Caricamento…
Caricamento…
latino · Cesare · opera integrale
Tutto il libro II del De bello Gallico con traduzione italiana affiancata, capitolo per capitolo. Tocca una parola latina: sopra hai il suo significato, e la sua resa si accende nella traduzione.
In questo libro: La coalizione dei Belgi: la battaglia sul fiume Sabis contro i Nervii e la resa degli Atuatuci.
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano
Mentre Cesare si trovava nella Gallia citeriore, negli accampamenti invernali, come abbiamo mostrato sopra, gli giungevano frequenti notizie e per lettera veniva informato da Labieno che tutti i Belgi, che avevamo detto essere la terza parte della Gallia, cospiravano contro il popolo romano e si scambiavano ostaggi tra loro.Le cause del cospirare erano queste:in primo luogo perché temevano che, pacificata tutta la Gallia, il nostro esercito sarebbe stato condotto contro di loro;poi perché erano istigati da alcuni Galli: in parte quelli che, come non avevano voluto che i Germani soggiornassero più a lungo in Gallia, così sopportavano malvolentieri che l'esercito del popolo romano svernasse e si stabilisse a lungo in Gallia, in parte quelli che per instabilità e leggerezza d'animo aspiravano a nuovi poteri;anche perché in Gallia da parte di alcuni, dai più potenti e da coloro che avevano i mezzi per arruolare uomini, il potere veniva comunemente usurpato;cosa che sotto il nostro dominio potevano ottenere meno facilmente.
Colpito da questi annunci e lettere, Cesare arruolò due nuove legioni nella Gallia citeriore e, iniziata l'estate, mandò il luogotenente Quinto Pedio a condurle nella Gallia ulteriore.Egli stesso, non appena cominciò ad esserci disponibilità di foraggio, raggiunse l'esercito.Dà l'incarico ai Senoni e agli altri Galli confinanti con i Belgi di conoscere quello che avviene presso di loro e di informarlo di queste cose.Tutti questi riferirono concordemente che si radunavano truppe, che l'esercito si riuniva in un solo luogo.Allora ritenne che non ci fosse più da dubitare che dovesse partire verso di loro.Provveduto al rifornimento del grano, muove l'accampamento e in circa quindici giorni giunge ai confini dei Belgi.
Essendo egli arrivato là all'improvviso e più velocemente di quanto tutti si aspettassero, i Remi, che tra i Belgi sono i più vicini alla Gallia, mandarono da lui come ambasciatori Iccio e Andebrogio, i primi della città, a dire che affidavano sé stessi e tutte le loro cose alla fede e al potere del popolo romano, che non si erano accordati con gli altri Belgi né avevano cospirato contro il popolo romano, e che erano pronti a dare ostaggi, a eseguire gli ordini, ad accoglierli nelle loro città e ad aiutarli col grano e con le altre cose;che tutti gli altri Belgi erano in armi, e che i Germani che abitano al di qua del Reno si erano uniti a loro, e che il furore di tutti costoro era tanto grande che nemmeno i Suessioni, loro fratelli e consanguinei, che sono retti dallo stesso diritto e dalle stesse leggi e hanno con loro un solo comando e un solo magistrato, avevano potuto distoglierli dall'accordarsi con gli altri.
Quando chiedeva loro quali città-stato e quanto grandi fossero in armi e cosa potessero in guerra, scopriva così:che la maggior parte dei Belgi era originata dai Germani e, attraversato anticamente il Reno, vi si era stabilita per la fertilità del luogo, scacciandone i Galli che abitavano quei luoghi, e che erano gli unici che, devastata tutta la Gallia al tempo dei nostri padri, avevano impedito a Teutoni e Cimbri di entrare nei propri confini;e da ciò avveniva che il ricordo di quei fatti procurasse loro grande autorità e grande orgoglio in materia militare.I Remi dicevano di avere accertato tutto ciò riguardo al loro numero, perché, uniti da parentele e affinità, sapevano quanta quantità di uomini ciascuno avesse promesso per quella guerra nell'assemblea comune dei Belgi.Che tra loro i Bellovaci eccellevano moltissimo per valore, per autorità e per numero di uomini:che questi potevano mettere insieme centomila uomini armati, e avendone promessi sessantamila scelti da quel numero, reclamavano per sé il comando di tutta la guerra.che i Suessioni erano loro confinanti;che possedevano territori vastissimi e campi fertilissimi.che presso di loro era stato re, anche nel nostro ricordo, Diviziaco, il più potente di tutta la Gallia, che aveva tenuto il dominio sia di gran parte di queste regioni, sia anche della Britannia;che ora era re Galba:che a costui, per la sua giustizia e saggezza, veniva affidato per volontà di tutti il comando supremo di tutta la guerra;che avevano dodici città e promettevano cinquantamila armati;che altrettanti ne promettevano i Nervi, che tra loro stessi sono considerati i più feroci e che distano più lontano;che gli Atrebati ne davano quindicimila, gli Ambiani diecimila, i Morini venticinquemila, i Menapi settemila, i Caleti diecimila, i Veliocassi e i Viromandui altrettanti, gli Atuatuci diciannovemila;che Condrusi, Eburoni, Ceresi e Pemani, che con un solo nome sono chiamati Germani, stimavano potessero arrivare a circa quarantamila.
