Caricamento…
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latino · Cesare · opera integrale
Tutto il libro VI del De bello Gallico con traduzione italiana affiancata, capitolo per capitolo. Tocca una parola latina: sopra hai il suo significato, e la sua resa si accende nella traduzione.
In questo libro: La caccia ad Ambiorige e il celebre confronto etnografico tra Galli e Germani: druidi, dèi e costumi.
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano
Per molte ragioni Cesare, aspettandosi un sommovimento più grave della Gallia, decise di far tenere una leva per mezzo dei legati Marco Silano, Gaio Antistio Regino e Tito Sestio;allo stesso tempo chiese al proconsole Gneo Pompeo, poiché egli stesso restava presso Roma con l'imperio per motivi di stato, che ordinasse a quelli che aveva arruolato nella Gallia Cisalpina col giuramento militare al console di radunarsi alle insegne e di partire per raggiungerlo, ritenendo importante, anche per il futuro, riguardo alla reputazione della Gallia, che le risorse dell'Italia apparissero così grandi che, se si fosse subito qualche danno in guerra, non solo lo si potesse riparare in breve tempo, ma anche accrescerlo con truppe maggiori.Poiché Pompeo concesse questo sia allo stato sia all'amicizia, con una leva condotta rapidamente per mezzo dei suoi, allestite e portate tre legioni prima della fine dell'inverno e raddoppiato il numero delle coorti di quelle che aveva perso con Quinto Titurio, dimostrò con la rapidità e con le truppe che cosa potessero la disciplina e le risorse del popolo romano.
Ucciso Induziomaro, come abbiamo mostrato, il comando viene affidato dai Treviri ai suoi parenti.Quelli non smettono di sobillare i Germani confinanti e di promettere denaro.Non potendo ottenerlo dai più vicini, ne tentano di più lontani.Trovate alcune città disposte, si legano tra loro con giuramento e si garantiscono con ostaggi riguardo al denaro:Si uniscono Ambiorige con alleanza e patto.Saputo ciò, Cesare, vedendo che da ogni parte si preparava la guerra, che i Nervi, gli Aduatuci e i Menapi, uniti tutti i Germani cisrenani, erano in armi, che i Senoni non venivano al comando e comunicavano i piani con i Carnuti e le città confinanti, che i Treveri sobillavano i Germani con frequenti ambascerie, pensò di doversi preoccupare della guerra più tempestivamente.
Perciò, non ancora finito l'inverno, radunate le quattro legioni più vicine, marciò all'improvviso nel territorio dei Nervi e, prima che quelli potessero radunarsi o fuggire, catturato un gran numero di bestiame e di uomini e concesso quel bottino ai soldati, devastati i campi, li costrinse ad arrendersi e a dargli ostaggi.Conclusa rapidamente questa impresa, ricondusse di nuovo le legioni negli accampamenti d'inverno.Convocata l'assemblea della Gallia all'inizio della primavera, come era solito fare, poiché tutti gli altri erano venuti tranne i Senoni, i Carnuti e i Treveri, ritenendo che questo fosse l'inizio della guerra e della ribellione, per far sembrare di posporre ogni altra cosa, trasferisce l'assemblea a Lutezia dei Parisi.Questi erano confinanti con i Senoni e avevano unito la loro città a memoria dei padri, ma si riteneva che fossero rimasti estranei a questo piano.Annunciata questa cosa dal tribunale, lo stesso giorno parte con le legioni contro i Senoni e vi giunge con marce forzate.
Saputo del suo arrivo, Accone, che era stato il promotore di questo piano, ordina che la moltitudine si raduni nelle città.Mentre tentavano, prima che ciò potesse compiersi, si annuncia che i Romani sono presenti.Costretti dalla necessità abbandonano il proposito e inviano ambasciatori a Cesare per chiedere perdono:vi si rivolgono tramite gli Edui, la cui città era da tempo antico sotto la loro protezione.Cesare concede volentieri il perdono agli Edui che lo chiedono e accetta la scusa, poiché riteneva che la stagione estiva fosse propria della guerra imminente, non di un'inchiesta.Imposti cento ostaggi, li consegna agli Edui perché li custodiscano.Allo stesso modo i Carnuti inviano ambasciatori e ostaggi, servendosi come intermediari dei Remi, dei quali erano clienti:portano le stesse risposte.Cesare conclude l'assemblea e ordina alle città di fornire cavalieri.
Pacificata questa parte della Gallia, si dedica interamente, con mente e animo, alla guerra contro i Treveri e Ambiorige.Ordina a Cavarino di partire con sé con la cavalleria dei Senoni, perché non sorgesse qualche sommossa della città a causa dell'ira di costui o dell'odio per quanto aveva meritato.Stabilite queste cose, poiché riteneva certo che Ambiorige non avrebbe combattuto in battaglia, considerava tra sé gli altri suoi piani.I Menapi erano vicini al territorio degli Eburoni, protetti da paludi e boschi ininterrotti, i soli in tutta la Gallia che non avevano mai inviato ambasciatori a Cesare per la pace.Sapeva che Ambiorige aveva un legame di ospitalità con questi;sapeva anche che, tramite i Treveri, era entrato in amicizia con i Germani.Riteneva che questi aiuti dovessero essergli tolti prima di attaccarlo in guerra, perché non fosse costretto, disperando della salvezza, a nascondersi tra i Menapi o a scontrarsi con i popoli oltre il Reno.Preso questo piano, invia a Labieno, tra i Treveri, i bagagli di tutto l'esercito e ordina a due legioni di partire verso di lui;egli stesso parte contro i Menapi con cinque legioni leggere.Quelli, senza aver radunato alcuna forza, fidando nella protezione del terreno, si rifugiano nei boschi e nelle paludi e vi portano i loro averi.
Cesare, divise le truppe con il legato Gaio Fabio e il questore Marco Crasso, costruiti rapidamente dei ponti, avanza su tre colonne, incendia case e villaggi, si impadronisce di un gran numero di bestiame e di uomini.Spinti da questi fatti, i Menapi mandano ambasciatori a lui per chiedere la pace.Egli, ricevuti gli ostaggi, assicura che li considererà nel numero dei nemici, se avessero accolto nel loro territorio Ambiorige o i suoi ambasciatori.Stabilite queste condizioni, lascia Commio l'Atrebate con la cavalleria come guardia presso i Menapi;egli stesso parte verso i Treveri.
