Caricamento…
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latino · Cesare · opera integrale
Tutto il libro VII del De bello Gallico con traduzione italiana affiancata, capitolo per capitolo. Tocca una parola latina: sopra hai il suo significato, e la sua resa si accende nella traduzione.
In questo libro: La grande rivolta di Vercingetorige: la disfatta di Gergovia, l’assedio di Alesia e la resa della Gallia.
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano
Pacificata la Gallia, Cesare, come aveva stabilito, parte per l'Italia per tenere le assemblee giudiziarie.Lì viene a sapere dell'uccisione di Clodio e, informato da un decreto del senato secondo cui tutti i giovani d'Italia dovevano giurare fedeltà, decide di tenere una leva in tutta la provincia.Queste notizie si diffondono rapidamente nella Gallia Transalpina.I Galli stessi aggiungono e inventano voci, poiché la situazione sembrava richiederlo, che Cesare fosse trattenuto dai tumulti di Roma e non potesse, in dissensioni così gravi, raggiungere l'esercito.Spinti da questa occasione, quelli che già prima si dolevano di essere sottomessi al potere del popolo romano cominciano a tramare progetti di guerra più liberamente e più audacemente.Convocati tra loro consigli in luoghi boschivi e appartati, i capi della Gallia si lamentano della morte di Acco;dimostrano che questa sorte può ricadere su loro stessi:compiangono la sorte comune della Gallia:con ogni promessa e premio richiedono chi dia inizio alla guerra e, a rischio della propria vita, restituisca la Gallia alla libertà.Dicono che bisogna innanzitutto tener conto, prima che i loro piani segreti vengano divulgati, di tagliare fuori Cesare dall'esercito.Ciò è facile, perché né le legioni oserebbero uscire dagli accampamenti invernali in assenza del comandante, né il comandante potrebbe raggiungere le legioni senza scorta.Infine, è meglio essere uccisi in battaglia piuttosto che non recuperare l'antica gloria di guerra e la libertà ricevuta dagli antenati.
Discusse queste cose, i Carnuti dichiarano di non rifiutare nessun rischio per la causa della salvezza comune e i loro capi, tra tutti, promettono che faranno la guerra; e poiché per il momento non possono garantirsi a vicenda con ostaggi che la cosa non venga divulgata, chiedono che sia sancito con giuramento e parola data, riunite le insegne militari (con cui, secondo il loro costume, si celebra la cerimonia più solenne), affinché, dato inizio alla guerra, non vengano abbandonati dagli altri.Allora, lodati i Carnuti, prestato il giuramento da tutti i presenti e stabilito il momento della cosa, ci si scioglie dal concilio.
Quando giunse quel giorno, i Carnuti, con Cotuato e Conconnetodunno come capi, uomini disperati, si radunano a Cenabo al segnale dato e uccidono i cittadini romani che vi si erano stabiliti per commerciare, tra cui Gaio Fufio Cita, stimato cavaliere romano, che sovrintendeva ai rifornimenti di grano per ordine di Cesare, e ne saccheggiano i beni.Rapidamente la notizia si diffonde a tutte le città della Gallia.Infatti, ovunque accade un fatto piuttosto grande e notevole, lo segnalano con grida per campi e regioni;altri poi lo raccolgono e lo trasmettono ai vicini, come allora accadde.Infatti i fatti compiuti a Cenabo al levar del sole furono conosciuti nel territorio degli Arverni prima della fine della prima veglia, una distanza di circa centosessanta miglia.
Con un procedimento simile, lì Vercingetorige, figlio di Celtillo, arverno, giovane di somma potenza (il cui padre aveva ottenuto il primato di tutta la Gallia ed era stato ucciso dalla propria città per il motivo che aspirava al regno), infiamma facilmente i suoi, radunati i propri clienti.Conosciuto il suo piano, si corre alle armi.Viene ostacolato da Gobannizione, suo zio, e dagli altri capi, che non ritenevano da tentare questa fortuna;viene espulso dalla città di Gergovia;tuttavia non desiste e nei campi tiene una leva di bisognosi e disperati.Radunata questa banda, chiunque avvicini nella città lo conduce al proprio parere;esorta a prendere le armi per la causa della libertà comune e, radunate grandi truppe, scaccia dalla città i suoi avversari, dai quali poco prima era stato cacciato.Viene proclamato re dai suoi.invia anche ambascerie in ogni direzione;scongiura che restino fedeli.Rapidamente si unisce i Senoni, i Parisi, i Pittoni, i Cadurci, i Turoni, gli Aulerci, i Lemovici, gli Andi e tutti gli altri che toccano l'Oceano:con il consenso di tutti gli viene conferito il comando.Ottenuto questo potere, impone ostaggi a tutte queste città, ordina che un numero fissato di soldati gli sia condotto rapidamente, stabilisce quante armi ciascuna città debba fabbricare in patria ed entro quale termine;si dedica soprattutto alla cavalleria.alla massima diligenza aggiunge la massima severità di comando;costringe gli esitanti con la gravità della pena.Infatti, per una colpa maggiore uccide col fuoco e con ogni tortura, per un motivo più lieve rimanda a casa con le orecchie tagliate o con un occhio ciascuno cavato, affinché siano di esempio agli altri e con la grandezza della pena atterriscano gli altri.
Radunato rapidamente l'esercito con questi supplizi, invia Lucterio Cadurco, uomo di somma audacia, con una parte delle truppe contro i Ruteni;egli stesso parte contro i Biturigi.Al suo arrivo, i Biturigi inviano ambasciatori agli Edui, di cui erano clienti, a chiedere aiuto, per poter sostenere più facilmente le truppe nemiche.Gli Edui, su consiglio dei legati che Cesare aveva lasciato presso l'esercito, inviano truppe di cavalleria e fanteria in soccorso dei Biturigi.Questi, giunti al fiume Loira, che divide i Biturigi dagli Edui, dopo essersi fermati pochi giorni lì e non aver osato attraversare il fiume, tornano a casa e riferiscono ai nostri legati di essere tornati per timore del tradimento dei Biturigi, avendo saputo che questo era il loro piano: che, se avessero attraversato il fiume, essi da una parte e gli Arverni dall'altra li avrebbero circondati.Se abbiano agito per questo motivo, che riferirono ai legati, o spinti da tradimento, poiché a noi nulla risulta con certezza, non sembra da affermare come sicuro.I Biturigi, alla loro partenza, si uniscono subito agli Arverni.
Annunciate a Cesare queste notizie in Italia, quando egli comprese che la situazione della città, grazie al valore di Gneo Pompeo, era ormai giunta a uno stato migliore, partì per la Gallia Transalpina.Quando vi fu giunto, era colto da una grande difficoltà su come potesse raggiungere l'esercito.Infatti, se avesse richiamato le legioni nella provincia, capiva che, in sua assenza, esse avrebbero dovuto combattere lungo il cammino; se invece fosse andato lui stesso verso l'esercito, vedeva che non poteva affidare con sicurezza la propria incolumità nemmeno a quelli che in quel momento sembravano tranquilli.
Nel frattempo Lucterio Cadurco, inviato tra i Ruteni, riconcilia quella comunità con gli Arverni.Avanzato tra i Niziobrogi e i Gabali, riceve ostaggi da entrambi e, radunata una grande schiera, si accinge a fare un'incursione nella provincia in direzione di Narbona.Ricevuta questa notizia, Cesare giudicò che questo dovesse avere la precedenza su ogni altro piano, per dirigersi verso Narbona.Giuntovi, rassicura chi è intimorito, dispone presidi tra i Ruteni provinciali, i Volci Arecomici, i Tolosati e nei dintorni di Narbona, luoghi che confinavano con il nemico; ordina che una parte delle truppe della provincia e il supplemento condotto dall'Italia si radunino presso gli Elvi, che confinano con il territorio degli Arverni.
Sistemate queste cose, represso e allontanato ormai Lucterio, poiché riteneva pericoloso entrare tra i presidi, si dirige verso gli Elvi.Sebbene il monte Cevenna, che separa gli Arverni dagli Elvi, nella stagione più dura dell'anno rendesse impraticabile il cammino con una neve altissima, tuttavia, sgombrata la neve per sei piedi di altezza e apertesi così le strade, giunse ai confini degli Arverni con somma fatica dei soldati.Sorpresi e ignari, poiché credevano di essere protetti dal Cevenna come da un muro, e poiché in quella stagione dell'anno i sentieri non erano stati aperti nemmeno per un solo uomo, ordina ai cavalieri di scorrazzare quanto più largamente possibile e di incutere ai nemici il massimo terrore.Rapidamente questa notizia, con altre voci, giunge a Vercingetorige; a lui, atterriti, tutti gli Arverni si stringono intorno e lo supplicano di provvedere alla loro sorte, perché non vengano depredati dai nemici, tanto più che vede tutta la guerra rivolta contro di sé.Smosso dalle loro preghiere, egli sposta il campo dai Biturigi verso gli Arverni.
Ma Cesare, fermatosi due giorni in quei luoghi, poiché aveva previsto che queste cose sarebbero accadute riguardo a Vercingetorige, si allontana dall'esercito con il pretesto di radunare rinforzi e cavalleria;affida queste truppe al giovane Bruto;gli raccomanda di far percorrere ai cavalieri, il più largamente possibile, ogni direzione:egli stesso si sarebbe adoperato a non restare lontano dall'accampamento più di tre giorni.Prese queste disposizioni, a marce quanto più rapide poteva, all'insaputa dei suoi, giunge a Vienna.Là, trovata la cavalleria fresca che aveva mandato avanti molti giorni prima, senza interrompere il cammino né di giorno né di notte, si dirige attraverso il territorio degli Edui verso i Lingoni, dove svernavano due legioni, affinché, se dagli Edui si fosse tramato qualcosa anche riguardo alla sua incolumità, potesse prevenirlo con la rapidità.Giuntovi, manda a chiamare le rimanenti legioni e le raduna tutte in un unico luogo prima che agli Arverni potesse essere annunciato il suo arrivo.Saputa questa notizia, Vercingetorige riconduce di nuovo l'esercito tra i Biturigi e, mossosi di là, comincia ad assediare Gorgobina, città dei Boi, che Cesare, vinti nella guerra elvetica, vi aveva stanziato e assegnato agli Edui.
Questa situazione creava a Cesare una grande difficoltà nel prendere una decisione: se avesse tenuto le legioni in un solo luogo per il resto dell'inverno, temeva che, espugnati i tributari degli Edui, tutta la Gallia si ribellasse, poiché sembrava che nessun presidio fosse posto a difesa degli alleati;se invece fosse uscito troppo presto dagli accampamenti invernali, temeva di soffrire per i difficili rifornimenti dovuti al problema del grano.Parve tuttavia preferibile sopportare ogni difficoltà, piuttosto che alienarsi la benevolenza di tutti i suoi alleati subendo un così grande affronto.Perciò, esortati gli Edui riguardo al trasporto dei rifornimenti, manda avanti messaggeri ai Boi affinché li informino del proprio arrivo e li esortino a restare fedeli e a resistere con grande coraggio all'assalto dei nemici.Lasciate ad Agedinco due legioni con i bagagli di tutto l'esercito, si dirige verso i Boi.
Il giorno seguente, giunto alla città dei Senoni, Vellaunodunum, per non lasciarsi alle spalle alcun nemico e poter così disporre più liberamente dei rifornimenti di grano, decise di assediarla e in due giorni la circondò con un vallo.Il terzo giorno, mandati dalla città degli ambasciatori per la resa, ordina che siano consegnate le armi, condotto fuori il bestiame, e dati seicento ostaggi.Lascia il legato Gaio Trebonio a occuparsi di queste cose.Egli stesso, per mettersi in marcia quanto prima, parte verso Cenabo dei Carnuti.Questi, informati solo allora dell'assedio di Vellaunodunum, credendo che l'operazione si sarebbe protratta a lungo, stavano preparando un presidio da mandare a difesa di Cenabo.Vi giunse in due giorni.Posto l'accampamento davanti alla città, impedito dall'ora del giorno, rimanda l'assalto al giorno dopo e ordina ai soldati quanto serve per l'impresa; e poiché un ponte sul fiume Loira collegava la città di Cenabo, temendo che gli abitanti fuggissero di notte, ordina a due legioni di vegliare in armi.Gli abitanti di Cenabo, poco prima di mezzanotte, usciti in silenzio dalla città, iniziarono ad attraversare il fiume.Informato del fatto dagli esploratori, Cesare fa entrare le legioni che aveva ordinato di tenere pronte, incendiate le porte, e si impadronisce della città, con pochissime perdite tra i nemici benché quasi tutti sarebbero stati catturati, perché la strettezza del ponte e delle vie aveva ostacolato la fuga della folla.Saccheggia e incendia la città, dona il bottino ai soldati, fa attraversare l'esercito oltre la Loira e giunge nel territorio dei Biturigi.