Cesare, esortati i Remi e rivolto loro un discorso benevolo, ordinò che tutto il senato si radunasse presso di lui e che i figli dei capi gli fossero condotti come ostaggi.Tutto ciò fu eseguito da loro diligentemente, entro il giorno stabilito.Egli stesso, esortato Diviciaco l'Eduo con insistenza, gli spiega quanto importi per lo stato e per la comune salvezza che le forze nemiche siano tenute divise, per non dover combattere contro una moltitudine così grande in un solo momento.Questo potrebbe accadere, se gli Edui conducessero le proprie truppe nel territorio dei Bellovaci e cominciassero a devastare i loro campi.Dategli queste istruzioni, lo congeda.Dopo aver visto che tutte le truppe dei Belgi, radunate in un solo luogo, venivano verso di lui, e dopo aver saputo dagli esploratori che aveva inviato e dai Remi che ormai non erano più lontane, si affrettò a far attraversare all'esercito il fiume Axona, che scorre agli estremi confini del territorio dei Remi, e lì pose il campo.Questa cosa proteggeva con le rive del fiume un lato dell'accampamento, rendeva sicuro da nemici ciò che stava alle sue spalle, e faceva sì che i rifornimenti potessero essere portati fino a lui senza pericolo dai Remi e dalle altre città.Su quel fiume c'era un ponte.Lì pone un presidio e, dall'altra parte del fiume, lascia il legato Quinto Titurio Sabino con sei coorti;e ordina che il campo sia fortificato, in altezza di dodici piedi, con un vallo e un fossato di diciotto piedi.
Da questo accampamento distava otto miglia una città dei Remi di nome Bibrax.I Belgi, direttamente dalla marcia, cominciarono ad assalirla con grande impeto.A stento si resistette in quel giorno.L'assalto dei Galli è identico a quello dei Belgi, ed è questo: quando una moltitudine di uomini circonda tutte le mura da ogni parte e si comincia a scagliare pietre contro il muro, e il muro resta sguarnito di difensori, formata la testudine si avvicinano alle porte e minano il muro.Ciò allora accadeva facilmente.Infatti, poiché una moltitudine così grande scagliava pietre e dardi, nessuno aveva la possibilità di restare sul muro.Poiché la notte aveva posto fine all'assedio, Iccio il Remo, di somma nobiltà e stima tra i suoi, che allora comandava la città, uno di quelli che erano venuti da Cesare come ambasciatori per la pace, manda un messaggero a lui: se non gli si mandano rinforzi, dice che non potrà resistere più a lungo.
In quel momento, nel cuore della notte, Cesare, servendosi delle stesse guide con cui erano giunti i messaggeri di Iccio, manda in soccorso agli assediati i Numidi, i Cretesi arcieri e i frombolieri Baleari;al loro arrivo, ai Remi si aggiunse, insieme alla speranza di difendersi, l'ardore di combattere, mentre ai nemici, per lo stesso motivo, venne meno la speranza di impadronirsi della città.Perciò, dopo essersi fermati per un po' presso la città e aver devastato i campi dei Remi, incendiati tutti i villaggi e gli edifici a cui avevano potuto accedere, si diressero con tutte le forze verso il campo di Cesare e posero l'accampamento a meno di due miglia di distanza;e quell'accampamento, come indicavano il fumo e i fuochi, si estendeva in larghezza per più di otto miglia.
Cesare, dapprima, sia per il gran numero dei nemici sia per la straordinaria fama del loro valore, decise di astenersi dalla battaglia;tuttavia, ogni giorno, con scontri di cavalleria, metteva alla prova quanto il nemico potesse fare grazie al proprio valore e quanto osassero i nostri.Quando si accorse che i nostri non erano inferiori, scelto un luogo davanti al campo, per natura opportuno e adatto a schierare la schiera (poiché quella collina, dove era stato posto il campo, si elevava leggermente dalla pianura e si estendeva di fronte in larghezza quanto una schiera schierata poteva occupare di spazio, e da entrambi i lati aveva un pendio, mentre sul davanti, degradando dolcemente, tornava a poco a poco verso la pianura), fece scavare da entrambi i lati di quella collina un fossato trasversale di circa quattrocento passi, e alle estremità del fossato pose delle fortificazioni, dove collocò le macchine da guerra, affinché, una volta schierata la linea di battaglia, i nemici, che erano superiori soltanto per numero, non potessero circondare dai fianchi i suoi mentre combattevano.Fatto ciò, lasciate nel campo le due legioni che aveva arruolato di recente, affinché, se ci fosse stato bisogno, potessero essere condotte in aiuto, schierò le restanti sei legioni davanti al campo in ordine di battaglia.Anche i nemici schierarono le proprie truppe, fatte uscire dal campo.
