Caricamento…
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latino · Cesare · opera integrale
Tutto il libro IV del De bello Gallico con traduzione italiana affiancata, capitolo per capitolo. Tocca una parola latina: sopra hai il suo significato, e la sua resa si accende nella traduzione.
In questo libro: Lo sterminio di Usipeti e Tencteri, il primo ponte sul Reno e il primo sbarco in Britannia.
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano
Nell'inverno seguente, che fu l'anno in cui furono consoli Gneo Pompeo e Marco Crasso, gli Usipeti e i Tencteri, popolazioni germaniche, attraversarono il fiume Reno con una grande moltitudine di uomini, non lontano dal mare in cui il Reno sfocia.La causa del passaggio fu che, tormentati in guerra dai Svevi per parecchi anni, ne erano oppressi e non potevano coltivare i campi.Il popolo degli Svevi è di gran lunga il più grande e il più bellicoso fra tutti i Germani.Si dice che essi abbiano cento cantoni, dai quali ogni anno traggono dal proprio territorio mille armati ciascuno per fare la guerra.I rimanenti, che sono restati in patria, sostentano se stessi e loro;questi a loro volta l'anno successivo sono sotto le armi, quelli restano in patria.Così non si interrompono né la coltivazione dei campi né la disciplina e la pratica della guerra.Ma presso di loro non esiste nulla di terreno privato e separato, né è permesso restare più di un anno nello stesso luogo per coltivarlo.Non vivono molto di grano, ma per la maggior parte di latte e di carne, e passano molto tempo nella caccia;Questo, per il tipo di cibo, per l'esercizio quotidiano e per la libertà di vita, poiché fin da bambini, non abituati a nessun obbligo o disciplina, non fanno mai nulla contro la propria volontà, alimenta le forze e rende gli uomini di una corporatura immensa.E si sono abituati a tal punto che, nei luoghi più freddi, non indossano altro vestito se non pelli, per la cui esiguità gran parte del corpo resta scoperta, e si lavano nei fiumi.
I mercanti hanno accesso presso di loro più perché vogliono avere a chi vendere ciò che hanno preso in guerra, che perché desiderino che sia loro importato qualcosa.Anzi, per i cavalli, di cui i Galli si dilettano moltissimo e che comprano a caro prezzo, i Germani non usano quelli importati, ma con quelli che nascono presso di loro, piccoli e brutti, li rendono capaci, con l'esercizio quotidiano, della massima resistenza.Nelle battaglie a cavallo spesso scendono da cavallo e combattono a piedi, hanno abituato i cavalli a restare fermi nello stesso punto, presso i quali si ritirano velocemente quando ce n'è bisogno:secondo i loro costumi nulla è considerato più vergognoso o più vile dell'usare la sella.Perciò, per quanto pochi, osano affrontare qualsiasi numero di cavalieri con la sella.Non permettono affatto che venga importato vino, perché ritengono che per questo motivo gli uomini diventino molli e si effeminino nel sopportare la fatica.
Ritengono pubblicamente sommo vanto che i campi siano deserti il più ampiamente possibile intorno ai propri confini:con ciò si intende che un gran numero di popoli non riesce a sostenere la loro forza.Così, da una parte, si dice che verso gli Svevi i campi siano deserti per circa cento miglia.Dall'altra parte confinano gli Ubi, il cui popolo fu ampio e florido, per quanto vale tra i Germani;essi, per quanto siano dello stesso stampo, sono un po' più civili degli altri, perché confinano col Reno, molti mercanti li frequentano, ed essi stessi, per la vicinanza, sono abituati ai costumi dei Galli.Sebbene gli Svevi, avendoli affrontati spesso in molte guerre, non fossero riusciti a scacciarli dal territorio per la grandezza e l'importanza del popolo, tuttavia li resero tributari e li ridussero molto più umili e deboli.
Nella stessa condizione si trovarono gli Usipeti e i Tencteri, di cui abbiamo detto sopra;essi resistettero per parecchi anni alla forza degli Svevi, ma alla fine, scacciati dai campi ed erranti per tre anni in molti luoghi della Germania, giunsero al Reno, regioni che i Menapi abitavano.Essi avevano campi, edifici e villaggi su entrambe le rive del fiume;ma, spaventati dall'arrivo di una moltitudine così grande, erano emigrati da quegli edifici che avevano oltre il fiume, e, disposti presidi al di qua del Reno, impedivano ai Germani di attraversare.Quelli, tentato ogni mezzo, non potendo né combattere con la forza per mancanza di navi né passare di nascosto per i posti di guardia dei Menapi, finsero di tornare nelle proprie sedi e regioni, e, avanzati per tre giorni di cammino, tornarono di nuovo indietro, e, percorsa in una sola notte con la cavalleria tutta questa strada, sorpresero i Menapi ignari e inconsapevoli, i quali, informati dagli esploratori della partenza dei Germani, senza timore erano tornati nei loro villaggi al di là del Reno.Uccisi questi e prese le loro navi, prima che quella parte dei Menapi che era al di qua del Reno ne venisse informata, attraversarono il fiume e, occupati tutti i loro edifici, si nutrirono con le loro provviste per il resto dell'inverno.