Mentre questi fatti si svolgevano a opera di Cesare, i Treveri, radunate grandi forze di fanteria e cavalleria, si preparavano ad assalire Labieno con l'unica legione che aveva svernato nel loro territorio, e ormai distavano da lui non più di due giorni di marcia, quando vengono a sapere che due legioni erano arrivate per ordine di Cesare.Posto l'accampamento a quindici miglia di distanza, decidono di aspettare i rinforzi dei Germani.Labieno, conosciuto il piano dei nemici, sperando che dalla loro temerarietà sarebbe nata qualche occasione di combattere, lasciato a guardia dei bagagli un presidio di cinque coorti, parte contro il nemico con venticinque coorti e una grande cavalleria e, interposto uno spazio di mille passi, fortifica l'accampamento.Tra Labieno e il nemico c'era un fiume difficile da guadare e con le rive scoscese.Egli stesso non aveva intenzione di attraversarlo, né pensava che i nemici lo avrebbero attraversato.Cresceva ogni giorno la speranza di rinforzi.Dice apertamente nell'assemblea che, poiché si diceva che i Germani si stessero avvicinando, non avrebbe messo a rischio la propria sorte e quella dell'esercito, e che il giorno dopo, all'alba, avrebbe levato il campo.Queste parole vengono riferite rapidamente ai nemici, poiché la loro natura spingeva alcuni, tra il gran numero di cavalieri Galli, a favorire la causa dei Galli.Labieno, convocati di notte i tribuni militari e i centurioni di primo rango, espone qual è il suo piano e, per dare più facilmente ai nemici un sospetto di timore, ordina che il campo venga levato con maggiore strepito e tumulto di quanto sia l'uso del popolo romano.Con questi accorgimenti rese la partenza simile a una fuga.Anche questi fatti, prima dell'alba e nonostante la grande vicinanza degli accampamenti, vengono riferiti ai nemici dagli esploratori.
La retroguardia era appena uscita dalle fortificazioni, quando i Galli, incitandosi a vicenda a non lasciarsi sfuggire di mano la preda sperata (dicendo che era troppo lungo aspettare l'aiuto dei Germani mentre i Romani erano già atterriti, e che la loro dignità non tollerava che, con forze così grandi, non osassero assalire una schiera tanto esigua, per di più in fuga e impedita), non esitano ad attraversare il fiume e ad attaccare battaglia in una posizione svantaggiosa.Labieno, sospettando che ciò sarebbe accaduto, per attirarli tutti al di qua del fiume, avanzava tranquillamente usando la stessa finzione di marcia.Allora, fatti avanzare un poco i bagagli e collocatili su un'altura, disse: «Avete, soldati, l'occasione che avete cercato:tenete il nemico in una posizione impedita e svantaggiosa:mostrate a noi, vostri comandanti, lo stesso valore che spesso avete mostrato al comandante supremo, e pensate che egli sia presente e veda tutto questo di persona».Allo stesso tempo ordina che le insegne siano rivolte verso il nemico e che lo schieramento venga disposto e, mandate poche squadre a guardia dei bagagli, dispone il resto della cavalleria sui fianchi.Rapidamente i nostri, levato un grido, scagliano i giavellotti contro i nemici.Quelli, quando videro, contro ogni aspettativa, che coloro che credevano in fuga venivano verso di loro a insegne spiegate, non riuscirono nemmeno a reggere l'assalto e, gettati in fuga al primo scontro, cercarono i boschi più vicini.Labieno, inseguitili con la cavalleria, uccisone un gran numero, catturatine molti, pochi giorni dopo sottomise la loro comunità.I Germani che venivano in aiuto, saputa la fuga dei Treveri, tornarono a casa.Insieme a loro, i parenti di Indutiomaro, che erano stati gli istigatori della rivolta, accompagnandoli uscirono dalla comunità.A Cingetorige, di cui abbiamo mostrato che era rimasto fedele fin dall'inizio, fu affidato il primato e il comando.
Cesare, dopo essere venuto dai Menapi tra i Treveri, decise di attraversare il Reno per due motivi;il primo era che i Treveri avevano mandato aiuti contro di lui, il secondo, perché Ambiorige non trovasse rifugio presso di loro.Stabilite queste cose, decise di costruire un ponte poco sopra il luogo dove prima aveva fatto passare l'esercito.Con il metodo noto e già collaudato, grazie al grande impegno dei soldati, l'opera viene completata in pochi giorni.Lasciato tra i Treveri un solido presidio a guardia del ponte, perché non nascesse all'improvviso qualche sommossa da parte loro, fa passare il resto delle truppe e la cavalleria.Gli Ubi, che prima avevano dato ostaggi ed erano venuti a resa, gli mandano ambasciatori per giustificarsi, incaricati di dimostrare che né erano stati mandati aiuti dalla loro comunità ai Treveri né la parola data era stata tradita da parte loro:chiedono e supplicano che risparmi loro, affinché per l'odio comune verso i Germani gli innocenti non paghino la pena al posto dei colpevoli;se avesse voluto più ostaggi, promettono di darli.Cesare, esaminata la questione, scopre che gli aiuti erano stati mandati dai Suebi;Accetta le giustificazioni degli Ubi e indaga sugli accessi e sulle vie verso i Suebi.
Nel frattempo, pochi giorni dopo, viene informato dagli Ubi che tutti i Suebi radunano le truppe in un unico luogo e ordinano alle popolazioni sotto il loro dominio di mandare aiuti di fanteria e cavalleria.Saputo questo, provvede al rifornimento di grano e sceglie un luogo adatto per l'accampamento;Ordina agli Ubi di ritirare il bestiame e di portare tutti i loro beni dai campi nelle città, sperando che uomini barbari e inesperti, spinti dalla mancanza di viveri, possano essere condotti a una condizione di combattimento svantaggiosa;Ordina loro di mandare frequenti esploratori tra i Suebi e di scoprire cosa accada presso di loro.Quelli eseguono gli ordini e, dopo pochi giorni, riferiscono:che tutti i Suebi, dopo che erano giunte notizie più sicure sull'esercito dei Romani, si erano ritirati con tutte le truppe proprie e degli alleati che avevano radunato, fin nei territori più remoti:che là c'è una foresta di dimensioni sconfinate, chiamata Bacenis;che questa si estende molto all'interno e, frapposta come un muro naturale, protegge i Cherusci dai Suebi e i Suebi dai Cherusci, dalle offese e dalle incursioni:che i Suebi avevano deciso di aspettare l'arrivo dei Romani all'inizio di quella foresta.
