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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro III, capitolo 17
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Mentre queste cose accadevano presso i Veneti, Quinto Titurio Sabino giunse nel territorio dei Venelli con le truppe che aveva ricevuto da Cesare. Viridovice comandava questi popoli e deteneva il comando supremo di tutte le città che si erano ribellate, dalle quali aveva radunato un esercito e grandi forze. E in questi pochi giorni gli Aulerci Eburovici e i Lessovi, ucciso il proprio senato perché non voleva essere fautore della guerra, chiusero le porte e si unirono a Viridovice. Inoltre da ogni parte della Gallia era accorsa una grande folla di uomini disperati e di briganti, che la speranza del bottino e il desiderio di combattere distoglievano dal lavoro dei campi e dalla fatica quotidiana. Sabino se ne stava nell'accampamento, in un luogo adatto sotto ogni aspetto, mentre Viridovice si era accampato di fronte a lui a due miglia di distanza e ogni giorno, schierate le truppe, dava la possibilità di combattere, cosicché ormai Sabino non solo cadeva nel disprezzo dei nemici, ma veniva anche non poco criticato dalle voci dei nostri soldati. E diede un'impressione di paura tale che ormai i nemici osavano avvicinarsi fino al vallo dell'accampamento. Faceva questo per questo motivo: riteneva che, con un tale numero di nemici, soprattutto in assenza di chi deteneva il comando supremo, un legato non dovesse combattere se non in una posizione favorevole o con qualche occasione propizia.
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