Caricamento…
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latino · Cesare · opera integrale
Tutto il libro VIII del De bello Gallico con traduzione italiana affiancata, capitolo per capitolo. Tocca una parola latina: sopra hai il suo significato, e la sua resa si accende nella traduzione.
In questo libro: Le ultime operazioni: gli assedi di Uxelloduno e degli ultimi focolai di rivolta, mentre si prepara la guerra civile.
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano
Il libro VIII non è di Cesare: lo scrisse il suo luogotenente Aulo Irzio per completare il racconto della campagna gallica fino allo scoppio della guerra civile.
Sottomessa tutta la Gallia, mentre Cesare, che dall'estate precedente non aveva interrotto nessun periodo per far guerra e voleva far riposare i soldati dalle fatiche così grandi con la quiete degli accampamenti invernali, si annunciava che più città nello stesso tempo rinnovavano propositi di guerra e ordivano congiure.Di questo fatto si adduceva una causa verosimile: che tutti i Galli sapevano bene che nessuna moltitudine, per quanto radunata in un solo luogo, poteva resistere ai Romani, e che, se più città avessero portato guerre diverse nello stesso tempo, l'esercito del popolo romano non avrebbe avuto truppe, spazio o risorse sufficienti per inseguire ogni cosa;Del resto, nessuna città doveva rifiutare la sorte di questo svantaggio, se con un tale indugio le altre potessero rivendicare la propria libertà.
Perché questa convinzione dei Galli non si consolidasse, Cesare pose il questore Marco Antonio a capo dei propri accampamenti invernali;egli stesso, con una scorta di cavalieri, il giorno prima delle calende di gennaio parte dalla città di Bibracte verso la tredicesima legione, che aveva accantonato non lontano dai confini degli Edui, nel territorio dei Biturigi, e le unisce l'undicesima legione, che era la più vicina.Lasciate due coorti per ciascuna a guardia dei bagagli, conduce il resto dell'esercito nei territori ricchissimi dei Biturigi, i quali, avendo confini estesi e molte città, non poterono essere trattenuti dagli accampamenti invernali di una sola legione dal preparare la guerra e ordire congiure.
Per l'improvviso arrivo di Cesare accadde ciò che doveva necessariamente accadere a gente impreparata e dispersa: che quanti coltivavano la campagna senza alcun timore fossero sopraffatti dalla cavalleria prima di poter rifugiarsi nelle città.Infatti anche quel segno consueto dell'incursione nemica, che di solito si riconosce dagli incendi degli edifici, era stato eliminato per un divieto di Cesare, perché non venisse a mancargli la scorta di foraggio e di grano, se avesse voluto avanzare più lontano, e perché i nemici non venissero allarmati dagli incendi.Presi molte migliaia di uomini, i Biturigi furono atterriti;coloro che erano riusciti a sfuggire al primo arrivo dei Romani si erano rifugiati presso le città vicine, confidando in ospitalità private o in un'alleanza di intenti.Invano:Cesare infatti, con marce forzate, arriva ovunque e non concede a nessuna città il tempo di pensare alla salvezza altrui piuttosto che alla propria;con questa rapidità manteneva fedeli gli amici e spingeva con il terrore chi esitava alle condizioni di pace.Proposta questa condizione, i Biturigi, vedendo che grazie alla clemenza di Cesare restava aperta per loro la via del ritorno nella sua amicizia e che le città vicine avevano consegnato ostaggi senza alcuna pena ed erano state accolte sotto la sua protezione, fecero lo stesso.
Cesare promette ai soldati, per una fatica e una sopportazione così grandi (essi erano rimasti con grandissimo impegno nella fatica nei giorni invernali, con marce durissime e freddi intollerabili), duecento sesterzi a testa, e ai centurioni altrettante migliaia di nummi da elargire a titolo di bottino, e, rimandate le legioni agli accampamenti invernali, egli stesso torna a Bibracte il quarantesimo giorno.Là, mentre amministrava la giustizia, i Biturigi gli inviano ambasciatori a chiedere aiuto contro i Carnuti, che si lamentavano avessero mosso guerra contro di loro.Saputo ciò, dopo essersi fermato negli accampamenti invernali non più di diciotto giorni, conduce fuori dagli accampamenti sulla Saona la quattordicesima e la sesta legione, che, come si è mostrato nel libro precedente, erano state stanziate lì per organizzare l'approvvigionamento di grano:così parte con due legioni per inseguire i Carnuti.
Poiché la notizia dell'esercito era giunta ai nemici, i Carnuti, spinti dalla sciagura degli altri, abbandonati i villaggi e le città che abitavano in edifici piccoli, costruiti in fretta per sopportare l'inverno solo per necessità (essendo stati infatti da poco sconfitti avevano perso molte città), fuggono dispersi.Cesare, non volendo che i soldati sopportassero in quel periodo tempeste fortissime che imperversavano, pone il campo nella città dei Carnuti, Cenabo, e alloggiò i soldati sotto tetti in parte dei Galli, in parte costruiti gettandovi rapidamente paglia allo scopo di coprire le tende.Manda tuttavia cavalieri e fanti ausiliari in tutte le direzioni in cui si diceva che i nemici si fossero diretti;e non invano: infatti i nostri tornano per lo più impadronitisi di un grande bottino.I Carnuti, oppressi dalla durezza dell'inverno e dal terrore del pericolo, non osando fermarsi più a lungo in nessun luogo, una volta scacciati dalle case, né potendo ripararsi con la protezione dei boschi dalle tempeste durissime, dispersi e persa gran parte dei loro uomini, si disperdono nelle città vicine.