Poiché si è giunti a questo punto, non sembra fuori luogo esporre i costumi della Gallia e della Germania, e in che cosa questi popoli differiscano tra loro.In Gallia non solo in tutte le città e in tutti i cantoni e distretti, ma quasi anche nelle singole case ci sono fazioni, e i capi di queste fazioni sono coloro che si ritiene abbiano la massima autorità a giudizio della gente, tanto che al loro arbitrio e giudizio fa capo la decisione suprema su ogni cosa e su ogni consiglio.E questa usanza sembra essere stata istituita fin dall'antichità per questo motivo, perché nessuno del popolo avesse bisogno di aiuto contro chi è più potente:Ciascuno infatti non tollera che i propri uomini vengano oppressi e raggirati, e, se si comportasse altrimenti, non avrebbe alcuna autorità tra i suoi.Questo stesso sistema vale nell'insieme di tutta la Gallia:infatti tutte le città sono divise in due schieramenti.
Quando Cesare giunse in Gallia, i capi di una fazione erano gli Edui, dell'altra i Sequani.Questi, poiché da soli erano meno forti, dal momento che la massima autorità fin dall'antichità apparteneva agli Edui e grandi erano le loro clientele, si erano legati i Germani e Ariovisto, e li avevano attirati dalla loro parte con grandi sacrifici e promesse.Anzi, dopo aver condotto con successo parecchie battaglie e sterminata tutta la nobiltà degli Edui, li avevano tanto superati in potenza che attiravano dagli Edui a sé gran parte dei loro clienti, e ne ricevevano in ostaggio i figli dei capi, e li costringevano a giurare pubblicamente di non tramare nulla contro i Sequani, e possedevano, occupata con la forza, una parte del territorio confinante, e ottenevano il predominio su tutta la Gallia.Spinto da questa necessità, Diviciaco era partito per Roma, verso il senato, per chiedere aiuto, ed era tornato senza aver concluso nulla.Con l'arrivo di Cesare, mutata la situazione, restituiti agli Edui gli ostaggi, ristabilite le antiche clientele, procurate nuove per mezzo di Cesare, poiché coloro che si erano aggregati alla loro amicizia vedevano di godere di una condizione migliore e di un dominio più equo, accresciuti in ogni altra cosa il loro prestigio e la loro autorità, i Sequani avevano perso il predominio.Al loro posto erano subentrati i Remi:E poiché si capiva che questi eguagliavano in favore presso Cesare gli Edui, coloro che per antiche inimicizie non potevano in alcun modo unirsi agli Edui si mettevano come clienti sotto la protezione dei Remi.I Remi li proteggevano con cura:così mantenevano un'autorità nuova e raccolta all'improvviso.La situazione era allora tale che gli Edui erano considerati di gran lunga i primi, e i Remi occupavano il secondo posto per prestigio.
In tutta la Gallia gli uomini che godono di un qualche rango e prestigio si dividono in due categorie.Infatti il popolo è tenuto quasi al pari degli schiavi, non osa nulla di propria iniziativa e non è ammesso ad alcuna decisione.I più, quando sono oppressi dai debiti, dal peso dei tributi o dai soprusi dei potenti, si offrono in schiavitù.I nobili hanno su di loro tutti gli stessi diritti che i padroni hanno sugli schiavi.Ma di queste due categorie una è quella dei druidi, l'altra quella dei cavalieri.I druidi si occupano delle cose divine, curano i sacrifici pubblici e privati, interpretano le pratiche religiose:presso di loro accorre un gran numero di giovani per essere istruito, ed essi godono di grande prestigio presso quel popolo.Infatti quasi su tutte le controversie pubbliche e private essi decidono, e se è stato commesso un delitto, se è stato compiuto un omicidio, se vi è controversia sull'eredità o sui confini, sono loro a giudicare, a stabilire premi e pene;se un privato o un intero popolo non si è attenuto alla loro decisione, gli vietano i sacrifici.Questa è per loro la pena più grave.Coloro a cui è stato così vietato sono considerati nel numero degli empi e dei criminali, tutti si allontanano da loro, ne evitano l'incontro e la conversazione, per non ricevere qualche danno dal contagio, e a loro, pur chiedendolo, non si rende giustizia né si concede alcun onore.A capo di tutti questi druidi c'è un solo capo, che detiene tra loro la massima autorità.Morto costui, gli succede chi tra gli altri eccelle per prestigio, oppure, se ce ne sono più di uno alla pari, contendono il predominio con il voto dei druidi, e talvolta anche con le armi.Costoro, in un periodo fisso dell'anno, si riuniscono in un luogo consacrato nel territorio dei Carnuti, regione che è ritenuta al centro di tutta la Gallia.Qui convengono da ogni parte tutti quelli che hanno controversie, e si sottomettono alle loro decisioni e sentenze.Si ritiene che questa dottrina sia stata scoperta in Britannia e di là portata in Gallia, e ora chi vuole conoscerla più a fondo per lo più parte per quell'isola allo scopo di apprenderla.
I druidi sono soliti astenersi dalla guerra e non pagano i tributi insieme agli altri;hanno l'esenzione dal servizio militare e l'immunità da ogni obbligo.Spinti da vantaggi così grandi, molti accorrono di propria iniziativa a questo insegnamento, e altri vi sono mandati dai genitori e dai parenti.Si dice che là imparino a memoria un gran numero di versi.Perciò alcuni rimangono nell'insegnamento per vent'anni.E ritengono che non sia lecito affidarlo alla scrittura, sebbene per quasi tutte le altre cose, nei conti pubblici e privati, usino l'alfabeto greco.Mi sembra che abbiano stabilito questo per due motivi: perché non vogliono che l'insegnamento si diffonda tra il volgo, e perché non vogliono che quelli che imparano, fidandosi della scrittura, si applichino di meno alla memoria:Ciò infatti accade quasi a tutti: che, confidando nell'aiuto della scrittura, allentino l'impegno nell'imparare a fondo e la memoria.Anzitutto vogliono persuadere che le anime non periscono, ma passano dopo la morte da un corpo all'altro, e ritengono che così, dimenticando la paura della morte, gli uomini siano spinti al massimo al valore.Discutono inoltre molto sugli astri e il loro movimento, sulla grandezza del mondo e delle terre, sulla natura delle cose, sulla forza e sul potere degli dèi immortali, e lo insegnano ai giovani.
