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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro IV, capitolo 13
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Avvenuta questa battaglia, Cesare riteneva di non dover più ascoltare ambasciatori né accettare condizioni da parte di coloro che, chiesta la pace con inganno e tranelli, avevano poi essi stessi scatenato la guerra; e giudicava sommamente folle attendere finché le forze dei nemici crescessero e la cavalleria tornasse, e, conoscendo l'incostanza dei Galli, comprendeva quanta autorità i nemici avessero già ottenuto presso di loro con una sola battaglia; e riteneva che a loro non si dovesse concedere alcuno spazio per prendere decisioni. Decise queste cose e condiviso il piano con i legati e il questore, per non lasciarsi sfuggire alcun giorno buono per la battaglia, capitò un fatto quanto mai opportuno: il giorno seguente, di mattina, i Germani, usando la stessa perfidia e finzione, si presentarono numerosi al suo accampamento, con tutti i capi e gli anziani, sia, come si diceva, per giustificarsi (perché, contro quanto era stato detto e da loro stessi chiesto, avevano attaccato battaglia il giorno prima), sia per ottenere con l'inganno, se possibile, qualcosa riguardo alla tregua. Cesare, contento che gli fossero stati offerti, ordinò che fossero trattenuti; egli stesso condusse fuori dall'accampamento tutte le truppe e ordinò alla cavalleria, che riteneva terrorizzata dalla recente battaglia, di seguire la colonna.
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