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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VII, capitolo 88
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Riconosciuto il suo arrivo dal colore della veste, che era solito indossare come segno distintivo nelle battaglie, e viste le squadre di cavalieri e le coorti che aveva ordinato di seguirlo, poiché dai luoghi più alti si vedevano questi pendii e declivi, i nemici attaccano battaglia. Levatosi il grido da entrambe le parti, di nuovo dal vallo e da tutte le fortificazioni risponde un grido. I nostri, abbandonati i giavellotti, combattono con le spade. Improvvisamente si scorge la cavalleria alle spalle; altre coorti si avvicinano. I nemici voltano le spalle; la cavalleria va incontro a quelli in fuga. Si compie una grande strage. Sedulio, comandante e capo dei Lemovici, viene ucciso; Vercassivellauno l'Arverno viene catturato vivo durante la fuga; settantaquattro insegne militari sono riportate a Cesare: pochi, su un numero così grande, si ritirano incolumi nell'accampamento. Visti dalla città la strage e la fuga dei loro, disperata ormai la salvezza, ritirano le truppe dalle fortificazioni. Subito, udita questa notizia, si diffonde la fuga dei Galli dagli accampamenti. Se i soldati non fossero stati stanchi per i continui rinforzi e per la fatica di tutto il giorno, tutte le truppe nemiche avrebbero potuto essere distrutte. La cavalleria, mandata a mezzanotte, raggiunge la retroguardia: un gran numero viene catturato e ucciso; i restanti, fuggendo, si disperdono nelle loro città.
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