L'altro ceto è quello dei cavalieri.Costoro, quando ce n'è bisogno e scoppia qualche guerra, cosa che prima dell'arrivo di Cesare accadeva quasi ogni anno, per il fatto che essi stessi arrecavano offese o respingevano quelle subite, sono tutti impegnati in guerra, e ciascuno di loro, quanto più è ragguardevole per nascita e per risorse, tanti più vassalli e clienti tiene intorno a sé.Conoscono solo questo tipo di prestigio e potere.
Il popolo dei Galli è del tutto dedito alle pratiche religiose e per questo motivo coloro che sono colpiti da malattie piuttosto gravi e coloro che si trovano in battaglie e pericoli o immolano uomini come vittime o fanno voto di immolare se stessi, e si servono dei druidi come officianti per questi sacrifici, poiché ritengono che, se la vita di un uomo non viene resa in cambio della vita di un altro uomo, la volontà degli dei immortali non possa essere placata, e hanno pubblicamente istituito sacrifici dello stesso genere.Altri hanno statue di enorme grandezza, le cui membra, intrecciate di vimini, riempiono con uomini vivi;e, date alle fiamme queste statue, gli uomini, avvolti dal fuoco, muoiono.Ritengono che i supplizi di coloro che sono stati colti in furto, in brigantaggio o in qualche altra colpa siano più graditi agli dei immortali;ma, quando viene meno la disponibilità di persone di questo tipo, scendono persino ai supplizi degli innocenti.
Tra gli dei venerano soprattutto Mercurio.Di lui esistono numerosissime statue:lo dicono inventore di tutte le arti, guida delle strade e dei viaggi, e ritengono che abbia grandissimo potere sui guadagni di denaro e sui commerci.Dopo di lui, Apollo, Marte, Giove e Minerva.Su di essi hanno un'opinione quasi identica a quella delle altre popolazioni:Apollo scaccia le malattie, Minerva insegna i rudimenti dei lavori e delle arti manuali, Giove detiene il dominio delle cose celesti, Marte governa le guerre.A lui, quando decidono di combattere in battaglia, votano per lo più le cose che avranno preso in guerra:quando hanno vinto, immolano gli animali catturati e portano le restanti cose in un unico luogo.In molte città-stato è possibile vedere cumuli di queste cose innalzati in luoghi consacrati;e non capita spesso che qualcuno, trascurando la religione, osi nascondere presso di sé il bottino o portare via le offerte depositate: per questo fatto è stabilito un supplizio gravissimo con tortura.
I Galli dichiarano di discendere tutti dal padre Dite e dicono che questo sia stato tramandato dai druidi.Per questo motivo misurano le divisioni di ogni tempo non dal numero dei giorni ma delle notti;osservano i compleanni e gli inizi dei mesi e degli anni in modo tale che il giorno segua la notte.Nelle altre usanze della vita differiscono dagli altri popoli quasi per questo, che non permettono ai propri figli di avvicinarsi a loro apertamente se non quando sono cresciuti abbastanza da poter sostenere il compito del servizio militare, e considerano vergognoso che il figlio, in età infantile, stia accanto al padre in pubblico, alla sua presenza.
I mariti, fatta una stima, mettono in comune con le doti altrettante somme di denaro prelevate dai propri beni, quante ne hanno ricevute dalle mogli a titolo di dote.Di tutto questo patrimonio si tiene un conto congiunto e se ne conservano i frutti:quale dei due sopravviva in vita, a lui passa la parte di entrambi insieme ai frutti degli anni passati.I mariti hanno sulle mogli, come sui figli, il potere di vita e di morte;e quando un padre di famiglia di condizione piuttosto elevata muore, i suoi parenti si riuniscono e, se il sospetto cade sulla sua morte, interrogano le mogli alla maniera che si usa con gli schiavi, e se viene accertato qualcosa, le uccidono torturandole con il fuoco e ogni tortura.I funerali sono sontuosi e costosi rispetto al tenore di vita dei Galli;e tutte le cose che ritengono siano state care ai defunti quando erano vivi le gettano nel fuoco, persino gli animali, e poco prima della nostra epoca gli schiavi e i clienti di cui era noto che fossero stati amati da loro venivano cremati insieme a loro, una volta compiute le esequie regolari.
Le città-stato che sono ritenute amministrare più efficacemente la cosa pubblica hanno sancito per legge che, se qualcuno avrà appreso qualcosa sullo stato per sentito dire o per diceria dai vicini, lo riferisca al magistrato e non lo comunichi a nessun altro, poiché è noto che spesso uomini avventati e inesperti sono terrorizzati da false dicerie, sono spinti a un delitto e prendono decisioni sulle questioni più importanti.I magistrati tengono nascosto ciò che sembra loro opportuno e rivelano alla popolazione ciò che hanno giudicato utile.Non è permesso parlare della cosa pubblica se non tramite l'assemblea.
I Germani si distinguono molto da questa usanza.Infatti non hanno druidi che presiedano alle cose divine, né si dedicano ai sacrifici.Nel novero degli dèi annoverano soltanto quelli che vedono e dal cui potere sono apertamente aiutati, il Sole, Vulcano e la Luna; degli altri non hanno sentito nemmeno la fama.Tutta la loro vita si svolge nella caccia e negli esercizi militari:fin da piccoli si dedicano alla fatica e alla resistenza.Chi resta più a lungo impubere ottiene la massima lode fra i suoi:pensano che questo rafforzi, chi la statura, chi le forze e i nervi.Aver conosciuto una donna prima dei vent'anni lo considerano fra le cose più vergognose;e di questo non vi è alcun occultamento, perché si lavano insieme nudi nei fiumi e usano come vestito pelli o piccoli mantelli di renna, con gran parte del corpo nuda.
