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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VII, capitolo 20
Traduzione a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
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Vercingetorige, tornato dai suoi, fu accusato di tradimento perché aveva spostato l'accampamento più vicino ai Romani, perché era partito con tutta la cavalleria, perché aveva lasciato truppe così numerose senza comando, perché con la sua partenza i Romani erano arrivati con tanta opportunità e rapidità: che tutto questo non poteva accadere per caso o senza un disegno; che egli preferiva ottenere il regno della Gallia per concessione di Cesare piuttosto che per grazia loro; accusato in questo modo, rispose a queste parole: Rispetto al fatto di aver spostato l'accampamento, ciò era avvenuto per mancanza di foraggio, e anche loro stessi lo avevano esortato a farlo; riguardo al fatto di essersi avvicinato ai Romani, lo aveva convinto la comodità del luogo, che si difendeva da sé con le sue fortificazioni naturali: quanto poi all'opera della cavalleria, non ce ne sarebbe stato bisogno in un luogo paludoso, mentre era stata utile là dove era stata mandata. di aver deliberatamente affidato a nessuno il comando supremo mentre si allontanava, perché quello non fosse spinto a combattere dall'entusiasmo della folla; vedeva che tutti desideravano questa cosa a causa della debolezza d'animo, perché non potevano più sopportare la fatica. Se i Romani erano intervenuti per caso, se ne doveva ringraziare la fortuna; se erano stati chiamati da una spiata di qualcuno, allora si doveva gratitudine a costui, perché avevano potuto riconoscere dall'alto la loro scarsità di numero e disprezzarne il valore, essi che, non osando combattere, si erano ritirati vergognosamente nell'accampamento. diceva di non desiderare da Cesare, tramite il tradimento, alcun potere che egli invece potesse ottenere con la vittoria, ormai certa per sé e per tutti i Galli: anzi, che rimetteva loro stessi la questione, se pensavano di attribuire più onore a lui, che di ricevere la salvezza da lui. «Perché comprendiate che queste cose vi sono dette da me con sincerità», disse, «ascoltate, soldati romani». Fa condurre avanti gli schiavi che aveva catturato pochi giorni prima durante una spedizione di foraggio e aveva torturato con la fame e le catene. Costoro, già istruiti in precedenza su ciò che avrebbero detto se interrogati, dicono di essere soldati legionari; spinti dalla fame e dalla mancanza, erano usciti di nascosto dall'accampamento per vedere se potessero trovare un po' di grano o di bestiame nei campi: che tutto l'esercito era oppresso da una simile carenza, e che le forze di nessuno bastavano più, né si poteva sopportare la fatica dei lavori: e che perciò il comandante aveva deciso, se non avessero ottenuto nulla nell'assedio della città, di ritirare l'esercito entro tre giorni. «Queste», disse, «sono le grazie che avete da me», Vercingetorige, «voi che mi accusate di tradimento; grazie alla cui opera, senza il vostro sangue, vedete un esercito così grande e vittorioso consumato dalla fame; e ho provveduto io stesso a che nessuna comunità lo accolga entro i propri confini, mentre si ritira vergognosamente dalla fuga».
Vercingetorix, cum ad suos redisset, proditionis insimulatus, quod castra propius Romanos movisset, quod cum omni equitatu discessisset, quod sine imperio tantas copias reliquisset, quod eius discessu Romani tanta opportunitate et celeritate venissent: non haec omnia fortuito aut sine consilio accidere potuisse; regnum illum Galliae malle Caesaris concessu quam ipsorum habere beneficio--tali modo accusatus ad haec respondit: Quod castra movisset, factum inopia pabuli etiam ipsis hortantibus; quod propius Romanos accessisset, persuasum loci opportunitate, qui se ipsum munitione defenderet: equitum vero operam neque in loco palustri desiderari debuisse et illic fuisse utilem, quo sint profecti. Summam imperi se consulto nulli discedentem tradidisse, ne is multitudinis studio ad dimicandum impelleretur; cui rei propter animi mollitiem studere omnes videret, quod diutius laborem ferre non possent. Romani si casu intervenerint, fortunae, si alicuius indicio vocati, huic habendam gratiam, quod et paucitatem eorum ex loco superiore cognoscere et virtutem despicere potuerint, qui dimicare non ausi turpiter se in castra receperint. Imperium se ab Caesare per proditionem nullum desiderare, quod habere victoria posset, quae iam esset sibi atque omnibus Gallis explorata: quin etiam ipsis remittere, si sibi magis honorem tribuere, quam ab se salutem accipere videantur. "Haec ut intellegatis," inquit, "a me sincere pronuntiari, audite Romauos milites." Producit servos, quos in pabulatione paucis ante diebus exceperat et fame vinculisque excruciaverat. Hi iam ante edocti quae interrogati pronuntiarent, milites se esse legionarios dicunt; fame et inopia adductos clam ex castris exisse, si quid frumenti aut pecoris in agris reperire possent: simili omnem exercitum inopia premi, nec iam vires sufficere cuiusquam nec ferre operis laborem posse: itaque statuisse imperatorem, si nihil in oppugnatione oppidi profecissent, triduo exercitum deducere. "Haec," inquit, "a me," Vercingetorix, "beneficia habetis, quem proditionis insimulatis; cuius opera sine vestro sanguine tantum exercitum victorem fame consumptum videtis; quem turpiter se ex fuga recipientem ne qua civitas suis finibus recipiat a me provisum est."
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