Cesare, nella stagione più difficile dell'anno, poiché riteneva sufficiente disperdere le bande che si andavano riunendo perché non sorgesse alcun inizio di guerra, e poiché aveva accertato, per quanto si potesse calcolare, che verso l'estate non si sarebbe potuta accendere nessuna grande guerra, pose Gaio Treboni con le due legioni che teneva con sé negli accampamenti invernali di Cenabo;egli stesso, poiché per le frequenti ambascerie dei Remi veniva informato che i Bellovaci, che per gloria di guerra superavano tutti i Galli e i Belgi, e le città a loro vicine, sotto la guida di Correo il Bellovaco e di Commio l'Atrebate, radunavano eserciti e li concentravano in un solo luogo, per sferrare con tutta la moltitudine un attacco contro il territorio dei Suessioni, che erano soggetti ai Remi, e poiché giudicava che riguardasse non solo il suo prestigio ma anche la sua sicurezza che alleati che avevano ben meritato dello stato non subissero nessuna sciagura, richiama di nuovo dagli accampamenti invernali l'undicesima legione;Manda inoltre lettere a Gaio Fabio, perché conducesse nel territorio dei Suessioni le due legioni che aveva, e richiama da Labieno l'altra delle due legioni.Così, per quanto lo richiedevano l'opportunità degli accampamenti invernali e le esigenze della guerra, con la sua fatica incessante imponeva a turno alle legioni il peso delle spedizioni.
Radunate queste truppe marcia contro i Bellovaci e, posto il campo nel loro territorio, invia squadroni di cavalieri in ogni direzione per catturare alcuni da cui potesse conoscere i piani dei nemici.I cavalieri, assolto il loro compito, riferiscono che pochi erano stati trovati nelle case, e che questi non erano rimasti per coltivare i campi (infatti si era emigrato ovunque con cura), ma erano stati lasciati per spiare.Poiché Cesare domandava loro in quale luogo si trovasse la moltitudine dei Bellovaci e quale fosse il loro piano, apprendeva che tutti i Bellovaci capaci di portare le armi si erano riuniti in un solo luogo, e così pure gli Ambiani, gli Aulerci, i Caleti, i Veliocassi, gli Atrebati;che avevano scelto per il campo un luogo elevato in un bosco circondato da una palude, e che avevano portato tutti i bagagli in boschi più remoti.che i capi promotori della guerra erano parecchi, ma che la moltitudine obbediva soprattutto a Correo, perché avevano capito che a lui era sommamente odioso il nome del popolo romano.che pochi giorni prima Commio l'Atrebate era partito da quell'accampamento per condurre aiuti dei Germani;e che di questi la vicinanza era prossima e il numero sterminato.che i Bellovaci, inoltre, avevano deciso, con il consenso di tutti i capi e con grandissimo desiderio della plebe, che se Cesare, come si diceva, fosse venuto con tre legioni, si sarebbero offerti a combattere, per non essere poi costretti a battersi con tutto l'esercito in condizione più misera e più dura;che se invece avesse condotto forze maggiori, sarebbero rimasti nel luogo che avevano scelto, e che con imboscate avrebbero impedito ai Romani il foraggiamento, che per la stagione dell'anno era tanto scarso quanto disperso, e la raccolta del grano e ogni altro rifornimento.
Poiché Cesare lo aveva appreso da più fonti concordi e giudicava che i piani proposti erano pieni di prudenza e ben lontani dall'avventatezza dei barbari, decise di dedicarsi a ogni mezzo, affinché il nemico, disprezzando la propria scarsità di forze, uscisse più rapidamente in campo aperto.Aveva infatti le legioni settima, ottava, nona, veterane di straordinario valore, e l'undicesima, di gioventù scelta e di grande promessa, che pur essendo già all'ottavo anno di servizio non aveva ancora ottenuto, al confronto delle altre, la stessa fama di anzianità e di valore.Convocato dunque il consiglio, esposte tutte le notizie che gli erano state riferite, incoraggia gli animi della truppa.Nel caso in cui avesse potuto attirare i nemici a battaglia mostrando un numero di tre sole legioni, dispose l'ordine di marcia in modo che la settima, l'ottava e la nona legione andassero davanti a tutti i bagagli, poi seguisse il convoglio di tutti i bagagli, che tuttavia era modesto come suole essere nelle spedizioni, e l'undicesima chiudesse la marcia, affinché ai nemici non potesse apparire un numero di forze maggiore di quanto essi stessi avevano richiesto.Con questo accorgimento, disposto l'esercito in marcia quasi a quadrato, lo conduce in vista dei nemici più rapidamente di quanto essi si aspettassero.
Quando i Galli, il cui piano pieno di fiducia era stato riferito a Cesare, videro d'improvviso avanzare a passo fermo le legioni schierate come in battaglia, sia per il pericolo dello scontro sia per l'improvviso arrivo sia per l'attesa della nostra decisione, schierano le truppe davanti al campo e non abbandonano la posizione elevata.Cesare, sebbene avesse desiderato combattere, tuttavia, ammirando una moltitudine così grande di nemici, pone il proprio campo accanto a quello dei nemici, separato da una valle più incassata in profondità che estesa in larghezza.Ordina che questo campo sia fortificato con un vallo di dodici piedi, e che vi si costruisca sopra un parapetto proporzionato a tale altezza;che si scavi un fossato doppio, profondo quindici piedi, con le pareti verticali;che si innalzino torri fitte, alte tre piani, collegate da ponti gettati e ricoperti di tavole, le cui facciate fossero protette da un parapetto di vimini;affinché fossero difese dai nemici con un doppio fossato e un doppio ordine di difensori, uno dei quali, dai ponti, quanto più era protetto dall'altezza, tanto più audacemente e lontano potesse scagliare i dardi; l'altro, posto più vicino al nemico sullo stesso vallo, fosse riparato dal ponte contro i dardi che cadevano.Alle porte pose battenti e torri più alte.