Non si dedicano all'agricoltura, e la maggior parte del loro sostentamento consiste in latte, formaggio e carne.E nessuno possiede un'estensione fissa di terra o confini propri;ma i magistrati e i capi assegnano ogni anno alle stirpi e ai gruppi di parenti che si sono uniti insieme la quantità di terra e il luogo che sembra loro opportuno, e li costringono l'anno dopo a trasferirsi altrove.Di questo adducono molte ragioni:perché, presi da un'abitudine costante, non scambino la passione per la guerra con l'agricoltura;perché non cerchino di procurarsi vasti territori, e i più potenti scaccino i più deboli dai loro possedimenti;perché non costruiscano con troppa cura per proteggersi dal freddo e dal caldo;perché non sorga alcuna brama di ricchezza, dalla quale nascono fazioni e discordie;affinché mantengano il popolo in uno stato d'animo equo, dato che ciascuno vede che le proprie ricchezze si eguagliano a quelle dei più potenti.
Per le popolazioni la lode più grande è avere, tutt'intorno a sé, territori devastati il più ampiamente possibile e ridotti a deserto.Considerano proprio del valore che i vicini, cacciati dalle terre, si ritirino, e che nessuno osi stabilirsi nelle vicinanze;e al tempo stesso ritengono che così saranno più al sicuro, una volta eliminata la paura di un'incursione improvvisa.Quando una comunità respinge una guerra portata contro di sé o la scatena essa stessa, vengono eletti dei magistrati che dirigano quella guerra, affinché abbiano potere di vita e di morte.In tempo di pace non esiste alcun magistrato comune, ma i capi delle regioni e dei villaggi amministrano la giustizia fra i loro e risolvono le controversie.Le razzie che avvengono fuori dai confini di ciascuna comunità non hanno alcuna cattiva fama, e dichiarano che si compiono per esercitare i giovani e per ridurre l'ozio.E quando uno dei capi ha detto in assemblea che sarà lui il comandante, chi vuole seguirlo si faccia avanti; si alzano quelli che approvano sia la causa sia l'uomo, promettono il proprio aiuto e vengono lodati dalla folla:chi tra questi non lo ha seguito viene annoverato nel numero dei disertori e dei traditori, e in seguito gli viene negata la fiducia in ogni cosa.Non ritengono lecito fare torto a un ospite;chi è venuto da loro per qualsiasi motivo, lo proteggono da ogni offesa e lo considerano sacro, e per lui le case di tutti sono aperte e il cibo viene condiviso.
Vi fu un tempo, in passato, in cui i Galli superavano i Germani in valore, muovevano loro guerra per primi, e per l'eccesso di popolazione e la scarsità di terra mandavano coloni oltre il Reno.Perciò le terre più fertili della Germania intorno alla selva Ercinia, che (a quanto vedo) è nota per fama a Eratostene e ad alcuni Greci, e che quei popoli chiamano Orcinia, se le occuparono i Volci Tettosagi, e vi si stabilirono;e quel popolo si mantiene fino a oggi in queste sedi, e gode della più alta reputazione di giustizia e di gloria militare.Ora, poiché i Germani restano nella stessa povertà, indigenza e resistenza di un tempo, conducono lo stesso genere di vita e di cura del corpo;Ai Galli invece la vicinanza delle province e la conoscenza dei prodotti d'oltremare offrono molte cose in abbondanza e per l'uso quotidiano, e, abituati a poco a poco a essere superati e vinti in molte battaglie, non si paragonano più nemmeno loro stessi a quelli in valore.
La larghezza di questa selva Ercinia, di cui si è già parlato sopra, si estende per nove giorni di cammino a un uomo senza bagagli:infatti non si può altrimenti definirla, e non conoscono le misure delle distanze.Comincia dai confini degli Elvezi, dei Nemeti e dei Rauraci, e si estende in linea retta lungo il corso del fiume Danubio fino ai confini dei Daci e degli Anarti;da qui si piega a sinistra, lontano dal fiume, attraverso regioni diverse, e tocca i confini di molti popoli per la sua vastità;e non c'è nessuno, tra questi Germani, che dica di essere arrivato all'inizio di questa selva, pur avendo percorso un cammino di sessanta giorni, o che abbia saputo da quale luogo nasca:ed è noto che in essa nascono molte specie di animali selvatici, che non sono state viste in altri luoghi;tra questi, ecco quelli che differiscono di più dagli altri e sembrano meritevoli di essere ricordati.
C'è un bue dalla forma di un cervo, dalla cui fronte, tra le orecchie, si erge un solo corno, più alto e più dritto di quelli a noi noti:dalla sua sommità, come dei rami di palma, si diffondono largamente.La stessa è la natura della femmina e del maschio, la stessa la forma e la grandezza delle corna.
Ci sono inoltre animali chiamati alci.La loro forma e la varietà del pelo sono simili a quelle delle capre, ma le superano un poco in grandezza, sono prive di corna e hanno le zampe senza nodi né articolazioni; non si sdraiano mai per riposare, né, se sono cadute per qualche disgrazia, possono rialzarsi o sollevarsi.Per loro gli alberi servono da giaciglio:vi si appoggiano e così, appena un poco reclinate, prendono riposo.Quando i cacciatori, dalle loro tracce, si sono accorti in quale luogo sono solite ritirarsi, in quel punto tagliano tutti gli alberi alla radice o li incidono, in modo che ne resti solo l'apparenza che stiano ancora in piedi.Quando per abitudine vi si appoggiano, abbattono col loro peso gli alberi ormai deboli e cadono insieme a loro.
Il terzo tipo è quello degli animali chiamati uri.Sono di poco più piccoli degli elefanti quanto a grandezza, ma per aspetto, colore e forma sono simili al toro.Hanno una grande forza e una grande velocità, e non risparmiano né l'uomo né la belva che hanno scorto.Li catturano con cura nelle fosse e li uccidono.I giovani si temprano con questa fatica e si esercitano in questo tipo di caccia, e chi ne ha uccisi moltissimi, portando in pubblico le corna come prova, ne riceve grande lode.Ma non possono abituarsi all'uomo e addomesticarsi, neppure se presi da piccoli.La grandezza, la forma e l'aspetto delle loro corna differiscono molto da quelle dei nostri buoi.Le procurano con cura e ne rivestono d'argento i bordi, usandole come coppe nei banchetti più sontuosi.
