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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VI, capitolo 39
Traduzione a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Tocca una parola: si accende e ne vedi la resa. Da computer usa ← → o A D per scorrere.
Intanto, finita la raccolta del grano, i nostri soldati sentono un clamore: i cavalieri accorrono avanti; e si rendono conto di quanto la situazione sia in pericolo. Qui però non c'è nessuna fortificazione che possa accogliere gli spaventati: reclute da poco arruolate e inesperte del mestiere militare rivolgono gli sguardi al tribuno militare e ai centurioni; aspettano cosa venga ordinato da loro. Nessuno è così coraggioso da non essere turbato dalla novità della situazione. I barbari, scorte da lontano le insegne, desistono dall'attacco: credono in un primo momento che siano tornate le legioni, che avevano saputo dai prigionieri essersi allontanate; poi, disprezzato lo scarso numero, attaccano da ogni parte.
Interim confecta frumentatione milites nostri clamorem exaudiunt: praecurrunt equites; quanto res sit in periculo cognoscunt. Hic vero nulla munitio est quae perterritos recipiat: modo conscripti atque usus militaris imperiti ad tribunum militum centurionesque ora convertunt; quid ab his praecipiatur exspectant. Nemo est tam fortis quin rei novitate perturbetur. Barbari signa procul conspicati oppugnatione desistunt: redisse primo legiones credunt, quas longius discessisse ex captivis cognoverant; postea despecta paucitate ex omnibus partibus impetum faciunt.
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