Caricamento…
Caricamento…
latino · Cesare · opera integrale
Tutto il libro V del De bello Gallico con traduzione italiana affiancata, capitolo per capitolo. Tocca una parola latina: sopra hai il suo significato, e la sua resa si accende nella traduzione.
In questo libro: La seconda spedizione in Britannia e la rivolta di Ambiorige: la strage di Sabino e Cotta, l’assedio al campo di Cicerone.
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano
Sotto il consolato di Lucio Domizio e Appio Claudio, mentre lasciava gli accampamenti invernali per l'Italia, come era solito fare ogni anno, Cesare ordina ai legati che aveva messo a capo delle legioni di curare che si costruissero durante l'inverno quante più navi possibile e si riparassero quelle vecchie.Ne indica la misura e la forma.Per la rapidità nel carico e nel varo, le fa un po' più basse di quelle che siamo soliti usare nel nostro mare; e ciò tanto più, perché sapeva che là, per i frequenti mutamenti delle maree, si formavano onde meno alte.Per i carichi, per trasportare la grande quantità di giumenti, le fa un po' più larghe di quelle che usiamo negli altri mari.Ordina che tutte siano fatte del tipo veloce a remi, cosa a cui la loro bassezza è di molto aiuto.Ordina che dalla Spagna siano portate le cose che servono ad armare le navi.Egli stesso, terminate le assemblee della Gallia citeriore, parte per l'Illirico, perché sentiva che i Pirusti devastavano con incursioni una parte confinante della provincia.Giunto là, chiede soldati alle popolazioni e ordina che si radunino in un luogo stabilito.Annunciata questa notizia, i Pirusti mandano ambasciatori a lui, che spiegassero come nulla di quei fatti fosse stato compiuto per pubblica decisione, e dimostrano di essere pronti a soddisfare in ogni modo i torti subiti.Accolto il loro discorso, Cesare impone ostaggi e ordina che siano condotti entro un giorno stabilito.Dichiara che, se non lo avessero fatto, avrebbe perseguitato con la guerra la loro popolazione.Condotti costoro entro il giorno stabilito, come aveva ordinato, nomina arbitri tra le popolazioni, che giudicassero la controversia e stabilissero la pena.
Sistemate queste cose e terminate le assemblee, torna nella Gallia citeriore e di là parte verso l'esercito.Giunto là, dopo aver visitato tutti gli accampamenti invernali, trova, grazie allo straordinario impegno dei soldati nonostante la totale scarsità di ogni risorsa, circa seicento navi di quel tipo che abbiamo descritto sopra e ventotto navi da guerra già allestite, e che non mancava molto perché in pochi giorni potessero essere varate.Lodati i soldati e quelli che avevano diretto i lavori, spiega cosa vuole che si faccia e ordina a tutti di radunarsi al porto Iccio, dal quale porto sapeva che la traversata verso la Britannia era comodissima, di circa trenta miglia dal continente:Per questo compito vi lasciò quanti soldati sembrò sufficiente.Egli stesso parte con quattro legioni leggere e ottocento cavalieri verso i territori dei Treveri, perché costoro non venivano alle assemblee, non obbedivano ai comandi, e si diceva che sobillassero i Germani d'oltre Reno.
Questa popolazione è di gran lunga la più potente di tutta la Gallia per cavalleria, ha anche grandi truppe di fanteria e tocca il Reno, come abbiamo mostrato sopra.In quella popolazione due uomini si contendevano il primato, Induziomaro e Cingetorige.Di questi, uno venne da lui non appena si seppe dell'arrivo di Cesare e delle legioni, e assicurò che lui e tutti i suoi sarebbero rimasti fedeli e non si sarebbero allontanati dall'amicizia del popolo romano, e gli spiegò ciò che accadeva presso i Treveri.Induziomaro invece cominciò a radunare cavalleria e fanteria e a preparare la guerra, nascosti nella selva delle Ardenne coloro che per età non potevano stare in armi: selva che per la sua enorme estensione attraversa il centro del territorio dei Treveri dal fiume Reno fino ai confini dei Remi.Ma dopo che alcuni notabili di quella popolazione, spinti dall'amicizia con Cingetorige e atterriti dall'arrivo del nostro esercito, vennero da Cesare e cominciarono a chiedergli privatamente cose per sé, dato che non potevano provvedere alla popolazione, Induziomaro, temendo di essere abbandonato da tutti, manda ambasciatori a Cesare:Non aveva voluto per questo separarsi dai suoi e venire da lui, per poter più facilmente mantenere fedele la popolazione, perché il popolo non cadesse in errore per imprudenza con l'allontanamento di tutta la nobiltà.Quindi la popolazione era in suo potere, e lui stesso, se Cesare lo avesse permesso, sarebbe venuto da lui nell'accampamento e avrebbe affidato alla sua lealtà la propria sorte e quella della popolazione.
Cesare, sebbene capisse per quale motivo si dicessero quelle cose e che cosa lo distogliesse dal piano prestabilito, tuttavia, per non essere costretto a passare l'estate presso i Treveri dopo aver preparato tutto per la guerra contro la Britannia, ordinò a Induziomaro di venire da lui con duecento ostaggi.Condotti costoro, tra i quali il figlio e tutti i parenti di lui, che aveva convocato per nome, dopo aver confortato Induziomaro lo esortò a restare fedele.Nondimeno, convocati presso di sé i notabili dei Treveri, li riconciliò uno per uno con Cingetorige, perché capiva che ciò era fatto per il merito di costui, e riteneva anche molto importante che l'autorità di Cingetorige valesse il più possibile tra i suoi, di cui aveva conosciuto verso di sé una benevolenza così straordinaria.Induziomaro sopportò male il fatto che il suo prestigio tra i suoi diminuisse, e lui, che già prima aveva avuto animo ostile verso di noi, arse molto più violentemente per questo dolore.
Sistemate queste cose, Cesare giunse al porto Iccio con le legioni.Là viene a sapere che sessanta navi, costruite presso i Meldi, respinte da una tempesta non avevano potuto mantenere la rotta, ed erano tornate là da dove erano partite.Trova che le altre erano pronte a navigare ed equipaggiate in ogni cosa.Nello stesso luogo si radunò la cavalleria di tutta la Gallia, in numero di quattromila, e i notabili di tutte le popolazioni.Aveva deciso di lasciare in Gallia pochissimi di questi, quelli di cui aveva conosciuto la fedeltà verso di sé, e di condurre con sé gli altri come ostaggi, perché temeva una rivolta della Gallia mentre lui fosse assente.
C'era, con gli altri, l'eduo Dumnorige, di cui abbiamo già parlato.Aveva deciso, tra i primi, di tenerlo con sé, perché sapeva che era desideroso di novità, desideroso di potere, di grande coraggio e di grande autorità tra i Galli.A ciò si aggiungeva che nell'assemblea degli Edui Dumnorige aveva detto che Cesare gli offriva il regno della città;gli Edui sopportavano male questa affermazione, ma non osavano inviare ambasciatori a Cesare per rifiutare o protestare.Cesare aveva saputo questo fatto dai suoi ospiti.Egli dapprima si sforzò di chiedere con ogni preghiera di essere lasciato in Gallia, in parte perché, non abituato a navigare, temeva il mare, in parte perché diceva di essere trattenuto da motivi religiosi.Dopo che vide che ciò gli veniva rifiutato ostinatamente, perduta ogni speranza di ottenerlo, cominciò a istigare i capi della Gallia, a chiamarli in disparte uno per uno e a esortarli a restare sul continente, atterrendoli con la paura:diceva che non avveniva senza motivo che la Gallia fosse spogliata di tutta la sua nobiltà;questo era il piano di Cesare: che tutti quelli che temeva di uccidere sotto gli occhi della Gallia, li facesse uccidere dopo averli condotti in Britannia;diceva di dare la sua parola agli altri e di chiedere un giuramento, perché amministrassero con decisione comune ciò che avessero capito essere utile alla Gallia.Queste cose venivano riferite a Cesare da molti.