C'era una palude non grande tra il nostro esercito e quello dei nemici.I nemici aspettavano che i nostri l'attraversassero;i nostri invece erano pronti, con le armi, ad assalirli mentre erano impacciati, se l'inizio dell'attraversamento fosse venuto da loro.Nel frattempo si combatteva uno scontro di cavalleria tra le due schiere.Poiché nessuno dei due dava inizio all'attraversamento, essendo lo scontro di cavalleria favorevole ai nostri, Cesare ricondusse i suoi nel campo.I nemici si diressero subito da quel luogo verso il fiume Axona, che, come s'è detto, scorreva dietro al nostro campo.Lì, trovati dei guadi, tentarono di far attraversare parte delle proprie truppe, con l'intento che, se fosse stato possibile, espugnassero il fortino comandato dal legato Quinto Titurio e tagliassero il ponte, oppure, se non ci fossero riusciti, devastassero i campi dei Remi, che ci erano di grande utilità per condurre la guerra, e impedissero ai nostri i rifornimenti.
Cesare, informato da Titurio, fa attraversare il ponte a tutta la cavalleria e ai Numidi di fanteria leggera, ai frombolieri e agli arcieri, e si dirige verso di loro.In quel luogo si combatté aspramente.I nostri assalirono nel fiume i nemici in difficoltà e ne uccisero un gran numero;respinsero con una pioggia di proiettili gli altri, che tentavano di attraversare con grande audacia passando sopra i loro corpi, e uccisero, circondati dalla cavalleria, i primi che erano riusciti a passare.I nemici, quando capirono che la speranza li aveva ingannati sia riguardo all'espugnare la città, sia riguardo all'attraversare il fiume, e videro che i nostri non avanzavano per combattere in un luogo svantaggioso, mentre a loro stessi cominciava a mancare il grano, convocato un consiglio, decisero che la cosa migliore fosse che ciascuno tornasse a casa propria, e che, nei territori di chiunque i Romani avessero per primi condotto l'esercito, tutti accorressero da ogni parte a difenderli, affinché combattessero piuttosto nel proprio territorio che in territorio altrui, e usassero le proprie risorse di grano.A questa decisione, oltre alle altre ragioni, li spinse anche questo motivo: avevano saputo che Diviciaco e gli Edui si stavano avvicinando al territorio dei Bellovaci.Non si poteva persuaderli a indugiare più a lungo e a non portare aiuto ai loro.
Presa questa decisione, usciti dall'accampamento nella seconda veglia con grande frastuono e tumulto, senza alcun ordine né comando preciso, poiché ciascuno cercava per sé il primo posto nel cammino e si affrettava a tornare a casa, fecero sì che la partenza sembrasse simile a una fuga.Appresa subito la cosa tramite gli esploratori, Cesare, temendo un'imboscata, poiché non aveva ancora capito per quale motivo se ne andassero, trattenne l'esercito e la cavalleria nell'accampamento.Al primo mattino, confermata la notizia dagli esploratori, mandò avanti tutta la cavalleria, perché rallentasse la retroguardia.Pose a capo di questi i legati Quinto Pedio e Lucio Aurunculeio Cotta;Ordinò al legato Tito Labieno di seguire con tre legioni.Questi, assaliti gli ultimi e inseguitili per molte miglia, uccisero una grande moltitudine di loro in fuga, mentre quelli all'estremità della colonna, contro cui si era giunti, resistevano e sostenevano con forza l'assalto dei nostri soldati; i primi invece, poiché sembravano lontani dal pericolo e non erano trattenuti da alcuna necessità né comando, uditone il clamore, coi ranghi in subbuglio, riposero tutti la propria salvezza nella fuga.Così, senza alcun pericolo, i nostri ne uccisero una moltitudine tanto grande quanto durò lo spazio del giorno;Al tramonto del sole cessarono di inseguire e si ritirarono nell'accampamento, come era stato ordinato.