Il piano di questa fortificazione era duplice.Infatti sperava che sia la grandezza delle opere sia il proprio timore avrebbero portato fiducia ai barbari, e poiché bisognava spingersi più lontano per il foraggio e per il grano, vedeva che il campo poteva essere difeso, con poche truppe, dalla fortificazione stessa.Intanto, con pochi combattenti che si lanciavano avanti spesso da entrambe le parti, si combatteva fra i due accampamenti, con la palude frapposta;questa palude tuttavia talvolta le nostre truppe ausiliarie di Galli e di Germani attraversavano, inseguendo più accanitamente i nemici, oppure a loro volta i nemici, attraversata la stessa palude, respingevano i nostri più lontano.Accadeva poi, nei foraggiamenti quotidiani (cosa che doveva necessariamente accadere, poiché il foraggio si cercava presso case rade e sparse), che i foraggiatori, dispersi in luoghi impervi, venissero circondati;questo fatto, sebbene arrecasse ai nostri un danno modesto di bestie da soma e di schiavi, tuttavia alimentava gli sciocchi pensieri dei barbari, e tanto più perché Commio, che ho detto essere partito per chiamare aiuti dei Germani, era arrivato con dei cavalieri;sui quali, sebbene non fossero più di cinquecento di numero, i barbari facevano tuttavia affidamento, per l'arrivo dei Germani.
Cesare, poiché si accorgeva che il nemico se ne teneva fermo già da molti giorni negli accampamenti fortificati dalla palude e dalla natura del luogo, e che i loro accampamenti non si potevano assalire senza un combattimento rovinoso, né si poteva bloccare quel luogo con fortificazioni se non con un esercito maggiore, manda una lettera a Treboni, perché richiamasse quanto più rapidamente possibile la legione tredicesima, che svernava nel territorio dei Biturigi con il legato Tito Sestio, e venisse da lui con tre legioni a marce forzate;lui stesso manda i cavalieri, a turno, dei Remi e dei Lingoni e delle altre città, di cui aveva richiamato un gran numero, a presidio delle foraggiate, perché resistessero alle improvvise incursioni dei nemici.
Poiché ciò accadeva ogni giorno e ormai per abitudine l'attenzione si allentava, cosa che accade quasi sempre col protrarsi del tempo, i Bellovaci, scelta una schiera di fanti, conosciuti gli appostamenti quotidiani della nostra cavalleria, dispongono agguati in luoghi boscosi, e il giorno dopo mandano i cavalieri nello stesso posto, perché prima attirassero i nostri, poi li assalissero circondati.La sorte di questa sciagura toccò ai Remi, ai quali era capitato quel giorno di svolgere il turno di servizio.Infatti questi, quando all'improvviso avvistarono i cavalieri nemici e, superiori di numero, ne disprezzarono la scarsità, inseguendoli con troppo ardore furono circondati ovunque dai fanti.Per questo fatto, turbati, si ritirarono più rapidamente di quanto sia l'abitudine in un combattimento di cavalleria, perduto Vertisco, capo della città e prefetto della cavalleria;il quale, sebbene per l'età potesse a stento usare il cavallo, tuttavia secondo l'abitudine dei Galli non si era servito della scusa dell'età nell'assumere il comando, né aveva voluto che si combattesse senza di lui.Si gonfiano e si accendono gli animi dei nemici per questa vittoria, ucciso il capo e prefetto dei Remi, e i nostri, ammaestrati dal danno, sono avvertiti a disporre gli appostamenti esplorando più diligentemente i luoghi e a inseguire con più moderazione il nemico che si ritira.
Intanto non si interrompono i combattimenti quotidiani alla vista di entrambi gli accampamenti, che avvenivano presso i guadi e i passaggi della palude.In questa lotta i Germani, che Cesare per questo aveva fatto attraversare il Reno perché combattessero frammisti ai cavalieri, poiché tutti insieme avevano attraversato la palude con più costanza e, uccisi i pochi che resistevano, avevano inseguito con più accanimento il resto della moltitudine, atterriti fuggirono vergognosamente non solo quelli che venivano oppressi da vicino o feriti da lontano, ma anche quelli che di solito facevano da riserva più lontano, né posero fine alla fuga, perduti spesso i luoghi più elevati, prima di ritirarsi nel proprio accampamento, oppure alcuni, spinti dalla vergogna, fuggirono più lontano.Per il pericolo di questi tutte le truppe furono così sconvolte che si poteva a stento giudicare se fossero più insolenti nelle situazioni favorevoli e minime, o più timorosi in un caso avverso anche modesto.
Trascorsi parecchi giorni nello stesso accampamento, quando seppero che le legioni e il legato Gaio Treboni si erano avvicinati, i capi dei Bellovaci, temendo un assedio simile a quello di Alesia, mandano via di notte quelli che consideravano inferiori per età o per forze o disarmati, insieme al resto dei bagagli.Mentre questi dispiegano la colonna, turbata e confusa (infatti una grande quantità di carri suole seguire i Galli anche quando viaggiano leggeri), sorpresi dalla luce del giorno schierano le truppe armate davanti al proprio accampamento, perché i Romani non cominciassero a inseguirli prima che la colonna dei loro bagagli fosse andata più lontano.Ma Cesare non riteneva che si dovesse assalire chi resisteva con una salita così ripida della collina, e tuttavia riteneva che le legioni si dovessero avvicinare a tal punto, perché i barbari, con i soldati incalzanti, non potessero allontanarsi da quel luogo senza pericolo.Così, poiché vedeva che i due accampamenti erano divisi da una palude di ostacolo, la cui difficoltà da attraversare poteva rallentare la rapidità dell'inseguimento, e notava che quel crinale, che oltre la palude arrivava quasi fino all'accampamento nemico, era tagliato dal loro accampamento da una valle non grande, gettati ponti sulla palude conduce le legioni e giunge rapidamente sulla sommità pianeggiante del crinale, che era protetta su due lati da un pendio scosceso.Là, schierate le legioni, giunge fino alla sommità del crinale e schiera l'esercito in quel luogo, da dove i dardi lanciati con le macchine da lancio potessero essere scagliati sui cunei nemici.