Saputo ciò, Cesare, poiché attribuiva tanto peso alla città degli Edui, decideva di dover reprimere e scoraggiare Dumnorige con ogni mezzo possibile;poiché vedeva che la sua follia si spingeva oltre, bisognava provvedere perché nulla nuocesse a lui e allo stato.Perciò, fermatosi in quel luogo circa venticinque giorni, poiché il vento Coro, che di solito soffia per gran parte di ogni stagione in quei luoghi, impediva la navigazione, si dava da fare per tenere Dumnorige al suo dovere, ma nondimeno per conoscere tutti i suoi piani:Alla fine, trovata un'occasione favorevole, ordinò ai fanti e ai cavalieri di imbarcarsi sulle navi.Ma, mentre tutti erano occupati in altre faccende, Dumnorige cominciò ad allontanarsi verso casa dall'accampamento con i cavalieri degli Edui, all'insaputa di Cesare.Annunciata questa cosa, Cesare, interrotta la partenza e rimandata ogni altra faccenda, invia gran parte della cavalleria a inseguirlo e ordina di ricondurlo indietro;ordina che, se oppone resistenza e non obbedisce, venga ucciso, ritenendo che questi, in sua assenza, non farebbe nulla di ragionevole, lui che aveva trascurato il suo comando quando era presente.Egli infatti, richiamato indietro, cominciò a resistere e a difendersi con la forza e a implorare l'aiuto dei suoi, gridando più volte di essere libero e di appartenere a una città libera.Quelli, come era stato ordinato, circondano l'uomo e lo uccidono:ma i cavalieri edui tornano tutti da Cesare.
Compiute queste cose, lasciato Labieno sul continente con tre legioni e duemila cavalieri perché custodisse i porti, si occupasse dei rifornimenti di grano, sapesse ciò che accadeva in Gallia e prendesse le decisioni adatte al momento e alla situazione, egli stesso salpò al tramonto con cinque legioni e un pari numero di cavalieri, quello che aveva lasciato sul continente, e, spinto da un leggero vento d'Africo, verso mezzanotte, cessato il vento, non riuscì a mantenere la rotta, e, trascinato più lontano dalla corrente, sorto il giorno, scorse la Britannia lasciata indietro sulla sinistra.Allora, seguendo di nuovo il cambiamento della marea, si sforzò coi remi di raggiungere quella parte dell'isola dove aveva saputo, nell'estate precedente, che c'era l'approdo migliore.In questo il valore dei soldati fu assai lodevole, poiché con navi da trasporto e pesanti, senza interrompere la fatica del remare, eguagliarono la velocità delle navi da guerra.Si giunse in Britannia con tutte le navi verso mezzogiorno, e in quel luogo non fu visto alcun nemico;ma, come Cesare seppe poi dai prigionieri, essendosi radunate lì grandi forze, spaventate dalla moltitudine delle navi (che, insieme a quelle dell'anno prima e a quelle private che ciascuno si era costruito per proprio comodo, erano state viste insieme in numero superiore a ottocento), si erano allontanate dal litorale e si erano nascoste in luoghi più elevati.
Cesare, sbarcato l'esercito e scelto un luogo adatto per l'accampamento, quando seppe dai prigionieri in quale luogo si fossero accampate le forze nemiche, lasciate dieci coorti presso il mare e trecento cavalieri a guardia delle navi, mosse contro i nemici sul finire della terza vigilia, temendo tanto meno per le navi in quanto le lasciava ormeggiate all'ancora su una spiaggia dolce e aperta, e mise a capo delle navi Quinto Atrio.Egli stesso, avanzato di notte per circa dodici miglia, scorse le truppe nemiche.Quelli, avanzati con la cavalleria e i carri da guerra fino al fiume, da una posizione elevata cominciarono a ostacolare i nostri e ad attaccare battaglia.Respinti dalla cavalleria, si nascosero nei boschi, avendo trovato un luogo eccellente per natura e per opere di difesa, che avevano già preparato in precedenza, a quanto sembrava, per le guerre interne:infatti, tagliati numerosi alberi, tutti gli accessi erano sbarrati.Essi, sparsi, combattevano dai boschi e impedivano ai nostri di entrare all'interno delle fortificazioni.Ma i soldati della settima legione, formata la testuggine e accostato un terrapieno alle fortificazioni, presero il luogo e li scacciarono dai boschi, subendo poche ferite.Ma Cesare vietò di inseguirli troppo oltre mentre fuggivano, sia perché ignorava la natura del luogo, sia perché, essendo trascorsa gran parte del giorno, voleva che restasse tempo per fortificare l'accampamento.
Il giorno dopo, di primo mattino, inviò i fanti e i cavalieri in tre colonne, in spedizione, perché inseguissero quelli che erano fuggiti.Essendo avanzati per un buon tratto di cammino, mentre ormai gli ultimi erano in vista, dei cavalieri vennero da Quinto Atrio a Cesare per annunciare che, scoppiata durante la notte precedente una fortissima tempesta, quasi tutte le navi erano state danneggiate e gettate sulla spiaggia, poiché né le ancore né le funi resistevano, né i marinai e i piloti potevano sopportare la violenza della tempesta;e che quindi, da quello scontro tra le navi, si era subito un grave danno.
Saputo questo, Cesare ordina che le legioni e la cavalleria siano richiamate e che si fermino lungo la marcia, mentre lui stesso torna alle navi;Vede di persona quasi tutto ciò che aveva appreso dai messaggeri e dalle lettere, tanto che, perdute circa quaranta navi, le restanti sembravano poter essere riparate solo con grande fatica.Perciò sceglie carpentieri dalle legioni e ordina che altri siano fatti venire dal continente;Scrive a Labieno di far costruire, con le legioni che ha con sé, quante più navi possibile.Egli stesso, sebbene la cosa richiedesse molto impegno e fatica, stabilì che fosse la soluzione più comoda tirare in secco tutte le navi e unirle all'accampamento con un'unica fortificazione.In questi lavori impiega circa dieci giorni, senza interrompere la fatica dei soldati neppure di notte.Tirate in secco le navi e fortificato ottimamente l'accampamento, lascia a guardia delle navi le stesse truppe di prima:egli stesso riparte verso il luogo da cui era tornato.Giunto là, truppe britanniche sempre più numerose si erano ormai radunate da ogni parte in quel luogo, con il comando supremo della guerra affidato per comune decisione a Cassivellauno, il cui territorio è separato dalle città costiere da un fiume chiamato Tamigi, a circa ottanta miglia dal mare.In passato costui aveva avuto guerre continue con le altre città;ma i Britanni, spaventati dal nostro arrivo, lo avevano posto a capo di tutta la guerra e del comando.
La parte interna della Britannia è abitata da coloro che essi stessi dicono, per tradizione, nati nell'isola; quella costiera da coloro che vennero dal Belgio per fare bottino e portare guerra (e che sono chiamati quasi tutti con gli stessi nomi delle città da cui, una volta partiti, arrivarono là), e che, portata la guerra, vi rimasero e cominciarono a coltivare i campi.Vi è una moltitudine infinita di uomini ed edifici fittissimi, quasi simili a quelli della Gallia, e un gran numero di bestiame.Usano come moneta il bronzo, oppure monete d'oro, oppure lingotti di ferro calibrati a un peso fisso.Là nasce lo stagno nelle regioni interne, il ferro in quelle costiere, ma la sua quantità è scarsa;usano bronzo importato.Il legname è di ogni tipo come in Gallia, tranne il faggio e l'abete.Non ritengono lecito gustare la lepre, la gallina e l'oca;tuttavia li allevano per svago e piacere.I luoghi sono più temperati che in Gallia, con freddi più miti.
L'isola per natura è triangolare, e uno dei suoi lati è di fronte alla Gallia.Di questo lato, un angolo, quello presso Cantium, dove quasi tutte le navi dalla Gallia approdano, guarda a oriente; l'altro, più in basso, guarda a mezzogiorno.Questo lato si estende per circa cinquecento miglia.L'altro lato volge verso la Spagna e il sole d'occidente;da questa parte si trova l'Irlanda, più piccola della metà, come si stima, rispetto alla Britannia, ma con una traversata di uguale distanza a quella dalla Gallia verso la Britannia.In questo tratto di mare intermedio si trova un'isola chiamata Mona:si ritiene inoltre che vi siano altre isole minori vicine, delle quali alcuni hanno scritto che d'inverno la notte dura trenta giorni continui.Noi non riuscivamo a scoprire nulla al riguardo con le nostre domande, se non che, misurando con certi orologi ad acqua, vedevamo che le notti erano più brevi che sul continente.La lunghezza di questo lato è, secondo la loro opinione, di settecento miglia.Il terzo lato è rivolto verso settentrione;a questa parte non è posta di fronte alcuna terra, ma l'angolo di questo lato guarda soprattutto verso la Germania.Si stima che questo lato sia lungo ottocento miglia.Così l'intera isola misura duemila miglia di circonferenza.