Vercingetorige, appena seppe dell'arrivo di Cesare, desistette dall'assedio e si mosse incontro a Cesare.Egli aveva stabilito di assediare Noviodunum, città dei Biturigi posta sulla via.Là, essendo giunti a lui dalla città degli ambasciatori a supplicarlo di perdonarli e aver riguardo per la loro vita, come con la rapidità aveva portato a termine il resto delle imprese, con cui aveva ottenuto la maggior parte dei successi, ordina che siano consegnate le armi, condotti fuori i cavalli, dati gli ostaggi.Consegnata già parte degli ostaggi, mentre si sistemava il resto, fatti entrare centurioni e pochi soldati per raccogliere armi e bestiame, si vide da lontano la cavalleria nemica, che precedeva la colonna di Vercingetorige.Non appena gli abitanti della città la scorsero e concepirono speranza d'aiuto, levato un grido, iniziarono a prendere le armi, a chiudere le porte, a occupare le mura.I centurioni nella città, quando dai segni dei Galli compresero che si tramava qualcosa di nuovo contro di loro, sguainate le spade occuparono le porte e ricondussero tutti i loro uomini incolumi.
Cesare ordina che la cavalleria esca dall'accampamento e ingaggia una battaglia di cavalleria:poiché i suoi erano già in difficoltà, manda in soccorso circa quattrocento cavalieri germani, che aveva deciso fin dall'inizio di tenere con sé.I Galli non poterono resistere al loro assalto e, volti in fuga, dopo aver perso molti uomini si ritirarono verso la colonna.Sconfitti costoro, gli abitanti della città, di nuovo terrorizzati, condussero da Cesare quelli che ritenevano avessero sobillato il popolo, e si arresero a lui.Compiute queste cose, Cesare si diresse verso la città di Avarico, che era la più grande e la più fortificata nel territorio dei Biturigi, in una regione dalle terre fertilissime, perché confidava che, presa quella città, avrebbe ridotto in suo potere la nazione dei Biturigi.
Vercingetorige, dopo aver subito tanti rovesci consecutivi a Vellaunodunum, Cenabo e Noviodunum, convoca i suoi a consiglio.Insegna che la guerra va condotta in modo ben diverso da come è stata condotta finora.Bisogna adoperarsi in ogni modo affinché i Romani siano privati di foraggio e rifornimenti.Ciò è facile, perché essi stessi abbondano di cavalleria e sono favoriti dalla stagione.Il foraggio non si può tagliare;per necessità i nemici devono cercarlo dispersi presso le fattorie:e tutti costoro si possono eliminare ogni giorno grazie ai cavalieri.Inoltre, per la salvezza comune, vanno trascurati i vantaggi del patrimonio privato:bisogna incendiare i villaggi e le fattorie in questo raggio da ogni lato della via, ovunque sembri possibile arrivare per foraggiare.Di queste cose loro stessi hanno abbondanza, perché sono sostenuti dalle risorse di coloro nel cui territorio si combatte la guerra:i Romani o non sopporteranno la carestia, o si spingeranno con grande rischio lontano dall'accampamento;e non fa differenza se li uccidano o li spoglino delle salmerie, perse le quali la guerra non si può più condurre.Inoltre bisogna incendiare le città che non siano al sicuro da ogni pericolo per fortificazione e natura del luogo, affinché non siano rifugi per i loro per sottrarsi al servizio militare, né si offrano ai Romani per procurarsi rifornimenti e bottino.Se questo sembra grave o penoso, si consideri molto più grave che i figli e le mogli siano trascinati in schiavitù, che essi stessi siano uccisi;cose che devono necessariamente accadere ai vinti.
Approvata questa proposta con il consenso di tutti, in un solo giorno vengono incendiate più di venti città dei Biturigi.La stessa cosa accade nelle altre città:in ogni luogo si vedono incendi;e sebbene tutti li sopportassero con grande dolore, tuttavia si consolavano pensando che, con la vittoria ormai quasi certa, avrebbero presto recuperato ciò che avevano perduto.Nel consiglio comune si delibera su Avarico, se convenisse incendiarla o difenderla.I Biturigi si gettano ai piedi di tutti i Galli, supplicando di non essere costretti a incendiare con le proprie mani la città più bella di quasi tutta la Gallia, che è protezione e vanto della loro nazione:Dicono che la difenderanno facilmente grazie alla natura del luogo, poiché, circondata quasi da ogni lato da fiume e palude, ha un solo accesso, e per giunta strettissimo.Ai supplicanti viene concesso il permesso, mentre Vercingetorige dapprima si oppone, poi cede sia alle loro preghiere sia alla pietà della folla.Vengono scelti difensori adatti per la città.
Vercingetorige segue Cesare con marce più brevi e sceglie per l'accampamento un luogo protetto da paludi e boschi, lontano sedici miglia da Avarico.Lì, tramite esploratori fidati, sapeva in ogni momento del giorno che cosa accadesse ad Avarico, e ordinava ciò che voleva si facesse.Osservava tutte le nostre spedizioni di foraggiamento e di rifornimento del grano, e assaliva i dispersi quando per necessità si allontanavano troppo, colpendoli con gravi danni; sebbene, per quanto si potesse prevedere con criterio, i nostri vi si opponessero, in modo da muoversi con orari incerti e per vie diverse.
Posto l'accampamento dalla parte della città che, interrotta dal fiume e dalle paludi, offriva un accesso stretto, come abbiamo detto sopra, Cesare cominciò a preparare un terrapieno, a spingere avanti le gallerie mobili, a costruire due torri:poiché la natura del luogo impediva di circondare la città con un vallo.Non smise di esortare Boi ed Edui riguardo al rifornimento di grano;ma gli uni, non impegnandosi affatto, non davano molto aiuto; gli altri, non avendo grandi risorse perché la loro comunità era piccola e debole, consumarono rapidamente quel poco che avevano.L'esercito era colpito da una grandissima difficoltà di approvvigionamento a causa della scarsità dei Boi, della negligenza degli Edui e degli incendi degli edifici, al punto che i soldati per molti giorni rimasero senza grano e sostenevano l'estrema fame con il bestiame procurato dai villaggi più lontani; eppure non si udì da loro alcuna parola indegna della grandezza del popolo romano e delle vittorie precedenti.Anzi, quando Cesare, rivolgendosi durante i lavori alle singole legioni, diceva che avrebbe abbandonato l'assedio se avessero sopportato la privazione troppo a fatica, tutti lo pregavano di non farlo:dicendo che per molti anni, sotto il suo comando, avevano meritato di non subire mai un'onta e di non ritirarsi mai a impresa incompiuta:che avrebbero considerato una vergogna se avessero abbandonato l'assedio intrapreso:era meglio sopportare ogni asprezza, piuttosto che non vendicare i cittadini romani periti a Cenabo per il tradimento dei Galli.Affidavano queste stesse parole ai centurioni e ai tribuni militari, perché fossero riferite a Cesare tramite loro.
Poiché ormai le torri si erano avvicinate al muro, Cesare apprese dai prigionieri che Vercingetorige, consumato il foraggio, aveva spostato l'accampamento più vicino ad Avarico, e che egli stesso, con la cavalleria e le truppe leggere abituate a combattere tra i cavalieri, si era mosso per tendere un'imboscata nel luogo dove riteneva che i nostri sarebbero venuti il giorno dopo per foraggiare.Saputo ciò, partito in silenzio nel cuore della notte, giunse all'accampamento nemico al mattino.Quelli, saputo rapidamente tramite gli esploratori dell'arrivo di Cesare, nascosero i carri e i loro bagagli in boschi più fitti, e schierarono tutte le truppe in un luogo elevato e aperto.Annunciata la cosa, Cesare ordinò rapidamente di ammassare i bagagli e di preparare le armi.
La collina saliva dolcemente in pendenza dal fondo.Una palude difficile e intricata, larga non più di cinquanta piedi, la circondava quasi da ogni lato.Su questa collina i Galli si tenevano, distrutti i ponti, fiduciosi nella posizione, e, divisi per gruppi secondo le loro comunità, presidiavano tutti i guadi e i passaggi di quella palude, pronti nell'animo a schiacciare dall'alto i Romani in difficoltà, se avessero tentato di attraversare la palude;così che chi vedesse la vicinanza del luogo li credesse pronti a combattere quasi ad armi pari, mentre chi ne scorgesse lo svantaggio della posizione capisse che si mostravano con vuota finzione.Cesare spiegò ai soldati indignati perché i nemici potessero sopportare la loro vista a così breve distanza, e che reclamavano il segnale di battaglia, con quanto danno e con la morte di quanti valorosi la vittoria dovesse necessariamente costare;e che, vedendoli così pronti nell'animo da non rifiutare nessun pericolo per la propria gloria, egli avrebbe dovuto essere condannato per la più grande ingiustizia, se non avesse tenuto la loro vita più cara della propria salvezza.Consolati così i soldati, li ricondusse nello stesso giorno nell'accampamento e cominciò a occuparsi del resto di ciò che riguardava l'assedio della città.
Vercingetorige, tornato dai suoi, fu accusato di tradimento perché aveva spostato l'accampamento più vicino ai Romani, perché era partito con tutta la cavalleria, perché aveva lasciato truppe così numerose senza comando, perché con la sua partenza i Romani erano arrivati con tanta opportunità e rapidità:che tutto questo non poteva accadere per caso o senza un disegno;che egli preferiva ottenere il regno della Gallia per concessione di Cesare piuttosto che per grazia loro; accusato in questo modo, rispose a queste parole:Rispetto al fatto di aver spostato l'accampamento, ciò era avvenuto per mancanza di foraggio, e anche loro stessi lo avevano esortato a farlo;riguardo al fatto di essersi avvicinato ai Romani, lo aveva convinto la comodità del luogo, che si difendeva da sé con le sue fortificazioni naturali:quanto poi all'opera della cavalleria, non ce ne sarebbe stato bisogno in un luogo paludoso, mentre era stata utile là dove era stata mandata.di aver deliberatamente affidato a nessuno il comando supremo mentre si allontanava, perché quello non fosse spinto a combattere dall'entusiasmo della folla;vedeva che tutti desideravano questa cosa a causa della debolezza d'animo, perché non potevano più sopportare la fatica.Se i Romani erano intervenuti per caso, se ne doveva ringraziare la fortuna; se erano stati chiamati da una spiata di qualcuno, allora si doveva gratitudine a costui, perché avevano potuto riconoscere dall'alto la loro scarsità di numero e disprezzarne il valore, essi che, non osando combattere, si erano ritirati vergognosamente nell'accampamento.diceva di non desiderare da Cesare, tramite il tradimento, alcun potere che egli invece potesse ottenere con la vittoria, ormai certa per sé e per tutti i Galli:anzi, che rimetteva loro stessi la questione, se pensavano di attribuire più onore a lui, che di ricevere la salvezza da lui.«Perché comprendiate che queste cose vi sono dette da me con sincerità», disse, «ascoltate, soldati romani».Fa condurre avanti gli schiavi che aveva catturato pochi giorni prima durante una spedizione di foraggio e aveva torturato con la fame e le catene.Costoro, già istruiti in precedenza su ciò che avrebbero detto se interrogati, dicono di essere soldati legionari;spinti dalla fame e dalla mancanza, erano usciti di nascosto dall'accampamento per vedere se potessero trovare un po' di grano o di bestiame nei campi:che tutto l'esercito era oppresso da una simile carenza, e che le forze di nessuno bastavano più, né si poteva sopportare la fatica dei lavori:e che perciò il comandante aveva deciso, se non avessero ottenuto nulla nell'assedio della città, di ritirare l'esercito entro tre giorni.«Queste», disse, «sono le grazie che avete da me», Vercingetorige, «voi che mi accusate di tradimento;grazie alla cui opera, senza il vostro sangue, vedete un esercito così grande e vittorioso consumato dalla fame;e ho provveduto io stesso a che nessuna comunità lo accolga entro i propri confini, mentre si ritira vergognosamente dalla fuga».
Tutta la moltitudine grida in coro e, secondo il loro costume, batte le armi, cosa che sogliono fare quando approvano il discorso di qualcuno: che Vercingetorige è il comandante supremo, che non si deve dubitare della sua lealtà e che la guerra non si potrebbe condurre con criterio maggiore.Decidono che diecimila uomini scelti tra tutte le truppe siano mandati nella città, e ritengono che la salvezza comune non debba essere affidata ai soli Biturigi, perché capivano che, se avessero conservato quella città, ne sarebbe dipeso quasi per intero l'esito della vittoria.
Alla straordinaria valentia dei nostri soldati corrispondevano gli espedienti di ogni tipo dei Galli, popolo di ingegno sommo e adattissimo a imitare e realizzare tutto ciò che viene insegnato da chiunque.Infatti con dei lacci sviavano i rampini, e quando questi si erano fissati, li tiravano dentro con delle macchine, e minavano il terrapieno con cunicoli, tanto più abilmente in quanto presso di loro vi sono grandi miniere di ferro ed è noto e praticato ogni genere di cunicoli.Inoltre avevano rivestito di impalcature tutto il muro, su ogni lato, con delle torri, e le avevano ricoperte di pelli.Ora, con frequenti sortite diurne e notturne, o appiccavano il fuoco al terrapieno o assalivano i soldati occupati nei lavori; e pareggiavano l'altezza delle nostre torri, quanto il terrapieno quotidiano l'aveva fatta salire, con i pali connessi delle loro torri; e con legno arroventato e appuntito, con pece bollente e con pietre di grandissimo peso ostacolavano i cunicoli scoperti e impedivano di avvicinarsi alle mura.