I barbari, fidando nella natura del luogo, poiché non rifiutavano di combattere se per caso i Romani avessero tentato di salire il colle, ma non potevano poco a poco mandare via le truppe divise per non essere sconvolti se dispersi, rimasero schierati in battaglia.Conosciuta questa loro ostinazione, Cesare, schierate venti coorti e tracciato l'accampamento in quel luogo, ordina di fortificare il campo.Completati i lavori, schiera le legioni pronte davanti al vallo e dispone i cavalieri in postazione con i cavalli imbrigliati.I Bellovaci, poiché vedevano i Romani pronti a inseguire e non potevano né passare la notte né rimanere più a lungo senza pericolo nello stesso luogo, presero questo piano per ritirarsi.I fasci, nel luogo dove si erano seduti (infatti nei precedenti commentari di Cesare è stato dichiarato che i Galli erano soliti sedersi in battaglia), passati di mano in mano tra loro, di paglia e arbusti, di cui c'era grande abbondanza nell'accampamento, li collocarono davanti allo schieramento e, sul finire del giorno, dato il segnale, li incendiarono tutti nello stesso momento.Così una fiamma continua nascose all'improvviso tutte le truppe alla vista dei Romani.Non appena ciò accadde, i barbari fuggirono con una corsa velocissima.
Cesare, sebbene non potesse accorgersi della partenza dei nemici a causa degli incendi frapposti, tuttavia, sospettando che quel piano fosse nato per fuggire, fa avanzare le legioni e manda gli squadroni all'inseguimento; egli stesso, temendo un'imboscata, che il nemico tentasse per caso di fermarsi nello stesso luogo e di attirare i nostri in un terreno sfavorevole, procede più lentamente.I cavalieri, temendo di entrare nel fumo e nella fiamma fittissima e, se alcuni erano entrati troppo avidamente, a stento riuscivano essi stessi a scorgere le parti anteriori dei propri cavalli, temendo un'imboscata diedero ai Bellovaci piena libertà di ritirarsi.Così, in una fuga piena insieme di paura e di astuzia, senza alcun danno, i nemici, avanzati non più di dieci miglia, posero il campo in un luogo fortissimo.Da lì, poiché disponevano spesso in agguato cavalieri e fanti, arrecavano ai Romani gravi danni durante i foraggiamenti.
Poiché ciò accadeva sempre più spesso, Cesare apprese da un certo prigioniero che Correo, capo dei Bellovaci, aveva scelto seimila fanti tra i più valorosi e mille cavalieri tratti da tutto il contingente, che intendeva disporre in agguato in quel luogo dove sospettava che i Romani sarebbero andati a causa dell'abbondanza di grano e foraggio.Conosciuto questo piano, fa uscire più legioni del solito e manda avanti la cavalleria, che era solito mandare a scorta dei foraggiatori,a essa affianca le truppe ausiliarie di fanteria leggera;egli stesso si avvicina con le legioni il più rapidamente possibile.
I nemici, disposti in agguato, poiché avevano scelto per l'azione una pianura non più larga di mille passi in ogni direzione, munita tutt'intorno da boschi o da un fiume difficilissimo da guadare, la circondarono con le insidie come in una rete di caccia.Scoperto il piano dei nemici, i nostri, pronti nell'animo e nelle armi a combattere, poiché con le legioni che li seguivano non rifiutavano alcuno scontro, giunsero in quel luogo a squadroni.Al loro arrivo, poiché Correo riteneva che gli si fosse offerta l'occasione di agire, dapprima si mostrò con pochi uomini e lanciò un attacco contro gli squadroni più vicini.I nostri resistono con fermezza all'assalto degli insidiatori e non si radunano in molti nello stesso luogo;cosa che il più delle volte accade nei combattimenti di cavalleria per un qualche timore, e allora, a causa del loro stesso numero, si subisce un danno.
Poiché, disposti a squadroni, combattevano a turno in pochi e non permettevano che i loro fossero circondati sui fianchi, gli altri, mentre Correo combatteva, irrompono dai boschi.Si accende una battaglia confusa con grande accanimento.Poiché questa si protraeva a lungo con sorte pari, a poco a poco dai boschi avanza una moltitudine schierata di fanti, che costrinse i nostri cavalieri a ritirarsi.In loro soccorso accorrono rapidamente i fanti di armamento leggero, che ho detto essere stati mandati avanti alle legioni, e, framezzati agli squadroni dei nostri, combattono con fermezza.Si combatte per un po' di tempo con pari accanimento;poi, come richiedeva la logica del combattimento, quelli che avevano sostenuto i primi assalti degli insidiatori diventano, proprio per questo, superiori, perché non avevano subito, colti alla sprovvista, alcun danno da parte degli assalitori.Intanto le legioni si avvicinano di più, e nello stesso momento frequenti messaggi giungono sia ai nostri sia ai nemici, che il comandante è presente con le truppe schierate.Saputa questa cosa, i nostri, confidando nella protezione delle coorti, combattono con grandissimo accanimento, perché non sembrasse loro di aver condiviso con le legioni la gloria della vittoria, se avessero agito con troppa lentezza;i nemici si perdono d'animo e cercano la fuga per strade diverse.Invano:infatti, con quelle stesse difficoltà del terreno con cui avevano voluto intrappolare i Romani, essi stessi rimanevano intrappolati.Tuttavia, vinti e abbattuti, perduta la maggior parte dei loro, fuggono sgomenti, in parte cercando rifugio nei boschi, in parte nel fiume (i quali tuttavia, durante la fuga, vengono annientati dai nostri che li inseguono accanitamente), mentre intanto Correo, non vinto da nessuna sciagura, non poté essere indotto ad abbandonare la battaglia e a cercare i boschi, né, pur invitandolo i nostri, ad arrendersi, senza costringere, combattendo fortissimamente e ferendo molti, i vincitori esaltati dall'ira a scagliare le armi contro di lui.
Avanzando in questo modo sui recenti segni della battaglia, Cesare, poiché riteneva che i nemici, vinti da una così grande sciagura, avrebbero abbandonato, ricevuta la notizia, il luogo dell'accampamento, che si diceva non distare da quella strage più o meno di otto miglia, sebbene vedesse il passaggio ostacolato da un fiume, tuttavia, fatto attraversare l'esercito, avanza.Ma i Bellovaci e le altre popolazioni, accolti d'improvviso dalla fuga pochi, e per giunta feriti, che si erano salvati grazie ai boschi, essendo tutto avverso, saputa la sciagura, ucciso Correo, perduta la cavalleria e i fanti più valorosi, poiché ritenevano che i Romani stessero arrivando, convocata d'improvviso un'assemblea al suono delle trombe, gridano tutti insieme che ambasciatori e ostaggi siano mandati a Cesare.