Il giorno dopo, prima che i nemici si riprendessero dal terrore e dalla fuga, Cesare condusse l'esercito nel territorio dei Suessioni, che erano i più vicini ai Remi, e, compiuta una grande marcia, si diresse verso la città di Noviodunum.Cercò di espugnarla direttamente dalla marcia, poiché sentiva dire che era sguarnita di difensori, ma per la larghezza del fossato e l'altezza delle mura, sebbene fosse difesa da pochi, non riuscì a espugnarla.Fortificato il campo, cominciò a far avanzare le gallerie d'assedio e a procurarsi quanto era utile per l'assedio.Nel frattempo tutta la moltitudine dei Suessioni in fuga si radunò nella città, la notte successiva.Fatte avanzare rapidamente le gallerie fino alla città, gettato il terrapieno e costruite le torri, colpiti dalla grandezza delle opere, che i Galli non avevano mai visto né sentito prima, e dalla rapidità dei Romani, inviano ambasciatori a Cesare per trattare la resa e, grazie all'intercessione dei Remi che lo chiedevano, ottengono di essere risparmiati.
Ricevuti in ostaggio i primi cittadini e i due figli dello stesso re Galba, e consegnate tutte le armi della città, Cesare accoglie la resa dei Suessioni e conduce l'esercito contro i Bellovaci.Poiché questi si erano rifugiati con tutti i loro beni nella città di Bratuspanzio, e Cesare con l'esercito distava da quella città circa cinque miglia, tutti gli anziani, usciti dalla città, cominciarono a tendere le mani verso Cesare e a dichiarare a voce di venire sotto la sua protezione e il suo potere, e di non voler combattere con le armi contro il popolo romano.Allo stesso modo, quando si fu avvicinato alla città e vi pose il campo, i fanciulli e le donne, dalle mura, con le mani tese secondo il loro costume, chiesero pace ai Romani.
A loro nome parla Diviciaco (infatti, dopo la partenza dei Belgi, congedate le truppe degli Edui, era tornato da lui):i Bellovaci erano sempre stati sotto la protezione e nell'amicizia del popolo degli Edui;ma, spinti dai propri capi, che dicevano che gli Edui, ridotti in schiavitù da Cesare, subivano ogni umiliazione e offesa, si erano staccati dagli Edui e avevano mosso guerra al popolo romano.quelli che erano stati i capi di questo disegno, rendendosi conto di quale disastro avessero causato alla città, erano fuggiti in Britannia.non solo i Bellovaci chiedevano, ma anche gli Edui a loro nome, che Cesare usasse verso di loro la sua clemenza e la sua mitezza.che se lo avesse fatto, avrebbe accresciuto il prestigio degli Edui presso tutti i Belgi, con il cui aiuto e le cui risorse erano soliti sostenersi, se mai fossero scoppiate delle guerre.
Cesare disse che, per l'onore di Diviciaco e degli Edui, li avrebbe accolti sotto la sua protezione e li avrebbe risparmiati, e poiché era una città grande fra i Belgi, che eccelleva per prestigio e per numero di uomini, chiese seicento ostaggi.Consegnati questi e raccolte tutte le armi dalla città, giunse da quel luogo nel territorio degli Ambiani;questi si arresero, insieme a tutti i loro beni, senza indugio.Il loro territorio confinava con quello dei Nervi.Poiché Cesare si informava sulla loro natura e i loro costumi, apprendeva quanto segue:non c'era alcun accesso presso di loro per i mercanti;non permettevano affatto che fosse portato loro vino o altri beni destinati al lusso, perché ritenevano che con queste cose si indebolissero i loro animi e si perdesse il valore;erano uomini fieri e di grande coraggio;rimproveravano e biasimavano gli altri Belgi, che si erano arresi al popolo romano e avevano gettato via il coraggio dei padri;affermavano che non avrebbero mandato ambasciatori né accettato alcuna condizione di pace.
Dopo aver marciato per tre giorni nel loro territorio, apprendeva dai prigionieri che il fiume Sabis distava non più di dieci miglia dal proprio accampamento;che tutti i Nervi si erano accampati al di là di quel fiume e lì aspettavano l'arrivo dei Romani, insieme agli Atrebati e ai Viromandui, loro vicini (infatti avevano convinto entrambi questi popoli a condividere la stessa sorte di guerra);che si aspettavano anche le truppe degli Atuatuci, e che erano già in marcia;che le donne e quanti per età sembravano inadatti al combattimento erano stati radunati in un luogo dove, a causa delle paludi, non c'era accesso per un esercito.