Tutte le mura dei Galli, del resto, hanno pressappoco questa forma.Travi diritte e continue vengono disposte sul terreno in lunghezza a intervalli uguali, distanti tra loro due piedi.Queste vengono legate insieme dall'interno e rivestite con abbondante terrapieno:Quegli intervalli poi, di cui abbiamo parlato, vengono riempiti sul davanti con grosse pietre.Dopo aver disposto e commesso questi elementi, si aggiunge sopra un altro ordine, in modo che si mantenga lo stesso intervallo e le travi non si tocchino tra loro, ma, distanziate a intervalli uguali, siano tenute salde ciascuna dalle pietre interposte una per una.Così, di seguito, tutta l'opera viene intessuta, finché si raggiunga la giusta altezza del muro.Questa struttura non solo non è brutta a vedersi per la varietà di travi e pietre alternate che mantengono le loro file in linee dritte, ma per l'utilità e la difesa delle città possiede grandissimo vantaggio, perché la pietra la protegge dall'incendio e il legno dall'ariete, dato che essa, legata all'interno per lo più con travi lunghe quaranta piedi, non può essere né sfondata né divelta.
Sebbene l'assedio fosse ostacolato da tante difficoltà, mentre per tutto quel tempo i soldati erano rallentati dal freddo e da piogge incessanti, tuttavia con un lavoro instancabile superarono tutti questi ostacoli e in venticinque giorni costruirono un terrapieno largo trecentotrenta piedi e alto ottanta piedi.Poiché esso ormai quasi toccava il muro dei nemici, e Cesare per abitudine vegliava presso l'opera ed esortava i soldati affinché il lavoro non fosse mai interrotto per nessun momento, poco prima della terza veglia si notò che il terrapieno, a cui i nemici avevano dato fuoco con un cunicolo, fumava, e nello stesso momento, levato il grido su tutto il muro, da due porte, su entrambi i lati delle torri, si faceva una sortita: alcuni lanciavano da lontano fiaccole e legname secco dal muro sul terrapieno, versavano pece e le altre cose con cui si può accendere il fuoco, cosicché a stento si poteva decidere dove correre per primo o a quale punto portare soccorso.Tuttavia, poiché per disposizione di Cesare sempre due legioni vegliavano davanti all'accampamento e più soldati, a turni ripartiti, erano al lavoro, accadde rapidamente che alcuni resistessero alle sortite, altri ritirassero le torri e tagliassero il terrapieno, mentre tutta la folla, dall'accampamento, accorreva per spegnere l'incendio.
Poiché in ogni luogo si combatteva, essendo ormai trascorsa la restante parte della notte, e ai nemici la speranza della vittoria sempre si rinnovava, tanto più perché vedevano i parapetti bruciati delle torri e notavano che non era facile avvicinarsi agli spazi aperti per portare aiuto, ed essi stessi, sempre freschi, subentravano agli stanchi, e ritenevano che l'intera salvezza della Gallia fosse riposta in quell'istante del tempo, accadde a noi che osservavamo un fatto che abbiamo ritenuto degno di memoria e da non tralasciare.Un tale Gallo, davanti alla porta della città, lanciava nel fuoco, di fronte a una torre, delle zolle di sego e pece passate di mano in mano:Trafitto da uno scorpione sul lato destro, cadde morto.Uno dei più vicini, scavalcandolo mentre giaceva a terra, svolgeva lo stesso identico compito;Allo stesso modo, al secondo ucciso dal colpo dello scorpione successe un terzo, e al terzo un quarto, e quel posto non fu lasciato privo di difensori prima che, spento il terrapieno e i nemici respinti da ogni parte, fosse messa fine al combattimento.
I Galli, tentato ogni mezzo poiché nulla era riuscito, esortati e spinti da Vercingetorige, decisero il giorno dopo di fuggire dalla città.Tentando ciò nel silenzio della notte, speravano di riuscirvi senza grave perdita dei loro uomini, perché il campo di Vercingetorige non distava molto dalla città, e la palude che si estendeva ininterrotta rallentava i Romani nell'inseguimento.E già si preparavano a farlo di notte, quando le madri di famiglia corsero improvvisamente in pubblico e, gettatesi piangenti ai piedi dei loro uomini, chiesero con ogni preghiera di non consegnare loro stesse e i figli comuni al supplizio dei nemici, dato che l'infermità della natura e delle forze avrebbe impedito loro di darsi alla fuga.Quando videro che esse persistevano nella loro decisione, poiché per lo più nel massimo pericolo il timore non lascia spazio alla pietà, cominciarono a gridare insieme e a segnalare ai Romani la fuga.Spaventati da questo timore, i Galli, per paura che le strade venissero occupate in anticipo dalla cavalleria dei Romani, rinunciarono al piano.
Il giorno dopo, fatta avanzare la torre e completate le opere che aveva deciso di costruire, essendosi levato un forte temporale, Cesare giudicò che quel maltempo non fosse svantaggioso per mettere in atto un piano, perché vedeva le sentinelle disposte sulle mura con un po' troppa noncuranza; ordinò ai suoi di muoversi più fiaccamente nel lavoro e mostrò che cosa volesse si facesse.Fatte disporre le legioni nascoste dentro le gallerie d'assedio, esortandole a cogliere finalmente, dopo tante fatiche, il frutto della vittoria, promise premi a coloro che per primi fossero saliti sulle mura e diede ai soldati il segnale.Quelli si lanciarono all'improvviso da ogni parte e riempirono rapidamente le mura.
I nemici, spaventati dalla novità della situazione, cacciati dalle mura e dalle torri, si radunarono a cuneo nella piazza e nei luoghi più aperti, con l'intenzione di combattere schierati in battaglia se da qualche parte si fosse venuti loro incontro.Quando videro che nessuno scendeva in un luogo pianeggiante, ma che ovunque si riversavano intorno lungo tutta la cinta muraria, temendo che ogni speranza di fuga venisse loro tolta, gettate le armi si diressero con impeto continuo verso le parti estreme della città; e una parte, lì, mentre si accalcavano da soli nell'uscita stretta delle porte, fu uccisa dai soldati, un'altra parte, uscita ormai dalle porte, fu uccisa dai cavalieri.E non ci fu nessuno che si curasse del bottino.Così, esasperati dalla strage di Cenabo e dalla fatica dell'assedio, non risparmiarono né i vecchi consunti dall'età, né le donne, né i bambini.Infine, dell'intero numero, che fu di circa quarantamila, appena ottocento, che si erano gettati fuori dalla città al primo grido udito, giunsero salvi da Vercingetorige.Egli li accolse dalla fuga in silenzio, a notte già inoltrata, temendo che nel campo, per il loro affluire e per la pietà della folla, scoppiasse una rivolta; così fece in modo che, disposti lungo la strada in disparte i suoi amici e i capi delle città, fossero smistati e condotti dai loro, ciascuno nella parte dell'accampamento che fin dall'inizio era toccata a quella città.
Il giorno dopo, convocata l'assemblea, li consolò e li esortò a non abbattersi troppo d'animo, a non lasciarsi turbare dalla sconfitta.Non per valore né in battaglia avevano vinto i Romani, ma con un certo artificio e con una tecnica di assedio della quale essi stessi erano inesperti.Si sbagliava chi in guerra si aspettasse sempre esiti favorevoli.A lui non era mai piaciuto che Avarico fosse difesa, e di questo aveva loro stessi come testimoni; ma era successo, per l'imprudenza dei Biturigi e l'eccessiva compiacenza degli altri, che si subisse questo rovescio.Tuttavia egli avrebbe presto rimediato a ciò con vantaggi maggiori.Infatti quelle città che dissentivano dai restanti Galli, le avrebbe unite con la propria diligenza, e avrebbe realizzato un unico progetto di tutta la Gallia, al cui consenso nemmeno il mondo intero avrebbe potuto opporsi; e ciò lo aveva ormai quasi realizzato.Nel frattempo era giusto ottenere da loro, per il bene comune, che iniziassero a fortificare l'accampamento, così da resistere più facilmente agli attacchi improvvisi dei nemici.
Questo discorso non fu sgradito ai Galli, e soprattutto perché egli stesso non si era perso d'animo, pur avendo subito un tale rovescio, né si era nascosto, né aveva evitato lo sguardo della moltitudine;e si riteneva che avesse previsto e presentito di più, poiché, quando la situazione era ancora intatta, aveva consigliato dapprima di incendiare Avarico, e poi di abbandonarla.Perciò, come per gli altri comandanti le sventure sminuiscono l'autorità, così al contrario il prestigio di costui, pur avendo subito un rovescio, cresceva di giorno in giorno.Al tempo stesso cominciavano a sperare, grazie alla sua rassicurazione, che le altre città si sarebbero unite;e per la prima volta in quel momento i Galli cominciarono a fortificare l'accampamento, e si rincuorarono a tal punto, uomini non abituati alla fatica, da ritenere di dover sopportare tutto ciò che veniva loro ordinato.
Non meno di quanto aveva promesso, Vercingetorige si affannava con tutto l'animo per aggregare le restanti città, e le attirava con doni e promesse.Per questo compito sceglieva uomini adatti, ciascuno dei quali poteva conquistare gli altri facilissimamente, o con un discorso insidioso o con l'amicizia.Espugnata Avarico, faceva armare e vestire quanti ne erano fuggiti;Al tempo stesso, per rimpiazzare le truppe ridotte, impone alle città un numero fisso di soldati, stabilendo quanti e per quale giorno vuole che siano condotti nell'accampamento, e ordina che tutti gli arcieri, dei quali c'era un numero grandissimo in Gallia, siano ricercati e mandati da lui.Con questi provvedimenti si colmava rapidamente ciò che era andato perduto ad Avarico.Nel frattempo giunse da lui Teutomato, figlio di Ollovicone, re dei Nitiobrogi, il cui padre era stato dichiarato amico dal nostro senato, con un gran numero di suoi cavalieri e quelli che aveva assoldato dall'Aquitania.
Cesare, fermatosi ad Avarico diversi giorni e trovata lì una grandissima quantità di grano e degli altri viveri, ristorò l'esercito dalla fatica e dalla penuria.Ormai, quasi finito l'inverno, poiché era chiamato dalla stessa stagione dell'anno a condurre la guerra e aveva deciso di muovere contro il nemico, sia che potesse stanarlo dalle paludi e dai boschi sia stringerlo d'assedio, giungono da lui gli ambasciatori, i capi degli Edui, per supplicarlo di soccorrere la loro città in un momento particolarmente critico:La situazione era in sommo pericolo perché, mentre da sempre un solo magistrato veniva eletto e deteneva il potere regio per un anno, ora due lo esercitano e ciascuno dei due afferma di essere stato eletto secondo le leggi.Di questi due, uno è Convittolitave, giovane fiorente e illustre, l'altro Coto, nato da una famiglia antichissima e lui stesso uomo di grandissimo potere e di grande parentela, il cui fratello Valetiaco aveva ricoperto la stessa magistratura l'anno precedente.Tutta la città era in armi: diviso il senato, diviso il popolo, ciascuno dei due con la propria cerchia di clienti.Se la contesa si fosse protratta più a lungo, una parte della città sarebbe venuta a scontro con l'altra.Che ciò non accadesse, dipendeva dalla sua diligenza e dalla sua autorità.
Cesare, sebbene ritenesse dannoso allontanarsi dalla guerra e dal nemico, tuttavia, non ignorando quanti danni fossero soliti nascere dai dissidi, per timore che una città così grande e così legata al popolo romano, che egli stesso aveva sempre favorito e onorato in ogni modo, precipitasse alla violenza e alle armi, e che la parte meno sicura di sé chiedesse aiuto a Vercingetorige, ritenne di dover prevenire questo pericolo; e poiché per le leggi degli Edui non era lecito a coloro che ricoprivano la magistratura suprema di uscire dai confini, per non sembrare di aver leso in nulla il loro diritto o le loro leggi, decise egli stesso di recarsi presso gli Edui, e convocò a Decezia presso di sé tutto il senato e coloro che erano coinvolti nella contesa.Poiché quasi tutta la città si era riunita là, e gli veniva dimostrato che, radunati in segreto pochi, in un luogo diverso e in un tempo diverso da quanto sarebbe stato opportuno, un fratello era stato proclamato dall'altro fratello, mentre le leggi vietavano che due della stessa famiglia, vivendo entrambi, fossero eletti magistrati, anzi vietavano perfino che sedessero insieme in senato, costrinse Coto a deporre il potere, e ordinò a Convittolitave, che era stato eletto dai sacerdoti secondo il costume della città durante l'interregno, di assumere la carica.
Emesso questo decreto, esortò gli Edui a dimenticare le contese e i dissidi e, tralasciando ogni altra cosa, a dedicarsi a questa guerra, aspettandosi da lui, una volta vinta la Gallia, i premi che avessero meritato, e a mandargli rapidamente tutta la cavalleria e diecimila fanti, che intendeva impiegare nei presidi per l'approvvigionamento; quindi divise l'esercito in due parti:affidò a Labieno quattro legioni da condurre contro i Senoni e i Parisi, e lui stesso ne condusse sei contro gli Arverni verso la città di Gergovia, lungo il fiume Elaver;Della cavalleria assegnò una parte a lui, una parte la tenne per sé.Saputa la cosa, Vercingetorige, distrutti tutti i ponti di quel fiume, cominciò a marciare sull'altra riva del fiume.
