Caricamento…
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latino · Cesare · opera integrale
Tutto il libro III del De bello Gallico con traduzione italiana affiancata, capitolo per capitolo. Tocca una parola latina: sopra hai il suo significato, e la sua resa si accende nella traduzione.
In questo libro: Galba sulle Alpi e la guerra navale contro i Veneti; Crasso sottomette i popoli dell’Aquitania.
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano
Mentre Cesare partiva per l'Italia, mandò Servio Galba con la dodicesima legione e parte della cavalleria contro i Nantuati, i Veragri e i Seduni, i quali si estendono dai confini degli Allobrogi, dal lago Lemano e dal fiume Rodano fino alle sommità delle Alpi.Il motivo dell'invio fu che voleva aprire la strada attraverso le Alpi, per la quale i mercanti erano soliti passare con grande pericolo e con pesanti dazi.Gli concesse, se lo avesse ritenuto necessario, di collocare in quei luoghi la legione per svernare.Galba, dopo aver combattuto con successo alcune battaglie e aver espugnato parecchie delle loro fortezze, dopo che da ogni parte gli erano stati inviati ambasciatori, erano stati dati ostaggi e fatta la pace, decise di collocare due coorti presso i Nantuati e di svernare egli stesso con le rimanenti coorti di quella legione nel villaggio dei Veragri chiamato Ottoduro;questo villaggio, posto in una valle non grande con una piccola pianura annessa, è circondato da ogni parte da montagne altissime.Poiché questo era diviso in due parti dal fiume, concesse ai Galli una parte del villaggio per svernare, e assegnò alle coorti l'altra, lasciata libera da loro.Fortificò quel luogo con un vallo e un fossato.
Essendo trascorsi parecchi giorni degli inverni e avendo ordinato di trasportare lì il grano, fu improvvisamente informato dagli esploratori che, da quella parte del villaggio che aveva concesso ai Galli, tutti se n'erano andati di notte e che i monti sovrastanti erano occupati da una grandissima moltitudine di Seduni e Veragri.Ciò era accaduto per parecchie ragioni, tanto che i Galli concepirono improvvisamente il piano di riprendere la guerra e di annientare la legione:in primo luogo, perché disprezzavano la legione a causa della scarsità di uomini, non essendo essa al completo, tolte due coorti, e mancando parecchi soldati mandati singolarmente in cerca di rifornimenti;poi anche perché, a causa della sfavorevole posizione del luogo, pensavano di non poter reggere nemmeno il primo assalto, dato che essi stessi correvano giù dai monti nella valle scagliando i dardi.Si aggiungeva che si dolevano dei loro figli sottratti a loro come ostaggi, e avevano la convinzione che i Romani cercassero di occupare le cime delle Alpi non solo per il passaggio ma anche per un possesso perpetuo, e di annettere quei luoghi alla provincia confinante.
Ricevuti questi annunci, Galba, poiché né i lavori e le fortificazioni degli accampamenti invernali erano del tutto completati, né si era provveduto abbastanza al grano e al resto dei rifornimenti, dato che, avvenuta la resa e ricevuti gli ostaggi, aveva ritenuto che non ci fosse nulla da temere riguardo alla guerra, convocato rapidamente un consiglio, cominciò a raccogliere i pareri.In quel consiglio, poiché era accaduto un pericolo così grande e improvviso, oltre ogni aspettativa, e ormai si vedevano quasi tutti i luoghi sovrastanti pieni di una moltitudine di armati, e non si poteva né venire in soccorso né far arrivare i rifornimenti, chiuse le vie, ormai quasi disperata la salvezza, si esprimevano alcuni pareri di questo tipo: che, abbandonati i bagagli, fatta una sortita, si dirigessero verso la salvezza per le stesse vie per cui erano giunti là.Alla maggior parte piacque tuttavia, riservato questo piano per il caso estremo, di sperimentare intanto l'esito della situazione e di difendere l'accampamento.