Saputo questo, manda avanti esploratori e centurioni, perché scelgano un luogo adatto per l'accampamento.Poiché parecchi, tra i Belgi arresisi e gli altri Galli, seguivano Cesare marciando insieme, alcuni di loro, come poi si seppe dai prigionieri, avendo osservato in quei giorni l'ordine di marcia del nostro esercito, giunsero di notte presso i Nervi e mostrarono loro che tra le singole legioni si frapponeva un gran numero di salmerie, e che non c'era alcuna difficoltà, quando la prima legione fosse giunta all'accampamento e le altre legioni fossero ancora lontane, ad assalirla mentre era carica di bagagli;e che, respinta questa e saccheggiate le salmerie, sarebbe successo che le altre non avrebbero osato resistere.Il piano di coloro che riferivano la notizia era favorito anche dal fatto che i Nervi, non potendo nulla anticamente con la cavalleria (infatti non si dedicano a questo nemmeno ora, ma sono forti quanto possono con la fanteria), per ostacolare più facilmente la cavalleria dei vicini, se questi fossero venuti per razziare,tagliando e piegando teneri alberi, e facendo spuntare in larghezza rami fitti, intrecciandovi rovi e sterpi, avevano fatto sì che queste siepi offrissero una difesa come un muro, tale che non solo non si potesse entrarvi, ma nemmeno vedere attraverso.Poiché per queste ragioni il cammino della nostra colonna era ostacolato, i Nervi giudicarono di non dover abbandonare questo piano.
Tale era la natura del luogo che i nostri avevano scelto per l'accampamento.Un colle degradava con pendio uniforme dalla sommità fino al fiume Sabis, che abbiamo nominato sopra.Dallo stesso fiume, con pari pendenza, sorgeva un altro colle, opposto e contrario a questo, aperto per circa duecento passi nella parte più bassa, boscoso nella parte superiore, così che non si potesse vedere facilmente al suo interno.I nemici si tenevano nascosti dentro quei boschi;nello spazio aperto, lungo il fiume, si vedevano pochi posti di guardia di cavalieri.La profondità del fiume era di circa tre piedi.
Cesare, mandata avanti la cavalleria, seguiva con tutte le truppe;ma l'ordine e la disposizione della colonna erano diversi da come i Belgi avevano riferito ai Nervi.Infatti, poiché si avvicinava ai nemici, Cesare, secondo la sua abitudine, guidava sei legioni senza bagagli;dietro di esse aveva disposto le salmerie di tutto l'esercito;quindi due legioni, che erano state arruolate da poco, chiudevano tutta la colonna e facevano da presidio alle salmerie.I nostri cavalieri, insieme ai frombolieri e agli arcieri, attraversato il fiume, attaccarono battaglia con la cavalleria nemica.Poiché quelli si ritiravano ripetutamente nei boschi verso i loro, e poi dal bosco piombavano di nuovo sui nostri, e i nostri non osavano inseguire chi si ritirava oltre il limite fin dove si estendevano gli spazi aperti, intanto le sei legioni che erano arrivate per prime, misurato lo spazio necessario, cominciarono a fortificare l'accampamento.Non appena le prime salmerie del nostro esercito furono viste da coloro che, nascosti, si tenevano appiattati nei boschi, essendo giunto il momento concordato tra loro per attaccare battaglia, come avevano disposto la schiera e i ranghi dentro i boschi e si erano fatti coraggio, improvvisamente piombarono fuori con tutte le loro forze e attaccarono i nostri cavalieri.Questi, facilmente respinti e messi in disordine, corsero verso il fiume con incredibile rapidità, cosicché i nemici sembravano trovarsi quasi nello stesso momento presso i boschi, nel fiume e già tra le nostre mani.E con la stessa rapidità si diressero, risalendo il colle opposto, verso il nostro accampamento e verso coloro che erano occupati nei lavori.
Cesare doveva fare tutto in un solo momento:issare il vessillo, che era il segnale per correre alle armi;dare il segnale con la tromba;richiamare i soldati dal lavoro;richiamare quelli che si erano allontanati un po' per cercare materiale per il terrapieno;schierare la linea di battaglia;esortare i soldati;dare il segnale.La brevità del tempo e l'assalto dei nemici impedivano gran parte di queste operazioni.In queste difficoltà due cose venivano in aiuto, l'esperienza e l'abitudine dei soldati, perché, addestrati nelle battaglie precedenti, potevano stabilire da sé, non meno bene, che cosa fosse necessario fare, quanto potevano apprenderlo dagli altri, e perché Cesare aveva vietato ai legati, uno per ogni legione, di allontanarsi dal lavoro se non a fortificazione dell'accampamento ultimata.Questi, a causa della vicinanza e della rapidità dei nemici, non aspettavano più ordini di Cesare, ma facevano da sé ciò che sembrava opportuno.
Cesare, impartiti gli ordini necessari, corse a incoraggiare i soldati verso la parte che la sorte gli offrì, e giunse alla decima legione.Esortò i soldati con un discorso non più lungo di quanto bastasse perché conservassero il ricordo del loro antico valore e non si turbassero d'animo, e resistessero con forza all'assalto dei nemici, poiché i nemici non distavano più lontano di quanto un dardo potesse essere scagliato, e diede il segnale di attaccare battaglia.E, recatosi allo stesso modo verso l'altra ala per esortare, raggiunse i combattenti.Tanta fu la scarsità di tempo, e così pronto l'animo dei nemici a combattere, che mancò il tempo non solo per sistemare le insegne, ma anche per indossare gli elmi e togliere le coperture dagli scudi.Ciascuno si fermò dalla parte del lavoro in cui il caso lo aveva portato e presso le prime insegne che scorse, per non perdere tempo prezioso di combattimento nel cercare i propri commilitoni.