Poiché entrambi gli eserciti erano usciti dalle due parti, ponevano il campo di fronte l'uno all'altro e quasi sulla stessa linea, con le sentinelle disposte, perché in nessun luogo, costruito un ponte, i Romani potessero far passare le truppe.Cesare si trovava in grande difficoltà, per timore di essere ostacolato dal fiume per la maggior parte dell'estate, poiché l'Elaver di solito non si può guadare prima dell'autunno.Perciò, perché ciò non accadesse, posto il campo in un luogo boscoso, di fronte a uno di quei ponti che Vercingetorige aveva fatto distruggere, il giorno dopo rimase nascosto con due legioni;Mandò le restanti truppe con tutti i bagagli, come era solito fare, con alcune coorti lasciate scoperte, in modo che sembrasse che il numero delle legioni restasse invariato.Dato ordine a queste truppe di allontanarsi il più lontano possibile, quando calcolò dal momento del giorno che erano giunte all'accampamento, con le stesse palafitte, la cui parte inferiore restava intatta, cominciò a ricostruire il ponte.Rapidamente, completato il lavoro e fatte passare le legioni e scelto un luogo adatto per il campo, richiamò le restanti truppe.Vercingetorige, saputa la cosa, per non essere costretto a combattere contro la propria volontà, lo precedette con marce forzate.
Cesare, da quel luogo, dopo cinque tappe di marcia arrivò a Gergovia e, sostenuto in quel giorno un breve scontro di cavalleria e osservata la posizione della città, che sorgeva su un monte altissimo e aveva ogni accesso difficile, perse la speranza di espugnarla,e decise di non muovere all'assedio prima di essersi procurato il rifornimento di grano.Vercingetorige invece aveva schierato separatamente, con accampamenti posti presso la città a distanze moderate l'uno dall'altro, le truppe di ciascun popolo e, occupate tutte le alture di quel crinale da cui si poteva essere visti, offriva uno spettacolo terrificante;e ordinava che ogni giorno, all'alba, si presentassero da lui i capi di quei popoli, che aveva scelto per farne un consiglio, ogni volta che sembrava esserci qualcosa da comunicare o da gestire;e non lasciava passare quasi un giorno senza saggiare, in scontri di cavalleria con arcieri frammisti, quanto coraggio e valore ci fosse in ciascuno dei suoi.Di fronte alla città c'era un colle proprio ai piedi del monte, straordinariamente fortificato e tagliato a picco su ogni lato;se i nostri lo avessero occupato, sembrava che avrebbero tagliato ai nemici gran parte dell'acqua e il libero foraggiamento.Ma quel luogo era tenuto da loro con un presidio non troppo forte.Tuttavia Cesare, uscito dall'accampamento nel silenzio della notte, prima che potessero arrivare rinforzi dalla città,scacciato il presidio, s'impadronì del luogo, vi pose due legioni e fece scavare una doppia trincea di dodici piedi dal campo maggiore fino a quello minore, in modo che, al riparo da un improvviso attacco nemico, anche i singoli soldati potessero spostarsi.
Mentre questi fatti si svolgevano a Gergovia, Convictolitave l'Eduo, a cui, abbiamo mostrato, Cesare aveva assegnato la magistratura, sobillato con denaro dagli Arverni, si mette a colloquio con alcuni giovani;Fra questi il capo era Litavicco, insieme ai suoi fratelli, giovani nati da una famiglia potentissima.Condivide con loro il premio e li esorta a ricordare di essere uomini liberi e nati per comandare.Quella degli Edui, dice, è l'unica nazione che tenga in mano la vittoria ormai certissima della Gallia;dalla sua autorità sono tenute unite tutte le altre;se essa passasse dall'altra parte, i Romani non avrebbero più un luogo dove restare in Gallia.Ammette di aver ricevuto qualche favore da Cesare, ma solo nella misura in cui presso di lui aveva ottenuto una causa giustissima;ma dà più peso alla libertà comune.Perché mai, del resto, dovrebbero gli Edui andare da Cesare come arbitro del proprio diritto e delle proprie leggi, piuttosto che i Romani venire dagli Edui?Rapidamente convinti i giovani dal discorso del magistrato e dal denaro, mentre dichiaravano che sarebbero stati loro stessi a capo di quel piano,si cercava il modo di realizzarlo, perché non erano certi che la nazione si potesse indurre alla leggera a intraprendere la guerra.Si decise che Litavicco fosse messo a capo dei diecimila uomini che dovevano essere inviati a Cesare per la guerra e che si occupasse di guidarli, mentre i suoi fratelli corressero avanti da Cesare.Stabiliscono con quale metodo condurre il resto.
Litavicco, ricevuto l'esercito, mentre distava da Gergovia circa trenta miglia, radunati d'improvviso i soldati, in lacrime,disse: «Dove stiamo andando, soldati?Tutta la nostra cavalleria, tutta la nobiltà è perita;i capi della nazione, Eporedorige e Viridomaro, accusati di tradimento, sono stati uccisi dai Romani senza processo.Sappiatelo da coloro stessi che sono fuggiti dalla strage:io stesso, uccisi i miei fratelli e tutti i miei parenti, sono trattenuto dal dolore nel raccontare quanto è accaduto.»Vengono condotti avanti quelli che egli aveva istruito su cosa dire, ed espongono alla folla le stesse cose che Litavicco aveva dichiarato:molti cavalieri edui sono stati uccisi perché si diceva che avessero parlato con gli Arverni;loro stessi si erano nascosti tra la massa dei soldati e fuggiti dal mezzo della strage.Gli Edui gridano tutti insieme e supplicano Litavicco di provvedere alla loro salvezza.«Come se,» disse quello, «la questione fosse di deliberazione, e non fosse invece necessario per noi correre a Gergovia e unirci agli Arverni.Forse dubitiamo che i Romani, commesso un delitto scellerato, già accorrano per ucciderci?Perciò, se in noi c'è un po' di coraggio, vendichiamo la morte di coloro che sono periti così indegnamente, e uccidiamo questi banditi.»Indica i cittadini romani che erano lì confidando nella sua protezione:saccheggia una grande quantità di grano e di rifornimenti, li tortura crudelmente e li uccide.Invia messaggeri per tutta la nazione degli Edui e sconvolge tutti con la stessa menzogna sulla strage dei cavalieri e dei capi;esorta tutti a perseguire fino in fondo, con lo stesso metodo che lui stesso ha usato, i propri torti.
Eporedorige l'Eduo, giovane nato in una posizione elevatissima e di grandissimo potere in patria, e insieme Viridomaro, pari a lui per età e prestigio ma diverso per stirpe,che Cesare, affidatogli da Diviziaco, aveva innalzato da umile condizione al più alto prestigio,erano confluiti tra i cavalieri, chiamati da lui uno per uno.Tra loro c'era rivalità per il primato,e in quella contesa per le magistrature l'uno aveva combattuto con tutte le forze per Convictolitave, l'altro per Coto.Fra questi, Eporedorige, saputo il piano di Litavicco, verso mezzanotte riferisce il fatto a Cesare;lo supplica di non permettere che la nazione, per i cattivi consigli di quei giovani, si allontani dall'amicizia del popolo romano;e prevede che ciò accadrà, se tante migliaia di uomini si uniranno ai nemici,la cui salvezza né i parenti potrebbero trascurare, né la nazione considerare cosa di poco conto.
Cesare, colpito da una grande preoccupazione per questa notizia, poiché aveva sempre avuto un riguardo particolare per la nazione degli Edui, senza alcuna esitazione fa uscire dall'accampamento quattro legioni leggere e tutta la cavalleria;e non ci fu il tempo, in una circostanza simile, per allestire un campo fortificato, perché la situazione sembrava richiedere rapidità;Lascia il legato Gaio Fabio con due legioni a presidio dell'accampamento.Aveva ordinato che i fratelli di Litavicco fossero catturati, ma scopre che poco prima erano fuggiti presso i nemici.Esortati i soldati a non lasciarsi scoraggiare dalla fatica della marcia in un momento così necessario, avanzato per venticinque miglia con tutti pieni di ardore, avvistata la colonna degli Edui,lanciata la cavalleria ne ritarda e ostacola la marcia, e ordina a tutti di non uccidere nessuno.Ordina che Eporedorige e Viridomaro, che quelli credevano uccisi, si mostrino tra i cavalieri e chiamino i loro uomini.Riconosciuti questi e scoperto l'inganno di Litavicco, gli Edui iniziano a tendere le mani, a segnalare la resa e, gettate le armi, a scongiurare di essere risparmiati dalla morte.Litavicco fugge a Gergovia con i suoi clienti, per i quali, secondo il costume dei Galli, è un sacrilegio abbandonare i propri protettori anche nella sorte più estrema.
Cesare, mandati messaggeri alla città degli Edui perché spiegassero come per suo beneficio fossero stati risparmiati quelli che avrebbe potuto uccidere per diritto di guerra, concesse tre ore della notte all'esercito per il riposo, poi mosse l'accampamento verso Gergovia.A metà circa del percorso, i cavalieri mandati da Fabio espongono quanto grave fosse stato il pericolo.Dimostrano che l'accampamento era stato assalito con tutte le forze, poiché di continuo soldati freschi subentravano agli sfiniti e stremavano i nostri con la fatica continua, dato che per l'ampiezza dell'accampamento gli stessi uomini dovevano restare sempre sul vallo.Molti erano stati feriti dalla quantità di frecce e di proiettili di ogni tipo; per resistere a questi attacchi le macchine da lancio erano state di grande utilità.Che Fabio, lasciate soltanto due porte dopo la loro ritirata, murava le altre e aggiungeva parapetti al vallo, preparandosi per il giorno seguente a un caso simile.Saputo questo, Cesare, con il massimo impegno dei soldati, giunse all'accampamento prima del sorgere del sole.
Mentre questo accade a Gergovia, gli Edui, ricevuti i primi messaggi da Litavicco, non si lasciano alcuno spazio per verificare.L'avidità spinge alcuni, altri l'ira e la sconsideratezza, che è particolarmente innata in quella razza di uomini, tanto da prendere per certa una voce leggera.Saccheggiano i beni dei cittadini romani, compiono stragi, li trascinano in schiavitù.Convictolitave asseconda la situazione già compromessa e spinge la plebe al furore, tanto che, commesso il misfatto, si vergognino di tornare al buon senso.Marco Aristio, tribuno dei soldati, che stava facendo rotta verso la legione, lo fanno uscire dalla città di Cabillono dopo avergli dato la loro parola: costringono a fare lo stesso quelli che vi si erano fermati per commerciare.Assaliti subito durante il cammino, li privano di tutti i bagagli; li assediano giorno e notte mentre resistono; uccisi molti da entrambe le parti, radunano una moltitudine ancora maggiore di uomini armati.
Intanto, giunta la notizia che tutti i loro soldati erano in potere di Cesare, accorrono da Aristio e dimostrano che nulla era stato fatto per pubblica decisione;decidono un'inchiesta sui beni saccheggiati, mettono all'asta i beni di Litavicco e dei fratelli, mandano ambasciatori a Cesare per giustificarsi.Fanno questo per riottenere i loro uomini;ma, macchiati dal misfatto e attratti dal guadagno dei beni saccheggiati, poiché la cosa riguardava molti, atterriti dal timore della pena cominciano a tramare di nascosto la guerra e sollecitano con ambascerie le altre città.E sebbene Cesare comprendesse questo, tuttavia si rivolge agli ambasciatori nel modo più mite possibile:che lui non giudica più severamente la città a causa dell'ignoranza e della leggerezza della plebe, né diminuisce la propria benevolenza verso gli Edui.Egli stesso, aspettandosi un più grande sommovimento della Gallia, per non essere circondato da tutte le città, meditava piani su come allontanarsi da Gergovia e radunare di nuovo tutto l'esercito, in modo che la partenza, nata dal timore della defezione, non sembrasse simile a una fuga.
Mentre rifletteva su questo, gli parve presentarsi l'occasione di condurre bene l'impresa.Infatti, essendo giunto nell'accampamento minore per ispezionare i lavori, notò che un colle, tenuto dai nemici, che nei giorni precedenti si poteva a stento scorgere per la moltitudine di uomini, era ormai spoglio di gente.Stupito, chiede la ragione ai disertori, un gran numero dei quali affluiva ogni giorno da lui.Era noto a tutti, cosa che lo stesso Cesare aveva già appreso dagli esploratori, che il dorso di quel crinale era quasi pianeggiante, ma boscoso e stretto nel punto dove si trovava l'accesso all'altra parte della città;che essi temevano fortemente per questo luogo e ormai la pensavano diversamente: occupato un colle dai Romani, se avessero perso anche l'altro, sarebbero sembrati quasi accerchiati e chiusi fuori da ogni via d'uscita e da ogni foraggiamento:per fortificare questo luogo, tutti erano stati chiamati da Vercingetorige.