Trascorso un breve intervallo di tempo, appena tanto che si desse il tempo di disporre e attuare le cose che avevano deciso, i nemici, dato il segnale, si precipitarono da ogni parte e cominciarono a lanciare pietre e giavellotti contro il vallo.I nostri all'inizio, con forze intatte, combattevano coraggiosamente e non lanciavano invano nessun dardo dalla posizione elevata, e, ogni volta che qualche parte dell'accampamento privata dei difensori sembrava essere premuta, lì accorrevano e portavano aiuto, ma in questo erano svantaggiati, perché, per la lunghezza della battaglia, i nemici stanchi si ritiravano dal combattimento, mentre altri subentravano con forze intatte;queste cose i nostri, a causa dello scarso numero, non potevano farle, e non veniva data la possibilità non solo a chi era stanco di ritirarsi dal combattimento, ma nemmeno al ferito di lasciare il posto dove si era fermato e di riprendersi.
Poiché ormai si combatteva ininterrottamente da più di sei ore, e ai nostri venivano meno non solo le forze ma anche i dardi, e i nemici incalzavano più aspramente e, essendo i nostri ormai spossati, avevano cominciato a smantellare il vallo e a colmare i fossati, e la situazione era ormai portata all'estremo, Publio Sestio Baculo, centurione primipilo, che abbiamo detto essere stato ferito da numerose ferite nella battaglia contro i Nervi, e allo stesso modo Gaio Voluseno, tribuno militare, uomo di grande accortezza e di grande valore, accorrono da Galba e gli dimostrano che c'è una sola speranza di salvezza, se, fatta una sortita, tentassero l'estremo rimedio.Perciò, convocati i centurioni, informa rapidamente i soldati che interrompessero un poco il combattimento e si limitassero a schivare i dardi lanciati e a riprendersi dalla fatica, poi, dato il segnale, facessero una sortita dal campo, e ponessero ogni speranza di salvezza nel coraggio.
Fanno quel che era stato loro ordinato: con un'improvvisa sortita fatta da tutte le porte, non lasciano ai nemici la possibilità di capire che cosa stesse accadendo né di riorganizzarsi.Così, rovesciata la sorte, circondano da ogni parte e catturano quelli che erano venuti nella speranza di impadronirsi dell'accampamento, e di un numero di uomini superiore a trentamila, che risultava essere il numero dei barbari giunti presso l'accampamento, uccisone più di un terzo, mettono in fuga i restanti terrorizzati e non permettono loro di fermarsi nemmeno nei luoghi più elevati.Così, disperse tutte le truppe dei nemici e private delle armi, si ritirano dentro le proprie fortificazioni.Conclusa questa battaglia, poiché Galba non voleva tentare la sorte più spesso e ricordava di essere venuto in quei quartieri d'inverno con un altro proposito, e vedeva che gli si erano presentate altre circostanze, spinto soprattutto dalla mancanza di grano e di rifornimenti, il giorno dopo, incendiati tutti gli edifici di quel villaggio, si affrettò a tornare in provincia e, senza che nessun nemico glielo impedisse o ne ritardasse il cammino, condusse la legione incolume presso i Nantuati, poi presso gli Allobrogi, e lì trascorse l'inverno.
Fatte queste cose, poiché Cesare riteneva per ogni ragione che la Gallia fosse pacificata (sconfitti i Belgi, cacciati i Germani, vinti i Seduni nelle Alpi) ed era partito, iniziato appena l'inverno, per l'Illirico, poiché voleva visitare anche quelle genti e conoscerne le regioni, in Gallia scoppiò improvvisamente una guerra.Questa fu la causa di quella guerra.Il giovane Publio Crasso svernava con la settima legione presso il mare Oceano, tra gli Andi.Egli, poiché in quei luoghi c'era scarsità di grano, mandò parecchi prefetti e tribuni militari nelle città vicine in cerca di grano;tra questi vi era Tito Terrasidio, inviato presso gli Esuvi, Marco Trebio Gallo presso i Coriosoliti, Quinto Velanio insieme a Tito Silio presso i Veneti.