Informato di questi fatti, Cesare, temendo l'incostanza dei Galli, poiché sono instabili nel prendere decisioni e per lo più bramosi di novità, ritenne di non doversi affidare a loro in nulla.È infatti proprio del costume gallico che essi costringano a fermarsi anche i viaggiatori contro la loro volontà, e chiedano a ciascuno di loro che cosa abbia sentito o appreso su ogni argomento, e che nelle città la folla circondi i mercanti, costringendoli a dichiarare da quali regioni vengano e quali fatti vi abbiano appreso.Mossi da queste voci e dicerie, spesso prendono decisioni sulle questioni più gravi, di cui devono subito pentirsi, poiché si affidano a voci incerte e molti rispondono con invenzioni per compiacerli.
Conosciuta questa usanza, Cesare, per non imbattersi in una guerra più grave, parte per l'esercito prima del solito.Giunto là, scoprì che era accaduto ciò che aveva sospettato: alcune città avevano inviato ambascerie ai Germani per invitarli ad allontanarsi dal Reno, promettendo che avrebbero ottenuto da lui tutto ciò che avessero richiesto.Spinti da questa speranza, i Germani ormai si spingevano più lontano e giunsero nel territorio degli Eburoni e dei Condrusi, che sono clienti dei Treveri.Convocati i capi della Gallia, Cesare ritenne di dover nascondere ciò che aveva scoperto e, rassicurati e incoraggiati i loro animi, dopo aver ordinato la cavalleria, decise di muovere guerra ai Germani.
Procurato il grano e scelti i cavalieri, cominciò a dirigersi verso quei luoghi dove sapeva che si trovavano i Germani.Quando ne distava il cammino di pochi giorni, vennero da loro degli ambasciatori, il cui discorso fu questo: i Germani non erano i primi a muovere guerra al popolo romano, ma non rifiutavano, se provocati, di contendere con le armi, perché era usanza dei Germani, tramandata dagli antenati, resistere a chiunque muovesse loro guerra, e non implorare pace.Dicevano però di essere venuti contro voglia, cacciati di casa; che se i Romani volessero la loro amicizia, i Germani potevano essere alleati utili; oppure che assegnassero loro terre, oppure permettessero che tenessero quelle che avevano occupato con le armi, poiché essi cedevano soltanto agli Svevi, ai quali neppure gli dèi immortali potrebbero essere pari, mentre in tutto il mondo non c'era nessuno che non potessero sconfiggere.
A queste parole Cesare rispose ciò che ritenne opportuno;ma la conclusione del discorso fu questa: per lui non poteva esserci alcuna amicizia con loro, se fossero rimasti in Gallia;e non era giusto che chi non aveva potuto difendere il proprio territorio occupasse quello altrui;né vi erano in Gallia terre libere che potessero essere date, senza fare torto a nessuno, a una moltitudine così grande;ma, se lo volevano, potevano stabilirsi nel territorio degli Ubi, i cui ambasciatori erano presso di lui e si lamentavano delle offese degli Svevi e chiedevano il suo aiuto:questo egli avrebbe imposto agli Ubi.
Gli ambasciatori dissero che avrebbero riferito questo ai loro concittadini e che, deliberato ciò, sarebbero tornati da Cesare dopo tre giorni:Intanto chiesero che non spostasse l'accampamento più vicino.Cesare disse che non poteva ottenere da sé nemmeno questo.Aveva infatti saputo che gran parte della cavalleria era stata mandata da loro alcuni giorni prima presso gli Ambivariti al di là della Mosa per razziare e procurare grano:Riteneva che si aspettassero questi cavalieri e che per questo motivo si frapponesse l'indugio.
La Mosa nasce dal monte Vosego, che si trova nel territorio dei Lingoni e, ricevuta una parte delle acque del Reno, che si chiama Vacalo, forma l'isola dei Batavi, sfocia nell'Oceano e, non più lontano di ottanta miglia dall'Oceano, si getta nel Reno.Il Reno invece nasce dai Lepontii, che abitano le Alpi, e scorre veloce per un lungo tratto attraverso i territori dei Nantuati, degli Elvezi, dei Sequani, dei Mediomatrici, dei Triboci, dei Treveri e, quando si avvicina all'Oceano, si divide in più bracci formando molte grandi isole, gran parte delle quali è abitata da genti selvagge e barbare, tra cui alcuni si ritiene che vivano di pesci e uova di uccelli, e con molte foci sfocia nell'Oceano.