Di tutti questi, i più civili sono quelli che abitano Cantium, regione interamente costiera, e non differiscono molto dal costume gallico.Gli abitanti dell'interno per lo più non seminano il grano, ma vivono di latte e di carne e vestono di pelli.Tutti i Britanni poi si tingono col guado, che produce un colore azzurro, e per questo hanno un aspetto più selvaggio in battaglia;portano i capelli lunghi e sono rasati in ogni parte del corpo, tranne la testa e il labbro superiore.Hanno mogli in comune tra loro, a gruppi di dieci o dodici, specialmente tra fratelli e tra genitori e figli;ma i figli nati da queste unioni sono considerati figli di colui al quale ciascuna fanciulla è stata condotta per la prima volta come sposa.
La cavalleria nemica e i combattenti sui carri si scontrarono aspramente in battaglia con la nostra cavalleria durante la marcia, tanto che i nostri risultarono superiori su ogni fronte e li respinsero verso boschi e colline;ma, uccisi parecchi nemici, inseguendo con troppa foga persero alcuni dei loro.Ma quelli, trascorso un intervallo, mentre i nostri, incauti e occupati nella fortificazione dell'accampamento, all'improvviso si lanciarono fuori dai boschi e, sferrato un attacco contro quelli che erano schierati di guardia davanti al campo, combatterono con violenza; mandate in soccorso da Cesare due coorti e le prime di due legioni, dopo che queste si erano disposte tra loro con uno spazio minimo, sconvolti i nostri da questo nuovo modo di combattere, sfondarono con grande audacia in mezzo a loro e si ritirarono di là incolumi.In quel giorno viene ucciso Quinto Laberio Duro, tribuno dei soldati.Essi vengono respinti dopo l'invio di più coorti.
In tutto questo genere di combattimento, che si svolgeva sotto gli occhi di tutti e davanti all'accampamento, si comprese che i nostri, per il peso delle armi, poiché non potevano inseguire chi cedeva né osavano allontanarsi dalle insegne, erano poco adatti a fronteggiare questo tipo di nemico, mentre la cavalleria combatteva in battaglia con grande pericolo, perché quelli spesso cedevano anche di proposito e, quando avevano allontanato un poco i nostri dalle legioni, saltavano giù dai carri e combattevano a piedi in una lotta impari.La natura del combattimento a cavallo comportava lo stesso pericolo per chi cedeva e per chi inseguiva.Si aggiungeva a questo il fatto che non combattevano mai in massa ma radi e a grandi intervalli, e disponevano di postazioni distribuite, e gli uni si davano il cambio agli altri via via, e uomini integri e riposati subentravano agli stanchi.
Il giorno seguente i nemici si fermarono sui colli lontano dall'accampamento e cominciarono a mostrarsi radi e a provocare la nostra cavalleria in battaglia con meno vigore del giorno prima.Ma a mezzogiorno, quando Cesare aveva mandato tre legioni e tutta la cavalleria a foraggiare sotto il legato Gaio Trebonio, all'improvviso da ogni parte piombarono sui foraggiatori, al punto da non allontanarsi dalle insegne e dalle legioni.I nostri li respinsero con vigore attaccandoli e non smisero di inseguirli, finché la cavalleria, fiduciosa nel sostegno perché vedeva le legioni alle proprie spalle, mise in fuga precipitosa i nemici e, uccisone un gran numero, non diede loro la possibilità né di radunarsi né di fermarsi né di saltare giù dai carri.Subito dopo questa fuga gli ausiliari, che erano confluiti da ogni parte, si dispersero, e da allora i nemici non si scontrarono più con noi con tutte le loro forze.
Cesare, saputo il loro piano, condusse l'esercito verso il fiume Tamigi, al confine del territorio di Cassivellauno.Questo fiume si può attraversare a piedi soltanto in un punto, e a fatica.Giunto lì, si accorse che sull'altra riva del fiume erano schierate grandi forze nemiche.La riva era fortificata con pali aguzzi piantati davanti, e pali dello stesso tipo, conficcati sott'acqua, erano nascosti dalla corrente.Saputo questo dai prigionieri e dai disertori, Cesare, mandata avanti la cavalleria, ordinò alle legioni di seguirla subito.Ma i soldati avanzarono con tale rapidità e slancio, pur emergendo dall'acqua soltanto con la testa, che i nemici non riuscirono a reggere l'assalto delle legioni e della cavalleria, abbandonarono le rive e si diedero alla fuga.
Cassivellauno, come abbiamo già mostrato, abbandonata ogni speranza di scontro campale, congedato il grosso delle truppe e lasciati circa quattromila carri da guerra, sorvegliava i nostri spostamenti e si scostava un poco dalla via, nascondendosi in luoghi impervi e boscosi, e spingeva nelle selve il bestiame e gli uomini dai campi delle zone per cui sapeva che saremmo passati, e quando la nostra cavalleria si spingeva più liberamente nei campi per saccheggiare e devastare, faceva uscire dai boschi i carri per tutte le strade e i sentieri e si scontrava con grande pericolo per la nostra cavalleria, e per questa paura le impediva di scorrazzare più lontano.Ne conseguiva che Cesare non permetteva di allontanarsi troppo dalla colonna delle legioni, e si nuoceva ai nemici devastando i campi e appiccando incendi solo quanto i legionari potevano fare con la fatica e la marcia.
Nel frattempo i Trinovanti, popolo quasi il più forte di quelle regioni, da cui Mandubracio, giovane che si era affidato alla protezione di Cesare, era venuto da lui sul continente in Gallia (suo padre aveva tenuto il regno in quel popolo ed era stato ucciso da Cassivellauno, mentre lui stesso aveva evitato la morte con la fuga), mandano ambasciatori a Cesare e promettono di arrendersi a lui e di eseguire i suoi ordini.Chiedono che egli difenda Mandubracio dalle violenze di Cassivellauno e lo mandi nel loro popolo, perché lo governi e ne tenga il potere.Cesare chiede loro quaranta ostaggi e grano per l'esercito, e manda da loro Mandubracio.Quelli eseguirono rapidamente gli ordini, mandarono gli ostaggi al numero richiesto e il grano.
Difesi i Trinobanti e messi al riparo da ogni sopruso dei soldati, i Cenimagni, i Segontiaci, gli Ancaliti, i Bibroci e i Cassi, inviate delle ambascerie, si arrendono a Cesare.Da loro viene a sapere che non lontano da lì si trova l'oppido di Cassivellauno, difeso da selve e paludi, dove si era radunato un numero considerevole di uomini e di bestiame.I Britanni chiamano oppido un luogo dove hanno fortificato con un vallo e un fossato selve impervie, dove sono soliti radunarsi per evitare le incursioni nemiche.Vi si dirige con le legioni:trova un luogo splendidamente difeso dalla natura e dall'arte;tuttavia si sforza di attaccarlo da due lati.I nemici, dopo una breve resistenza, non ressero all'urto dei nostri soldati e si gettarono fuori da un'altra parte dell'oppido.Lì fu trovato un gran numero di capi di bestiame, e molti furono catturati e uccisi nella fuga.
Mentre queste cose accadono in questi luoghi, Cassivellauno invia messaggeri al Cantium, che, come abbiamo mostrato sopra, si trova presso il mare, e su quelle regioni comandavano quattro re, Cingetorige, Carvilio, Taximagulo e Segovace, e ordina loro che, radunate tutte le truppe, assalgano e attacchino all'improvviso l'accampamento navale.Quando questi giunsero all'accampamento, i nostri, fatta una sortita, uccisero molti di loro e, catturato anche il nobile capo Lugotorige, ricondussero i propri incolumi.Cassivellauno, annunciata questa battaglia, colpito da tante perdite, con il territorio devastato, e sconvolto soprattutto dalla defezione delle città, invia a Cesare, tramite l'Atrebate Commio, ambasciatori per la resa.Cesare, poiché aveva deciso di svernare sul continente a causa degli improvvisi tumulti della Gallia, e non restava molto dell'estate, e capiva che ciò si poteva facilmente tirare in lungo, impone ostaggi e stabilisce quale tributo annuo la Britannia doveva versare al popolo romano;vieta e ordina a Cassivellauno di non fare del male a Mandubracio né ai Trinobanti.