Di questa città (i Veneti) è di gran lunga la più grande l'autorità su tutto il litorale di quelle regioni, perché possiedono numerosissime navi, con cui sono soliti navigare fino in Britannia, e superano gli altri per conoscenza e pratica delle cose nautiche, e poiché in un mare tanto vasto e aperto, con pochi porti disseminati, che essi stessi controllano, tengono quasi tutti quelli che sono soliti navigare su quel mare come loro tributari.Da loro ha inizio la cattura di Silio e Velanio, perché credevano che per mezzo loro avrebbero recuperato i propri ostaggi, che avevano dato a Crasso.Spinti dall'autorità di costoro, i popoli vicini (poiché le decisioni dei Galli sono improvvise e repentine) trattengono per lo stesso motivo Trebio e Terrasidio, e inviati rapidamente ambasciatori tramite i propri capi, si giurano a vicenda che non agiranno se non di comune accordo e che tutti subiranno la stessa sorte, e sollecitano le altre città a preferire rimanere nella libertà ricevuta dagli antenati piuttosto che sopportare la schiavitù dei Romani.Fatto rapidamente aderire alla propria opinione tutto il litorale, inviano una delegazione comune a Publio Crasso: se vuole riavere i suoi uomini, restituisca loro gli ostaggi.
Informato di questi fatti da Crasso, poiché egli stesso era troppo lontano, Cesare ordina che intanto vengano costruite navi da guerra sul fiume Loira, che sfocia nell'Oceano, che si arruolino rematori dalla provincia e si procurino marinai e piloti.Sbrigate rapidamente queste cose, egli stesso si affrettò verso l'esercito, non appena la stagione lo permise.I Veneti e allo stesso modo le altre città, informate dell'arrivo di Cesare (poiché comprendevano quanto grave misfatto avessero commesso, avendo trattenuto e gettato in catene gli ambasciatori, il cui nome è sempre stato sacro e inviolabile presso tutti i popoli), decidono di preparare la guerra in proporzione alla gravità del pericolo e di provvedere soprattutto a ciò che riguarda l'uso delle navi, confidando ancor più per questo nella natura del luogo.Sapevano che le vie di terra erano interrotte dagli estuari, che la navigazione era resa difficile dalla scarsa conoscenza dei luoghi e dalla scarsità di porti, e confidavano che i nostri eserciti, per mancanza di grano, non avrebbero potuto trattenersi a lungo presso di loro;e che, anche se tutto fosse andato contro le aspettative, tuttavia loro potevano moltissimo sulle navi, mentre i Romani non avevano alcuna disponibilità di navi, né conoscevano i bassifondi, i porti, le isole di quei luoghi dove avrebbero dovuto combattere;e comprendevano che ben diversa era la navigazione in un mare chiuso rispetto all'Oceano vastissimo e apertissimo.Presi questi provvedimenti, fortificano le città, trasportano il grano dai campi nelle città, radunano quante più navi possono nella Venezia, dove era noto che Cesare avrebbe condotto per primo la guerra.Si procurano come alleati per quella guerra gli Osismi, i Lessovi, i Namneti, gli Ambiliati, i Morini, i Diablinti, i Menapi;e chiedono rinforzi dalla Britannia, che è situata di fronte a quelle regioni.
Queste erano le difficoltà nel condurre la guerra che abbiamo mostrato sopra, ma tuttavia molte cose spingevano Cesare a quella guerra:l'affronto per la cattura dei cavalieri romani, la ribellione scoppiata dopo la resa, la defezione nonostante gli ostaggi dati, la congiura di tante città, e soprattutto il timore che, trascurato questo caso, le altre genti pensassero di potersi permettere lo stesso.Perciò, comprendendo che quasi tutti i Galli erano desiderosi di novità e si eccitavano rapidamente e facilmente alla guerra, e che tutti gli uomini per natura amano la libertà e odiano la condizione di schiavitù, ritenne di dover dividere e distribuire più ampiamente il proprio esercito, prima che più città si mettessero d'accordo tra loro.
Perciò invia il legato Tito Labieno, con la cavalleria, presso i Treveri, che sono i più vicini al fiume Reno.Gli ordina di recarsi dai Remi e dagli altri Belgi e di mantenerli fedeli al loro dovere, e di impedire ai Germani, che si diceva fossero stati chiamati in aiuto dai Belgi, di attraversare il fiume con le navi con la forza, se lo avessero tentato.Ordina a Publio Crasso di partire per l'Aquitania con dodici coorti legionarie e un gran numero di cavalieri, perché da queste popolazioni non vengano mandati aiuti in Gallia e queste grandi popolazioni non si uniscano tra loro.Manda il legato Quinto Titurio Sabino con tre legioni contro i Venelli, i Coriosoliti e i Lessovi, perché tenga impegnata quella schiera.Mette a capo della flotta e delle navi galliche, che aveva ordinato di radunare presso i Pittoni, i Santoni e le altre regioni pacificate, il giovane Decimo Bruto, e gli ordina di partire per il paese dei Veneti appena possibile.Egli stesso si dirige là con le truppe di terra.