Poiché Cesare non distava più di dodicimila passi dal nemico, come era stato stabilito, gli ambasciatori tornarono da lui;i quali, incontratisi con lui lungo il cammino, lo scongiuravano con insistenza di non avanzare oltre.Non avendolo ottenuto, chiedevano che inviasse un messaggio ai cavalieri che avevano preceduto la colonna e li tenesse lontani dalla battaglia, e che gli concedesse la facoltà di mandare ambasciatori presso gli Ubi;e mostravano che, se i capi e il senato degli Ubi avessero dato loro garanzia con giuramento, avrebbero accettato le condizioni poste da Cesare:chiedevano che concedesse loro uno spazio di tre giorni per portare a termine queste pratiche.Cesare riteneva che tutte queste richieste mirassero allo stesso scopo, cioè che, frapposto un indugio di tre giorni, tornassero i loro cavalieri che erano assenti;tuttavia disse che quel giorno sarebbe avanzato non oltre quattromila passi, per andare a rifornirsi d'acqua:qui, il giorno dopo, si radunassero quanto più numerosi possibile, perché potesse conoscere le loro richieste.Intanto manda messaggeri ai prefetti, che erano avanzati con tutta la cavalleria, per ordinare che non provocassero i nemici in battaglia, e che, se fossero provocati loro stessi, resistessero finché lui non fosse arrivato più vicino con l'esercito.
Ma i nemici, non appena videro i nostri cavalieri, il cui numero era di cinquemila, mentre essi stessi non avevano più di ottocento cavalieri (perché quelli che erano andati oltre la Mosa per foraggiare non erano ancora tornati), mentre i nostri non temevano nulla (perché i loro ambasciatori si erano allontanati poco prima da Cesare e quel giorno era stato chiesto da loro come tregua), sferrato un attacco, sconvolsero rapidamente i nostri;Ma quando questi resistettero di nuovo, secondo la loro abitudine scesero a piedi da cavallo, sventrarono i cavalli di molti dei nostri facendoli cadere, misero in fuga i restanti e li spinsero così terrorizzati che non cessarono la fuga finché non giunsero in vista della nostra colonna.In quella battaglia, dei nostri cavalieri furono uccisi settantaquattro, tra cui il fortissimo Pisone d'Aquitania, nato da nobilissima stirpe, il cui nonno aveva ottenuto il potere regale nella propria città ed era stato chiamato amico dal nostro senato.Egli, mentre portava aiuto al fratello circondato dai nemici, lo strappò dal pericolo; lui stesso, disarcionato per il cavallo ferito, resistette valorosissimamente finché poté;ma quando, circondato, ricevute molte ferite, cadde, e suo fratello, che era già uscito dalla battaglia, se ne accorse da lontano, spronato il cavallo si offrì ai nemici e fu ucciso.
Avvenuta questa battaglia, Cesare riteneva di non dover più ascoltare ambasciatori né accettare condizioni da parte di coloro che, chiesta la pace con inganno e tranelli, avevano poi essi stessi scatenato la guerra;e giudicava sommamente folle attendere finché le forze dei nemici crescessero e la cavalleria tornasse, e, conoscendo l'incostanza dei Galli, comprendeva quanta autorità i nemici avessero già ottenuto presso di loro con una sola battaglia;e riteneva che a loro non si dovesse concedere alcuno spazio per prendere decisioni.Decise queste cose e condiviso il piano con i legati e il questore, per non lasciarsi sfuggire alcun giorno buono per la battaglia, capitò un fatto quanto mai opportuno: il giorno seguente, di mattina, i Germani, usando la stessa perfidia e finzione, si presentarono numerosi al suo accampamento, con tutti i capi e gli anziani, sia, come si diceva, per giustificarsi (perché, contro quanto era stato detto e da loro stessi chiesto, avevano attaccato battaglia il giorno prima), sia per ottenere con l'inganno, se possibile, qualcosa riguardo alla tregua.Cesare, contento che gli fossero stati offerti, ordinò che fossero trattenuti;egli stesso condusse fuori dall'accampamento tutte le truppe e ordinò alla cavalleria, che riteneva terrorizzata dalla recente battaglia, di seguire la colonna.
Disposto l'esercito su tre linee e percorse rapidamente otto miglia di cammino, giunse all'accampamento dei nemici prima che i Germani potessero accorgersi di quanto stava accadendo.Questi, improvvisamente atterriti da ogni cosa, sia dalla rapidità del nostro arrivo sia dall'assenza dei loro, senza avere il tempo né di deliberare né di prendere le armi, erano sconvolti se fosse meglio condurre le truppe contro il nemico, difendere l'accampamento o cercare salvezza nella fuga.Mentre il loro timore si manifestava con clamore e tumulto, i nostri soldati, spinti dal risentimento per l'inganno del giorno prima, irruppero nell'accampamento.In quel luogo, quelli che riuscirono rapidamente a prendere le armi resistettero per un poco ai nostri e ingaggiarono battaglia tra i carri e i bagagli;ma il resto della moltitudine di bambini e donne (poiché, con tutti i loro cari, avevano lasciato la patria e attraversato il Reno) cominciò a fuggire in ogni direzione, e Cesare mandò la cavalleria a inseguirli.