Ricevuti gli ostaggi, riconduce l'esercito verso il mare, e trova le navi riparate.Tirate in secco queste, poiché aveva un gran numero di prigionieri e alcune navi erano andate perdute nella tempesta, decise di riportare l'esercito in due viaggi.E così accadde che, di tanto numero di navi e tanti viaggi, né in questo né nell'anno precedente venisse a mancare una sola nave che trasportasse soldati;invece, di quelle che venivano rimandate vuote dal continente verso di lui, sia del precedente convoglio dopo che i soldati erano sbarcati, sia di quelle che poi Labieno aveva fatto costruire, in numero di sessanta, pochissime raggiunsero il luogo stabilito, e quasi tutte le altre furono respinte indietro.Avendole Cesare attese invano per un po', per non essere impedito dalla navigazione a causa della stagione, poiché si avvicinava l'equinozio, dispose i soldati necessariamente più stretti e, sopraggiunta una grande calma, salpato durante la seconda veglia, all'alba toccò terra e condusse tutte le navi incolumi.
Tirate in secco le navi e tenuta l'assemblea dei Galli a Samarobriva, poiché in quell'anno il grano era cresciuto scarso in Gallia a causa della siccità, fu costretto, diversamente dagli anni precedenti, a disporre l'esercito negli accampamenti invernali distribuendo le legioni in più città.Di queste ne diede una da condurre tra i Morini al legato Gaio Fabio, un'altra tra i Nervi a Quinto Cicerone, una terza tra gli Esubi a Lucio Roscio;ordinò che una quarta svernasse tra i Remi con Tito Labieno, al confine dei Treveri.Ne collocò tre tra i Belgi:vi pose a capo, come legati, il questore Marco Crasso, Lucio Munazio Planco e Gaio Treboni.Inviò un'unica legione, che aveva arruolato poco prima oltre il Po, e cinque coorti tra gli Eburoni, la cui parte maggiore si trova tra la Mosa e il Reno, e che erano sotto il comando di Ambiorige e Catuvolco.Ordinò che a questi soldati fossero preposti come legati Quinto Tiburzio Sabino e Lucio Aurunculeio Cotta.Ritenne che, distribuite in questo modo le legioni, si potesse più facilmente rimediare alla scarsità di grano.E tuttavia gli accampamenti invernali di tutte queste legioni, eccetto quello che aveva dato da condurre a Lucio Roscio in una regione assai pacifica e tranquilla, si tenevano entro cento miglia.Egli intanto decise di restare in Gallia, finché non avesse saputo che le legioni erano sistemate e gli accampamenti invernali fortificati.
Vi era tra i Carnuti un uomo di altissimo rango, Tasgezio, i cui antenati avevano detenuto il potere regale nella loro città.Cesare gli aveva restituito il rango dei suoi antenati, per il suo valore e per la sua benevolenza verso di lui, poiché in tutte le guerre si era servito della sua straordinaria fatica.I nemici, con molti complici apertamente nella sua città, lo uccisero mentre regnava ormai da tre anni.La notizia viene riferita a Cesare.Egli, temendo, poiché la cosa riguardava molti, che la città potesse defezionare per la loro spinta, ordina a Lucio Planco di partire in fretta dal Belgio con una legione verso i Carnuti e di svernare lì, e di mandargli, arrestati, quelli con la cui complicità aveva saputo che Tasgezio era stato ucciso.Intanto viene informato, da tutti i legati e dal questore ai quali aveva affidato le legioni, che si era giunti agli accampamenti invernali e che il luogo era stato fortificato per gli accampamenti.
Circa quindici giorni dopo l'arrivo agli accampamenti invernali, scoppiò un'improvvisa rivolta e defezione a opera di Ambiorige e Catuvolco;essi, dato che erano stati presenti sul confine del loro regno per Sabino e per Cotta e avevano portato il grano negli accampamenti invernali, spinti dai messaggi del treviro Indutiomaro sollevarono i propri uomini e, sopraffatti d'un tratto i boscaioli, giunsero con una grande schiera ad assalire l'accampamento.Poiché i nostri presero rapidamente le armi e salirono sul vallo e, mandati da una parte i cavalieri ispani, risultarono superiori nello scontro di cavalleria, i nemici, disperando ormai della situazione, ritirarono i loro dall'assalto.Allora, secondo il loro costume, gridarono che qualcuno dei nostri si presentasse a un colloquio:dicevano di avere cose da esporre sull'interesse comune, con le quali speravano di poter attenuare i contrasti.
Viene mandato da loro, per colloquiare, Gaio Arpinio, cavaliere romano, amico di Quinto Titurio, e un certo Quinto Giunio, originario della Spagna, che già in precedenza era solito recarsi da Ambiorige per incarico di Cesare;davanti a loro Ambiorige parlò in questo modo:Egli doveva moltissimo a Cesare per i benefici ricevuti verso di sé: perché grazie a lui era stato liberato dal tributo che era solito pagare agli Aduatuci, suoi vicini; e perché suo figlio e il figlio di suo fratello gli erano stati restituiti da Cesare, dopo che gli Aduatuci li avevano tenuti presso di sé come ostaggi, in schiavitù e in catene.E quanto aveva fatto riguardo all'assalto dell'accampamento, non lo aveva fatto né per giudizio né per sua volontà, ma per costrizione della comunità; e il suo potere era tale che la moltitudine non aveva meno diritto su di lui di quanto egli ne avesse sulla moltitudine.Inoltre, questa era stata per la sua comunità la causa della guerra: non aver potuto resistere all'improvvisa congiura dei Galli.Egli poteva provarlo facilmente dalla propria debolezza, perché non era così inesperto delle cose da credere che il popolo romano potesse essere sconfitto con le sue sole forze.Ma vi era un piano comune della Gallia:questo era il giorno stabilito per assalire tutti gli accampamenti invernali di Cesare, affinché nessuna legione potesse venire in soccorso all'altra.I Galli non avevano potuto facilmente rifiutare ai Galli, soprattutto perché sembrava si fosse intrapreso un piano per recuperare la libertà comune.Poiché ormai aveva soddisfatto questi doveri per lealtà verso i suoi, ora egli teneva conto del proprio dovere per i benefici di Cesare:avvertiva e pregava Titurio, in nome dell'ospitalità, di provvedere alla propria salvezza e a quella dei soldati.Una grande schiera di Germani, assoldata, aveva attraversato il Reno;essa sarebbe arrivata entro due giorni.Spettava a loro decidere se, prima che i vicini se ne accorgessero, condurre i soldati fatti uscire dagli accampamenti invernali o da Cicerone o da Labieno, dei quali uno distava circa cinquanta miglia, l'altro poco di più.Egli prometteva e confermava con giuramento che avrebbe concesso un passaggio sicuro attraverso il proprio territorio.Facendo ciò, provvedeva sia alla propria comunità, che sarebbe stata alleggerita dagli accampamenti invernali, sia a Cesare, ricambiando la gratitudine per i suoi meriti.Pronunciato questo discorso, Ambiorige si allontanò.
Arpinio e Giunio riferiscono ai legati quanto avevano udito.Essi, turbati dall'improvviso fatto, sebbene queste cose fossero dette da un nemico, tuttavia le ritenevano non da trascurare, ed erano soprattutto colpiti da questo: era a stento credibile che una comunità oscura e modesta come quella degli Eburoni avesse osato, di propria iniziativa, muovere guerra al popolo romano.Perciò portano la questione al consiglio, e tra loro sorge una grande controversia.Lucio Aurunculeio e molti tribuni militari e centurioni dei primi ranghi ritenevano che non si dovesse agire con leggerezza, né allontanarsi dagli accampamenti invernali senza l'ordine di Cesare:insegnavano che accampamenti invernali fortificati potevano sostenere forze anche grandissime, perfino dei Germani:ne era prova il fatto che avevano resistito coraggiosamente al primo assalto dei nemici, infliggendo loro molte ferite:che non erano oppressi dalla mancanza di grano;e che intanto sarebbero arrivati rinforzi sia dagli accampamenti invernali vicini sia da Cesare:infine, cosa poteva esserci di più leggero o vergognoso che prendere una decisione sulle questioni supreme seguendo il suggerimento di un nemico?