La posizione delle città era per lo più tale che, poste sulle estremità di lingue di terra e promontori, non avevano accesso a piedi quando il mare si era gonfiato dall'alto mare (cosa che accadeva sempre due volte nello spazio di dodici ore), né via nave, perché con la bassa marea le navi si arenavano nei bassifondi.Così in entrambi i modi l'assedio delle città era ostacolato.E se talvolta, superati dalla grandezza dell'opera, con il mare respinto da un terrapieno e da moli e le mura della città pareggiate a questi, cominciavano a disperare della loro sorte, fatto avvicinare un gran numero di navi, cosa per cui avevano piena possibilità, portavano via ogni loro bene e si ritiravano nelle città vicine:Là si difendevano di nuovo con gli stessi vantaggi del luogo.Facevano questo tanto più facilmente per gran parte dell'estate, perché le nostre navi erano trattenute dalle tempeste e la difficoltà di navigare era massima in un mare vasto e aperto, con grandi maree e porti rari e quasi inesistenti.
Infatti le loro navi erano costruite e armate in questo modo:le chiglie erano un po' più piatte di quelle delle nostre navi, perché potessero affrontare più facilmente i bassifondi e il ritiro della marea;le prue erano molto sollevate, e così pure le poppe, adatte alla grandezza delle onde e delle tempeste;le navi erano interamente fatte di quercia, per sopportare qualsiasi urto e violenza;i banchi erano fatti di travi alte un piede, fissati con chiodi di ferro grossi come un pollice;le ancore erano legate con catene di ferro invece che con funi;come vele usavano pelli e cuoio conciato lavorate sottilmente, sia per la mancanza di lino e la non conoscenza del suo uso, sia, cosa più verosimile, perché ritenevano che con le vele non si potessero sostenere abbastanza bene le grandi tempeste dell'Oceano e i violenti impeti dei venti, né si potesse governare il grande carico delle navi.Con queste navi il nostro scontro con la flotta era tale che la nostra le superava solo per velocità e spinta dei remi, mentre nel resto, per la natura del luogo e per la forza delle tempeste, quelle erano più adatte e più idonee.Infatti le nostre navi non potevano danneggiarle con il rostro, tanta era la loro solidità, né per l'altezza si poteva scagliare facilmente un dardo, e per lo stesso motivo erano trattenute meno bene dai rampini.Si aggiungeva che, quando il vento cominciava a infuriare e si abbandonavano ad esso, sopportavano più facilmente la tempesta, si fermavano più al sicuro nei bassifondi e, abbandonate dalla marea, non temevano affatto scogli e secche;mentre per le nostre navi tutte queste cose erano un rischio da temere.
Espugnate parecchie città, Cesare, quando comprese che si faceva una fatica inutile e che né la fuga dei nemici poteva essere impedita con la presa delle città né si poteva far loro del male, decise di attendere la flotta.Quando questa si radunò e fu vista per la prima volta dai nemici, circa duecentoventi loro navi, prontissime e armatissime di ogni genere di armi, uscite dal porto si schierarono di fronte alle nostre;Né a Bruto, che comandava la flotta, né ai tribuni militari e ai centurioni, a cui erano state assegnate le singole navi, era abbastanza chiaro cosa fare o quale tattica seguire nel combattimento.Avevano infatti capito che non si poteva far danno con il rostro;e, pur essendo state alzate le torri, l'altezza delle poppe delle navi barbare le superava comunque, così che né dal basso si potevano scagliare bene i dardi, né quelli lanciati dai Galli cadevano con minore violenza.Un solo espediente, di grande utilità, era stato preparato dai nostri: falci molto affilate, inserite e fissate in lunghe pertiche, di forma non dissimile dalle falci murali.Quando con queste erano stati afferrati e tirati i cavi che fissavano le antenne agli alberi, spinta la nave a forza di remi, si spezzavano.Recisi questi, le antenne cadevano necessariamente, cosicché, dato che ogni speranza delle navi galliche stava nelle vele e nel sartiame, tolti questi, ogni possibilità di manovra delle navi veniva meno in un solo momento.Il resto della battaglia dipendeva dal valore, in cui i nostri soldati erano facilmente superiori, tanto più che l'azione si svolgeva sotto gli occhi di Cesare e di tutto l'esercito, cosicché nessuna impresa un po' più coraggiosa poteva restare nascosta;infatti tutti i colli e i luoghi elevati, da cui si vedeva da vicino il mare, erano occupati dall'esercito.