Saputo questo, Cesare manda parecchi squadroni di cavalleria; ordina loro, nel cuore della notte, di aggirarsi con un po' più di trambusto in ogni luogo.Al far del giorno, ordina che un gran numero di bagagli e di muli sia condotto fuori dal campo, che da questi sia tolto il basto, e che i mulattieri, con elmi, in forma e simulazione di cavalieri, girino intorno alle colline.A questi aggiunge pochi cavalieri che si aggirassero più ampiamente per far mostra.Ordina che tutti raggiungano, con un lungo giro, le stesse zone.Queste cose si vedevano da lontano dalla città, poiché da Gergovia c'era una vista dall'alto sul campo, ma a tanta distanza non si poteva accertare con esattezza cosa fosse.Manda una legione sullo stesso crinale e, fattala avanzare un poco, la dispone in un luogo più basso e la nasconde tra i boschi.Il sospetto cresce nei Galli, e tutte le loro forze vengono trasferite là, verso la fortificazione.Cesare, notato che il campo dei nemici era vuoto, coperte le insegne dei suoi soldati e nascosti gli stendardi militari, fa passare pochi soldati alla volta dal campo maggiore al minore, perché non fossero notati dalla città, e mostra ai luogotenenti, che aveva messo a capo delle singole legioni, ciò che vuole si faccia:Prima di tutto raccomanda che trattengano i soldati, perché non si spingano troppo avanti per desiderio di combattere o per speranza di bottino;espone quale svantaggio comporti la sfavorevole natura del luogo:che questo si può cambiare soltanto con la rapidità;che la cosa dipende dall'occasione, non dal combattimento.Esposte queste cose, dà il segnale e, nello stesso momento, manda gli Edui dal lato destro per un'altra salita.
Il muro della città distava, in linea retta dalla pianura e dall'inizio della salita, milleduecento passi, se non ci fosse stata alcuna deviazione:Quanto qui si era aggiunto di percorso per addolcire la pendenza, aumentava quello spazio di cammino.Quasi dal mezzo del colle, in lunghezza, come permetteva la natura del monte, i Galli avevano tracciato con grandi massi un muro di sei piedi, che rallentasse l'assalto dei nostri; e, lasciato vuoto tutto lo spazio inferiore, avevano riempito la parte superiore del colle, fino al muro della città, con accampamenti fittissimi.I soldati, dato il segnale, arrivano rapidamente alla fortificazione e, oltrepassatala, si impadroniscono di tre accampamenti;E tale fu la rapidità nel prendere gli accampamenti, che Teutomato, re dei Nitiobrogi, sorpreso all'improvviso nella tenda, mentre riposava a mezzogiorno, con la parte superiore del corpo scoperta e il cavallo ferito, a stento riuscì a sottrarsi dalle mani dei soldati che saccheggiavano.
Ottenuto ciò che si era proposto in mente, Cesare ordinò di suonare la ritirata e fece fermare subito le insegne della decima legione, con cui si trovava.E i soldati delle altre legioni, pur non avendo udito il suono della tromba, poiché si frapponeva una valle piuttosto grande, tuttavia erano trattenuti dai tribuni militari e dai legati, come era stato ordinato da Cesare.Ma esaltati dalla speranza di una rapida vittoria, dalla fuga dei nemici e dai favorevoli combattimenti dei tempi precedenti, ritennero che niente fosse così difficile da non poter ottenere col valore, e non smisero di inseguire prima di essersi avvicinati al muro e alle porte della città.Allora, levatosi il clamore da ogni parte della città, quelli che stavano più lontani, spaventati dal tumulto improvviso, poiché ritenevano che il nemico fosse già dentro le porte, si gettarono fuori dalla città.Le madri di famiglia gettavano dal muro vesti e argento e, sporgendosi a petto nudo con le mani protese, supplicavano i Romani di risparmiarle e di non astenersi, come avevano fatto ad Avarico, nemmeno dalle donne e dai bambini:Alcune, calate dai muri di mano in mano, si consegnavano ai soldati.Lucio Fabio, centurione dell'ottava legione, del quale era noto avesse detto ai suoi in quel giorno di essere spronato dai premi promessi ad Avarico e di non voler permettere che qualcun altro salisse per primo sul muro, trovati tre dei suoi soldati e sollevato da loro, salì sul muro:e lui stesso, a sua volta, prendendoli uno per uno, li issò sul muro.
Nel frattempo quelli che, come abbiamo mostrato sopra, si erano radunati dall'altra parte della città per la fortificazione, uditi appena i primi clamori, e poi anche spinti da frequenti messaggi che la città era occupata dai Romani, mandati avanti i cavalieri, si affrettarono là in gran folla.Di loro, man mano che ciascuno arrivava per primo, si fermava sotto il muro e accresceva il numero dei suoi che combattevano.Essendosi radunata una grande moltitudine di loro, le madri di famiglia, che poco prima tendevano le mani ai Romani dal muro, cominciarono a supplicare i propri, a mostrare i capelli sciolti secondo l'usanza gallica e a esibire i figli davanti agli occhi.Per i Romani la lotta non era pari né per posizione né per numero;e, sfiniti insieme dalla corsa e dallo spazio del combattimento, non reggevano facilmente il confronto con nemici freschi e integri.
Cesare, vedendo che si combatteva in una posizione sfavorevole e che le forze dei nemici crescevano, temendo per i suoi, mandò a dire a Tito Sestio, il legato che aveva lasciato a presidio del campo minore, di condurre rapidamente le coorti fuori dall'accampamento e di disporle ai piedi del colle sul fianco destro dei nemici, affinché, se avesse visto i nostri respinti dalla posizione, spaventasse i nemici in modo che inseguissero meno liberamente.Egli stesso, avanzato un poco da quel luogo con la legione dove si era fermato, aspettava l'esito della battaglia.
Mentre si combatteva molto aspramente da vicino, e i nemici confidavano nella posizione e nel numero, i nostri nel valore, improvvisamente furono avvistati gli Edui sul fianco scoperto dei nostri, che Cesare aveva mandato dalla parte destra per un'altra salita, allo scopo di tenere impegnate le forze nemiche.Costoro, per la somiglianza delle armi, spaventarono fortemente i nostri, e sebbene si notasse che avevano la spalla destra scoperta, segno che si era soliti pattuire come distintivo, tuttavia i soldati pensavano che proprio questo fosse stato fatto dai nemici per ingannarli.Nello stesso tempo Lucio Fabio, centurione, e quanti erano saliti sul muro insieme a lui, circondati e uccisi, venivano precipitati dal muro.Marco Petronio, centurione della stessa legione, avendo tentato di sfondare la porta, sopraffatto dalla folla e disperando ormai di sé, ricevute già molte ferite, disse ai compagni suoi che lo avevano seguito: "Poiché non posso salvarmi insieme a voi, provvederò almeno certamente alla vostra vita, voi che, spinto dal desiderio di gloria, ho condotto in pericolo.Voi, avuta l'occasione, pensate a voi stessi".Contemporaneamente si gettò in mezzo ai nemici e, uccisine due, allontanò un poco gli altri dalla porta.Ai suoi che tentavano di aiutarlo disse: "Invano cercate di soccorrere la mia vita, a me a cui ormai mancano il sangue e le forze.Perciò andatevene, finché ne avete la possibilità, e tornate alla legione".Così, combattendo, poco dopo cadde e fu salvezza per i suoi.
I nostri, oppressi da ogni parte, perduti quarantasei centurioni, furono ricacciati dalla posizione.Ma la decima legione, che si era schierata come riserva in una posizione un poco più favorevole, rallentò i Galli che li inseguivano troppo audacemente.Questa fu raccolta a sua volta dalle coorti della tredicesima legione, che, uscite dall'accampamento minore insieme al legato Tito Sestio, avevano occupato una posizione più elevata.Le legioni, non appena raggiunsero la pianura, si schierarono con le insegne rivolte contro i nemici.Vercingetorige ricondusse i suoi dalle pendici del colle dentro le fortificazioni.In quel giorno furono perduti poco meno di settecento soldati.
Il giorno dopo Cesare, convocata l'assemblea, rimproverò l'avventatezza e la bramosia dei soldati, perché avevano deciso da soli fin dove avanzare o cosa fare, e non si erano fermati al segnale del richiamo né avevano potuto essere trattenuti dai tribuni militari e dai legati.Spiegò quanto potesse pesare la sfavorevole natura del luogo, e che cosa egli stesso avesse provato ad Avarico, quando, sorpresi i nemici senza comandante e senza cavalleria, aveva rinunciato a una vittoria sicura, per non subire nemmeno un piccolo danno nello scontro a causa della posizione sfavorevole.Quanto più ammirava la grandezza d'animo di quei soldati, che né le fortificazioni dell'accampamento, né l'altezza del monte, né le mura della città avevano potuto fermare, tanto più biasimava la loro licenza e arroganza, perché credevano di intendersi più dell'imperatore stesso riguardo alla vittoria e all'esito delle cose;e che pretendeva dal soldato non meno la moderazione e la disciplina che il valore e la grandezza d'animo.
Tenuta questa assemblea e, al termine del discorso, rassicurati i soldati perché non si turbassero per questo motivo né attribuissero al valore dei nemici ciò che la sfavorevole condizione del luogo aveva causato, pensando alla stessa partenza che aveva già deciso in precedenza, condusse le legioni fuori dall'accampamento e dispose la schiera in un luogo adatto.Poiché Vercingetorige non scendeva affatto di più in una posizione pianeggiante, dopo un leggero e favorevole scontro di cavalleria, ricondusse l'esercito nell'accampamento.Poiché aveva fatto la stessa cosa il giorno seguente, ritenendo che ciò bastasse a ridimensionare la spavalderia dei Galli e a rinsaldare l'animo dei soldati, spostò l'accampamento verso gli Edui.Nemmeno allora, pur incalzando i nemici, il terzo giorno giunse al fiume Elaver; rifece il ponte e fece attraversare l'esercito.
Là, interpellato dagli Edui Viridomaro ed Eporedorige, apprende che Litavicco era partito con tutta la cavalleria per sobillare gli Edui:che era necessario che essi stessi lo precedessero per rinsaldare la fedeltà della città.Sebbene da molti indizi avesse ormai riconosciuto la slealtà degli Edui e ritenesse che la loro partenza avrebbe affrettato la defezione della città, tuttavia non decise di trattenerli, per non sembrare fare loro un torto o dare qualche sospetto di timore.Mentre questi se ne andavano, espose brevemente i suoi meriti verso gli Edui: quanto umili li avesse ricevuti, ridotti nelle loro città, spogliati delle terre, private tutte le loro truppe, imposto un tributo, estorti gli ostaggi con somma umiliazione, e a quale fortuna e a quale grandezza li avesse condotti, tanto che non solo erano tornati all'antica condizione, ma sembravano aver superato la dignità e il prestigio di ogni epoca precedente.Dati questi incarichi, li congedò.
Noviodunum era una città degli Edui, situata in una posizione favorevole sulle rive della Loira.Qui Cesare aveva portato tutti gli ostaggi della Gallia, il grano, il denaro pubblico, e gran parte dei bagagli suoi e dell'esercito;qui aveva anche inviato un gran numero di cavalli, comprati in Italia e in Spagna per questa guerra.Quando Eporedorige e Viridomaro vi giunsero e vennero a conoscenza della situazione della città, cioè che Litavicco era stato accolto dagli Edui a Bibracte, città che presso di loro gode di grandissima autorità, che il magistrato Convictolitave e gran parte del senato si erano riuniti presso di lui, e che erano stati inviati ufficialmente ambasciatori a Vercingetorige per stringere pace e amicizia, ritennero di non doversi lasciar sfuggire un'occasione così vantaggiosa.Perciò, uccisi i custodi di Noviodunum e quanti vi si erano riuniti per commerciare, si spartirono tra loro il denaro e i cavalli;provvidero a far condurre a Bibracte, presso il magistrato, gli ostaggi delle città;diedero fuoco alla città, che giudicavano di non poter difendere, perché non tornasse utile ai Romani;portarono via su barche tutto il grano che poterono in fretta, il resto lo distrussero gettandolo nel fiume o bruciandolo.Essi stessi cominciarono a radunare truppe dalle regioni vicine, a disporre presidi e guardie lungo le rive della Loira, e a mostrare la cavalleria dovunque per incutere timore, nella speranza di poter escludere i Romani dal rifornimento di grano o, ridotti alla fame, respingerli verso la provincia.In questa speranza li aiutava molto il fatto che la Loira si era ingrossata per lo scioglimento delle nevi, tanto da sembrare impossibile da guadare in qualunque punto.
Cesare, informato di ciò, ritenne di dover affrettare i tempi, anche a costo di rischiare nel completare i ponti, per combattere prima che vi si fossero radunate forze maggiori.Non riteneva infatti che, cambiando piano, si dovesse deviare la marcia verso la Provincia, nemmeno per un timore necessario;poiché lo trattenevano la vergogna e la disonorevolezza della cosa, l'ostacolo del monte Cevenna e la difficoltà delle strade, ma soprattutto perché temeva moltissimo per Labieno, separato da lui insieme alle legioni che gli aveva inviato.Così, dopo marce forzate di giorno e di notte, contro l'aspettativa di tutti giunse alla Loira e, trovato dai cavalieri un guado adatto alla necessità del momento, tale che soltanto le braccia e le spalle potessero restare liberi dall'acqua per sostenere le armi, disposta la cavalleria per spezzare la corrente del fiume, e i nemici sbigottiti alla prima vista, fece attraversare l'esercito incolume e, trovate scorte di grano nei campi e abbondanza di bestiame, rifornito l'esercito di questi beni, decise di dirigersi verso i Senoni.
