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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VII, capitolo 52
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
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Il giorno dopo Cesare, convocata l'assemblea, rimproverò l'avventatezza e la bramosia dei soldati, perché avevano deciso da soli fin dove avanzare o cosa fare, e non si erano fermati al segnale del richiamo né avevano potuto essere trattenuti dai tribuni militari e dai legati. Spiegò quanto potesse pesare la sfavorevole natura del luogo, e che cosa egli stesso avesse provato ad Avarico, quando, sorpresi i nemici senza comandante e senza cavalleria, aveva rinunciato a una vittoria sicura, per non subire nemmeno un piccolo danno nello scontro a causa della posizione sfavorevole. Quanto più ammirava la grandezza d'animo di quei soldati, che né le fortificazioni dell'accampamento, né l'altezza del monte, né le mura della città avevano potuto fermare, tanto più biasimava la loro licenza e arroganza, perché credevano di intendersi più dell'imperatore stesso riguardo alla vittoria e all'esito delle cose; e che pretendeva dal soldato non meno la moderazione e la disciplina che il valore e la grandezza d'animo.
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