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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VI, capitolo 40
Traduzione a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
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Gli inservienti corrono verso la collinetta vicina. Scacciati rapidamente da qui, si gettano tra le insegne e i manipoli: e per questo terrorizzano ancora di più i soldati già impauriti. Alcuni pensano di formare un cuneo per sfondare rapidamente, dato che l'accampamento è così vicino, e sono convinti che, anche se una parte venisse circondata e cadesse, gli altri potrebbero comunque salvarsi; altri, invece, che ci si fermi sul crinale e si affronti tutti insieme la stessa sorte. Questo non lo approvano i soldati veterani, che, come abbiamo detto, erano partiti insieme sotto un vessillo. Perciò, incoraggiatisi a vicenda, sotto la guida di Gaio Trebonio, cavaliere romano che era stato messo a capo di loro, sfondano attraverso i nemici e arrivano tutti incolumi, fino all'ultimo, nell'accampamento. Gli inservienti e i cavalieri, seguendoli, si salvano grazie al coraggio dei soldati, con lo stesso slancio. Ma quelli che si erano fermati sul crinale, non avendo ancora acquisito nessuna esperienza militare, non riuscirono né a restare fermi nel piano che avevano approvato, cioè difendersi dalla posizione elevata, né a imitare quella forza e rapidità che avevano visto giovare agli altri, ma, tentando di ritirarsi nell'accampamento, si calarono in un luogo sfavorevole. I centurioni, alcuni dei quali erano stati trasferiti dai gradi inferiori delle altre legioni ai gradi superiori di questa legione per merito del loro valore, per non perdere la reputazione militare già conquistata, caddero combattendo con grandissimo coraggio. Una parte dei soldati, respinti i nemici grazie al coraggio di questi centurioni, arrivò incolume nell'accampamento contro ogni aspettativa, un'altra parte, circondata dai barbari, perì.
Calones in proximum tumulum procurrunt. Hinc celeriter deiecti se in signa manipulosque coniciunt: eo magis timidos perterrent milites. Alii cuneo facto ut celeriter perrumpant censent, quoniam tam propinqua sint castra, et si pars aliqua circumventa ceciderit, at reliquos servari posse confidunt; alii, ut in iugo consistant atque eundem omnes ferant casum. Hoc veteres non probant milites, quos sub vexillo una profectos docuimus. Itaque inter se cohortati duce Gaio Trebonio, equite Romano, qui eis erat praepositus, per medios hostes perrumpunt incolumesque ad unum omnes in castra perveniunt. Hos subsecuti calones equitesque eodem impetu militum virtute servantur. At ei qui in iugo constiterant, nullo etiam nunc usu rei militaris percepto neque in eo quod probaverant consilio permanere, ut se loco superiore defenderent, neque eam quam prodesse aliis vim celeritatemque viderant imitari potuerunt, sed se in castra recipere conati iniquum in locum demiserunt. Centuriones, quorum nonnulli ex inferioribus ordinibus reliquarum legionum virtutis causa in superiores erant ordines huius legionis traducti, ne ante partam rei militaris laudem amitterent, fortissime pugnantes conciderunt. Militum pars horum virtute summotis hostibus praeter spem incolumis in castra pervenit, pars a barbaris circumventa periit.
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