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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro II, capitolo 25
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Cesare, mossosi verso l'ala destra dopo aver esortato la decima legione, quando vide che i suoi erano incalzati e che i soldati della dodicesima legione, ammassati con le insegne raccolte in un solo punto, si ostacolavano a vicenda nel combattere, che tutti i centurioni della quarta coorte erano stati uccisi e il portainsegna ucciso e l'insegna perduta, che quasi tutti i centurioni delle altre coorti erano feriti o uccisi, tra questi il primipilo Publio Sestio Baculo, uomo fortissimo, sfinito da molte e gravi ferite tanto da non potersi più reggere, che gli altri erano ormai più lenti e alcuni, abbandonato il posto dagli ultimi ranghi, si allontanavano dalla battaglia ed evitavano i colpi, che i nemici, salendo dal basso, non cessavano di premere sul fronte e incalzavano su entrambi i lati, e che la situazione era critica, e che non c'era più alcuna riserva da mandare in soccorso, strappato lo scudo a un soldato degli ultimi ranghi (poiché egli stesso vi era giunto senza scudo), avanzò in prima linea e, chiamati per nome i centurioni ed esortati gli altri soldati, ordinò di far avanzare le insegne e di allargare i manipoli, perché potessero usare più facilmente le spade. Al suo arrivo, portata speranza ai soldati e rianimato il loro spirito, poiché ciascuno desiderava dare prova di sé al cospetto del comandante anche nella loro situazione più estrema, l'impeto dei nemici fu un poco rallentato.
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