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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro V, capitolo 52
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Temendo di inseguirli troppo oltre, poiché si frapponevano boschi e paludi e vedeva che quel luogo non poteva essere abbandonato nemmeno per un piccolo danno, arrivò lo stesso giorno da Cicerone con tutte le sue truppe incolumi. Ammira le torri costruite, le testuggini e le fortificazioni dei nemici; fatta schierare la legione, viene a sapere che non un soldato su dieci era rimasto senza ferita: da tutte queste cose giudica con quanto pericolo e con quanto valore fossero state condotte le operazioni. loda Cicerone secondo il suo merito e loda la legione; si rivolge a uno a uno ai centurioni e ai tribuni militari, di cui aveva saputo dalla testimonianza di Cicerone che il valore era stato straordinario. Sulla sorte di Sabino e Cotta viene a sapere con maggior certezza dai prigionieri. Il giorno dopo, tenuta un'assemblea, espone l'accaduto, consola e incoraggia i soldati: insegna che il danno subito per colpa e imprudenza del legato va sopportato con animo più sereno, perché, grazie al favore degli dèi immortali e al loro valore, riparata la sciagura, non resta ai nemici una lunga gioia né a loro stessi un dolore più lungo.
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