Contro questo, Titurio gridava che avrebbero agito troppo tardi, quando si fossero riunite forze maggiori dei nemici uniti ai Germani, oppure quando si fosse subito qualche disastro negli accampamenti invernali vicini.L'occasione per deliberare era breve.Riteneva che Cesare fosse partito per l'Italia;e diversamente né i Carnuti avrebbero preso la decisione di uccidere Tasgezio, né gli Eburoni, se egli fosse stato presente, sarebbero venuti verso il nostro accampamento con tanto disprezzo.Non bisognava guardare a chi suggeriva, cioè il nemico, ma alla sostanza dei fatti:il Reno era vicino;la morte di Ariovisto e le nostre precedenti vittorie erano per i Germani motivo di grande dolore;la Gallia ardeva, ridotta sotto il dominio del popolo romano dopo aver subito tante offese, spenta l'antica gloria militare.Infine, chi avrebbe potuto convincersi che Ambiorige fosse giunto a un simile piano senza un motivo certo?La propria opinione era sicura in entrambi i casi:se nulla di più grave fosse accaduto, sarebbero giunti senza alcun pericolo alla legione più vicina;se invece tutta la Gallia si fosse unita ai Germani, l'unica salvezza sarebbe stata nella rapidità.quale esito poteva avere il piano di Cotta e di coloro che dissentivano?in quel caso, se non un pericolo immediato, certo bisognava temere la fame per un lungo assedio.
Tenuta questa discussione in entrambi i sensi, mentre Cotta e i primi ranghi resistevano energicamente, «Vincete,» disse Sabino, «se così volete,» e questo a voce più alta, in modo che una gran parte dei soldati lo udisse;«Non sono,» disse, «uno che tra voi tema più gravemente il pericolo della morte:costoro sapranno;se accadrà qualcosa di più grave, chiederanno conto a te, affinché essi, se per te fosse possibile, uniti dopodomani agli accampamenti invernali vicini possano affrontare insieme agli altri la comune sorte della guerra, e non periscano per il ferro o per la fame, respinti e relegati lontano dagli altri.»
Il consiglio si alza in tumulto: tutti afferrano l'uno e l'altro e li supplicano di non condurre, con la loro discordia e ostinazione, la situazione al massimo pericolo; la cosa sarebbe stata facile, sia che restassero sia che partissero, purché tutti pensassero allo stesso modo e lo approvassero, mentre nella discordia non scorgevano alcuna via di salvezza.La questione si protrae, tra discussioni, fino a mezzanotte.Alla fine Cotta, scosso, cede: prevale il parere di Sabino.Si annuncia che si partirà alle prime luci del giorno.Il resto della notte si consuma in veglia, mentre ogni soldato considerava cosa portare con sé e cosa fosse costretto a lasciare dell'equipaggiamento dell'accampamento invernale.Si escogita ogni pretesto per cui non si potesse restare senza pericolo, e perché la stanchezza dei soldati e le veglie aumentassero il pericolo.Alle prime luci del giorno partono dall'accampamento come persone convinte che il consiglio fosse stato dato non da un nemico, ma da un uomo amicissimo, Ambiorige, con una colonna lunghissima e grandissime salmerie.
Ma i nemici, appena seppero dal tumulto notturno e dalle veglie della loro partenza, disposte imboscate divise in due gruppi in un luogo delle selve adatto e nascosto, a circa duemila passi aspettavano l'arrivo dei Romani; e quando la maggior parte della colonna fu scesa in una grande vallata, dall'una e dall'altra parte di quella valle si mostrarono all'improvviso e cominciarono a incalzare la retroguardia, a impedire l'ascesa all'avanguardia e ad attaccare battaglia in un luogo estremamente sfavorevole per noi.
Allora finalmente Titurio, che prima non aveva previsto nulla, si agitava e correva qua e là e disponeva le coorti, facendo tutto questo però timidamente, tanto che sembrava mancargli ogni risorsa; cosa che suole accadere per lo più a chi è costretto a prendere una decisione nel bel mezzo dell'azione.Cotta, invece, che aveva pensato che queste cose potessero accadere durante la marcia e per questo non era stato favorevole alla partenza, non mancava in nulla al bene comune e svolgeva, nel rivolgersi ed esortare i soldati, i compiti di un comandante, e in battaglia quelli di un semplice soldato.Poiché, a causa della lunghezza della colonna, non riuscivano facilmente a occuparsi personalmente di tutto e a prevedere che cosa si dovesse fare in ciascun luogo, ordinarono di far annunciare che si abbandonassero le salmerie e ci si disponesse in cerchio.Questa decisione, anche se in un caso simile non è da biasimare, tuttavia ebbe un esito sfavorevole: infatti diminuì la fiducia dei nostri soldati e rese i nemici più audaci nel combattere, perché sembrava che fosse stata presa non senza grande timore e disperazione.Inoltre accadde, come era inevitabile, che i soldati si allontanassero alla rinfusa dai vessilli, che ciascuno si affrettasse a cercare e afferrare dalle salmerie ciò che gli era più caro, e che ogni cosa si riempisse di grida e di pianto.
Ma ai barbari non mancò una strategia.Infatti i loro capi ordinarono di annunciare lungo tutto lo schieramento che nessuno si allontanasse dal proprio posto: il bottino sarebbe stato loro, e a loro sarebbe stato riservato tutto ciò che i Romani avessero abbandonato; pensassero dunque che tutto dipendeva dalla vittoria.Erano pari per valore e impegno nel combattere; i nostri, sebbene abbandonati dal comandante e dalla fortuna, tuttavia riponevano ogni speranza di salvezza nel valore, e ogni volta che una coorte si lanciava avanti, da quella parte cadeva un gran numero di nemici.Notata questa cosa, Ambiorige ordina di far annunciare che scagliassero i giavellotti da lontano senza avvicinarsi troppo, e cedessero nella direzione in cui i Romani avessero sferrato l'attacco (dato che, per la leggerezza delle armi e l'esercizio quotidiano, non avrebbero subito alcun danno), per poi inseguirli di nuovo mentre tornavano alle insegne.
Osservata scrupolosamente questa norma, ogni volta che una coorte usciva dal cerchio e sferrava un attacco, i nemici fuggivano velocissimamente.Nel frattempo era inevitabile che quel settore restasse scoperto e che si ricevessero colpi dal fianco esposto.Di nuovo, quando cercavano di tornare al punto da cui erano usciti, venivano circondati sia da quelli che si erano ritirati sia da quelli che erano rimasti più vicini; se invece volevano mantenere la posizione, non restava spazio al valore, né, ammassati com'erano, potevano evitare i colpi scagliati da una moltitudine così grande.Tuttavia, provati da tante difficoltà, pur avendo subito molte ferite resistevano, e trascorsa gran parte del giorno, poiché si combatteva dalla prima luce fino all'ottava ora, non facevano nulla che fosse indegno di loro.Allora Tito Balvenzio, che l'anno precedente era stato primipilo, uomo forte e di grande autorità, viene trafitto a entrambe le cosce da un giavellotto; Quinto Lucanio, dello stesso grado, combattendo con grandissimo valore, mentre soccorre il figlio circondato dai nemici, viene ucciso; Lucio Cotta, il legato, mentre incoraggia tutte le coorti e i reparti, viene ferito al volto da una fionda.
Turbato da questi eventi, Quinto Titurio, avendo scorto in lontananza Ambiorige che incitava i suoi, gli manda il proprio interprete Gneo Pompeio a chiedergli di risparmiare lui e i soldati.Egli, interpellato, rispose che, se voleva parlare con lui, gli era permesso; sperava che si potesse ottenere qualcosa dalla moltitudine, per quanto riguardava la salvezza dei soldati; a lui, però, non sarebbe stato fatto alcun male, e su questo impegnava la propria parola.Egli si consulta con Cotta, ferito, se sembri opportuno che escano dalla battaglia e si incontrino insieme con Ambiorige: sperava che da lui si potesse ottenere qualcosa riguardo alla propria salvezza e a quella dei soldati.Cotta rifiuta di andare da un nemico armato e persiste in questo.
Sabino ordina che lo seguano i tribuni militari che in quel momento aveva intorno a sé e i centurioni dei primi ordini, e, avvicinatosi ad Ambiorige, avendogli questi ordinato di gettare le armi, esegue l'ordine e comanda ai suoi di fare lo stesso.Nel frattempo, mentre trattano tra loro le condizioni e Ambiorige prolunga di proposito il colloquio, a poco a poco viene circondato e ucciso.Allora, secondo il loro costume, gridano la vittoria e levano urla, e, sferrato un attacco contro i nostri, ne scompigliano le file.Lì Lucio Cotta viene ucciso combattendo insieme alla maggior parte dei soldati.I superstiti si ritirano nell'accampamento da cui erano usciti.Tra questi, l'aquilifero Lucio Petrosidio, oppresso da una grande moltitudine di nemici, getta l'aquila dentro il vallo; lui stesso viene ucciso davanti all'accampamento combattendo valorosissimamente.Quelli resistono a stento all'assalto fino a notte; di notte, disperando ormai della salvezza, si uccidono tutti da soli, fino all'ultimo.Pochi, sfuggiti dalla battaglia, per vie incerte attraverso le selve giungono agli accampamenti invernali del legato Tito Labieno e lo informano di quanto accaduto.