Mentre questi fatti si svolgevano presso Cesare, Labieno, con quel rinforzo che era giunto di recente dall'Italia, lasciato ad Agedinco per fare da presidio ai bagagli, parte verso Lutezia con quattro legioni.Questa è la città dei Parisi, situata in un'isola del fiume Senna.Saputo dai nemici del suo arrivo, grandi forze accorsero dalle popolazioni vicine.Il comando supremo è affidato all'aulerco Camulogeno, che, sebbene quasi consumato dall'età, fu chiamato a questo onore per la sua straordinaria competenza nell'arte militare.Costui, avendo notato che vi era una palude ininterrotta, che sfociava nella Senna e ostacolava fortemente tutta quella zona, si accampò qui e decise di impedire ai nostri il passaggio.
Labieno dapprima tentava di far avanzare le gallerie, di colmare la palude con graticci e terrapieno e di costruire una strada.Dopo che si accorse che ciò riusciva troppo difficile, uscito in silenzio dall'accampamento alla terza veglia, per la stessa via da cui era venuto giunse a Metioseco.Questa è una città dei Senoni, situata in un'isola della Senna, come abbiamo detto poco prima a proposito di Lutezia.Catturate circa cinquanta navi e collegate rapidamente, imbarcatevi sopra i soldati, e spaventati gli abitanti dalla novità della cosa, dei quali gran parte era stata chiamata alla guerra, si impadronisce della città senza combattere.Riparato il ponte che i nemici avevano distrutto nei giorni precedenti, fa attraversare l'esercito e comincia a marciare verso Lutezia lungo il corso del fiume.I nemici, saputa la cosa da quelli che erano fuggiti da Metioseco, ordinano che Lutezia sia incendiata e che i ponti di quella città siano distrutti;essi stessi, partiti dalla palude, si accampano sulle rive della Senna, di fronte a Lutezia, contro il campo di Labieno.
Si sentiva dire che Cesare si era già allontanato da Gergovia, giungevano già voci sulla defezione degli Edui e su un nuovo moto della Gallia, e i Galli affermavano nei loro colloqui che Cesare, tagliato fuori dalla via e dalla Loira, spinto dalla mancanza di grano, si era diretto verso la Provincia.I Bellovaci poi, saputa la defezione degli Edui, essi che già di per sé erano infidi, cominciarono a raccogliere truppe e a preparare apertamente la guerra.Allora Labieno, per un così grande mutamento delle circostanze, capiva di dover adottare un piano ben diverso da quello che aveva pensato in precedenza, e non pensava più a conquistare qualcosa provocando i nemici in battaglia, ma a ricondurre l'esercito incolume ad Agedinco.Infatti da una parte incalzavano i Bellovaci, popolo che in Gallia gode della più grande fama di valore, dall'altra Camulogeno la teneva occupata con un esercito pronto e schierato;inoltre un fiume enorme teneva le legioni separate dal presidio e dai bagagli.Di fronte a difficoltà così improvvise, capiva che doveva cercare aiuto nel coraggio d'animo.
Verso sera, convocato il consiglio, esortati i soldati a eseguire con cura e diligenza ciò che avesse ordinato, assegna singolarmente ai cavalieri romani le navi che aveva portato da Metioseco e ordina che, terminata la prima veglia, avanzino in silenzio per quattro miglia lungo il fiume e che là lo aspettino.Lascia a presidio dell'accampamento cinque coorti, che riteneva poco salde per combattere;ordina che le restanti cinque della stessa legione partano a mezzanotte con tutti i bagagli, controcorrente, tra grande strepito.Raccoglie anche delle barche:spinge queste nella stessa direzione, con gran fragore di remi.Egli stesso, uscito poco dopo in silenzio con tre legioni, si dirige verso il luogo dove aveva ordinato che le navi approdassero.
Giunti sul posto, le sentinelle nemiche, disposte lungo tutto il corso del fiume, colte alla sprovvista perché improvvisamente si era levata una violenta tempesta, vengono sopraffatte dai nostri;l'esercito e la cavalleria vengono rapidamente fatti passare sotto la guida dei cavalieri romani, ai quali aveva affidato quel compito.Quasi nello stesso momento, sul far della luce, viene annunciato ai nemici che nel campo romano c'è insolito trambusto, che una grande colonna avanza controcorrente, che in quella stessa direzione si sente il rumore dei remi, e che poco più sotto dei soldati vengono trasportati con delle navi.Udite queste cose, poiché pensavano che le legioni attraversassero il fiume in tre punti e che tutti, sconvolti dalla defezione degli Edui, si preparassero alla fuga, divisero anch'essi le proprie truppe in tre parti.Infatti, lasciato un presidio di fronte al campo e inviato un piccolo reparto verso Metiosedum, perché avanzasse solo quanto fossero avanzate le navi, condussero le rimanenti truppe contro Labieno.
Allo spuntar del giorno anche tutti i nostri erano stati fatti passare, e si scorgeva lo schieramento nemico.Labieno, esortati i soldati a serbare il ricordo del proprio antico valore e delle battaglie più favorevoli, e a pensare che lo stesso Cesare, sotto la cui guida spesso avevano sconfitto i nemici, fosse presente, dà il segnale di battaglia.Al primo scontro, sull'ala destra, dove si era schierata la settima legione, i nemici vengono respinti e volti in fuga;sull'ala sinistra, che occupava la dodicesima legione, sebbene le prime file dei nemici, trafitte dai dardi, fossero cadute, tuttavia i rimanenti resistevano accanitamente, e nessuno dava sospetto di fuga.Lo stesso comandante dei nemici, Camulogeno, era presente ai suoi e li esortava.Essendo ancora incerto l'esito della vittoria, quando ai tribuni della settima legione fu annunciato ciò che accadeva sull'ala sinistra, mostrarono la legione alle spalle dei nemici e avanzarono le insegne.Neppure in quel momento qualcuno cedette dalla propria posizione, ma tutti furono accerchiati e uccisi.La stessa sorte toccò a Camulogeno.Ma quelli che erano stati lasciati di presidio contro il campo di Labieno, quando udirono che la battaglia era stata attaccata, andarono in soccorso dei loro e occuparono il colle, ma non riuscirono a sostenere l'assalto dei nostri soldati vittoriosi.Così, mescolati ai propri uomini in fuga, quelli che i boschi e i monti non nascosero furono uccisi dalla cavalleria.Conclusa questa impresa, Labieno torna ad Agedinco, dove erano stati lasciati i bagagli di tutto l'esercito:di lì raggiunge Cesare con tutte le truppe.
Conosciuta la defezione degli Edui, la guerra si intensifica.Ambascerie vengono inviate in ogni direzione:si adoperano, con tutto il credito, l'autorità e il denaro di cui dispongono, per sobillare le città;presi gli ostaggi che Cesare aveva depositato presso di loro, con il supplizio di questi terrorizzano gli esitanti.Gli Edui chiedono a Vercingetorige di venire da loro e di condividere i piani della condotta della guerra.Ottenuta la richiesta, insistono perché il comando supremo sia consegnato a loro, e, portata la questione in discussione, si convoca a Bibracte il concilio di tutta la Gallia.Là accorrono numerosi da ogni parte.La decisione è affidata ai voti della moltitudine:tutti all'unanimità approvano Vercingetorige come comandante.Da questo concilio furono assenti i Remi, i Lingoni, i Treviri:quelli, perché seguivano l'amicizia dei Romani;i Treviri, perché erano più lontani ed erano oppressi dai Germani, il che fu la ragione per cui rimasero assenti da tutta la guerra e non inviarono aiuti a nessuna delle due parti.Con grande dolore gli Edui sopportano di essere stati privati del primato, si lamentano del rovescio della fortuna e rimpiangono l'indulgenza di Cesare verso di loro, ma tuttavia, iniziata la guerra, non osano separare la propria decisione dalle altre.Controvoglia, i giovani di grandissime speranze, Eporedorige e Viridomaro, obbediscono a Vercingetorige.
Egli stesso ordina ostaggi alle rimanenti città e fissa il giorno per questo affare.Ordina che tutti i cavalieri, quindicimila di numero, si raccolgano rapidamente;Dice che si accontenterà della fanteria che ha avuto finora, e che non tenterà la sorte né combatterà in campo aperto, ma, poiché abbonda di cavalleria, è cosa facilissima impedire ai Romani i rifornimenti di grano e i foraggi, purché essi stessi distruggano con animo tranquillo i propri raccolti e brucino gli edifici, vedendo che con questa perdita del patrimonio privato conseguiranno il potere perpetuo e la libertà.Stabilite queste cose, ordina agli Edui e ai Segusiavi, che sono confinanti con la provincia, diecimila fanti;a questi aggiunge ottocento cavalieri.Pone a capo di questi il fratello di Eporedorige e ordina che sia mossa guerra agli Allobrogi.Dall'altra parte manda i Gabali e i vicini distretti degli Arverni a devastare gli Elvi, e allo stesso modo i Rutèni e i Cadurci verso i confini dei Volci Arecomici.Nondimeno sobilla gli Allobrogi con messaggeri segreti e ambascerie, sperando che i loro animi non si fossero ancora placati dopo la guerra precedente.Ai loro capi promette denaro, e alla comunità il dominio di tutta la provincia.
Per tutte queste evenienze erano stati previsti presidi di ventidue coorti, che, provenienti dalla stessa provincia, venivano opposti in ogni direzione dal legato Lucio Cesare.Gli Elvi, scontratisi spontaneamente in battaglia con i vicini, vengono respinti e, uccisi Gaio Valerio Donnotauro, figlio di Caburo e capo della comunità, e parecchi altri, sono ricacciati dentro le città e le mura.Gli Allobrogi, disposti frequenti presidi lungo il Rodano, difendono i propri confini con grande cura e diligenza.Cesare, poiché comprendeva che i nemici erano superiori in cavalleria e, sbarrate tutte le vie, non poteva essere aiutato in nulla dalla provincia e dall'Italia, manda oltre il Reno in Germania presso quelle popolazioni che negli anni precedenti aveva pacificato, e ne richiama i cavalieri e i fanti di armatura leggera che erano abituati a combattere tra loro.Al loro arrivo, poiché disponevano di cavalli poco adatti, prende cavalli dai tribuni militari, dai rimanenti cavalieri romani e dai veterani richiamati, e li distribuisce ai Germani.
Intanto, mentre questo accade, si radunano le truppe nemiche provenienti dagli Arverni e i cavalieri richiesti a tutta la Gallia.Radunato un gran numero di questi, mentre Cesare marciava verso i Sequani lungo i confini estremi dei Lingoni per poter portare più in fretta soccorso alla provincia, Vercingetorix si accampò a circa dieci miglia dai Romani con tre schieramenti di truppe e, convocati a consiglio i comandanti della cavalleria, dimostra che è giunto il momento della vittoria.I Romani fuggono verso la provincia e abbandonano la Gallia.Questo, dice, basta a garantire la libertà del momento presente; ma per la pace e la tranquillità del tempo che resta si ottiene ben poco: infatti, radunato un esercito più numeroso, i Romani sarebbero tornati e non avrebbero posto fine alla guerra.Perciò dovevano attaccarli mentre erano impacciati nella colonna in marcia.Se la fanteria portava soccorso ai propri uomini e si tratteneva per questo, non poteva proseguire la marcia; se invece, cosa che egli riteneva più probabile, abbandonati i bagagli badavano alla propria salvezza, sarebbero stati spogliati sia delle cose necessarie sia della dignità.Quanto alla cavalleria nemica, non dubita affatto che nessuno di loro osi avanzare anche di poco fuori dalla colonna, e che essi stessi non debbano dubitarne; e perché agiscano con maggiore coraggio, egli terrà tutte le sue truppe davanti agli accampamenti, e ciò incuterà terrore ai nemici.I cavalieri gridano tutti insieme che si doveva confermare con un giuramento sacratissimo che non fosse accolto sotto un tetto, che non avesse accesso ai figli, ai genitori, alla moglie, chi non avesse cavalcato due volte attraverso la colonna dei nemici.
Approvata la proposta e prestato da tutti il giuramento, il giorno dopo, divisa la cavalleria in tre parti, due schiere si mostrarono ai due lati, mentre la terza cominciò a ostacolare la marcia sulla testa della colonna.Annunciata questa notizia, Cesare ordinò che anche la propria cavalleria, divisa in tre parti, andasse contro il nemico.Si combatteva contemporaneamente su tutti i fronti.La colonna si fermò; i bagagli furono raccolti dentro le legioni.Se in qualche punto i nostri sembravano essere in difficoltà o venire premuti più duramente, Cesare ordinava che lì fossero portate le insegne e schierata la linea di battaglia; e ciò tratteneva i nemici dall'inseguire e rincuorava i nostri con la speranza dell'aiuto.Alla fine i Germani, raggiunta la cima del crinale sul lato destro, scacciarono i nemici dalla posizione; li inseguirono in fuga fino al fiume, dove Vercingetorix si era accampato con la fanteria, e ne uccisero molti.Accortisi di ciò, i rimanenti, temendo di essere accerchiati, si diedero alla fuga.Ovunque si faceva strage.Tre nobilissimi Edui furono catturati e condotti da Cesare: Coto, comandante della cavalleria, che aveva avuto una contesa con Convittolitave nelle ultime elezioni; Cavarillo, che dopo la defezione di Litavicco aveva comandato la fanteria; ed Eporedorige, sotto la cui guida gli Edui, prima dell'arrivo di Cesare, avevano combattuto in guerra contro i Sequani.