Schierato l'esercito più secondo quanto imponevano la natura del luogo e la scelta del colle e la necessità del momento, che secondo quanto richiedeva il criterio e l'ordine dell'arte militare, poiché legioni diverse resistevano ai nemici in punti diversi, ciascuna in parte sua, e la vista era impedita da siepi fittissime, frammiste, come abbiamo mostrato sopra, non si potevano né disporre riserve sicure, né prevedere che cosa fosse necessario in ciascun punto, né dirigere tutti gli ordini da un solo comando.Perciò, in una situazione così svantaggiosa, anche gli esiti della sorte furono vari.
I soldati della IX e della X legione, schierati com'erano nell'ala sinistra, scagliati i giavellotti, sfiniti dalla corsa e dalla stanchezza e provati dalle ferite, respinsero rapidamente dall'alto verso il fiume gli Atrebati (a loro infatti era toccata quella parte) e, inseguendo con le spade quelli che tentavano di attraversare, ne uccisero gran parte, rimasta impacciata nel passaggio.Essi stessi non esitarono ad attraversare il fiume e, avanzati in un luogo sfavorevole, ripresa la battaglia misero in fuga i nemici che di nuovo resistevano.Allo stesso modo, in un'altra parte, le due legioni schierate separatamente, l'XI e l'VIII, sbaragliati i Viromandui con cui si erano scontrate, combattevano dall'alto proprio sulle rive del fiume.Ma, essendo quasi tutto l'accampamento sguarnito sul fronte e sul lato sinistro, poiché sull'ala destra si erano schierate la XII legione e, a non grande distanza da essa, la VII, tutti i Nervi si diressero verso quel punto in una colonna serratissima, guidati da Boduognato, che deteneva il comando supremo;di essi, una parte cominciò ad aggirare le legioni dal lato scoperto, l'altra a dirigersi verso la sommità dell'accampamento.
Nello stesso momento la nostra cavalleria e la fanteria leggera che era stata con essa, quella che avevo detto respinta dal primo urto nemico, mentre si ritiravano nell'accampamento si imbattevano nei nemici di fronte e cercavano di nuovo la fuga in un'altra direzione;E gli inservienti, che dalla porta decumana e dalla cima del colle avevano visto i nostri vincitori attraversare il fiume, usciti per saccheggiare, quando si voltarono e videro i nemici aggirarsi nel nostro accampamento, si gettarono precipitosamente in fuga.Nello stesso tempo si levava il grido e il tumulto di quelli che venivano con i bagagli, e altri, atterriti, correvano qua e là in direzioni diverse.Turbati da tutti questi fatti, i cavalieri Treveri, la cui fama di valore tra i Galli è unica, che erano venuti presso Cesare, inviati dalla loro città in aiuto, quando videro il nostro accampamento riempirsi della moltitudine dei nemici, le legioni pressate e tenute quasi accerchiate, inservienti, cavalieri, frombolieri e Numidi fuggire dispersi e sbandati in ogni direzione, disperando della nostra situazione tornarono in patria:Annunciarono alla loro città che i Romani erano stati respinti e sconfitti, e che i nemici si erano impadroniti del loro accampamento e dei bagagli.
Cesare, mossosi verso l'ala destra dopo aver esortato la decima legione, quando vide che i suoi erano incalzati e che i soldati della dodicesima legione, ammassati con le insegne raccolte in un solo punto, si ostacolavano a vicenda nel combattere, che tutti i centurioni della quarta coorte erano stati uccisi e il portainsegna ucciso e l'insegna perduta, che quasi tutti i centurioni delle altre coorti erano feriti o uccisi, tra questi il primipilo Publio Sestio Baculo, uomo fortissimo, sfinito da molte e gravi ferite tanto da non potersi più reggere, che gli altri erano ormai più lenti e alcuni, abbandonato il posto dagli ultimi ranghi, si allontanavano dalla battaglia ed evitavano i colpi, che i nemici, salendo dal basso, non cessavano di premere sul fronte e incalzavano su entrambi i lati, e che la situazione era critica, e che non c'era più alcuna riserva da mandare in soccorso, strappato lo scudo a un soldato degli ultimi ranghi (poiché egli stesso vi era giunto senza scudo), avanzò in prima linea e, chiamati per nome i centurioni ed esortati gli altri soldati, ordinò di far avanzare le insegne e di allargare i manipoli, perché potessero usare più facilmente le spade.Al suo arrivo, portata speranza ai soldati e rianimato il loro spirito, poiché ciascuno desiderava dare prova di sé al cospetto del comandante anche nella loro situazione più estrema, l'impeto dei nemici fu un poco rallentato.