Cesare, dopo aver appreso tramite esploratori Ubii che gli Svevi si erano ritirati nelle selve, temendo la scarsità di grano, poiché, come abbiamo mostrato sopra, i Germani non si dedicano affatto all'agricoltura, decise di non avanzare oltre;ma, per non togliere del tutto ai barbari il timore di un suo ritorno e per ritardare i loro aiuti, ritirato l'esercito, tagliò per una lunghezza di duecento piedi la parte estrema del ponte, che toccava le rive degli Ubii, innalzò all'estremità del ponte una torre di quattro piani, vi pose un presidio di dodici coorti a difesa del ponte e fortificò quel luogo con grandi opere di difesa.Pose a capo di quel luogo e di quel presidio il giovane Gaio Volcazio Tullo.Egli stesso, quando il grano cominciò a maturare, partito per la guerra contro Ambiorige attraverso la selva delle Ardenne, che è la più grande di tutta la Gallia e si estende dalle rive del Reno e dai confini dei Treveri fino ai Nervi per una lunghezza di più di cinquecento miglia, mandò avanti Lucio Minucio Basilo con tutta la cavalleria, per vedere se potesse ottenere qualcosa con la rapidità della marcia e l'occasione favorevole del momento;lo avverte di vietare che si accendano fuochi nell'accampamento, perché da lontano non ci sia alcun segnale del suo arrivo:dice che lui stesso lo seguirà subito.
Basilo fa come gli era stato ordinato.compiuta rapidamente la marcia, e contro l'aspettativa di tutti, sorprende molti nei campi che non se lo aspettavano:Grazie alle loro indicazioni si dirige verso lo stesso Ambiorige, che si diceva trovarsi in quel luogo con pochi cavalieri.In tutte le cose, ma soprattutto in guerra, la fortuna ha un grande potere.Infatti accadde per un grande caso che si imbattesse in lui incauto e persino impreparato, e che il suo arrivo fosse visto da tutti prima ancora che ne giungesse voce e notizia:così fu un grande colpo di fortuna che, sottrattogli tutto l'equipaggiamento militare che aveva con sé, catturati i carri e i cavalli, egli stesso sfuggisse alla morte.Ma avvenne anche questo, che, essendo la casa circondata dal bosco, come sono per lo più le abitazioni dei Galli, i quali per evitare il caldo cercano spesso la vicinanza di boschi e fiumi, i suoi compagni e familiari resistettero per un poco, in un luogo stretto, all'impeto della nostra cavalleria.Mentre questi combattevano, uno dei suoi lo mise a cavallo:i boschi lo nascosero mentre fuggiva.Così la fortuna ebbe grande peso sia nell'affrontare il pericolo sia nell'evitarlo.
È incerto se Ambiorige non abbia radunato le sue truppe di proposito, perché riteneva che non si dovesse combattere in battaglia, oppure se ne sia stato escluso dal tempo e ostacolato dall'improvviso arrivo dei cavalieri, mentre credeva che il resto dell'esercito lo stesse seguendo.Ma di certo, mandati messaggeri per i campi, ordinò che ciascuno pensasse a se stesso.Di loro, una parte fuggì nella selva delle Ardenne, un'altra parte nelle paludi continue; quelli che erano più vicini all'Oceano si nascosero in queste isole, che le maree sogliono formare: molti, usciti dai propri territori, affidarono se stessi e tutti i propri beni a persone del tutto estranee.Catuvolco, re di metà degli Eburoni, che insieme ad Ambiorige aveva preso l'iniziativa, ormai sfinito dall'età, non potendo sopportare la fatica né della guerra né della fuga, dopo aver maledetto con ogni imprecazione Ambiorige, che era stato l'ispiratore di quel piano, si tolse la vita con il tasso, di cui vi è grande abbondanza in Gallia e in Germania.
I Segni e i Condrusi, che per stirpe e numero appartengono ai Germani e vivono tra gli Eburoni e i Treveri, mandarono ambasciatori a Cesare a supplicarlo di non annoverarli tra i nemici, né di giudicare che tutti i Germani che stavano al di qua del Reno costituissero un'unica causa comune:che non avevano affatto pensato alla guerra, né avevano inviato aiuti ad Ambiorige.Cesare, dopo aver accertato il fatto con l'interrogatorio dei prigionieri, ordinò che, se degli Eburoni fossero confluiti presso di loro dalla fuga, gli fossero ricondotti;se lo avessero fatto, negò che avrebbe violato i loro confini.Allora, divise le truppe in tre parti, portò i bagagli di tutte le legioni ad Aduatuca.Questo è il nome della fortezza.Essa si trova quasi nel mezzo del territorio degli Eburoni, dove Titurio e Aurunculeio si erano accampati per svernare.Approvava questo luogo per varie ragioni, ma soprattutto perché le fortificazioni dell'anno precedente restavano intatte, per alleviare la fatica dei soldati.Lasciò la quattordicesima legione a presidio dei bagagli, una delle tre che aveva recentemente arruolato e portato dall'Italia.Mise a capo di quella legione e dell'accampamento Quinto Tullio Cicerone, e gli assegnò duecento cavalieri.
Diviso l'esercito, ordina a Tito Labieno di partire con tre legioni verso l'Oceano, in quelle regioni che confinano con i Menapi;manda Gaio Trebonio con un pari numero di legioni a devastare quella regione che confina con gli Aduatuci;egli stesso decide di andare con le restanti tre legioni verso il fiume Schelda, che sfocia nella Mosa, e verso le parti estreme delle Ardenne, dove sentiva che Ambiorige era partito con pochi cavalieri.Partendo, assicura che sarebbe tornato dopo sette giorni;sapeva che a quel giorno era dovuto il grano per la legione che veniva lasciata a presidio.Esorta Labieno e Trebonio a tornare a quel giorno, se possono farlo nell'interesse dello stato, affinché, condiviso di nuovo il piano ed esplorate le mosse dei nemici, possano intraprendere un'altra iniziativa di guerra.