Abbattute le antenne, come abbiamo detto, quando due o tre navi circondavano ciascuna nave nemica, i soldati si sforzavano di salire con tutte le forze sulle navi nemiche.I barbari, dopo che si accorsero che questo accadeva, poiché parecchie navi erano state espugnate e non si trovava alcun rimedio a questa situazione, cercarono la salvezza nella fuga.E già, girate le navi verso la direzione in cui portava il vento, all'improvviso si levò una tale bonaccia e calma che non poterono muoversi da quel luogo.Questo fu davvero un'occasione favorevolissima per portare a termine l'impresa:infatti i nostri, inseguendole una per una, le espugnarono, così che pochissime, dell'intero numero, riuscirono a raggiungere terra grazie al sopraggiungere della notte, mentre si combatteva dall'ora quarta circa fino al tramonto del sole.
Con questa battaglia si concluse la guerra dei Veneti e di tutta la costa marittima.Infatti si erano riuniti là tutti i giovani, e anche quanti, più avanzati in età, avevano un po' di senno o di autorità, e inoltre avevano radunato in un unico luogo tutte le navi che possedevano ovunque.Perdute quelle, i superstiti non sapevano né dove ritirarsi né in che modo difendere le loro città.Perciò si arresero a Cesare con tutti i loro beni.Contro di loro Cesare decise di infierire tanto più duramente, affinché per il tempo restante il diritto degli ambasciatori fosse rispettato dai barbari con maggiore scrupolo.Perciò, fatto uccidere l'intero senato, vendette come schiavi tutti gli altri.
Mentre queste cose accadevano presso i Veneti, Quinto Titurio Sabino giunse nel territorio dei Venelli con le truppe che aveva ricevuto da Cesare.Viridovice comandava questi popoli e deteneva il comando supremo di tutte le città che si erano ribellate, dalle quali aveva radunato un esercito e grandi forze.E in questi pochi giorni gli Aulerci Eburovici e i Lessovi, ucciso il proprio senato perché non voleva essere fautore della guerra, chiusero le porte e si unirono a Viridovice.Inoltre da ogni parte della Gallia era accorsa una grande folla di uomini disperati e di briganti, che la speranza del bottino e il desiderio di combattere distoglievano dal lavoro dei campi e dalla fatica quotidiana.Sabino se ne stava nell'accampamento, in un luogo adatto sotto ogni aspetto, mentre Viridovice si era accampato di fronte a lui a due miglia di distanza e ogni giorno, schierate le truppe, dava la possibilità di combattere, cosicché ormai Sabino non solo cadeva nel disprezzo dei nemici, ma veniva anche non poco criticato dalle voci dei nostri soldati.E diede un'impressione di paura tale che ormai i nemici osavano avvicinarsi fino al vallo dell'accampamento.Faceva questo per questo motivo: riteneva che, con un tale numero di nemici, soprattutto in assenza di chi deteneva il comando supremo, un legato non dovesse combattere se non in una posizione favorevole o con qualche occasione propizia.