I Germani, udito alle spalle il clamore, quando videro che i loro venivano uccisi, gettate le armi e abbandonate le insegne militari, si precipitarono fuori dall'accampamento, e quando giunsero alla confluenza della Mosa e del Reno, disperata ormai la fuga, ucciso un gran numero di loro, i restanti si gettarono nel fiume e lì, sopraffatti dalla paura, dalla stanchezza e dalla violenza della corrente, perirono.I nostri, tutti fino all'ultimo incolumi, con pochissimi feriti, si ritirarono nell'accampamento liberi dal timore di una guerra così grande, mentre il numero dei nemici era stato di quattrocentotrentamila teste.Cesare diede la possibilità di andarsene a quelli che aveva trattenuto nell'accampamento.Quelli, temendo i supplizi e i tormenti dei Galli, i cui campi avevano devastato, dissero di voler restare presso di lui.Cesare concesse loro la libertà.
Conclusa la guerra contro i Germani, per molte ragioni Cesare decise che doveva attraversare il Reno.Tra queste, la più giusta fu che, vedendo come i Germani si lasciassero spingere così facilmente a venire in Gallia, volle che essi temessero anche per le proprie cose, comprendendo che l'esercito del popolo romano poteva e osava attraversare il Reno.Si aggiungeva poi che quella parte della cavalleria degli Usipeti e dei Tencteri, che sopra ho ricordato essere passata oltre la Mosa per razziare e procurarsi grano e non aver preso parte alla battaglia, dopo la fuga dei suoi si era ritirata oltre il Reno nel territorio dei Sugambri e si era unita a loro.Avendo Cesare inviato loro messaggeri a chiedere che gli consegnassero quanti avevano portato guerra alla Gallia, essi risposero:Il dominio del popolo romano finiva al Reno.Se non giudicava giusto che i Germani entrassero in Gallia contro la sua volontà, perché rivendicava che oltre il Reno ci fosse qualcosa del suo dominio o del suo potere?Gli Ubi, invece, che soli tra i popoli d'oltre Reno avevano inviato ambasciatori a Cesare, avevano stretto amicizia, avevano dato ostaggi, lo pregavano con insistenza di portare loro aiuto, perché erano oppressi duramente dai Svevi.Oppure, se glielo impedivano gli impegni dello stato, portasse almeno l'esercito oltre il Reno.Questo sarebbe stato sufficiente per il loro aiuto e la speranza nel tempo restante.Tale era la fama e la reputazione di quell'esercito, dopo la sconfitta di Ariovisto e questa recentissima battaglia, giunta fino alle più remote popolazioni germaniche, che essi potevano sentirsi al sicuro grazie al prestigio e all'amicizia del popolo romano.Promettevano una grande quantità di navi per trasportare l'esercito.
Per queste ragioni che ho ricordato, Cesare decise di attraversare il Reno.Ma riteneva che attraversarlo con le navi non fosse abbastanza sicuro, né che fosse degno della sua dignità né di quella del popolo romano.Perciò, benché si presentasse la massima difficoltà nel costruire un ponte a causa della larghezza, della rapidità e della profondità del fiume, riteneva tuttavia che dovesse impegnarsi in questo, altrimenti non avrebbe potuto far passare l'esercito.Adottò questo sistema per il ponte.Prese travi di un piede e mezzo, a coppie.Le univa tra loro, appuntite un poco alla base, misurate secondo la profondità del fiume, a una distanza di due piedi l'una dall'altra.Calava queste travi nel fiume con delle macchine e le fissava conficcandole con dei magli, non dritte a perpendicolo come i normali piloni, ma inclinate e pendenti, in modo che seguissero l'andamento naturale della corrente; allo stesso modo ne piantava altre due, unite tra loro nello stesso modo, a una distanza di quaranta piedi più in basso, rivolte in senso contrario, contro la forza e l'impeto della corrente.Queste due coppie di pali, unite in alto da travi larghe due piedi per tutta la distanza dei loro giunti, venivano tenute divaricate alle estremità da due morse per lato.Poiché questi pali erano divaricati e legati in direzione opposta, la solidità dell'opera e la natura delle cose erano tali che, quanto più la forza dell'acqua si scatenava, tanto più saldamente restavano legati.Queste strutture venivano ricoperte con legname posto per traverso e rivestite di pertiche e graticci.E, nondimeno, altri pali venivano conficcati obliquamente più in basso lungo il fiume, che, posti come uno sperone e collegati con tutta la struttura, ricevessero l'impeto della corrente; e altri ancora, a breve distanza sopra il ponte, in modo che, se tronchi d'albero o imbarcazioni fossero stati mandati dai barbari per abbattere l'opera, la loro forza venisse attenuata da questi ripari e non danneggiasse il ponte.
In dieci giorni, durante i quali si era cominciato a trasportare il legname, completata tutta l'opera, l'esercito venne fatto passare.Cesare, lasciato un solido presidio su entrambe le sponde del ponte, si diresse nel territorio dei Sugambri.Intanto giungono a lui ambasciatori da molte popolazioni.A loro, che chiedevano pace e amicizia, risponde con generosità e ordina che gli vengano portati ostaggi.I Sugambri invece, fin dal momento in cui si era cominciato a costruire il ponte, organizzata la fuga su incitamento di quelli dei Tencteri e degli Usipeti che tenevano presso di sé, avevano abbandonato il proprio territorio, portato via ogni loro avere e si erano nascosti nella solitudine dei boschi.