Messa in fuga tutta la cavalleria, Vercingetorix ritirò le truppe, come le aveva schierate davanti al campo, e si mise subito in marcia verso Alesia, che è una città dei Mandubi; ordinò che i bagagli fossero portati fuori dal campo in fretta e che lo seguissero.Cesare, portati i bagagli su una collina vicina e lasciate due legioni a presidio, inseguì finché lo permise il tempo del giorno; uccisi circa tremila nemici della retroguardia, il giorno dopo pose il campo presso Alesia.Esaminata la posizione della città, e poiché i nemici erano atterriti per essere stati respinti nella cavalleria, la parte dell'esercito in cui più confidavano, esortati i soldati alla fatica, decise di circondarla con un vallo.
La città stessa di Alesia sorgeva sulla cima di un colle assai elevato, tanto che non sembrava potersi espugnare se non con un assedio; due fiumi bagnavano le pendici di quel colle da due lati.Davanti a questa città si estendeva una pianura per circa tre miglia di lunghezza; da tutte le altre parti dei colli, a distanza moderata, circondavano la città con un'altezza uniforme di cresta.Sotto le mura, nella parte del colle rivolta verso il sole nascente, le truppe dei Galli avevano occupato tutto questo spazio e avevano tracciato un fossato e un muro a secco alto sei piedi.Il perimetro di questa fortificazione, che veniva costruita dai Romani, misurava undici miglia.Gli accampamenti erano collocati in posizioni favorevoli, e lì erano stati costruiti ventitré fortini, nei quali di giorno venivano poste delle sentinelle, perché non avvenisse all'improvviso qualche sortita; questi stessi fortini di notte erano presidiati da guardie notturne e da solidi presidi.
Iniziati i lavori, si combatté una battaglia di cavalleria in quella pianura che, interrotta dai colli, si estendeva per tre miglia di lunghezza, come abbiamo mostrato sopra.Si combatté con somma energia da entrambe le parti.Poiché i nostri erano in difficoltà, Cesare mandò in soccorso i Germani e schierò le legioni davanti al campo, perché non avvenisse all'improvviso un'incursione della fanteria nemica.Aggiunto il presidio delle legioni, cresceva il coraggio dei nostri: i nemici, messi in fuga, si ostacolavano da soli a causa della loro moltitudine e, lasciate le porte troppo strette, si ammassavano.I Germani li inseguirono più accanitamente fino alle fortificazioni.Si fece grande strage: alcuni, abbandonati i cavalli, cercavano di attraversare il fossato e scavalcare il muro a secco.Cesare ordinò che le legioni, che aveva schierato davanti al vallo, avanzassero di poco.Non meno si turbarono i Galli che si trovavano dentro le fortificazioni: credendo che il nemico venisse subito contro di loro, gridarono all'armi; alcuni, atterriti, si precipitarono in città.Vercingetorix ordinò che le porte fossero chiuse, perché il campo non restasse sguarnito.Uccisi molti e catturati parecchi cavalli, i Germani si ritirarono.
Vercingetorige, prima che i Romani completino le fortificazioni, prende la decisione di allontanare di notte tutta la sua cavalleria.Ordina a chi parte che ciascuno raggiunga la propria comunità e che radunino per la guerra tutti coloro che per l'età possono portare le armi.Espone loro i propri meriti e li scongiura di tenere conto della propria salvezza, e di non consegnare al supplizio dei nemici lui che si è meritato tanto per la libertà comune.Ma se saranno stati negligenti, dichiara che ottantamila uomini scelti periranno insieme a lui.Fatto il calcolo, dice che ha grano a stento per trenta giorni, ma che, risparmiando, si può resistere anche un po' più a lungo.Impartiti questi ordini, manda via in silenzio la cavalleria, nel secondo turno di guardia, dal punto dove l'opera era rimasta interrotta.Ordina che tutto il grano gli venga portato;stabilisce la pena di morte per chi non avrà obbedito:distribuisce a testa il bestiame, di cui c'era grande quantità radunata dai Mandubi;stabilisce di misurare il grano con parsimonia e a poco a poco;fa rientrare in città tutte le truppe che aveva schierato davanti alla città.Con questi accorgimenti si prepara ad aspettare i rinforzi della Gallia e a condurre la guerra.
Saputo questo da disertori e prigionieri, Cesare adotta questi tipi di fortificazione.Scavò un fossato di venti piedi con i lati verticali, in modo che il fondo di quel fossato fosse largo tanto quanto distavano tra loro i bordi superiori del fossato.Ritirò tutte le altre fortificazioni di quattrocento piedi da quel fossato, per questo motivo: poiché aveva dovuto abbracciare uno spazio necessariamente così ampio, e non si poteva facilmente circondarlo tutto con una corona di soldati, affinché una moltitudine di nemici non piombasse all'improvviso o di notte sulle fortificazioni, oppure di giorno non potesse scagliare dardi contro i nostri addetti al lavoro.Dopo questo spazio interposto, scavò due fossati larghi quindici piedi e della stessa profondità; quello interno lo riempì d'acqua deviata dal fiume nei punti pianeggianti e bassi.Dietro di essi costruì un terrapieno e una palizzata alti dodici piedi.Vi aggiunse un parapetto e dei merli, con grossi rami a punta sporgenti nei punti di giunzione tra i graticci e il terrapieno, che rallentassero la salita dei nemici, e circondò tutta l'opera di torri, che distavano ottanta piedi l'una dall'altra.
Nello stesso tempo era necessario procurarsi legname, procurarsi grano e costruire fortificazioni così grandi, mentre le nostre truppe erano ridotte, perché si allontanavano troppo dagli accampamenti:e talvolta i Galli tentavano di attaccare le nostre opere e cercavano di fare una sortita dalla città con grande forza attraverso più porte.Perciò Cesare ritenne che a queste si dovessero aggiungere altre opere, affinché le fortificazioni potessero essere difese con un numero minore di soldati.Perciò, tagliati tronchi d'albero o rami molto robusti, e scortecciate e appuntite le loro estremità, si scavavano fosse continue, profonde cinque piedi.In esse, calati e fissati sul fondo, perché non potessero essere strappati, sporgevano quei pali coi rami.C'erano cinque file, unite e intrecciate tra loro;chi vi entrava si infilzava da sé sui pali appuntitissimi.Li chiamavano cippi.Davanti a essi si scavavano fosse profonde tre piedi, disposte in file oblique a quincunce, con il fondo che si restringeva a poco a poco verso il basso.Vi si calavano pali tondi, grossi come una coscia, appuntiti e induriti al fuoco in cima, in modo che non sporgessero dal terreno più di quattro dita;Allo stesso tempo, per renderli saldi e stabili, i pali venivano calcati con la terra sul fondo per un piede; il resto della fossa veniva coperto di rami e cespugli per nascondere l'insidia.Di questo tipo si scavavano otto file, distanti tra loro tre piedi.Per la somiglianza con il fiore, lo chiamavano giglio.Davanti a queste, dei pali lunghi un piede, con uncini di ferro conficcati, venivano interrati per intero, e disposti ovunque a intervalli regolari;che chiamavano pungoli.
Fatto questo, seguendo per quanto possibile i terreni più pianeggianti secondo la natura del luogo, e abbracciando un perimetro di quattordici miglia, completò contro il nemico esterno fortificazioni uguali nel tipo a queste ma distinte da esse, affinché i presidi delle fortificazioni non potessero essere circondati, nemmeno da una grande moltitudine, se ciò fosse accaduto;e perché non fosse costretto a uscire dagli accampamenti con pericolo, ordinò che tutti avessero raccolto foraggio e grano per trenta giorni.
Mentre questo accade ad Alesia, i Galli, convocata un'assemblea dei capi, stabiliscono di non far radunare tutti quelli che potessero portare le armi, come aveva proposto Vercingetorige, ma di imporre a ciascuna comunità un numero fisso, perché con una moltitudine così confusa non potessero né controllare né distinguere i propri uomini né avere modo di procurare il grano.Impongono agli Edui e ai loro clienti, i Segusiavi, gli Ambivareti, gli Aulerci Brannovici, i Blannovi, trentacinquemila uomini;un pari numero agli Arverni, uniti agli Eleuteti, ai Cadurci, ai Gabali, ai Vellavi, che erano soliti stare sotto il dominio degli Arverni;ai Sequani, ai Senoni, ai Bituridi, ai Santoni, ai Rutèni, ai Carnuti dodicimila uomini ciascuno;ai Bellovaci diecimila;altrettanti ai Lemovici;ottomila ciascuno ai Pittoni, ai Turoni, ai Parigi e agli Elvezi;ai Suessioni, agli Ambiani, ai Mediomatrici, ai Petrocori, ai Nervi, ai Morini, ai Nitiobrogi cinquemila ciascuno;altrettanti agli Aulerci Cenomani;agli Atrebati quattromila;ai Veliocassi, ai Lessovi e agli Aulerci Eburovici tremila ciascuno;ai Rauraci e ai Boi duemila ciascuno;trentamila a tutte le comunità che confinano con l'Oceano e che nel loro uso si chiamano Armoricane, tra le quali si contano i Curiosoliti, i Redoni, gli Ambibari, i Caleti, gli Osismi, i Veneti, i Lemovici, i Veneli.Tra questi, i Bellovaci non completarono il loro contingente, perché dicevano che avrebbero combattuto la guerra contro i Romani in nome proprio e a proprio giudizio, e che non avrebbero obbedito al comando di nessuno;tuttavia, pregati da Commio, per il legame di ospitalità con lui, ne mandarono duemila insieme agli altri.
Cesare si era servito, in Britannia, dell'aiuto di Commio, fedele e utile negli anni precedenti, come abbiamo già ricordato;In cambio di questi meriti, egli aveva ordinato che il suo popolo fosse esente da tributi, gli aveva restituito i diritti e le leggi e gli aveva assegnato i Morini.Tuttavia fu così grande l'accordo di tutta la Gallia nel rivendicare la libertà e nel ricuperare l'antica gloria di guerra, che non si lasciarono smuovere né dai benefici né dal ricordo dell'amicizia, e tutti si gettarono in quella guerra con l'animo e con le risorse.Radunati ottomila cavalieri e circa duecentocinquantamila fanti, questi venivano passati in rassegna nel territorio degli Edui, se ne calcolava il numero e si nominavano i comandanti.Il comando supremo viene affidato a Commio l'Atrebate, a Viridomaro e a Eporedorige Edui, e a Vercassivellauno l'Arverno, cugino di Vercingetorige.A questi vengono assegnati uomini scelti dalle rispettive città, con il cui consiglio la guerra fosse diretta.Tutti si mettono in marcia verso Alesia, pieni di ardore e di fiducia, e non c'era nessuno fra loro che pensasse che la sola vista di una moltitudine così grande potesse essere sostenuta, tanto più in un combattimento su due fronti, dato che dalla città si combatteva con una sortita e fuori si vedevano schiere così grandi di cavalleria e di fanteria.
Ma quelli che erano assediati ad Alesia, passato il giorno in cui avevano atteso i soccorsi dei loro, consumato tutto il grano, ignari di ciò che accadeva presso gli Edui, radunato il consiglio, discutevano sull'esito della propria sorte.Ed espressi vari pareri, di cui una parte proponeva la resa, un'altra, finché fossero bastate le forze, una sortita, non sembra da tralasciare il discorso di Critognato per la sua crudeltà singolare e nefanda.Costui, nato in una posizione elevatissima tra gli Arverni e ritenuto di grande autorità, disse: «Non dirò nulla sul parere di quelli che chiamano col nome di resa la più vergognosa schiavitù, e ritengo che costoro non vadano considerati al rango di cittadini né ammessi al consiglio.Ho a che fare con quelli che approvano la sortita;nel cui parere sembra risiedere, con il consenso di voi tutti, il ricordo dell'antico valore.Non poter sopportare per un po' la privazione è debolezza d'animo, non coraggio.Si trovano più facilmente uomini che si offrano spontaneamente alla morte, che uomini che sopportino con pazienza il dolore.E io approverei questa opinione (tanto può presso di me il senso dell'onore), se vedessi che non si verifica altra perdita se non quella della nostra vita:ma nel prendere una decisione dobbiamo guardare a tutta la Gallia, che abbiamo spinto a venire in nostro aiuto.Che animo pensate avranno i nostri parenti e consanguinei, una volta uccisi in un solo luogo ottantamila uomini, se saranno costretti a combattere quasi sui loro stessi cadaveri?Non private del vostro aiuto costoro, che per la vostra salvezza hanno trascurato il proprio pericolo, né abbattete tutta la Gallia con la vostra stoltezza e sconsideratezza o con la debolezza d'animo, sottoponendola a una schiavitù perpetua.O forse, poiché non sono venuti al giorno stabilito, dubitate della loro lealtà e costanza?E allora?Credete che i Romani si esercitino ogni giorno in quelle fortificazioni più esterne per puro spirito?Se, essendo bloccato ogni accesso, non potete avere conferma dai loro messaggeri, servitevi di questi testimoni per sapere che il loro arrivo si avvicina;atterriti dal timore di ciò, sono impegnati nei lavori giorno e notte.Qual è dunque il mio consiglio?Fare quel che i nostri antenati fecero in una guerra per nulla simile, quella contro i Cimbri e i Teutoni;che, incalzati nelle città e ridotti da una simile carestia, sopravvissero nutrendosi dei corpi di quelli che per età sembravano inutili alla guerra, e non si arresero ai nemici.E se anche non avessimo un precedente di ciò, riterrei comunque bellissimo che, per amore della libertà, un tale esempio fosse istituito e tramandato ai posteri.Infatti, che cosa ci fu di simile a quella guerra?Devastata la Gallia e recatoci un grande danno, i Cimbri alla fine uscirono dai nostri territori e cercarono altre terre;ci lasciarono i diritti, le leggi, i campi, la libertà.I Romani invece, che cosa altro cercano o vogliono se non, spinti dall'invidia, insediarsi nei campi e nelle città di quelli che la fama ha fatto conoscere come nobili e potenti in guerra, e imporre loro una schiavitù eterna?Infatti non hanno mai condotto guerre a nessun'altra condizione.Che se ignorate ciò che accade presso i popoli lontani, guardate alla Gallia confinante, che, ridotta a provincia, mutati il diritto e le leggi, sottoposta alle scuri, è oppressa da una schiavitù perpetua».