Rafforzata questa impressione di paura, sceglie un uomo adatto e scaltro, un Gallo, tra quelli che teneva con sé per aiuto.Con grandi ricompense e promesse lo convince a passare presso i nemici, e gli spiega ciò che vuole che sia fatto.Costui, quando giunse presso di loro come disertore, espone la paura dei Romani, spiega in quali difficoltà sia stretto lo stesso Cesare da parte dei Veneti, e che non manca molto perché la notte seguente Sabino conduca segretamente l'esercito fuori dall'accampamento e parta verso Cesare per portargli aiuto.Quando ciò fu udito, tutti gridano insieme che non si deve lasciar sfuggire l'occasione di condurre bene l'impresa:bisogna marciare verso l'accampamento.Molte cose spingevano i Galli a questa decisione:l'indugio di Sabino nei giorni precedenti, la conferma del disertore, la scarsità di viveri, a cui essi non avevano provveduto con sufficiente cura, la speranza della guerra contro i Veneti, e il fatto che gli uomini credono volentieri ciò che desiderano.Spinti da questi motivi, non lasciano andare Viridovice e gli altri capi dall'assemblea, prima che sia stato concesso loro di prendere le armi e di marciare verso l'accampamento.Concesso ciò, lieti, come se la vittoria fosse certa, raccolti fascine e rami con cui riempire i fossati dei Romani, marciano verso l'accampamento.
Il luogo dell'accampamento era elevato e in salita graduale dal fondo per circa mille passi.Si diressero là a passo veloce, perché ai Romani fosse dato il minimo tempo possibile per radunarsi e armarsi, e giunsero senza fiato.Sabino, esortati i suoi, dà il segnale a uomini desiderosi di combattere.Poiché i nemici erano impacciati dai carichi che portavano, ordina che all'improvviso si faccia una sortita da due porte.Grazie alla favorevole posizione del luogo, all'inesperienza e alla stanchezza dei nemici, al valore dei soldati e all'esperienza dei combattimenti precedenti, avvenne che essi non ressero nemmeno un solo assalto dei nostri e voltarono subito le spalle.I nostri soldati, con forze intatte, li inseguirono mentre erano impacciati e ne uccisero un gran numero;gli altri, inseguiti dalla cavalleria, ne lasciarono in vita solo pochi, che erano scampati con la fuga.Così, nello stesso momento, Sabino fu informato della battaglia navale e Cesare della vittoria di Sabino, e tutte le popolazioni si arresero subito a Titurio.Infatti, come l'animo dei Galli è pronto e vivace nell'intraprendere le guerre, così la loro mente è debole e per nulla salda nel sopportare le sventure.
Nello stesso periodo circa, Publio Crasso, giunto in Aquitania, che, come si è detto, va considerata come la terza parte della Gallia sia per l'estensione delle regioni sia per il numero degli abitanti, comprendendo che doveva condurre la guerra in quei luoghi dove pochi anni prima il legato Lucio Valerio Preconino era stato sconfitto e ucciso dopo la disfatta del suo esercito, e da dove il proconsole Lucio Manlio era fuggito perdendo i bagagli, capiva che doveva usare non poca diligenza.Perciò, provveduto al grano, radunati gli ausiliari e la cavalleria, e chiamati per nome inoltre molti uomini valorosi da Tolosa, Carcassonne e Narbona, città della provincia della Gallia confinanti con quelle regioni, condusse l'esercito nel territorio dei Sozîati.Saputo del suo arrivo, i Sozîati, radunate grandi forze e la cavalleria, con cui erano particolarmente forti, assalirono la nostra colonna in marcia e attaccarono battaglia prima con la cavalleria, poi, sconfitta la propria cavalleria e mentre i nostri la inseguivano, mostrarono all'improvviso le fanterie che avevano appostato in un'imboscata in una valle.Costoro, assalendo i nostri dispersi, rinnovarono la battaglia.
Si combatté a lungo e aspramente, perché i Sozi, forti delle vittorie precedenti, ritenevano che nel proprio valore fosse riposta la salvezza di tutta l'Aquitania, mentre i nostri desideravano che si vedesse che cosa potessero fare senza un comandante in capo e senza le altre legioni, sotto la guida di un giovanissimo capo;alla fine, sfiniti dalle ferite, i nemici volsero le spalle.Una volta ucciso un gran numero di essi, Crasso, senza fermare la marcia, cominciò ad assediare la città dei Sozi.Poiché essi resistevano con forza, fece avanzare gallerie mobili e torri d'assedio.Quelli, ora tentando una sortita, ora scavando cunicoli fino all'argine e alle gallerie (in questo gli Aquitani sono di gran lunga i più esperti, perché in molti luoghi presso di loro vi sono miniere e cave), quando capirono che con l'impegno dei nostri nulla si poteva ottenere in questo modo, mandano ambasciatori a Crasso e chiedono che li accolga alla resa.