Non c'era, come abbiamo mostrato sopra, alcuna forza organizzata, né una città, né una fortezza che si difendesse con le armi, ma una moltitudine dispersa in ogni direzione.Ciascuno si era stabilito dove una valle nascosta, o un luogo boscoso, o una palude impraticabile gli offriva una qualche speranza di protezione o di salvezza.Questi luoghi erano noti agli abitanti vicini, e la situazione richiedeva grande cura non per la protezione generale dell'esercito (non poteva infatti sopraggiungere alcun pericolo per truppe tutte insieme spaventate e disperse), ma per la salvezza dei singoli soldati;cosa che tuttavia in parte riguardava anche la salvezza dell'esercito.Infatti la brama di bottino spingeva molti troppo lontano, e le selve, con sentieri incerti e nascosti, impedivano loro di avanzare compatti.Se voleva portare a termine l'impresa e sterminare la stirpe di quegli uomini scellerati, bisognava mandare più distaccamenti e disperdere i soldati;se invece voleva mantenere le compagnie unite intorno alle insegne, come esigevano il metodo stabilito e l'abitudine dell'esercito romano, il terreno stesso costituiva una protezione per i barbari, e ai singoli non mancava l'audacia di tendere agguati di nascosto e di circondare gli uomini dispersi.In tali difficoltà, si provvedeva quanto la cura poteva prevedere, in modo che si tralasciasse piuttosto qualcosa nel nuocere al nemico, anche se gli animi di tutti ardevano dal desiderio di vendetta, piuttosto che si nuocesse con qualche perdita di soldati.Cesare manda messaggeri ai popoli vicini:chiama tutti a sé con la speranza del bottino, per saccheggiare gli Eburoni, affinché piuttosto la vita dei Galli sia messa a rischio nelle selve che quella dei legionari, e insieme, affinché con una grande moltitudine riversata sul luogo, per un simile misfatto, sia cancellata la stirpe e il nome di quel popolo.Da ogni parte accorse rapidamente un gran numero di uomini.
Questi fatti accadevano in tutte le regioni degli Eburoni, e si avvicinava il settimo giorno, quello in cui Cesare aveva stabilito di tornare ai bagagli e alla legione.Qui si poté conoscere quanto possa la fortuna in guerra e quanti rovesci essa possa portare.Dispersi e atterriti i nemici, come abbiamo mostrato, non c'era alcuna forza organizzata che potesse offrire anche solo un piccolo motivo di timore.Oltre il Reno giunse ai Germani la voce che gli Eburoni venivano saccheggiati e che tutti erano spontaneamente chiamati al bottino.I Sugambri, che sono i più vicini al Reno, e presso i quali, come abbiamo mostrato sopra, i Tencteri e gli Usipeti erano stati accolti dopo la fuga, radunano duemila cavalieri.Attraversano il Reno con barche e zattere, trenta miglia a valle del luogo dove era stato costruito il ponte e lasciato un presidio da Cesare:raggiungono i primi territori degli Eburoni;sorprendono molti dispersi durante la fuga, e si impadroniscono di un gran numero di bestiame, di cui i barbari sono avidissimi.Attirati dal bottino, avanzano più lontano.Né la palude, né le selve trattengono questi uomini nati per la guerra e per il brigantaggio.chiedono ai prigionieri in quali luoghi si trovi Cesare;scoprono che è partito più lontano e vengono a sapere che l'intero esercito si è allontanato.E uno dei prigionieri disse: "Perché voi inseguite questo bottino misero e scarso, quando potete già essere ricchissimi?"In tre ore potete arrivare ad Aduatuca:qui l'esercito dei Romani ha portato tutte le sue ricchezze:il presidio è così scarso che non si può nemmeno cingere il muro di difesa, e nessuno osa uscire fuori dalle fortificazioni."Offerta questa speranza, i Germani lasciano nascosto il bottino che avevano ottenuto;essi stessi si dirigono verso Aduatuca, servendosi della stessa guida grazie alle cui informazioni avevano appreso questi fatti.
Cicerone, che nei giorni precedenti aveva tenuto i soldati negli accampamenti con la massima cura, secondo le disposizioni di Cesare, e non aveva permesso che uscisse fuori dalle fortificazioni nemmeno un inserviente, al settimo giorno, non fidandosi più che Cesare avrebbe mantenuto la parola sul numero dei giorni, poiché sentiva che si era spinto più lontano e non gli arrivava alcuna notizia del suo ritorno, e mosso al tempo stesso dalle voci di quelli che chiamavano quasi un assedio quella pazienza, dato che non era permesso uscire dal campo, non aspettandosi un caso tale per cui, con nove legioni schierate e una grandissima cavalleria, potesse essere colpito, con i nemici dispersi e quasi annientati, a tre miglia di distanza, manda cinque coorti a far provviste di grano nei campi vicini, tra i quali e il campo si frapponeva un unico colle.Erano rimasti parecchi malati dalle legioni;di questi, quelli che in questo lasso di giorni erano guariti, circa trecento, vengono mandati insieme sotto un unico vessillo;inoltre li segue, avutane facoltà, una grande moltitudine di inservienti e un gran numero di bestie da soma, che erano rimaste negli accampamenti.
Proprio in questo momento e per caso sopraggiungono i cavalieri germani e subito, con la stessa corsa con cui erano venuti, tentano di irrompere nell'accampamento dalla porta decumana, né furono visti prima, essendo nascosti dai boschi da quella parte, che si avvicinassero al campo, al punto che i mercanti che si accampavano sotto il vallo non ebbero la possibilità di rifugiarsi.I nostri, colti alla sprovvista, sono sconvolti dall'imprevisto, e a stento la coorte di guardia regge il primo assalto.I nemici si riversano dalle altre parti, nel caso potessero trovare un varco.A stento i nostri difendono le porte, gli altri accessi li protegge da sé il terreno stesso, insieme alla fortificazione.Si è in agitazione in tutto il campo, e l'uno chiede all'altro la causa del tumulto;e non prevedono né dove si debbano portare le insegne né verso quale parte ciascuno debba radunarsi.Uno annuncia che ormai il campo è stato preso, un altro sostiene che, distrutto l'esercito e ucciso il comandante, sono arrivati i barbari vincitori;i più si immaginano da soli, per via del luogo, nuove superstizioni, e si mettono davanti agli occhi la disgrazia di Cotta e Titurio, che erano caduti in quello stesso fortino.Con tutti terrorizzati da un tale timore, si conferma per i barbari la convinzione, come avevano saputo da un prigioniero, che dentro non c'era alcun presidio.Si sforzano di sfondare e si esortano a vicenda, per non lasciarsi sfuggire dalle mani una così grande fortuna.
Era stato lasciato malato con il presidio Publio Sestio Baculo, che era stato primipilo presso Cesare, del quale abbiamo fatto menzione in battaglie precedenti, e ormai da cinque giorni era privo di cibo.Costui, diffidando della propria salvezza e di quella di tutti, esce disarmato dalla tenda:vede che i nemici incombono e che la situazione è al massimo del pericolo:prende le armi dai più vicini e si ferma sulla porta.Lo seguono i centurioni di quella coorte che era di guardia:per un po' sostengono insieme il combattimento.Le forze abbandonano Sestio, che ha ricevuto gravi ferite:a stento, trascinato di mano in mano, si salva.Trascorso questo intervallo di tempo, gli altri si fanno coraggio solo tanto da osare fermarsi sulle fortificazioni e da dare l'impressione di difensori.