Approvata da tutti questa decisione, Commio l'Atrebate si rifugiò presso quei Germani dai quali aveva ottenuto in prestito gli aiuti per quella guerra.Gli altri invece mandarono subito ambasciatori a Cesare e lo pregarono di accontentarsi, quanto ai nemici, di quella pena che, per la sua clemenza e umanità, non avrebbe certamente mai inflitto se avesse potuto imporla senza combattere a gente ancora intatta.Le forze dei Bellovaci erano state duramente colpite dalla battaglia di cavalleria;erano periti molte migliaia di fanti scelti, e a stento erano scampati i messaggeri della strage.Tuttavia, per quanto grande fosse la sciagura, i Bellovaci avevano tratto da quella battaglia un grande vantaggio, perché era stato ucciso Correo, l'ideatore della guerra e l'istigatore della folla.Infatti mai il senato, finché lui era vivo, aveva avuto in quella comunità tanto potere quanto ne aveva la plebe incompetente.
Mentre i legati lo supplicavano, Cesare ricordò loro questo:che nello stesso periodo, l'anno precedente, i Bellovaci e le altre comunità della Gallia avevano intrapreso la guerra:che loro, più ostinatamente di tutti gli altri, erano rimasti fermi in quel proposito e non erano stati ricondotti al buon senso dalla resa degli altri.Disse di sapere e di capire che la colpa dell'errore si scarica più facilmente sui morti.Ma che nessuno aveva davvero un tale potere, che, contro la volontà dei capi, con l'opposizione del senato e la resistenza di tutti gli uomini onesti, potesse suscitare e condurre una guerra con la sola forza debole della plebe.Ma che tuttavia lui si sarebbe accontentato di quella pena che loro stessi si erano attirati.
La notte seguente i legati riferirono ai loro le risposte, e completarono la consegna degli ostaggi.Accorsero i legati delle altre comunità, che stavano aspettando l'esito della sorte dei Bellovaci;consegnarono ostaggi, eseguirono gli ordini, a eccezione di Commio, che la paura impediva di affidare la propria salvezza alla fedeltà di chiunque.Infatti l'anno precedente, mentre Cesare amministrava la giustizia nella Gallia citeriore, Tito Labieno, avendo scoperto che Commio sobillava le comunità e ordiva una congiura contro Cesare, giudicò che si potesse reprimere la sua infedeltà senza alcun tradimento.Siccome non credeva che lui, una volta chiamato, sarebbe venuto nell'accampamento, per non renderlo più guardingo con un tentativo, mandò Gaio Voluseno Quadrato, perché, con la scusa di un colloquio, si occupasse di farlo uccidere.Per questo compito gli affidò centurioni scelti e adatti.Quando si arrivò al colloquio e, come era stato concordato, Voluseno afferrò la mano di Commio, il centurione, turbato dall'insolita situazione oppure impedito rapidamente dai suoi compagni, non riuscì a uccidere Commio;tuttavia con il primo colpo lo colpì gravemente alla testa con la spada.Sguainate le spade da entrambe le parti, l'intenzione di entrambi fu più di fuggire che di combattere:quella dei nostri, perché credevano che Commio fosse stato colpito da una ferita mortale;quella dei Galli, perché, scoperto l'agguato, temevano più di quanto vedessero.Per questo si diceva che Commio avesse deciso di non venire mai più al cospetto di alcun Romano.
Sottomessi i popoli più bellicosi, Cesare, vedendo che non c'era ormai più nessuna comunità che preparasse la guerra per resistergli, ma che alcuni emigravano dalle città e fuggivano dalle campagne per evitare il suo potere immediato, decise di inviare l'esercito in più direzioni.Univa a sé il questore Marco Antonio con la dodicesima legione.Mandò il legato Gaio Fabio con venticinque coorti nella zona più lontana della Gallia, perché sentiva dire che là alcune comunità erano in armi, e riteneva che il legato Gaio Caninio Rebilo, che si trovava in quelle regioni, non avesse due legioni abbastanza salde.Richiamò a sé Tito Labieno;invece mandò la quindicesima legione, che era stata con lui negli accampamenti invernali, nella Gallia togata, per difendere le colonie dei cittadini romani, affinché non capitasse un danno simile per un'incursione dei barbari, come era capitato ai Tergestini l'estate precedente, che erano stati sopraffatti dall'improvviso saccheggio e assalto di quelli.Lui stesso partì per devastare e saccheggiare il territorio di Ambiorige;Siccome, terrorizzato e in fuga com'era, aveva perso la speranza di poter ridurlo in suo potere, riteneva che la cosa più vicina al proprio onore fosse devastare così tanto il suo territorio, di uomini, edifici e bestiame, che Ambiorige, per l'odio dei suoi, se la sorte ne avesse lasciati in vita alcuni, non avesse più alcun ritorno nella sua comunità, a causa di sciagure così grandi.
Dopo aver inviato in tutte le zone del territorio di Ambiorige sia legioni sia truppe ausiliarie, e dopo aver devastato tutto con stragi, incendi e razzie, e aver ucciso o catturato un gran numero di uomini, mandò Labieno con due legioni presso i Treveri,la cui comunità, per la vicinanza della Germania esercitata quotidianamente in guerre, non differiva molto dai Germani per costumi e ferocia, e non eseguiva mai gli ordini se non costretta dall'esercito.
