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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VI, capitolo 37
Traduzione a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
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Proprio in questo momento e per caso sopraggiungono i cavalieri germani e subito, con la stessa corsa con cui erano venuti, tentano di irrompere nell'accampamento dalla porta decumana, né furono visti prima, essendo nascosti dai boschi da quella parte, che si avvicinassero al campo, al punto che i mercanti che si accampavano sotto il vallo non ebbero la possibilità di rifugiarsi. I nostri, colti alla sprovvista, sono sconvolti dall'imprevisto, e a stento la coorte di guardia regge il primo assalto. I nemici si riversano dalle altre parti, nel caso potessero trovare un varco. A stento i nostri difendono le porte, gli altri accessi li protegge da sé il terreno stesso, insieme alla fortificazione. Si è in agitazione in tutto il campo, e l'uno chiede all'altro la causa del tumulto; e non prevedono né dove si debbano portare le insegne né verso quale parte ciascuno debba radunarsi. Uno annuncia che ormai il campo è stato preso, un altro sostiene che, distrutto l'esercito e ucciso il comandante, sono arrivati i barbari vincitori; i più si immaginano da soli, per via del luogo, nuove superstizioni, e si mettono davanti agli occhi la disgrazia di Cotta e Titurio, che erano caduti in quello stesso fortino. Con tutti terrorizzati da un tale timore, si conferma per i barbari la convinzione, come avevano saputo da un prigioniero, che dentro non c'era alcun presidio. Si sforzano di sfondare e si esortano a vicenda, per non lasciarsi sfuggire dalle mani una così grande fortuna.
Hoc ipso tempore et casu Germani equites interveniunt protinusque eodem illo, quo venerant, cursu ab decumana porta in castra irrumpere conantur, nec prius sunt visi obiectis ab ea parte silvis, quam castris appropinquarent, usque eo ut qui sub vallo tenderent mercatores recipiendi sui facultatem non haberent. Inopinantes nostri re nova perturbantur, ac vix primum impetum cohors in statione sustinet. Circumfunduntur ex reliquis hostes partibus, si quem aditum reperire possent. Aegre portas nostri tuentur, reliquos aditus locus ipse per se munitioque defendit. Totis trepidatur castris, atque alius ex alio causam tumultus quaerit; neque quo signa ferantur neque quam in partem quisque conveniat provident. Alius iam castra capta pronuntiat, alius deleto exercitu atque imperatore victores barbaros venisse contendit; plerique novas sibi ex loco religiones fingunt Cottaeque et Tituri calamitatem, qui in eodem occiderint castello, ante oculos ponunt. Tali timore omnibus perterritis confirmatur opinio barbaris, ut ex captivo audierant, nullum esse intus praesidium. Perrumpere nituntur seque ipsi adhortantur, ne tantam fortunam ex manibus dimittant.
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