Cesare, fermatosi pochi giorni nel loro territorio, dopo aver incendiato tutti i villaggi e gli edifici e tagliato le messi, si ritirò nel territorio degli Ubi e, promesso loro il proprio aiuto se fossero stati oppressi dai Svevi, apprese da loro quanto segue:Che gli Svevi, dopo aver saputo tramite esploratori che si stava costruendo un ponte, radunato il consiglio secondo la loro usanza, avevano mandato messaggeri in ogni direzione, perché si allontanassero dalle città, deponessero nei boschi i figli, le mogli e tutti i loro averi, e tutti quelli che potevano portare le armi si radunassero in un solo luogo.Che questo luogo era stato scelto quasi al centro delle regioni possedute dagli Svevi.E che lì avevano deciso di attendere l'arrivo dei Romani e di combattere.Quando Cesare lo seppe, compiute tutte quelle cose per cui aveva deciso di far passare l'esercito, cioè incutere timore ai Germani, punire i Sugambri e liberare gli Ubi dall'assedio, trascorsi in tutto diciotto giorni oltre il Reno, ritenendo di aver ottenuto abbastanza sia per la gloria sia per l'utilità, si ritirò in Gallia e distrusse il ponte.
Per conoscere queste cose, prima di correre il rischio, ritenendo adatto Gaio Voluseno, lo manda avanti con una nave da guerra.Gli ordina di tornare da lui il più presto possibile, dopo aver esplorato ogni cosa.Egli stesso parte con tutte le truppe verso i Morini, perché da lì la traversata verso la Britannia era brevissima.Ordina che qui confluiscano le navi da ogni parte, dalle regioni vicine, e la flotta che aveva costruito l'estate precedente per la guerra contro i Veneti.Intanto, saputo il suo piano e portato dai mercanti fino ai Britanni, da parecchie città dell'isola giungono a lui ambasciatori a promettere di dare ostaggi e di sottomettersi al dominio del popolo romano.Ascoltati costoro, con generose promesse e dopo averli esortati a restare in quel proposito, li rimanda in patria e insieme a loro invia Commio, che egli stesso aveva posto re presso gli Atrebati dopo averli sottomessi, del quale apprezzava il valore e il senno, che riteneva a sé fedele e la cui autorità in quelle regioni era tenuta in gran conto.Gli ordina di visitare tutte le città che può, di esortarle a seguire la fedeltà verso il popolo romano e di annunciare che egli stesso vi giungerà presto.Voluseno, esaminate tutte le regioni per quanto gli fu possibile, dato che non osava sbarcare dalla nave e affidarsi ai barbari, al quinto giorno torna da Cesare e riferisce ciò che aveva osservato lì.
Mentre Cesare si ferma in questi luoghi per allestire le navi, dalla gran parte dei Morini giungono a lui ambasciatori a scusarsi della decisione presa in precedenza, perché, uomini barbari e ignari dei nostri costumi, avevano mosso guerra al popolo romano, e a promettere che avrebbero fatto ciò che egli avesse ordinato.Cesare, ritenendo che questo gli fosse capitato abbastanza opportunamente, poiché non voleva lasciarsi un nemico alle spalle né aveva la possibilità di condurre guerra a causa della stagione dell'anno né giudicava di dover anteporre questi impegni di così poco conto alla Britannia, ordina loro un gran numero di ostaggi.Portati questi, li accoglie sotto la sua protezione.Radunate e riunite circa ottanta navi da carico, quante riteneva sufficienti per trasportare due legioni, distribuì al questore, ai legati e ai prefetti le navi da guerra che aveva in più.A queste si aggiungevano diciotto navi da carico, che erano trattenute dal vento a otto miglia da quel luogo e non potevano raggiungere lo stesso porto: le assegnò alla cavalleria.Diede il resto dell'esercito da guidare ai legati Quinto Titurio Sabino e Lucio Aurunculeio Cotta, contro i Menapi e contro quei villaggi dei Morini dai quali non erano giunti a lui ambasciatori.Ordinò al legato Publio Sulpicio Rufo di presidiare il porto con la guarnigione che riteneva sufficiente.
Stabilite queste cose, colto un tempo adatto alla navigazione, salpò verso la terza vigilia e ordinò alla cavalleria di avanzare fino al porto più lontano, di salire sulle navi e di seguirlo.Poiché questa fu eseguita da loro con un po' di ritardo, egli stesso, verso la quarta ora del giorno, raggiunse la Britannia con le prime navi e lì scorse le truppe nemiche armate schierate su tutte le alture.La natura di quel luogo era tale, e il mare era così racchiuso da monti scoscesi, che dai luoghi più alti si poteva scagliare un dardo fino alla riva.Ritenendo questo luogo per nulla adatto allo sbarco, attese all'ancora fino alla nona ora, finché le altre navi si radunassero lì.Intanto, convocati i legati e i tribuni dei soldati, espose ciò che aveva saputo da Voluseno e ciò che voleva si facesse, e li ammonì che, come richiedeva la logica militare e soprattutto come esigeva la guerra navale, poiché essa aveva un andamento rapido e instabile, ogni cosa fosse eseguita da loro a un cenno e al momento giusto.Congedatili, colto favorevole nello stesso momento sia il vento sia la marea, dato il segnale e levate le ancore, avanzò circa sette miglia da quel luogo e ancorò le navi presso una riva aperta e piatta.