Intanto il legato Gaio Caninio, venuto a sapere per lettere e messaggi di Durazio, che era rimasto sempre fedele all'amicizia dei Romani, che una grande moltitudine di nemici si era radunata nei confini dei Pittoni, poiché una parte della sua città si era ribellata, si mosse verso la città di Lemono.Mentre si avvicinava a quel luogo e apprendeva con più certezza dai prigionieri che Durazio, chiuso a Lemono, era assediato da molte migliaia di uomini al comando di Dumnaco, capo degli Andi, e non osava affidare ai nemici legioni troppo deboli, pose il campo in un luogo fortificato.Dumnaco, saputo che Caninio si stava avvicinando, rivolte tutte le truppe contro le legioni, decise di assalire il campo dei Romani.Poiché aveva consumato parecchi giorni nell'assedio e, con grave perdita dei suoi, non era riuscito ad abbattere nessuna parte delle fortificazioni, tornò di nuovo ad assediare Lemono.
Nello stesso tempo il legato Gaio Fabio accoglie sotto la protezione romana parecchie città, le rassicura con ostaggi e, per lettera di Gaio Caninio Rebilo, viene informato di ciò che accade tra i Pittoni.Saputo questo, parte per portare aiuto a Durazio.Ma Dumnaco, saputo l'arrivo di Fabio, disperando della propria salvezza se nello stesso momento fosse stato costretto a resistere al nemico esterno romano e insieme a guardarsi e temere gli abitanti della città, si ritirò all'improvviso da quel luogo con le truppe, e non credette che sarebbe stato abbastanza al sicuro se non avesse fatto attraversare le truppe il fiume Loira, che doveva essere passato su un ponte per la sua grandezza.Fabio, sebbene non fosse ancora giunto in vista dei nemici né si fosse congiunto con Caninio, tuttavia, istruito da coloro che conoscevano la natura dei luoghi, credette soprattutto che i nemici, atterriti, si sarebbero diretti verso il luogo che cercavano.Perciò si diresse con le truppe verso quello stesso ponte e ordinò alla cavalleria delle legioni di avanzare davanti alla colonna solo quanto bastasse per poter tornare, senza affaticare i cavalli, allo stesso campo.I nostri cavalieri lo raggiungono, come era stato ordinato, e piombano sulla colonna di Dumnaco, e, assaliti durante il cammino quelli che fuggivano atterriti sotto i bagagli, si impadroniscono di un grande bottino, dopo averne uccisi molti.Così, portata a buon fine l'impresa, tornano al campo.
La notte seguente Fabio manda avanti la cavalleria, preparata in modo da attaccare battaglia e trattenere tutta la colonna nemica, finché egli stesso non li avesse raggiunti.Per eseguire i suoi ordini, Quinto Azio Varo, comandante della cavalleria, uomo di straordinario coraggio e prudenza, incoraggia i suoi e, raggiunta la colonna nemica, dispone parte degli squadroni in luoghi adatti, e con parte della cavalleria attacca battaglia.La cavalleria nemica combatte con più audacia, sostenuta dai fanti che, fermandosi lungo tutta la colonna, portano aiuto ai loro cavalieri contro i nostri.Il combattimento si svolge con aspro scontro.Infatti i nostri, disprezzando i nemici sconfitti il giorno prima, ricordando che le legioni li seguivano, spinti dalla vergogna di cedere e dal desiderio di concludere da soli la battaglia, combattono con grandissimo valore contro i fanti; i nemici invece, credendo che non sarebbe arrivato altro rinforzo, come avevano saputo il giorno prima, sembravano aver colto l'occasione di distruggere la nostra cavalleria.
Mentre si combatteva già da un po' con grandissimo impegno, Dumnaco schiera una linea che servisse da riserva alla propria cavalleria, quando all'improvviso le legioni serrate arrivano in vista dei nemici.Viste queste, gli squadroni dei barbari, sconvolti, e la schiera atterrita dei nemici, scompigliata la colonna dei bagagli, con grande clamore e fuggendo in ogni direzione si danno alla fuga.Ma i nostri cavalieri, che poco prima avevano combattuto con grandissimo valore contro chi resisteva, esaltati dalla gioia della vittoria, levato da ogni parte un grande grido, circondano quelli che fuggono e ne uccidono, in quello scontro, quanti la forza dei cavalli nell'inseguire e la mano destra nel colpire riescono a raggiungere.Perciò, uccisi più di dodicimila uomini, sia armati sia di quelli che per la paura avevano gettato le armi, viene catturata tutta la massa dei bagagli.
Poiché da questa fuga risultava chiaro che Drappete il Senone, il quale, non appena la Gallia si era ribellata, aveva radunato da ogni parte uomini disperati, chiamato schiavi alla libertà, accolto esuli di tutte le città e ricevuto briganti, aveva intercettato bagagli e rifornimenti dei Romani, si dirigeva verso la Provincia con non più di duemila uomini raccolti dalla fuga, e che insieme a lui Lucterio il Cadurco aveva concepito lo stesso piano, lui che, come si è narrato in un libro precedente, alla prima ribellione della Gallia aveva voluto fare un'incursione nella Provincia, il legato Caninio si affrettò con due legioni a inseguirli, perché la Provincia non fosse colpita da grande infamia per il danno o la paura causati dalle scorrerie di uomini disperati.
Gaio Fabio, con il resto dell'esercito, si mette in marcia verso i Carnuti e le altre città, delle quali sapeva che le forze erano state stroncate in quella battaglia che aveva combattuto con Dumnaco.Non dubitava infatti che, a causa della recente disfatta, sarebbero state più remissive, ma che, concesso margine e tempo, mentre lo stesso Dumnaco le istigava, avrebbero potuto essere sollevate di nuovo.In questa circostanza, una fortuna e una rapidità straordinarie assistettero Fabio nel recupero delle città.Infatti i Carnuti, che pur vessati spesso non avevano mai fatto menzione di pace, si arrendono dando ostaggi, e le altre città poste agli estremi confini della Gallia, a contatto con l'Oceano, che si chiamano Armoricane, spinte dall'esempio dei Carnuti, all'arrivo di Fabio e delle legioni eseguono senza indugio gli ordini.Dumnaco, cacciato dal proprio territorio, errando e nascondendosi solo, fu costretto a dirigersi verso le regioni più remote della Gallia.