Intanto, finita la raccolta del grano, i nostri soldati sentono un clamore:i cavalieri accorrono avanti;e si rendono conto di quanto la situazione sia in pericolo.Qui però non c'è nessuna fortificazione che possa accogliere gli spaventati:reclute da poco arruolate e inesperte del mestiere militare rivolgono gli sguardi al tribuno militare e ai centurioni;aspettano cosa venga ordinato da loro.Nessuno è così coraggioso da non essere turbato dalla novità della situazione.I barbari, scorte da lontano le insegne, desistono dall'attacco:credono in un primo momento che siano tornate le legioni, che avevano saputo dai prigionieri essersi allontanate;poi, disprezzato lo scarso numero, attaccano da ogni parte.
Gli inservienti corrono verso la collinetta vicina.Scacciati rapidamente da qui, si gettano tra le insegne e i manipoli:e per questo terrorizzano ancora di più i soldati già impauriti.Alcuni pensano di formare un cuneo per sfondare rapidamente, dato che l'accampamento è così vicino, e sono convinti che, anche se una parte venisse circondata e cadesse, gli altri potrebbero comunque salvarsi;altri, invece, che ci si fermi sul crinale e si affronti tutti insieme la stessa sorte.Questo non lo approvano i soldati veterani, che, come abbiamo detto, erano partiti insieme sotto un vessillo.Perciò, incoraggiatisi a vicenda, sotto la guida di Gaio Trebonio, cavaliere romano che era stato messo a capo di loro, sfondano attraverso i nemici e arrivano tutti incolumi, fino all'ultimo, nell'accampamento.Gli inservienti e i cavalieri, seguendoli, si salvano grazie al coraggio dei soldati, con lo stesso slancio.Ma quelli che si erano fermati sul crinale, non avendo ancora acquisito nessuna esperienza militare, non riuscirono né a restare fermi nel piano che avevano approvato, cioè difendersi dalla posizione elevata, né a imitare quella forza e rapidità che avevano visto giovare agli altri, ma, tentando di ritirarsi nell'accampamento, si calarono in un luogo sfavorevole.I centurioni, alcuni dei quali erano stati trasferiti dai gradi inferiori delle altre legioni ai gradi superiori di questa legione per merito del loro valore, per non perdere la reputazione militare già conquistata, caddero combattendo con grandissimo coraggio.Una parte dei soldati, respinti i nemici grazie al coraggio di questi centurioni, arrivò incolume nell'accampamento contro ogni aspettativa, un'altra parte, circondata dai barbari, perì.
I Germani, disperando ormai di espugnare il campo, poiché vedevano che i nostri si erano già attestati sulle fortificazioni, si ritirarono oltre il Reno con quel bottino che avevano deposto nei boschi.E tale fu il terrore, anche dopo la partenza dei nemici, che quella notte, quando Gaio Voluseno, mandato con la cavalleria, giunse all'accampamento, non riuscì a far credere che Cesare fosse presente con l'esercito incolume.Talmente il timore si era impadronito degli animi che, quasi fuori di senno, dicevano che, distrutte tutte le truppe, la cavalleria si era salvata dalla fuga, e sostenevano che i Germani non avrebbero assalito il campo se l'esercito fosse stato incolume.Questo timore lo dissipò l'arrivo di Cesare.
Tornato, egli, non ignaro delle vicende della guerra, lamentandosi del fatto unico che le coorti fossero state fatte uscire dal posto di guardia e dal presidio, dicendo che non si sarebbe dovuto abbandonare quel posto nemmeno per il minimo caso, giudicò che la fortuna avesse potuto molto nell'improvviso arrivo dei nemici, ma molto di più nell'aver quasi respinto i barbari dallo stesso vallo e dalle porte dell'accampamento.Di tutte queste cose sembrava soprattutto degno di stupore che i Germani, i quali avevano attraversato il Reno con questo proposito, per devastare i territori di Ambiorige, condotti all'accampamento dei Romani, offrirono ad Ambiorige il favore più gradito.
Cesare, partito di nuovo per tormentare i nemici, radunato un gran numero di truppe dalle città vicine, le manda in ogni direzione.Tutti i villaggi e tutti gli edifici che ciascuno scorgeva venivano incendiati; il bottino veniva portato via da ogni luogo; il grano non solo veniva consumato da una così grande quantità di bestie da soma e di uomini, ma era anche caduto per la stagione e per le piogge, cosicché, anche se in quel momento alcuni si fossero nascosti, tuttavia, una volta ritiratosi l'esercito, sembrava che dovessero perire per la mancanza di ogni cosa.E spesso si arrivò a tal punto, essendo la cavalleria divisa in ogni direzione, che i prigionieri riferivano di aver scorto poco prima Ambiorige in fuga e sostenevano che non fosse ancora del tutto scomparso dalla vista, cosicché, nutrita la speranza di raggiungerlo e intrapresa una fatica infinita da chi pensava di ottenere il massimo favore da Cesare, quasi vincessero la natura con lo zelo, e sembrava che sempre un poco mancasse alla piena fortuna, ed egli si sottraesse tra nascondigli o valli boscose, e nascosto di notte cercasse altre regioni e zone, con una scorta di cavalieri non maggiore di quattro, ai soli quali osava affidare la propria vita.
Devastate in questo modo le regioni, Cesare riconduce l'esercito a Durocortoro dei Remi con la perdita di due coorti; convocato in quel luogo il concilio della Gallia, decide di tenere un'inchiesta sulla congiura dei Senoni e dei Carnuti, e su Accone, che ne era stato il capo, pronunciata una sentenza più severa, lo condannò al supplizio secondo l'uso degli antenati.Alcuni, temendo il giudizio, fuggirono.Dopo aver interdetto loro l'acqua e il fuoco, sistemò due legioni ai confini dei Treveri, due tra i Lingoni, le rimanenti sei nei territori dei Senoni ad Agedinco, negli accampamenti invernali; e, provveduto il grano per l'esercito, come aveva stabilito, partì per l'Italia per tenere le assemblee giudiziarie.
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