactato bracchio praeoptarent scutum manu emittere et nudo corpore pugnare. Tandem vulneribus defessi et pedem referre et, quod mons suberit circiter mille passuum spatio, eo se recipere coeperunt. Capto monte et succedentibus nostris, Boi et Tulingi, qui hominum milibus circiter XV agmen hostium claudebant et novissimis praesidio erant, ex itinere nostros ab latere aperto adgressi circumvenire, et id conspicati Helvetii, qui in montem sese receperant, rursus instare et proelium redintegrare coeperunt. Romani conversa signa bipertito intulerunt: prima et secunda acies, ut victis ac submotis resisteret, tertia, ut venientes sustineret.
Cesare, allontanato dalla vista prima il proprio cavallo, poi quello di tutti, per togliere a tutti, reso uguale il pericolo, la speranza della fuga, esortati i suoi, attaccò battaglia.
I soldati, dalla posizione più elevata, scagliati i giavellotti, sfondarono facilmente la falange dei nemici.
Dispersa quella, sguainate le spade, si lanciarono contro di loro.
Ai Galli era di grande impedimento per la battaglia il fatto che, trafitti e legati insieme da un solo colpo di giavellotto molti dei loro scudi, poiché il ferro si era piegato, non potevano né estrarlo né combattere abbastanza comodamente con la sinistra impedita, tanto che molti, dopo aver agitato a lungo il braccio, preferivano lasciare andare lo scudo dalla mano e combattere a corpo scoperto.
Alla fine, sfiniti dalle ferite, cominciarono a indietreggiare e, poiché il monte sarà vicino a una distanza di circa mille passi, a ritirarsi là.
Preso il monte e mentre i nostri salivano, i Boi e i Tulingi, che con circa quindicimila uomini chiudevano la colonna dei nemici e proteggevano la retroguardia, assalendo i nostri durante la marcia dal fianco scoperto, cominciarono ad accerchiarli, e visto ciò, gli Elvezi, che si erano ritirati sul monte, cominciarono di nuovo a incalzare e a rinnovare la battaglia.
I Romani, cambiato fronte, attaccarono su due schiere: la prima e la seconda linea, per resistere ai vinti e respinti, la terza, per contenere quelli che sopraggiungevano.
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Si traduce: Cesare, allontanato dalla vista prima il proprio cavallo, poi quello di tutti. È l'apertura di Cesare, De bello gallico 1, 25, dove il generale rinuncia alla fuga a cavallo per condividere il pericolo con i suoi soldati.
Perché il giavellotto, una volta conficcato, piega la punta di ferro e resta incastrato nello scudo, rendendolo troppo pesante da maneggiare: molti Galli preferiscono abbandonarlo e combattere a corpo scoperto, come racconta Cesare in De bello gallico 1, 25.
I Romani, conquistata l'altura, dividono le schiere in due linee per respingere l'attacco di Boi e Tulingi mentre gli Elvezi tentano di riprendere il combattimento, ma la terza linea romana regge l'urto, come narrato in De bello gallico 1, 25.