Ma Drappe, insieme a Lucterio, sapendo che le legioni e Caninio erano vicini e ritenendo di non poter entrare nel territorio della provincia senza sicura rovina, incalzati dall'esercito, né avendo più la possibilità di vagare liberamente e di compiere scorrerie, si fermano nel territorio dei Cadurci.Là, poiché Lucterio, un tempo, a cose ancora intatte, aveva goduto di grande influenza presso i suoi concittadini, ed era sempre stato promotore di nuovi disegni, godendo di grande autorità presso i barbari, occupa con le proprie forze e quelle di Drappe la città di Uxellodunum, che era stata sotto il suo patrocinio ed era eccellentemente fortificata dalla natura del luogo, e si unisce agli abitanti.
Quando Gaio Caninio vi giunse rapidamente e si accorse che tutte le parti della città erano difese da rocce scoscesissime, cosicché, pur senza alcun difensore, era comunque difficile per uomini armati salirvi, e vedeva inoltre che gli abitanti avevano un ingente bagaglio che, se avessero tentato di sottrarlo con una fuga clandestina, non sarebbe potuto sfuggire non solo alla cavalleria, ma neanche alle legioni, divise le coorti in tre parti e pose tre accampamenti nel luogo più elevato.da questi cominciò a tracciare, a poco a poco e per quanto le truppe lo permettevano, un vallo intorno al perimetro della città.
Accortisi di ciò, gli abitanti, turbati dal tristissimo ricordo di Alesia, temevano una sorte simile a quell'assedio, e Lucterio più di tutti, che aveva provato il rischio di quella disgrazia, li avvertiva che si doveva tenere conto del grano: decisero quindi, col consenso di tutti, lasciando lì una parte delle truppe, di partire loro stessi con gli uomini in armi leggere per rifornirsi di grano.Approvato questo piano, la notte seguente, lasciati duemila armati, Drappe e Lucterio conducono fuori dalla città il resto degli uomini.Costoro, fermatisi pochi giorni, raccolgono una grande quantità di grano dal territorio dei Cadurci, i quali in parte desideravano aiutarli con le loro scorte di grano, in parte non potevano impedire che lo prendessero, e talvolta con spedizioni notturne assaltano i nostri fortini.Per questo motivo Gaio Caninio ritarda a circondare l'intera città con fortificazioni, per non rischiare di non poter difendere l'opera compiuta oppure di disporre in troppi luoghi presidi deboli.
Raccolta una grande quantità di grano, Drappe e Lucterio si accampano a non più di dieci miglia dalla città, da dove intendevano portare a poco a poco il grano dentro la città.Si dividono tra loro i compiti:Drappe rimane a difesa dell'accampamento con una parte delle truppe;Lucterio conduce la colonna dei giumenti verso la città.Disposti là i presidi, verso la decima ora della notte comincia a portare il grano nella città per sentieri boschivi e stretti.Poiché le sentinelle dell'accampamento ne avevano udito il rumore, e gli esploratori mandati a vedere cosa accadesse ne avevano riferito, Caninio, sul far del giorno, piombò rapidamente con coorti armate dai fortini vicini sugli uomini del rifornimento.Costoro, atterriti da quel colpo improvviso, si disperdono verso i propri presidi;e appena i nostri lo videro, incitati ancor più contro gli armati, permettono che nessuno di quel gruppo sia catturato vivo.Di lì Lucterio fugge con pochi uomini e non fa ritorno all'accampamento.
Condotta a buon fine l'impresa, Caninio apprese dai prigionieri che una parte delle truppe si trovava con Drappete in un accampamento non più lontano di dodici miglia.Saputo ciò da più fonti, comprendendo che, messo in fuga l'altro capo, i rimanenti, atterriti, potevano essere facilmente sopraffatti, riteneva una grande fortuna che nessuno fosse fuggito dalla strage fino all'accampamento per portare a Drappete la notizia della sconfitta subita.Ma non vedendo, nel mettere alla prova l'impresa, alcun pericolo, mandò avanti verso l'accampamento nemico tutta la cavalleria e i fanti germani, uomini di grandissima velocità; egli stesso distribuì una legione nei tre accampamenti, e condusse con sé l'altra, alleggerita dai bagagli.Quando si fu avvicinato di più ai nemici, apprese dagli esploratori che aveva mandato avanti che il loro accampamento, come è quasi consuetudine dei barbari, era stato spostato, abbandonati i luoghi più alti, verso le rive del fiume; e che i Germani e i cavalieri, essendo tutti ignari, erano piombati all'improvviso e avevano attaccato battaglia.Saputo ciò, fece avanzare una legione armata e schierata.Così, dato improvvisamente il segnale da ogni parte, le posizioni più alte vennero occupate.Non appena ciò accadde, i Germani e i cavalieri, viste le insegne della legione, combatterono con grandissimo vigore.Subito le coorti sferrarono l'attacco da ogni parte e, uccisi o catturati tutti i nemici, si impadronirono di un grande bottino.In quello scontro fu catturato lo stesso Drappete.
Caninio, condotta a compimento l'impresa nel modo più fortunato e quasi senza perdita di alcun soldato, tornò all'assedio degli abitanti dell'oppido e, distrutto il nemico esterno per timore del quale prima gli era stato impedito di dividere i presidi e di circondare gli abitanti con opere di fortificazione, ordinò che i lavori venissero condotti da ogni parte.Il giorno seguente arrivò nello stesso luogo con le sue truppe Gaio Fabio, e assunse una parte dell'oppido da assediare.