Ma i barbari, saputo il piano dei Romani, mandata avanti la cavalleria e i carri da guerra, tipo di combattimento che sogliono usare per lo più nelle battaglie, seguendo con il resto delle truppe, impedivano ai nostri di scendere dalle navi.Per queste ragioni c'era somma difficoltà, perché le navi, per la loro grandezza, non potevano ancorare se non in acque profonde, mentre ai soldati, in luoghi ignoti, con le mani impedite, oppressi dal peso grande e pesante delle armi, toccava contemporaneamente gettarsi giù dalle navi, tenersi saldi tra i flutti e combattere contro i nemici, mentre quelli, avanzati sull'asciutto o un poco nell'acqua, con tutte le membra libere, in luoghi ben noti, scagliavano audacemente i dardi e spronavano i cavalli addestrati a ciò.Spaventati da queste cose e del tutto inesperti di questo genere di combattimento, i nostri non impiegavano lo stesso ardore e impegno che erano soliti mostrare nelle battaglie terrestri.
Quando Cesare se ne accorse, ordinò che le navi da guerra, il cui aspetto era più insolito per i barbari e il cui movimento più agile all'uso, fossero allontanate un poco dalle navi da carico, spinte a forza di remi, disposte sul fianco scoperto dei nemici, e che di lì i nemici fossero respinti e ricacciati con fionde, frecce e macchine da tiro; e questo fu di grande utilità ai nostri.Infatti i barbari, colpiti sia dalla forma delle navi sia dal movimento dei remi sia dal genere insolito delle macchine da tiro, si fermarono e arretrarono di poco.E mentre i nostri soldati esitavano, soprattutto per la profondità del mare, colui che portava l'aquila della decima legione, invocati gli dei perché quella impresa riuscisse bene alla legione, disse: soldati, gettatevi giù, se non volete consegnare l'aquila ai nemici; io certamente avrò compiuto il mio dovere verso lo stato e verso il comandante.Detto questo a gran voce, si gettò giù dalla nave e cominciò a portare l'aquila contro i nemici.Allora i nostri, esortandosi a vicenda perché non si commettesse una tale vergogna, si gettarono tutti giù dalla nave.Allo stesso modo, quando i primi dalle navi vicine li scorsero, li seguirono e si avvicinarono ai nemici.
Si combatté aspramente da entrambe le parti.I nostri, invece, poiché non potevano né mantenere le file né restare saldamente in piedi né seguire le insegne, e ciascuno si aggregava, sceso da una nave qualsiasi, a qualunque insegna incontrasse, erano in grande difficoltà;I nemici, invece, conoscendo bene tutti i bassifondi, quando dalla riva scorgevano alcuni soldati isolati scendere dalla nave, spronavano i cavalli e li assalivano mentre erano impacciati; molti circondavano pochi, altri dal fianco scoperto scagliavano dardi contro tutti.Accortosi di questo, Cesare ordinò di riempire di soldati le scialuppe delle navi lunghe e anche le imbarcazioni da esplorazione, e a quelli che vedeva in difficoltà mandava rinforzi.I nostri, non appena presero piede sull'asciutto, raggiunti tutti i loro compagni, sferrarono un assalto contro i nemici e li misero in fuga;ma non poterono inseguirli più a lungo, perché i cavalieri non erano riusciti a mantenere la rotta e a raggiungere l'isola.Questa sola cosa mancò a Cesare per la sua fortuna consueta.
I nemici, sconfitti in battaglia, non appena si furono ripresi dalla fuga, mandarono subito ambasciatori a Cesare per la pace;promisero che avrebbero dato ostaggi e fatto tutto ciò che avesse ordinato.Insieme a questi ambasciatori venne Commio l'Atrebate, che avevo già ricordato sopra come inviato in anticipo da Cesare in Britannia.Costui, sceso dalla nave, mentre portava loro, come ambasciatore, i messaggi di Cesare, lo avevano catturato e gettato in catene;Poi, avvenuto lo scontro, lo rimandarono libero e, nel chiedere la pace, attribuirono la colpa dell'accaduto alla folla e chiesero che fosse perdonato per la loro imprudenza.Cesare, lamentandosi del fatto che, pur avendo essi stessi spontaneamente inviato ambasciatori nel continente a chiedere la pace, avessero poi mosso guerra senza motivo, disse che perdonava la loro imprudenza e ordinò ostaggi;Di questi essi ne diedero subito una parte, e dissero che avrebbero dato l'altra, fatta venire da luoghi più lontani, entro pochi giorni.Intanto ordinarono ai loro uomini di tornare nei campi, e i capi cominciarono a radunarsi da ogni parte e a raccomandare se stessi e le proprie città a Cesare.
