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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VII, capitolo 73
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Nello stesso tempo era necessario procurarsi legname, procurarsi grano e costruire fortificazioni così grandi, mentre le nostre truppe erano ridotte, perché si allontanavano troppo dagli accampamenti: e talvolta i Galli tentavano di attaccare le nostre opere e cercavano di fare una sortita dalla città con grande forza attraverso più porte. Perciò Cesare ritenne che a queste si dovessero aggiungere altre opere, affinché le fortificazioni potessero essere difese con un numero minore di soldati. Perciò, tagliati tronchi d'albero o rami molto robusti, e scortecciate e appuntite le loro estremità, si scavavano fosse continue, profonde cinque piedi. In esse, calati e fissati sul fondo, perché non potessero essere strappati, sporgevano quei pali coi rami. C'erano cinque file, unite e intrecciate tra loro; chi vi entrava si infilzava da sé sui pali appuntitissimi. Li chiamavano cippi. Davanti a essi si scavavano fosse profonde tre piedi, disposte in file oblique a quincunce, con il fondo che si restringeva a poco a poco verso il basso. Vi si calavano pali tondi, grossi come una coscia, appuntiti e induriti al fuoco in cima, in modo che non sporgessero dal terreno più di quattro dita; Allo stesso tempo, per renderli saldi e stabili, i pali venivano calcati con la terra sul fondo per un piede; il resto della fossa veniva coperto di rami e cespugli per nascondere l'insidia. Di questo tipo si scavavano otto file, distanti tra loro tre piedi. Per la somiglianza con il fiore, lo chiamavano giglio. Davanti a queste, dei pali lunghi un piede, con uncini di ferro conficcati, venivano interrati per intero, e disposti ovunque a intervalli regolari; che chiamavano pungoli.
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