Cesare, avendo visto che anche la settima legione, schierata lì accanto, era pressata dal nemico, esortò i tribuni militari affinché le legioni si riunissero a poco a poco e, voltate le insegne, muovessero contro il nemico.Fatto ciò, poiché gli uni portavano soccorso agli altri e non temevano di essere accerchiati dal nemico voltando le spalle, cominciarono a resistere più audacemente e a combattere con più forza.Intanto i soldati delle due legioni che erano rimaste a guardia dei bagagli nella retroguardia, annunciata la battaglia, accorsi in fretta, venivano avvistati dai nemici sulla sommità del colle, e Tito Labieno, impadronitosi del campo nemico e visto dall'alto che cosa accadeva nel nostro campo, mandò in soccorso ai nostri la decima legione.Questi, avendo saputo dalla fuga dei cavalieri e degli sguatteri in che luogo fosse la situazione e in quale pericolo si trovassero il campo, le legioni e il comandante, non lasciarono nulla di intentato per far presto.
Al loro arrivo si produsse un tale mutamento della situazione che i nostri, anche quelli che, sfiniti dalle ferite, erano caduti a terra, appoggiati sugli scudi rinnovavano il combattimento, gli sguatteri, visti i nemici atterriti, affrontavano gli armati pur essendo disarmati, i cavalieri poi, per cancellare con il valore la vergogna della fuga, in ogni punto della battaglia si mostravano davanti ai legionari.I nemici invece, pur nell'estrema speranza di salvezza, mostrarono un tale valore che, quando i primi di loro erano caduti, i successivi si appoggiavano sui caduti e combattevano da sopra i loro corpi, abbattuti questi e accumulati i cadaveri, quelli che restavano scagliavano dardi contro i nostri come da un tumulo e rispedivano i giavellotti intercettati:cosicché non a torto si doveva giudicare che uomini di tale valore avessero osato attraversare un fiume larghissimo, salire rive altissime, affrontare un terreno sfavorevolissimo;cose che la grandezza d'animo aveva reso facili da difficilissime che erano.
Fatta questa battaglia e ridotto il popolo e il nome dei Nervi quasi allo sterminio, gli anziani, che avevamo detto essere stati gettati insieme ai fanciulli e alle donne fra gli acquitrini e le paludi, annunciato questo scontro, ritenendo che per i vincitori nulla fosse impedito e per i vinti nulla fosse sicuro, con il consenso di tutti quelli che erano sopravvissuti mandarono ambasciatori a Cesare e si arresero a lui;E, nel ricordare la sciagura della loro città, dissero che da seicento senatori erano ridotti a tre, e da sessantamila uomini a stento a cinquecento capaci di portare le armi.Cesare, perché sembrasse aver usato misericordia verso dei miseri supplici, li risparmiò con grande cura e ordinò loro di restare nei propri confini e nelle proprie città, e impose ai popoli vicini di preservare loro e i loro beni da ogni offesa e sopruso.
Gli Atuatuci, dei quali abbiamo parlato sopra, mentre venivano con tutte le forze in aiuto dei Nervi, annunciato questo scontro, tornarono indietro dal cammino verso casa;Abbandonati tutti i villaggi e i fortini, radunarono tutti i loro beni in un'unica città, eccezionalmente fortificata dalla natura.Poiché questa città aveva da ogni parte, tutto intorno, altissime rupi e dirupi, restava libero, da un solo lato, un accesso in leggero pendio, largo non più di duecento piedi;Questo passaggio lo avevano fortificato con un doppio muro altissimo;e vi collocavano sul muro pietre di gran peso e travi aguzzissime.Essi stessi discendevano dai Cimbri e dai Teutoni, i quali, mentre marciavano verso la nostra provincia e l'Italia, lasciati di qua dal fiume Reno i bagagli che non potevano condurre né trasportare con sé, avevano lasciato insieme, a guardia e a difesa dei propri, seimila uomini.Questi, dopo la morte di quelli, per molti anni tormentati dai popoli vicini, portando ora essi stessi la guerra, ora difendendosi da quella loro mossa contro, con il consenso di tutti loro, fatta la pace, avevano scelto questo luogo come propria dimora.
E all'inizio, appena arrivato il nostro esercito, facevano frequenti sortite dalla città e attaccavano i nostri con piccoli scontri;In seguito, circondati da un vallo di dodici piedi lungo un circuito di miglia e da frequenti fortini, si tenevano rinchiusi nella città.Quando videro che, condotte le gallerie e innalzato il terrapieno, si costruiva a distanza una torre, dapprima presero a deriderla dalle mura e a inveire a gran voce, perché una macchina tanto grande veniva costruita da così lontano:con quali mani o con quali forze, uomini per giunta di così piccola statura (poiché in genere, di fronte alla statura dei corpi dei Galli, la nostra piccolezza è per loro oggetto di disprezzo), confidavano di poter collocare sul muro una torre di tanto peso?