Esaltato da questa vittoria, Ambiorige parte subito con la cavalleria verso gli Aduatuci, che confinavano col suo regno;non si ferma né di notte né di giorno, e ordina alla fanteria di seguirlo.Esposta la situazione e sollevati gli Aduatuci, il giorno dopo giunge presso i Nervi e li esorta a non lasciarsi sfuggire l'occasione di liberarsi per sempre e di vendicarsi dei Romani per le offese ricevute:dimostra che due legati sono stati uccisi e che gran parte dell'esercito è perita;che non è affatto difficile uccidere di sorpresa la legione che sverna con Cicerone;si offre come aiuto per questa impresa.Con questo discorso convince facilmente i Nervi.
Perciò, inviati subito messaggeri ai Ceutroni, ai Grudi, ai Levaci, ai Pleumossi, ai Geidumni, che sono tutti sotto il loro dominio, radunano quante più forze possono e piombano all'improvviso sugli accampamenti invernali di Cicerone, non essendo ancora giunta a lui la notizia della morte di Titurio.Anche a lui capitò, come fu inevitabile, che alcuni soldati, usciti nelle selve per raccogliere legna e materiale da fortificazione, venissero sorpresi dall'improvviso arrivo della cavalleria.Circondata la legione con grandi forze, gli Eburoni, i Nervi, gli Aduatuci e tutti gli alleati e clienti di questi popoli iniziano ad assalirla.I nostri accorrono rapidamente alle armi e salgono sul vallo.Quel giorno si resiste a fatica, perché i nemici riponevano ogni speranza nella rapidità e, ottenuta questa vittoria, confidavano di essere vincitori per sempre.
Vengono subito inviate a Cesare da Cicerone lettere, con la promessa di grandi ricompense se i portatori le avessero recapitate:ma, bloccate tutte le strade, i messaggeri vengono intercettati.Di notte, con il legname che avevano raccolto per la fortificazione, vengono innalzate ben centoventi torri con incredibile rapidità;e si completa ciò che sembrava ancora mancare all'opera.Il giorno dopo i nemici, radunate forze molto più grandi, assaltano l'accampamento e riempiono il fossato.Si resiste con lo stesso metodo del giorno prima.La stessa cosa accade nei giorni seguenti, uno dopo l'altro.Nessuna parte della notte viene sottratta al lavoro;non si concede possibilità di riposo né ai malati né ai feriti.Tutto ciò che serve per l'assalto del giorno successivo viene preparato di notte;si preparano molti pali aguzzi induriti al fuoco, un gran numero di giavellotti murali;si costruiscono i piani delle torri, si intrecciano merli e parapetti con graticci.Cicerone stesso, benché fosse in condizioni di salute assai precarie, non si concedeva nemmeno il tempo notturno per riposare, tanto che i soldati stessi dovevano costringerlo spontaneamente, con l'accorrere in massa e con le loro voci, a risparmiarsi.
Allora i capi e i principi dei Nervi, che avevano un qualche accesso al discorso e un motivo di amicizia con Cicerone, dicono di voler colloquiare.Concessa la possibilità di parlare, riferiscono le stesse cose che Ambiorige aveva trattato con Titurio:che tutta la Gallia era in armi;che i Germani avevano attraversato il Reno;che gli accampamenti invernali di Cesare e degli altri erano attaccati.Aggiungono anche riguardo alla morte di Sabino:mostrano Ambiorige per creare fiducia.Dicono che essi sbagliano, se sperano un qualche aiuto da questi, loro che non hanno fiducia nelle proprie forze;essi tuttavia hanno questo atteggiamento verso Cicerone e il popolo romano, che non rifiutano nulla se non gli accampamenti invernali, e non vogliono che questa usanza si radichi:che è loro permesso, senza subire danno e di propria iniziativa, allontanarsi dagli accampamenti invernali e partire senza paura verso qualunque direzione vogliano.Cicerone rispose a ciò in un solo modo:che non è consuetudine del popolo romano accettare condizioni da un nemico armato:se vogliono deporre le armi, si servano di lui come aiuto e mandino ambasciatori a Cesare;che sperano di ottenere, per la sua giustizia, ciò che avranno chiesto.
Respinti da questa speranza, i Nervi circondano gli accampamenti invernali con un terrapieno di nove piedi e un fossato di quindici piedi.Queste cose le avevano apprese sia dalla pratica degli anni precedenti, nota a noi, sia venivano istruiti da quei prigionieri dell'esercito che tenevano nascosti.ma, poiché non avevano alcuna scorta di attrezzi di ferro adatta a questo scopo, si sforzavano di tagliare le zolle con le spade e di scavare la terra con le mani e i mantelli.Da questo fatto appunto si poté conoscere il numero degli uomini:infatti in meno di tre ore completarono una fortificazione di quindicimila piedi di circuito, e nei giorni seguenti cominciarono a preparare e costruire torri all'altezza del terrapieno, falci e tartarughe, che quegli stessi prigionieri avevano insegnato.
Il settimo giorno dell'assedio, levatosi un vento fortissimo, i nemici cominciarono a scagliare con le fionde proiettili roventi fusi in argilla e giavellotti infuocati contro le capanne, che secondo l'uso gallico erano coperte di paglia.Queste presero fuoco rapidamente e, per la forza del vento, lo propagarono in ogni parte dell'accampamento.I nemici, con grandissime grida, come se la vittoria fosse già ottenuta e sicura, cominciarono a spingere avanti torri e tartarughe e a scalare il terrapieno con le scale.Ma tanto grande fu il valore dei soldati e la loro presenza di spirito, che, pur essendo bruciati dalle fiamme da ogni parte e oppressi da una grandissima quantità di proiettili, e pur comprendendo che tutti i loro bagagli e ogni loro bene stavano bruciando, non solo nessuno si allontanò dal terrapieno per andarsene, ma quasi nessuno si voltò indietro, e allora tutti combatterono con la massima energia e il massimo coraggio.Questo giorno fu di gran lunga il più difficile per i nostri;ma tuttavia ebbe questo esito, che in quel giorno un numero grandissimo di nemici fu ferito e ucciso, poiché si erano accalcati proprio sotto il terrapieno e gli ultimi non lasciavano ai primi la possibilità di ritirarsi.Quando le fiamme si furono un poco calmate e in un certo punto una torre, spinta avanti, toccò il terrapieno, i centurioni della terza coorte si ritirarono dal luogo dove stavano e allontanarono tutti i loro uomini, poi con cenni e con la voce cominciarono a chiamare i nemici, se volevano entrare;ma nessuno di loro osò avanzare.Allora, colpiti da ogni parte con il lancio di pietre, furono cacciati via, e la torre fu incendiata.
C'erano in quella legione uomini fortissimi, centurioni ormai vicini ai primi gradi, Tito Pullone e Lucio Voreno.Costoro avevano tra loro continue rivalità, su chi dovesse essere anteposto, e ogni anno gareggiavano con estrema animosità per i posti di grado.Tra questi, mentre si combatteva ferocissimamente presso le fortificazioni, Pullone disse: "Perché esiti, Voreno? Quale occasione aspetti per dimostrare il tuo valore? Questo giorno giudicherà le nostre contese."Detto questo, avanza fuori delle fortificazioni e irrompe dove la schiera dei nemici sembrava più fitta.Neppure Voreno allora si trattiene dietro il terrapieno, ma, temendo il giudizio di tutti, lo segue.Lasciato un breve spazio, Pullone scaglia il giavellotto contro i nemici e trafigge uno che si stava lanciando avanti dalla moltitudine;colpito e privo di vita costui, lo proteggono con gli scudi, e tutti insieme scagliano i dardi contro il nemico, senza dargli la possibilità di ritirarsi.Lo scudo di Pullone viene trafitto e il dardo si conficca nel balteo.Questo caso sposta il fodero, e ritarda la mano destra di lui che tentava di sfoderare la spada, e i nemici circondano lui che è impacciato.Voreno, pur essendogli nemico, corre in suo aiuto e soccorre lui che è in difficoltà.Subito tutta la folla si volge da Pullone verso costui:credono che egli sia stato ucciso dal dardo.Voreno combatte da vicino con la spada, e, ucciso uno, respinge un poco gli altri;ma, mentre incalza con troppo ardore, cade, scivolato in un punto più basso.A lui, di nuovo circondato, Pullone porta soccorso, ed entrambi, incolumi, uccisi parecchi nemici, si ritirano con somma lode dentro le fortificazioni.Così la fortuna volse le sorti di entrambi in quella gara e contesa, che l'uno, pur rivale dell'altro, fu di aiuto e salvezza per lui, e non si poté decidere chi dei due dovesse essere ritenuto superiore in valore.