Confermata la pace con questi fatti, il quarto giorno da quando si era giunti in Britannia, le diciotto navi di cui si è detto sopra, che avevano imbarcato i cavalieri, salparono dal porto superiore con vento leggero.Mentre queste si avvicinavano alla Britannia ed erano visibili dagli accampamenti, si levò all'improvviso una tempesta così violenta che nessuna di esse poté mantenere la rotta, ma alcune venivano riportate là da dove erano partite, altre con grande pericolo per sé venivano spinte verso la parte inferiore dell'isola, che è più vicina al tramonto del sole;queste tuttavia, gettate le ancore, poiché si riempivano d'acqua per i flutti, dovettero per forza, nella notte contraria, spingersi in alto mare e dirigersi verso il continente.
Quella stessa notte accadde che ci fosse luna piena, giorno che di solito produce le maree più alte nell'Oceano, e ciò era ignoto ai nostri.Così, nello stesso momento, la marea sommergeva le navi lunghe, con cui Cesare aveva provveduto a trasportare l'esercito, che Cesare aveva tirato in secco, e la tempesta sconvolgeva le navi da carico, che erano legate alle ancore, e ai nostri non era data alcuna possibilità né di manovrare né di soccorrere.Rotte parecchie navi, le restanti, essendo divenute inutili alla navigazione per la perdita di funi, ancore e altri attrezzi, si produsse, come era inevitabile che accadesse, un grande scompiglio in tutto l'esercito.Non c'erano infatti altre navi con cui potessero essere riportati, e mancava tutto ciò che serviva a riparare le navi, e, poiché tutti sapevano che bisognava svernare in Gallia, in questi luoghi non era stato preparato grano per l'inverno.
Conosciuti questi fatti, i capi della Britannia, che si erano riuniti presso Cesare dopo la battaglia, parlando tra loro, comprendendo che ai Romani mancavano cavalieri, navi e grano, e osservando l'esiguità dei soldati dalla piccolezza dell'accampamento, che era ancora più ristretto perché Cesare aveva trasportato le legioni senza bagagli, giudicarono che la cosa migliore da fare fosse, fatta una ribellione, impedire ai nostri il grano e i rifornimenti e trascinare la cosa fino all'inverno, perché credevano che, sconfitti costoro o tagliati fuori dal ritorno, nessuno in seguito sarebbe passato in Britannia per portarvi guerra.Perciò, fatta di nuovo una congiura, cominciarono ad allontanarsi a poco a poco dagli accampamenti e a far uscire di nascosto i loro dai campi.
Ma Cesare, sebbene non conoscesse ancora i loro piani, tuttavia sospettava, sia dall'esito delle proprie navi sia dal fatto che avevano smesso di consegnare ostaggi, che sarebbe accaduto ciò che poi accadde.Perciò preparava risorse per ogni evenienza.Infatti faceva portare ogni giorno grano dai campi all'accampamento, e per le navi che erano danneggiate più gravemente usava il loro legname e il loro bronzo per riparare le altre, e faceva trasportare dal continente ciò che serviva a queste operazioni.Così, poiché i soldati vi lavoravano con il massimo impegno, perdute dodici navi, fece in modo che con le restanti si potesse navigare abbastanza comodamente.
Mentre questo accadeva, essendo stata mandata secondo l'abitudine una legione (che si chiamava la settima) a far provvista di grano, e non essendoci fino a quel momento alcun sospetto di guerra, poiché una parte degli uomini restava nei campi e un'altra parte andava anche nell'accampamento, quelli che stavano di sentinella davanti alle porte dell'accampamento annunciarono a Cesare che si vedeva più polvere del solito nella direzione verso cui la legione aveva mosso il cammino.Cesare, sospettando (cosa che era vera) che dai barbari fosse stato avviato qualche nuovo piano, ordinò che le coorti che erano di sentinella lo seguissero con sé in quella direzione, che dalle restanti due subentrassero al posto di guardia, e che le altre si armassero e lo seguissero immediatamente.Essendosi avanzato un po' più lontano dall'accampamento, si accorse che i suoi erano incalzati dai nemici e resistevano a fatica, e che, essendo la legione circondata, da ogni parte venivano scagliati dardi.Infatti, poiché il grano era stato mietuto in tutte le altre zone e restava una sola parte, i nemici, sospettando che i nostri sarebbero venuti lì, si erano nascosti di notte nei boschi;poi, assalitili all'improvviso mentre erano sparsi, disarmati e intenti a mietere, uccisone pochi, misero in disordine gli altri con schieramenti incerti, e li circondarono al tempo stesso con la cavalleria e con i carri da guerra.