Espressi i pareri, stabiliscono che quelli che sono inutili alla guerra per malattia o per età escano dalla città, e che si tenti prima ogni cosa, prima di ricorrere al parere di Critognato:che tuttavia si debba ricorrere piuttosto a quel consiglio, se la necessità lo imponesse e i soccorsi tardassero, piuttosto che accettare la condizione della resa o della pace.I Mandubi, che li avevano accolti nella città, sono costretti a uscire con i figli e le mogli.Questi, giunti alle fortificazioni dei Romani, piangendo supplicavano con ogni preghiera che, accolti in schiavitù, li aiutassero con il cibo.Ma Cesare, disposte le sentinelle sul vallo, impediva che fossero accolti.
Intanto Commio e gli altri capi, a cui era stato affidato il comando supremo, giungono ad Alesia con tutte le truppe e, occupata la collina esterna, si accampano a non più di mille passi dalle nostre fortificazioni.Il giorno dopo, fatta uscire la cavalleria dal campo, riempiono tutta quella pianura che, come abbiamo mostrato, si estende per tre miglia di lunghezza, e dispongono le fanterie, nascoste poco lontano da quel luogo, sulle alture.Dalla città di Alesia si poteva guardare giù sulla pianura.Alla vista di questi rinforzi accorrono;si diffonde la gioia tra loro, e gli animi di tutti si accendono di letizia.Perciò, schierate le truppe, si accampano davanti alla città, ricoprono di graticci il fossato più vicino e lo riempiono di terra, e si preparano alla sortita e a ogni evenienza.
Cesare, disposto tutto l'esercito su entrambi i lati delle fortificazioni, in modo che, se ce ne fosse bisogno, ciascuno tenesse e conoscesse il proprio posto, ordina che la cavalleria esca dal campo e che si attacchi battaglia.Da tutti gli accampamenti, che occupavano tutt'intorno la cima del crinale, si poteva guardare giù, e tutti i soldati, in attesa, aspettavano l'esito della battaglia.I Galli avevano frammisto tra i cavalieri alcuni arcieri e fanti armati alla leggera, che soccorressero i loro quando cedevano e sostenessero gli attacchi della nostra cavalleria.Molti, feriti da loro all'improvviso, si ritiravano dalla battaglia.Poiché i Galli erano convinti che i loro fossero superiori nel combattimento e vedevano che i nostri erano oppressi dal numero, da ogni parte sia quelli che erano rinchiusi nelle fortificazioni sia quelli che erano venuti in soccorso incoraggiavano i loro animi con grida e urla.Poiché la vicenda si svolgeva sotto gli occhi di tutti e nessuna azione, giusta o vergognosa, poteva essere nascosta, in entrambi gli schieramenti il desiderio di gloria e la paura del disonore spingevano al valore.Mentre si combatteva con vittoria incerta da mezzogiorno quasi fino al tramonto del sole, i Germani, in un settore, con gli squadroni serrati, sferrarono un attacco contro i nemici e li respinsero;messi in fuga, gli arcieri furono circondati e uccisi.Allo stesso modo, dalle altre zone, i nostri inseguirono i fuggitivi fin sotto il loro campo e non diedero loro la possibilità di riorganizzarsi.Ma quelli che erano usciti da Alesia, addolorati, quasi disperando della vittoria, si ritirarono nella città.
Lasciato passare un giorno, i Galli, preparata in questo intervallo di tempo una grande quantità di graticci, scale e uncini, usciti in silenzio dagli accampamenti a mezzanotte, si avvicinano alle fortificazioni della pianura.Levato improvvisamente un grido, con il quale segnale quelli che erano assediati nella città potessero riconoscere il loro arrivo, si preparano a gettare graticci, a respingere i nostri dal vallo con fionde, frecce, pietre e a compiere il resto che riguarda l'assalto.Nello stesso momento, udito il grido, Vercingetorige dà ai suoi il segnale con la tromba e li conduce fuori dalla città.I nostri, come nei giorni precedenti, ciascuno secondo il posto che gli era stato assegnato, si avvicinano alle fortificazioni; respingono i Galli con fionde, giavellotti e pali che avevano disposto durante il lavoro, e con proiettili di piombo.Tolta la vista a causa dell'oscurità, da entrambe le parti si ricevono molte ferite.Molti proiettili vengono scagliati dalle macchine da guerra.Ma i legati Marco Antonio e Gaio Trebonio, ai quali erano toccate queste parti da difendere, mandavano in aiuto, dalla parte in cui avevano capito che i nostri erano oppressi, uomini fatti scendere dai fortini più lontani.
Finché i Galli restavano più lontani dalla fortificazione, ottenevano di più con la quantità dei proiettili; dopo che si furono avvicinati di più, o si infilavano ignari sui pungoli, o, caduti nelle fosse, restavano trafitti, o, colpiti dal vallo e dalle torri, morivano per i giavellotti murali.Ricevute da ogni parte molte ferite, senza aver sfondato nessuna fortificazione, mentre si avvicinava la luce del giorno, temendo di essere circondati dal fianco scoperto per un'incursione dagli accampamenti superiori, si ritirarono presso i loro.Ma quelli di dentro, mentre portano fuori ciò che era stato preparato da Vercingetorige per la sortita, riempiono le fosse anteriori; trattenuti più a lungo nel disporre queste cose, seppero che i loro si erano ritirati prima che si avvicinassero alle fortificazioni.Così tornarono in città con l'impresa non riuscita.
Respinti due volte con grande perdita, i Galli deliberano che cosa fare; ricorrono a esperti dei luoghi: apprendono da loro la posizione e le fortificazioni degli accampamenti superiori.C'era da settentrione una collina, che i nostri, per la grandezza del perimetro, non avevano potuto racchiudere con l'opera: per necessità fecero l'accampamento in un luogo quasi sfavorevole e leggermente in pendio.Questo tenevano i legati Gaio Antistio Regino e Gaio Caninio Rebilo con due legioni.Conosciute le zone tramite gli esploratori, i comandanti dei nemici scelgono, da tutto il numero, sessantamila uomini tra quelle città che godevano della massima fama di valore; stabiliscono di nascosto tra loro che cosa convenga fare e in che modo; fissano il momento in cui muoversi, quando sembri essere mezzogiorno.A queste truppe mettono a capo Vercassivellauno Arverno, uno dei quattro comandanti, parente di Vercingetorige.Egli, uscito dall'accampamento alla prima veglia, terminato il cammino poco prima dell'alba, si nascose dietro il monte e ordinò ai soldati di riposarsi dalla fatica notturna.Quando ormai sembrava avvicinarsi il mezzogiorno, si diresse verso quell'accampamento che abbiamo mostrato sopra; e nello stesso momento la cavalleria cominciò ad avvicinarsi alle fortificazioni della pianura, e le altre truppe a mostrarsi davanti agli accampamenti.
Vercingetorige, avvistati i suoi dalla rocca di Alesia, esce dalla città; porta fuori graticci, pertiche, ripari mobili, falci e il resto che aveva preparato per la sortita.Si combatte nello stesso momento in tutti i luoghi, e si tenta ogni cosa: dove una parte è sembrata meno solida, là si accorre in massa.La schiera dei Romani è divisa tra tante fortificazioni e non riesce facilmente ad accorrere in più luoghi.Molto vale a spaventare i nostri il grido che sorge alle loro spalle mentre combattono, perché vedono che il proprio pericolo dipende dalla salvezza altrui: infatti tutto ciò che è lontano turba per lo più con maggior forza gli animi degli uomini.
Saputo questo, Cesare manda Labieno con sei coorti in soccorso dei soldati in difficoltà:gli ordina che, se non fosse riuscito a resistere, ritirasse le coorti e combattesse con una sortita;ma lo facesse solo in caso di necessità.Egli stesso va dagli altri soldati e li esorta a non cedere alla fatica;spiega che il frutto di tutti gli scontri precedenti dipende da quel giorno e da quell'ora.Gli assediati, disperando ormai dei luoghi pianeggianti per la vastità delle fortificazioni, tentano i punti scoscesi risalendo:qui portano ciò che avevano preparato.Con una pioggia di proiettili scacciano dalle torri i difensori,colmano i fossati con terrapieni e graticci,con i falci abbattono il vallo e il parapetto.
Cesare manda prima il giovane Bruto con delle coorti, poi Gaio Fabio legato con altre;infine, poiché si combatteva con più violenza, conduce lui stesso truppe fresche in soccorso.Ristabilito il combattimento e respinti i nemici, si dirige verso il punto dove aveva mandato Labieno;fa scendere quattro coorti dal castello più vicino e ordina a una parte della cavalleria di seguirlo, all'altra di aggirare le fortificazioni esterne e assalire i nemici alle spalle.Labieno, dopo che né i terrapieni né i fossati riuscivano a resistere all'impeto dei nemici, radunate quaranta coorti che il caso aveva fatto ritirare dai presidi vicini, informa Cesare per mezzo di messaggeri su cosa ritenga si debba fare.Cesare affretta il passo per prendere parte al combattimento.
Riconosciuto il suo arrivo dal colore della veste, che era solito indossare come segno distintivo nelle battaglie, e viste le squadre di cavalieri e le coorti che aveva ordinato di seguirlo, poiché dai luoghi più alti si vedevano questi pendii e declivi, i nemici attaccano battaglia.Levatosi il grido da entrambe le parti, di nuovo dal vallo e da tutte le fortificazioni risponde un grido.I nostri, abbandonati i giavellotti, combattono con le spade.Improvvisamente si scorge la cavalleria alle spalle;altre coorti si avvicinano.I nemici voltano le spalle;la cavalleria va incontro a quelli in fuga.Si compie una grande strage.Sedulio, comandante e capo dei Lemovici, viene ucciso;Vercassivellauno l'Arverno viene catturato vivo durante la fuga;settantaquattro insegne militari sono riportate a Cesare:pochi, su un numero così grande, si ritirano incolumi nell'accampamento.Visti dalla città la strage e la fuga dei loro, disperata ormai la salvezza, ritirano le truppe dalle fortificazioni.Subito, udita questa notizia, si diffonde la fuga dei Galli dagli accampamenti.Se i soldati non fossero stati stanchi per i continui rinforzi e per la fatica di tutto il giorno, tutte le truppe nemiche avrebbero potuto essere distrutte.La cavalleria, mandata a mezzanotte, raggiunge la retroguardia:un gran numero viene catturato e ucciso;i restanti, fuggendo, si disperdono nelle loro città.
Il giorno dopo, convocata l'assemblea, Vercingetorix dichiara di aver intrapreso quella guerra non per necessità proprie, ma per la causa della libertà comune, e poiché bisogna cedere alla sorte, si offre a loro per l'una o l'altra soluzione, sia che vogliano soddisfare i Romani con la sua morte, sia che vogliano consegnarlo vivo.Vengono mandati ambasciatori a Cesare per queste cose.Egli ordina che siano consegnate le armi e condotti fuori i capi.Egli stesso si siede sulla fortificazione davanti all'accampamento:là vengono condotti i capi;Vercingetorix si arrende, le armi vengono gettate a terra.Risparmiati gli Edui e gli Arverni, nella speranza di poter riconquistare tramite loro le rispettive città, distribuisce a tutto l'esercito, a titolo di bottino, un prigioniero a testa tra i rimanenti.
Concluse queste cose, si dirige verso gli Edui;riprende il controllo della città.Là, gli ambasciatori mandati dagli Arverni promettono di fare ciò che ordinasse.Impone un gran numero di ostaggi.Manda le legioni negli accampamenti invernali.Restituisce agli Edui e agli Arverni circa ventimila prigionieri.Ordina a Tito Labieno di partire per i territori dei Sequani con due legioni e la cavalleria:gli assegna Marco Sempronio Rutilo.Colloca il legato Gaio Fabio e Lucio Minucio Basilo con due legioni presso i Remi, perché non subiscano alcun danno dai vicini Bellovaci.Manda Gaio Antistio Regino presso gli Ambivareti, Tito Sestio presso i Biturigi, Gaio Caninio Rebilo presso i Rutèni, ciascuno con una legione.Colloca Quinto Tullio Cicerone e Publio Sulpicio a Cabillono e Matiscone, presso gli Edui sul fiume Arar, per il rifornimento di grano.Egli stesso decide di svernare a Bibracte.Conosciuta questa lettera, a Roma viene decretata una supplica di venti giorni.
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