Ottenuto questo, eseguono l'ordine ricevuto di consegnare le armi.Frattanto, mentre l'attenzione di tutti i nostri era rivolta a quella operazione, dall'altra parte della città Adiatunno, che deteneva il comando supremo, insieme a seicento fedelissimi che essi chiamano soldurii (la cui condizione è questa: che godano finché vivono di tutti i vantaggi insieme a coloro alla cui amicizia si sono votati, e che, se a questi capita qualcosa per violenza, o condividano la stessa sorte o si diano la morte);e finora, per quanto si ricordi, non si è mai trovato nessuno che, una volta ucciso colui alla cui amicizia si era votato, rifiutasse la morte: con questi Adiatunno, tentando di fare una sortita, dopo che si era levato un clamore da quella parte delle fortificazioni e i soldati erano accorsi alle armi e lì si era combattuto con violenza, respinto in città, tuttavia ottenne da Crasso di potersi arrendere alle stesse condizioni.
Ricevute le armi e gli ostaggi, Crasso partì per i confini dei Vocati e dei Tarusati.Allora i barbari, sconvolti perché avevano saputo che una città fortificata sia dalla natura del luogo sia dall'opera dell'uomo era stata espugnata pochi giorni dopo l'arrivo, cominciarono a inviare ambasciatori in ogni direzione, a stringere alleanze, a scambiarsi ostaggi tra loro, a preparare truppe.Si mandano ambasciatori anche a quelle popolazioni della Spagna citeriore che confinano con l'Aquitania:di là si chiamano aiuti e comandanti.Con il loro arrivo tentano di condurre la guerra con grande autorità e con una grande moltitudine di uomini.Come comandanti vengono scelti proprio coloro che erano stati per tutti quegli anni insieme a Quinto Sertorio ed erano ritenuti avere somma conoscenza dell'arte militare.Costoro, secondo l'usanza del popolo romano, cominciano a occupare posizioni, a fortificare un accampamento, a tagliare i rifornimenti ai nostri.Quando Crasso se ne accorse, e capì che le proprie truppe, a causa della loro scarsità, non potevano essere facilmente divise, che il nemico si aggirava, presidiava le strade e lasciava sufficiente guarnigione agli accampamenti, che per questo motivo il grano e i rifornimenti gli venivano forniti con difficoltà, e che di giorno in giorno il numero dei nemici aumentava, ritenne che non si dovesse indugiare a decidere la battaglia.Portata questa cosa in consiglio, quando capì che tutti la pensavano allo stesso modo, fissò il giorno seguente per la battaglia.
Allo spuntar del giorno, schierate tutte le truppe su due linee, con gli ausiliari collocati al centro dello schieramento, aspettava quale decisione prendessero i nemici.Quelli, sebbene per il numero, per l'antica gloria militare e per la scarsità dei nostri ritenessero di poter combattere senza rischio, tuttavia giudicavano più sicuro ottenere la vittoria senza perdite, bloccando le strade e interrompendo i rifornimenti, e pensavano che, se i Romani, a causa della mancanza di grano, avessero cominciato a ritirarsi, li avrebbero assaliti mentre erano impacciati nella colonna e sotto i bagagli, più deboli d'animo.Approvato questo piano dai comandanti, quando le truppe romane venivano schierate, se ne restavano negli accampamenti.Osservato ciò, Crasso, poiché con la propria esitazione e con l'impressione di paura i nemici avevano reso i nostri soldati più desiderosi di combattere, e si sentivano le voci di tutti dire che non si doveva aspettare più a lungo prima di marciare contro l'accampamento, esortati i suoi, con tutti pieni di ardore, avanzò verso l'accampamento nemico.