Questo è il genere di combattimento dai carri.Dapprima percorrono a cavallo ogni zona e scagliano dardi, e con il solo terrore dei cavalli e il fragore delle ruote per lo più mettono in disordine gli schieramenti; e quando si sono insinuati tra gli squadroni di cavalleria, scendono dai carri e combattono a piedi.Nel frattempo gli aurighi si ritirano a poco a poco dal combattimento e dispongono i carri in modo tale che, se quelli fossero incalzati dalla moltitudine dei nemici, abbiano una via di ritirata spedita verso cui andare.Così uniscono nei combattimenti la mobilità della cavalleria e la stabilità della fanteria, e con la pratica quotidiana e l'esercizio ottengono al punto che sono soliti trattenere i cavalli lanciati in un luogo scosceso e ripido, moderarli e girarli in breve, correre lungo il timone, stare ritti sul giogo e ritirarsi da lì sui carri velocissimamente.
Mentre i nostri erano turbati da queste cose (dalla novità del combattimento), Cesare portò aiuto nel momento più opportuno:infatti al suo arrivo i nemici si fermarono, e i nostri si ripresero dalla paura.Fatto ciò, ritenendo che non fosse il momento adatto per provocare il nemico e attaccare battaglia, si mantenne nella propria posizione e, dopo un breve intervallo di tempo, ricondusse le legioni nell'accampamento.Mentre questo accadeva, essendo tutti i nostri occupati, i rimanenti che erano nei campi se ne andarono.Seguirono per parecchi giorni consecutivi delle tempeste, che trattenevano i nostri nell'accampamento e impedivano al nemico di combattere.Nel frattempo i barbari mandarono messaggeri in ogni direzione, resero noto ai loro la scarsità dei nostri soldati, e mostrarono quanta possibilità di fare bottino e di liberarsi per sempre si sarebbe offerta, se avessero scacciato i Romani dall'accampamento.Per questi motivi, radunata rapidamente una grande moltitudine di fanteria e cavalleria, vennero verso l'accampamento.
Cesare, sebbene prevedesse che sarebbe accaduto lo stesso che era accaduto nei giorni precedenti, cioè che, se i nemici fossero stati messi in fuga, sarebbero sfuggiti al pericolo con la velocità, tuttavia, procuratisi circa trenta cavalieri che Commio Atrebate (di cui si è detto sopra) aveva portato con sé, schierò le legioni in ordine di battaglia davanti all'accampamento.Attaccata battaglia, i nemici non riuscirono a sostenere più a lungo l'assalto dei nostri soldati e volsero le spalle.Inseguitili per tutto lo spazio che poterono percorrere con la corsa e le forze, ne uccisero parecchi, poi, incendiati tutti gli edifici in lungo e in largo, si ritirarono nell'accampamento.
Lo stesso giorno vennero da Cesare legati inviati dai nemici per trattare la pace.A loro Cesare raddoppiò il numero degli ostaggi che aveva imposto in precedenza e ordinò che fossero condotti sul continente, perché, vicino com'era il giorno dell'equinozio, riteneva che la navigazione non andasse affidata a navi fragili in vista dell'inverno.Egli stesso, colta un'occasione favorevole, sciolse le navi poco dopo mezzanotte, le quali giunsero tutte incolumi al continente;ma, tra queste, due navi da trasporto non poterono raggiungere gli stessi porti delle altre e furono spinte un po' più sotto lungo la costa.
Mentre da quelle navi erano stati sbarcati circa trecento soldati e si dirigevano verso l'accampamento, i Morini, che Cesare, partendo per la Britannia, aveva lasciato pacificati, spinti dalla speranza del bottino, dapprima li circondarono con un numero non troppo grande dei loro uomini e, se non volevano essere uccisi, ordinarono loro di deporre le armi.Mentre quelli si difendevano disposti in cerchio, al grido si radunarono rapidamente circa seimila uomini;Una volta annunciata questa notizia, Cesare inviò dall'accampamento tutta la cavalleria in aiuto dei suoi.Intanto i nostri soldati sostennero l'assalto dei nemici e combatterono valorosissimamente per più di quattro ore e, ricevute poche ferite, ne uccisero molti.Ma dopo che la nostra cavalleria giunse in vista, i nemici, gettate le armi, voltarono le spalle, e un gran numero di loro fu ucciso.
Il giorno seguente Cesare inviò il legato Tito Labieno, con le legioni che aveva riportato dalla Britannia, contro i Morini che si erano ribellati.Poiché essi, a causa della siccità delle paludi, non avevano dove rifugiarsi, quel rifugio di cui si erano serviti l'anno precedente, quasi tutti caddero in potere di Labieno.Invece i legati Quinto Titurio e Lucio Cotta, che avevano condotto le legioni nel territorio dei Menapi, dopo aver devastato tutti i loro campi, tagliato le messi e incendiato gli edifici, poiché i Menapi si erano tutti nascosti in foltissime selve, tornarono da Cesare.Cesare stabilì tra i Belgi gli accampamenti invernali di tutte le legioni.In conformità a ciò, in tutto due sole comunità della Britannia inviarono ostaggi; le altre se ne disinteressarono.Compiute queste imprese, sulla base della lettera di Cesare il senato decretò una supplicazione di venti giorni.
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