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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VI, capitolo 23
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Per le popolazioni la lode più grande è avere, tutt'intorno a sé, territori devastati il più ampiamente possibile e ridotti a deserto. Considerano proprio del valore che i vicini, cacciati dalle terre, si ritirino, e che nessuno osi stabilirsi nelle vicinanze; e al tempo stesso ritengono che così saranno più al sicuro, una volta eliminata la paura di un'incursione improvvisa. Quando una comunità respinge una guerra portata contro di sé o la scatena essa stessa, vengono eletti dei magistrati che dirigano quella guerra, affinché abbiano potere di vita e di morte. In tempo di pace non esiste alcun magistrato comune, ma i capi delle regioni e dei villaggi amministrano la giustizia fra i loro e risolvono le controversie. Le razzie che avvengono fuori dai confini di ciascuna comunità non hanno alcuna cattiva fama, e dichiarano che si compiono per esercitare i giovani e per ridurre l'ozio. E quando uno dei capi ha detto in assemblea che sarà lui il comandante, chi vuole seguirlo si faccia avanti; si alzano quelli che approvano sia la causa sia l'uomo, promettono il proprio aiuto e vengono lodati dalla folla: chi tra questi non lo ha seguito viene annoverato nel numero dei disertori e dei traditori, e in seguito gli viene negata la fiducia in ogni cosa. Non ritengono lecito fare torto a un ospite; chi è venuto da loro per qualsiasi motivo, lo proteggono da ogni offesa e lo considerano sacro, e per lui le case di tutti sono aperte e il cibo viene condiviso.
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