Quando poi videro la torre muoversi e avvicinarsi alle mura, turbati da uno spettacolo così nuovo e insolito, mandarono ambasciatori a Cesare per parlare di pace; questi, parlando in questo modo, dissero di non credere che i Romani facessero guerra senza l'aiuto divino, essi che potevano spostare con tanta rapidità macchine di tale altezza, e che affidavano sé stessi e tutti i propri averi al potere dei Romani.Chiedevano e supplicavano una sola cosa:che se, per la sua clemenza e mitezza, di cui essi stessi avevano sentito parlare da altri, avesse deciso che gli Atuatuci dovevano essere risparmiati, non li privasse delle armi.che quasi tutti i loro vicini erano nemici e invidiavano il loro valore;e che, consegnate le armi, non avrebbero potuto difendersi da loro.Che era preferibile per loro, se fossero stati condotti a quel punto, subire qualsiasi sorte dal popolo romano, piuttosto che essere uccisi tra i tormenti da quelli su cui erano soliti dominare.
A queste parole Cesare rispose:che avrebbe risparmiato la loro città più per sua abitudine che per loro merito, se si fossero arresi prima che l'ariete toccasse le mura;Ma non c'era resa possibile se non con la consegna delle armi.Che avrebbe fatto per loro quanto aveva fatto per i Nervi, e avrebbe ordinato ai vicini di non arrecare alcun torto ai sottomessi del popolo romano.Riferita la risposta ai loro concittadini, quelli dissero che avrebbero fatto ciò che veniva loro ordinato.Gettata dalle mura nel fossato che si trovava davanti alla città una grande quantità di armi, tanto che i mucchi delle armi arrivavano quasi all'altezza del muro e del terrapieno, e tuttavia, come si scoprì in seguito, tenutane nascosta e trattenuta in città circa una terza parte, aperte le porte, quel giorno godettero della pace.
Verso sera Cesare ordinò di chiudere le porte e ai soldati di uscire dalla città, perché di notte gli abitanti non subissero qualche violenza dai soldati.Quelli, dopo aver preso in anticipo un piano, come si è capito, perché credevano che, fatta la resa, i nostri avrebbero ritirato i presidi o comunque li avrebbero sorvegliati con minor cura, in parte con le armi che avevano trattenuto e nascosto, in parte con scudi fatti di corteccia o intrecciati di vimini, che avevano rivestito di pelli in fretta, come richiedeva la scarsità di tempo, alla terza vigilia, quando la salita verso le nostre fortificazioni sembrava meno ripida, con tutte le truppe fecero improvvisamente una sortita dalla città.Rapidamente, come Cesare aveva ordinato in precedenza, dato il segnale con i fuochi, dai castelli vicini si accorse là in massa, e si combatté contro i nemici così accanitamente quanto dovettero combattere uomini valorosi, nell'estrema speranza di salvezza, in una posizione sfavorevole, contro quelli che dal vallo e dalle torri scagliavano dardi, poiché ogni speranza consisteva nel solo valore.Uccisi circa quattromila uomini, i restanti furono ricacciati in città.Il giorno dopo, sfondate le porte, poiché ormai nessuno le difendeva, ed entrati i nostri soldati, Cesare vendette in blocco il bottino di quella città.Da coloro che li avevano comprati, il numero delle teste fu a lui riferito: cinquantatremila.
Nello stesso tempo fu informato da Publio Crasso, che aveva inviato con una legione contro i Veneti, i Venelli, gli Osismi, i Coriosoliti, gli Esuvi, gli Aulerci, i Redoni, popolazioni marittime che si affacciano sull'Oceano, che tutte quelle città erano state ridotte sotto il dominio e il potere del popolo romano.
Compiute queste imprese e pacificata tutta la Gallia, la fama di questa guerra si diffuse tanto presso i barbari, che dalle popolazioni che abitavano oltre il Reno furono inviate ambascerie a Cesare, le quali promettevano che avrebbero dato ostaggi e fatto quanto veniva ordinato.Cesare ordinò a queste ambascerie, poiché si affrettava verso l'Italia e l'Illirico, di tornare da lui all'inizio della prossima estate.Egli stesso, condotte le legioni negli accampamenti invernali presso i Carnuti, gli Andi, i Turoni e le popolazioni vicine ai luoghi dove aveva condotto la guerra, partì per l'Italia.E per queste imprese, sulla base della lettera di Cesare, fu decretato un ringraziamento pubblico di quindici giorni, cosa che prima di allora non era accaduta a nessuno.
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