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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro IV, capitolo 25
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Quando Cesare se ne accorse, ordinò che le navi da guerra, il cui aspetto era più insolito per i barbari e il cui movimento più agile all'uso, fossero allontanate un poco dalle navi da carico, spinte a forza di remi, disposte sul fianco scoperto dei nemici, e che di lì i nemici fossero respinti e ricacciati con fionde, frecce e macchine da tiro; e questo fu di grande utilità ai nostri. Infatti i barbari, colpiti sia dalla forma delle navi sia dal movimento dei remi sia dal genere insolito delle macchine da tiro, si fermarono e arretrarono di poco. E mentre i nostri soldati esitavano, soprattutto per la profondità del mare, colui che portava l'aquila della decima legione, invocati gli dei perché quella impresa riuscisse bene alla legione, disse: soldati, gettatevi giù, se non volete consegnare l'aquila ai nemici; io certamente avrò compiuto il mio dovere verso lo stato e verso il comandante. Detto questo a gran voce, si gettò giù dalla nave e cominciò a portare l'aquila contro i nemici. Allora i nostri, esortandosi a vicenda perché non si commettesse una tale vergogna, si gettarono tutti giù dalla nave. Allo stesso modo, quando i primi dalle navi vicine li scorsero, li seguirono e si avvicinarono ai nemici.
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