Quanto più di giorno in giorno l'assedio diventava più duro e più aspro, soprattutto perché, essendo gran parte dei soldati sfinita dalle ferite, la situazione era arrivata a un numero ristretto di difensori, tanto più frequenti erano le lettere e i messaggeri che venivano inviati a Cesare;una parte dei quali, intercettata sotto gli occhi dei nostri soldati, veniva uccisa fra i tormenti.C'era all'interno un Nervio di nome Vertico, nato di condizione onesta, che fin dal primo giorno dell'assedio era passato da Cicerone e gli aveva mantenuto fedeltà.Costui convince un servo, con la speranza della libertà e con grandi ricompense, a portare una lettera a Cesare.Egli la porta fuori legata a un giavellotto e, gallo tra i galli, muovendosi senza alcun sospetto, giunge da Cesare.Da lui si viene a sapere dei pericoli di Cicerone e della legione.
Cesare, ricevuta la lettera verso l'undicesima ora del giorno, manda subito un messaggero tra i Bellovaci al questore Marco Crasso, il cui accampamento invernale distava da lui venticinque miglia;gli ordina di far partire la legione a mezzanotte e di raggiungerlo rapidamente.Crasso parte con il messaggero.Manda un altro messaggero al luogotenente Gaio Fabio, perché conduca la legione ai confini degli Atrebati, sapendo che di lì avrebbe dovuto passare.Scrive a Labieno che, se potesse farlo senza danno per lo stato, venga con la legione ai confini dei Nervi.Non ritiene di dover aspettare il resto dell'esercito, perché distava un poco di più;raduna circa quattrocento cavalieri dagli accampamenti invernali più vicini.
Verso la terza ora, informato dagli esploratori dell'arrivo di Crasso, quel giorno avanza di venti miglia.Pone Crasso al comando di Samarobriva e gli assegna la legione, perché lì lasciava i bagagli dell'esercito, gli ostaggi delle città, gli archivi pubblici e tutto il grano che vi aveva trasportato per superare l'inverno.Fabio, come gli era stato ordinato, senza indugiare troppo, lo raggiunge in marcia con la legione.Labieno, saputo della morte di Sabino e della strage delle coorti, poiché contro di lui erano venute tutte le forze dei Treveri, temendo che, se avesse lasciato gli accampamenti con una partenza simile a una fuga, non avrebbe potuto sostenere l'assalto dei nemici, soprattutto sapendo che erano esaltati dalla vittoria recente, scrive a Cesare con quale pericolo avrebbe dovuto far uscire la legione dagli accampamenti;descrive per esteso quanto era accaduto presso gli Eburoni;informa che tutte le forze di cavalleria e fanteria dei Treveri si sono accampate a tre miglia dal suo campo.
Cesare, approvato il suo consiglio, sebbene deluso nell'aspettativa di tre legioni si fosse ridotto a due, riponeva tuttavia nella rapidità l'unico aiuto per la salvezza comune.Giunge a marce forzate ai confini dei Nervi.Lì viene a sapere dai prigionieri cosa sta accadendo presso Cicerone e in quale pericolo si trovi la situazione.Allora convince, con grandi ricompense, un cavaliere gallo a portare una lettera a Cicerone.La manda scritta in caratteri greci, perché, se la lettera fosse intercettata, i nemici non potessero conoscere i nostri piani.Lo avverte che, se non potesse avvicinarsi, lanci dentro le fortificazioni dell'accampamento un giavellotto con la lettera legata al cinturino.Nella lettera scrive che, partito con le legioni, sarebbe presto sopraggiunto;lo esorta a mantenere il coraggio di sempre.Il gallo, temendo il pericolo, lancia il giavellotto come gli era stato ordinato.Questo per caso si conficca in una torre e, non notato dai nostri per due giorni, il terzo giorno viene scorto da un soldato, staccato e portato a Cicerone.Egli, letta fino in fondo, la legge davanti all'adunata dei soldati e riempie tutti di grandissima gioia.Allora si vedevano in lontananza i fumi degli incendi;e questo fatto scacciò ogni dubbio sull'arrivo delle legioni.
I Galli, saputo il fatto tramite gli esploratori, abbandonano l'assedio e si dirigono contro Cesare con tutte le forze.Queste erano circa sessantamila uomini armati.Cicerone, presentatasi l'occasione, richiede di nuovo a Verticone, che abbiamo già menzionato, un gallo che porti una lettera a Cesare;lo avverte di procedere con cautela e attenzione: scrive per esteso nella lettera che i nemici si sono allontanati da lui e hanno rivolto contro di lui tutte le loro forze.Portatagli questa lettera verso mezzanotte, Cesare informa i suoi e infonde loro coraggio per il combattimento.Il giorno dopo, all'alba, muove il campo e, avanzato per circa quattro miglia, scorge oltre una valle e un ruscello la massa dei nemici.Era impresa di grande pericolo combattere con forze così esigue su un terreno sfavorevole;allora, poiché sapeva che Cicerone era stato liberato dall'assedio, riteneva di poter allentare, con animo tranquillo, la rapidità: si ferma e fortifica il campo sul terreno più favorevole possibile e, sebbene questo fosse esiguo di per sé, poco più di settemila uomini e per giunta senza bagagli, tuttavia lo restringe quanto più può con la strettezza delle vie, con l'intenzione di apparire ai nemici nel massimo disprezzo.Intanto, inviate spie in ogni direzione, esplora con quale via possa attraversare la valle nel modo più comodo.
Quel giorno, dopo piccoli scontri di cavalleria presso il fiume, entrambi restano fermi al proprio posto:i Galli, perché aspettavano forze più numerose che non erano ancora arrivate;Cesare, per vedere se, con una finta di timore, potesse attirare i nemici sul proprio terreno, così da combattere di qua dalla valle davanti al campo, e se non potesse ottenere questo, per attraversare la valle e il ruscello con minor pericolo, dopo aver esplorato le vie.All'alba la cavalleria dei nemici si avvicina al campo e attacca battaglia con i nostri cavalieri.Cesare ordina apposta ai cavalieri di indietreggiare e rifugiarsi nel campo, e allo stesso tempo ordina che il campo sia fortificato da ogni lato con un vallo più alto, che le porte siano ostruite e che, nell'eseguire queste operazioni, si corra qua e là quanto più possibile e si agisca fingendo timore.
Incoraggiati da tutte queste cose, i nemici spostano le truppe e schierano la linea in un luogo svantaggioso, e quando anche i nostri furono fatti scendere dal vallo si avvicinano ancora di più e scagliano dardi da ogni parte dentro le fortificazioni, e, mandati in giro gli araldi, fanno proclamare che, se qualcuno, Gallo o Romano, voglia passare dalla loro parte prima dell'ora terza, gli sia lecito senza pericolo;dopo quel momento non ce ne sarebbe più la possibilità:e disprezzarono a tal punto i nostri che, essendo le porte ostruite solo in apparenza da un solo strato di zolle, poiché sembrava loro di non poter irrompere da lì, alcuni cominciarono a squarciare il vallo con le mani, altri a colmare i fossati.Allora Cesare, fatta una sortita da tutte le porte e lanciata la cavalleria, mette rapidamente in fuga i nemici, al punto che nessuno resistette affatto per combattere, e ne uccide un gran numero e li spoglia tutti delle armi.
Temendo di inseguirli troppo oltre, poiché si frapponevano boschi e paludi e vedeva che quel luogo non poteva essere abbandonato nemmeno per un piccolo danno, arrivò lo stesso giorno da Cicerone con tutte le sue truppe incolumi.Ammira le torri costruite, le testuggini e le fortificazioni dei nemici;fatta schierare la legione, viene a sapere che non un soldato su dieci era rimasto senza ferita:da tutte queste cose giudica con quanto pericolo e con quanto valore fossero state condotte le operazioni.loda Cicerone secondo il suo merito e loda la legione;si rivolge a uno a uno ai centurioni e ai tribuni militari, di cui aveva saputo dalla testimonianza di Cicerone che il valore era stato straordinario.Sulla sorte di Sabino e Cotta viene a sapere con maggior certezza dai prigionieri.Il giorno dopo, tenuta un'assemblea, espone l'accaduto, consola e incoraggia i soldati:insegna che il danno subito per colpa e imprudenza del legato va sopportato con animo più sereno, perché, grazie al favore degli dèi immortali e al loro valore, riparata la sciagura, non resta ai nemici una lunga gioia né a loro stessi un dolore più lungo.
