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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VI, capitolo 37
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Proprio in questo momento e per caso sopraggiungono i cavalieri germani e subito, con la stessa corsa con cui erano venuti, tentano di irrompere nell'accampamento dalla porta decumana, né furono visti prima, essendo nascosti dai boschi da quella parte, che si avvicinassero al campo, al punto che i mercanti che si accampavano sotto il vallo non ebbero la possibilità di rifugiarsi. I nostri, colti alla sprovvista, sono sconvolti dall'imprevisto, e a stento la coorte di guardia regge il primo assalto. I nemici si riversano dalle altre parti, nel caso potessero trovare un varco. A stento i nostri difendono le porte, gli altri accessi li protegge da sé il terreno stesso, insieme alla fortificazione. Si è in agitazione in tutto il campo, e l'uno chiede all'altro la causa del tumulto; e non prevedono né dove si debbano portare le insegne né verso quale parte ciascuno debba radunarsi. Uno annuncia che ormai il campo è stato preso, un altro sostiene che, distrutto l'esercito e ucciso il comandante, sono arrivati i barbari vincitori; i più si immaginano da soli, per via del luogo, nuove superstizioni, e si mettono davanti agli occhi la disgrazia di Cotta e Titurio, che erano caduti in quello stesso fortino. Con tutti terrorizzati da un tale timore, si conferma per i barbari la convinzione, come avevano saputo da un prigioniero, che dentro non c'era alcun presidio. Si sforzano di sfondare e si esortano a vicenda, per non lasciarsi sfuggire dalle mani una così grande fortuna.
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