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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro III, capitolo 23
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Ricevute le armi e gli ostaggi, Crasso partì per i confini dei Vocati e dei Tarusati. Allora i barbari, sconvolti perché avevano saputo che una città fortificata sia dalla natura del luogo sia dall'opera dell'uomo era stata espugnata pochi giorni dopo l'arrivo, cominciarono a inviare ambasciatori in ogni direzione, a stringere alleanze, a scambiarsi ostaggi tra loro, a preparare truppe. Si mandano ambasciatori anche a quelle popolazioni della Spagna citeriore che confinano con l'Aquitania: di là si chiamano aiuti e comandanti. Con il loro arrivo tentano di condurre la guerra con grande autorità e con una grande moltitudine di uomini. Come comandanti vengono scelti proprio coloro che erano stati per tutti quegli anni insieme a Quinto Sertorio ed erano ritenuti avere somma conoscenza dell'arte militare. Costoro, secondo l'usanza del popolo romano, cominciano a occupare posizioni, a fortificare un accampamento, a tagliare i rifornimenti ai nostri. Quando Crasso se ne accorse, e capì che le proprie truppe, a causa della loro scarsità, non potevano essere facilmente divise, che il nemico si aggirava, presidiava le strade e lasciava sufficiente guarnigione agli accampamenti, che per questo motivo il grano e i rifornimenti gli venivano forniti con difficoltà, e che di giorno in giorno il numero dei nemici aumentava, ritenne che non si dovesse indugiare a decidere la battaglia. Portata questa cosa in consiglio, quando capì che tutti la pensavano allo stesso modo, fissò il giorno seguente per la battaglia.
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