Intanto a Labieno, tramite i Remi, giunge con incredibile rapidità la notizia della vittoria di Cesare, al punto che, pur distando egli circa sessanta miglia dagli accampamenti invernali di Cicerone, e pur essendo arrivato Cesare dopo l'ora nona del giorno, prima di mezzanotte si levò un clamore alle porte dell'accampamento, con cui i Remi facevano a Labieno l'annuncio della vittoria e le congratulazioni.Giunta questa notizia presso i Treveri, Indutiomaro, che il giorno dopo aveva deciso di attaccare l'accampamento di Labieno, fugge di notte e riconduce tutte le truppe presso i Treveri.Cesare rimanda Fabio con la sua legione negli accampamenti invernali, mentre lui stesso decide di svernare con tre legioni intorno a Samarobriva in tre accampamenti, e, poiché in Gallia erano scoppiati moti così gravi, decide di restare per tutto l'inverno presso l'esercito.Infatti, giunta la notizia di quel disastro sulla morte di Sabino, quasi tutte le città della Gallia discutevano di guerra, mandavano messaggeri e ambascerie in ogni direzione, cercavano di scoprire quale decisione prendere e da dove far partire l'inizio della guerra, e tenevano di notte assemblee in luoghi deserti.E non passò quasi alcun momento di tutto l'inverno senza l'ansia di Cesare, senza che ricevesse qualche notizia sui piani e sull'agitazione dei Galli.Tra queste, da Lucio Roscio, che aveva posto a capo della tredicesima legione, fu informato che grandi truppe di Galli di quelle città che sono chiamate Armoricane si erano radunate per assalirlo e non distavano più di otto miglia dal suo accampamento invernale, ma, giunta la notizia della vittoria di Cesare, si erano allontanate, al punto che la ritirata sembrava simile a una fuga.
Cesare invece, fatti convocare presso di sé i capi di ciascuna città, mantenne fedele buona parte della Gallia, ora spaventandoli, quando dichiarava di sapere ciò che accadeva, ora incoraggiandoli.Tuttavia i Senoni, che sono una città tra le più forti e di grande autorità presso i Galli, avendo tentato con decisione pubblica di uccidere Cavarino, che Cesare aveva posto tra loro come re, il cui fratello Moritasgo e i cui antenati avevano tenuto il regno all'epoca dell'arrivo di Cesare in Gallia, poiché egli se n'era accorto in tempo ed era fuggito, lo inseguirono fino ai confini e lo scacciarono dal regno e dalla patria, e, mandati ambasciatori a Cesare per scusarsi, quando egli ordinò che tutto il loro senato venisse da lui, non obbedirono all'ordine.Tanto valse presso uomini barbari il fatto che si fossero trovati alcuni capi pronti a muovere guerra, e tanto grande cambiamento di volontà produsse in tutti, che, a parte gli Edui e i Remi, che Cesare tenne sempre in speciale onore, gli uni per l'antica e costante fedeltà verso il popolo romano, gli altri per i recenti servigi resi nella guerra gallica, quasi nessuna città non fu sospetta a noi.E non so nemmeno se ciò sia da meravigliarsi, sia per molte altre ragioni, sia soprattutto perché coloro che per valore militare erano anteposti a tutti i popoli soffrivano gravissimamente di aver perso a tal punto quella reputazione da dover subire gli ordini del popolo romano.
I Treveri invece, e Indutiomaro con loro, non tralasciarono per tutto l'inverno di mandare ambasciatori oltre il Reno, di sobillare le popolazioni, di promettere denaro, dicendo che, essendo stata uccisa una gran parte del nostro esercito, ne restava una parte molto più piccola.Tuttavia non si riuscì a convincere nessuna popolazione dei Germani ad attraversare il Reno, dato che dicevano di averlo già sperimentato due volte, con la guerra di Ariovisto e con il passaggio dei Tencteri:che non avrebbero più tentato la sorte.Deluso in questa speranza, Indutiomaro cominciò comunque a radunare truppe, ad addestrarle, a procurarsi cavalli dai popoli vicini, ad attirare a sé con grandi ricompense esuli e condannati da tutta la Gallia.E con queste azioni si era già procurato in Gallia un'autorità tale che da ogni parte accorrevano da lui ambascerie, e chiedevano il suo favore e la sua amicizia, pubblicamente e privatamente.
Quando comprese che si veniva da lui spontaneamente, che da un lato i Senoni e i Carnuti erano spinti dalla consapevolezza della loro colpa, dall'altro i Nervi e gli Aduatuci preparavano la guerra contro i Romani, e che non gli sarebbero mancate truppe di volontari se fosse uscito dai suoi confini, indice un'assemblea armata.Questo è, secondo l'usanza dei Galli, l'inizio della guerra: per legge comune tutti gli uomini in età militare sono soliti convenire in armi.Chi di loro arriva per ultimo viene ucciso in presenza della folla, sottoposto a ogni tipo di tortura.In quell'assemblea dichiara nemico Cingetorige, capo dell'altra fazione, suo genero, che, come abbiamo mostrato sopra, aveva seguito fedelmente Cesare e non si era allontanato da lui, e ne confisca i beni.Fatto questo, annuncia nell'assemblea di essere stato chiamato dai Senoni, dai Carnuti e da parecchie altre città della Gallia;che si sarebbe diretto là attraverso il territorio dei Remi, devastandone le terre, e che prima di farlo avrebbe assalito l'accampamento di Labieno.Dà disposizioni su ciò che vuole sia fatto.
Labieno, siccome si manteneva in un accampamento fortificato sia dalla natura del luogo sia dall'opera dell'uomo, non temeva alcun pericolo per sé né per la legione;pensava piuttosto a non lasciarsi sfuggire nessuna occasione di agire con successo.Perciò, saputo da Cingetorige e dai suoi parenti il discorso che Indutiomaro aveva tenuto nell'assemblea, invia messaggeri alle città vicine e richiama da ogni parte la cavalleria:fissa loro un giorno preciso per radunarsi.Intanto Indutiomaro girava quasi ogni giorno con tutta la cavalleria intorno al suo accampamento, ora per conoscere la posizione del campo, ora per parlare o per incutere paura:i suoi cavalieri per lo più scagliavano tutti i giavellotti dentro il vallo.Labieno tratteneva i suoi dentro le fortificazioni e accresceva, con tutti i mezzi che poteva, l'impressione di paura.
Mentre Indutiomaro si avvicinava all'accampamento con disprezzo crescente di giorno in giorno, Labieno, fatti entrare di notte i cavalieri di tutte le città vicine che aveva fatto convocare, tenne tutti i suoi uomini dentro l'accampamento sotto sorveglianza con tanta cura che in nessun modo la cosa poté essere svelata o riferita ai Treveri.Intanto, secondo la sua abitudine quotidiana, Indutiomaro si avvicina all'accampamento e lì trascorre buona parte della giornata;i suoi cavalieri scagliano giavellotti e con grande arroganza di parole sfidano i nostri a battaglia.Non avendo ricevuto alcuna risposta dai nostri, quando lo ritengono opportuno, verso sera si allontanano dispersi e sbandati.Improvvisamente Labieno fa uscire tutta la cavalleria da due porte;ordina e comanda che, una volta atterriti i nemici e messi in fuga (cosa che prevedeva sarebbe accaduta, come infatti accadde), tutti puntino a Indutiomaro, e che nessuno ferisca qualcuno prima di averlo visto ucciso, perché non voleva che, per il ritardo degli altri, egli trovasse il modo di sfuggire;promette grandi ricompense a chi lo uccida;invia coorti in aiuto della cavalleria.La fortuna approva il piano dell'uomo: mentre tutti puntavano su un solo bersaglio, Indutiomaro, sorpreso proprio nel guado del fiume, viene ucciso, e la sua testa è riportata all'accampamento:i cavalieri, tornando indietro, inseguono e uccidono quanti possono.Saputo questo, tutte le truppe degli Eburoni e dei Nervi che si erano radunate si disperdono, e dopo questo fatto Cesare ebbe la Gallia un poco più tranquilla.
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