Lì, mentre alcuni riempivano i fossati, altri, scagliando molti proiettili, respingevano i difensori dal vallo e dalle fortificazioni, e gli ausiliari, nei quali Crasso non confidava molto per il combattimento, fornendo pietre e proiettili e portando zolle per l'argine, davano l'apparenza e l'impressione di combattenti, mentre allo stesso modo anche i nemici combattevano con costanza e senza timore e i proiettili lanciati dall'alto non cadevano invano, i cavalieri, dopo aver perlustrato l'accampamento nemico, riferirono a Crasso che l'accampamento non era fortificato dalla porta decumana con la stessa cura, e che aveva un accesso facile.
Crasso, esortati i prefetti della cavalleria affinché incitassero i loro soldati con grandi premi e promesse, mostrò che cosa voleva si facesse.Quelli, come era stato ordinato, fatte uscire le coorti che, lasciate a guardia dell'accampamento, erano riposate perché non avevano combattuto, e condotte per una via più lunga perché non potessero essere scorte dall'accampamento nemico, con gli occhi e le menti di tutti fissi sulla battaglia, giunsero rapidamente a quelle fortificazioni di cui abbiamo parlato e, abbattutele, presero posizione nell'accampamento nemico prima di essere visti chiaramente da loro o che si sapesse che cosa stesse accadendo.Allora, sentito il grido da quella parte, i nostri, ritrovate le forze, cosa che suole accadere per lo più nella speranza della vittoria, cominciarono ad attaccare più aspramente.I nemici, circondati da ogni parte, disperate ormai tutte le possibilità, si sforzarono di gettarsi giù dalle fortificazioni e di cercare salvezza nella fuga.La cavalleria, inseguitili per campi apertissimi, di un numero di cinquantamila uomini che, come constava, erano venuti dall'Aquitania e dai Cantabri, lasciatane a malapena la quarta parte, a notte fonda si ritirò nell'accampamento.
Saputo di questa battaglia, la maggior parte dell'Aquitania si arrese a Crasso e mandò spontaneamente ostaggi;tra questi vi furono i Tarbelli, i Bigerrioni, i Pziani, i Vocati, i Tarusati, gli Elusati, i Gati, gli Ausci, i Garumni, i Sibusati, i Cocosati:poche popolazioni estreme, confidando nella stagione dell'anno perché era vicino l'inverno, trascurarono di farlo.
Nello stesso periodo circa, Cesare, sebbene l'estate fosse ormai quasi finita, tuttavia, poiché, pacificata tutta la Gallia, restavano i Morini e i Menapi, che erano in armi e non gli avevano mai mandato ambasciatori per la pace, ritenendo che quella guerra si potesse concludere rapidamente, condusse là il suo esercito;cominciarono a condurre la guerra in modo assai diverso rispetto agli altri Galli.Infatti, poiché capivano che le popolazioni più grandi, che si erano scontrate in battaglia, erano state respinte e sconfitte, e avevano foreste e paludi continue, vi portarono sé e tutti i loro beni.Quando Cesare giunse all'inizio di quelle foreste e aveva deciso di fortificare il campo, e intanto non si era visto alcun nemico, mentre i nostri erano dispersi nel lavoro, all'improvviso da ogni parte si riversarono fuori dalle foreste e sferrarono un attacco contro i nostri.I nostri presero rapidamente le armi e li respinsero nelle foreste e, uccisone parecchi, inseguendoli più lontano in luoghi più impervi, persero pochi dei loro.
Nei giorni seguenti Cesare cominciò a tagliare le foreste, e perché nessun attacco potesse essere sferrato di fianco contro i soldati inermi e incauti, disponeva tutto il legname tagliato rivolto verso il nemico e lo accatastava come un vallo su entrambi i lati.Portato a termine con incredibile rapidità un ampio spazio in pochi giorni, mentre ormai il bestiame e le ultime salmerie erano tenuti dai nostri, ed essi stessi cercavano rifugio nelle foreste più fitte, sopraggiunsero tali tempeste che il lavoro dovette per forza essere interrotto e, per il continuo susseguirsi delle piogge, i soldati non poterono restare più a lungo sotto le tende.Perciò, devastati tutti i loro campi, e bruciati i villaggi e gli edifici, Cesare ricondusse l'esercito e lo sistemò negli accampamenti d'inverno tra gli Aulerci e i Lessovi, e allo stesso modo tra le altre popolazioni che avevano fatto guerra da poco.
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