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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VII, capitolo 19
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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La collina saliva dolcemente in pendenza dal fondo. Una palude difficile e intricata, larga non più di cinquanta piedi, la circondava quasi da ogni lato. Su questa collina i Galli si tenevano, distrutti i ponti, fiduciosi nella posizione, e, divisi per gruppi secondo le loro comunità, presidiavano tutti i guadi e i passaggi di quella palude, pronti nell'animo a schiacciare dall'alto i Romani in difficoltà, se avessero tentato di attraversare la palude; così che chi vedesse la vicinanza del luogo li credesse pronti a combattere quasi ad armi pari, mentre chi ne scorgesse lo svantaggio della posizione capisse che si mostravano con vuota finzione. Cesare spiegò ai soldati indignati perché i nemici potessero sopportare la loro vista a così breve distanza, e che reclamavano il segnale di battaglia, con quanto danno e con la morte di quanti valorosi la vittoria dovesse necessariamente costare; e che, vedendoli così pronti nell'animo da non rifiutare nessun pericolo per la propria gloria, egli avrebbe dovuto essere condannato per la più grande ingiustizia, se non avesse tenuto la loro vita più cara della propria salvezza. Consolati così i soldati, li ricondusse nello stesso giorno nell'accampamento e cominciò a occuparsi del resto di ciò che riguardava l'assedio della città.
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