Cesare intanto lasciò il questore Marco Antonio con quindici coorti presso i Bellovaci, perché non si desse di nuovo ai Belgi la possibilità di ordire nuovi piani.Egli stesso visitò le rimanenti città, esigette più ostaggi e calmò con parole di conforto gli animi impauriti di tutti.Quando fu giunto presso i Carnuti, nella cui città, come Cesare aveva esposto nel libro precedente, era sorto l'inizio della guerra, e notando che essi temevano soprattutto per la coscienza del misfatto commesso, per liberare più in fretta la città dal timore chiese che fosse consegnato al supplizio Gutruato, l'autore principale di quel delitto e istigatore della guerra.Costui, sebbene non si fidasse nemmeno dei propri concittadini, tuttavia, ricercato rapidamente con l'impegno di tutti, fu condotto nell'accampamento.Cesare, contro la propria natura, fu costretto al suo supplizio dall'accalcarsi immenso dei soldati, che gli attribuivano tutti i pericoli e i danni subiti nella guerra, al punto che il corpo, reso privo di vita dalle percosse, fu colpito dalla scure.
Là, mediante frequenti lettere di Caninio, fu informato di ciò che era accaduto riguardo a Drappete e Lucterio, e di quale proposito persistessero gli abitanti dell'oppido.E sebbene disprezzasse il loro scarso numero, riteneva tuttavia che la loro ostinazione dovesse essere punita con una grande pena, perché tutta la Gallia non pensasse che le fossero mancate le forze per resistere ai Romani, ma la fermezza, e perché con questo esempio le altre città, confidando nell'opportunità dei luoghi, non si rivendicassero in libertà, sapendo che era noto a tutti i Galli che restava una sola estate per la sua provincia, e che, se avessero potuto resistere per essa, non avrebbero più temuto alcun pericolo.Perciò lasciò il legato Quinto Caleno con le legioni, perché seguisse con marce regolari; egli stesso si affrettò con tutta la cavalleria, quanto più velocemente poteva, verso Caninio.
Quando Cesare, contro l'aspettativa di tutti, fu giunto a Uxellodunum e vide che l'oppido era chiuso da fortificazioni, e capì che non si poteva desistere dall'assedio a nessuna condizione, e apprese dai disertori che gli abitanti dell'oppido abbondavano di grande quantità di grano, cominciò a tentare di privare il nemico dell'acqua.Un fiume divideva la valle più bassa, che circondava quasi tutto il monte, sul quale era posto l'oppido di Uxellodunum, scosceso da ogni parte.La natura del luogo impediva di deviarlo, poiché scorreva alle radici più profonde del monte, in modo tale che non potesse essere deviato in nessuna direzione per quanto si scavassero fossati.Per gli abitanti dell'oppido la discesa verso di esso era inoltre difficile e scoscesa, tanto che, se i nostri glielo impedivano, non potevano né raggiungere il fiume né risalire per l'erta china senza ferite e senza pericolo di vita.Conosciuta questa loro difficoltà, Cesare, disposti arcieri e frombolieri, e collocate anche alcune macchine da lancio in certi luoghi di fronte alle discese più facili, privava gli abitanti dell'oppido dell'acqua del fiume.
Di questi, in seguito, tutta la moltitudine degli acquaioli si radunava in un unico luogo sotto le mura stesse della città, dove una grande sorgente d'acqua sgorgava da quella parte che restava libera per un intervallo di circa trecento piedi dal giro del fiume.Mentre gli altri desideravano soltanto che gli assediati potessero essere tagliati fuori da questa sorgente, Cesare da solo vedeva come fare, e cominciò a condurre le vinee dalla zona di fronte verso il monte e a innalzare un terrapieno, con grande fatica e continuo combattimento.Gli assediati infatti corrono giù dalla posizione più alta e combattono da lontano senza pericolo, e feriscono molti che si avvicinano ostinatamente;tuttavia i nostri soldati non si lasciano scoraggiare dal far avanzare le vinee e dal vincere con la fatica e le opere le difficoltà del terreno.Nello stesso tempo scavano, dalle vinee, delle gallerie coperte fino alla testa della sorgente;questo tipo di lavoro si poteva fare senza alcun pericolo, senza destare sospetto nei nemici.Si costruisce un terrapieno alto sessanta piedi, e su di esso si colloca una torre di dieci piani, certo non tale da uguagliare le mura (questo infatti non si poteva ottenere con nessuna opera), ma tale da poter superare la sommità della sorgente.Poiché da essa venivano scagliati dardi con le macchine da guerra fin verso l'accesso alla sorgente, e gli assediati non potevano attingere acqua senza pericolo, non solo il bestiame e le bestie da soma, ma anche una gran parte dei nemici moriva di sete.
Atterriti da questo male, gli assediati riempiono delle botti di sego, pece e schegge di legno;e le fanno rotolare accese contro le opere, e nello stesso tempo combattono ferocissimamente, per scoraggiare i Romani dal pericolo del combattimento nello spegnere l'incendio.Improvvisamente una grande fiamma si levò sulle opere stesse.Infatti tutto ciò che veniva lanciato lungo il pendio scosceso, fermato dalle vinee e dal terrapieno, appiccava il fuoco proprio a ciò che lo tratteneva.I nostri soldati, invece, sebbene fossero oppressi da un tipo pericoloso di combattimento e da una posizione svantaggiosa, tuttavia sopportavano tutto con animo fortissimo.Infatti l'azione si svolgeva sia in un luogo elevato, sia in vista del nostro esercito, e da entrambe le parti si levava un gran clamore.Così ciascuno, quanto più poteva mettersi in mostra, perché il proprio valore fosse più noto e più attestato, tanto più si esponeva ai dardi dei nemici e alle fiamme.
Cesare, vedendo che molti dei suoi venivano feriti, ordina alle coorti di salire sul monte da tutte le parti della città e di levare da ogni lato un clamore, fingendo di voler occupare le mura.Fatto ciò, gli assediati, atterriti, essendo in ansia per quel che accadeva nelle altre zone, richiamano gli armati dall'assalire le opere e li dispongono sulle mura.Così i nostri, finito il combattimento, spengono rapidamente in parte le opere prese dalla fiamma, in parte le tagliano via.Sebbene gli assediati resistessero ostinatamente e, pur avendo perso per la sete una gran parte dei loro, restassero fermi nel proposito, alla fine con delle gallerie le vene della sorgente furono tagliate e deviate.Fatto ciò, la sorgente perenne si prosciugò all'improvviso e portò agli assediati una tale disperazione sulla loro salvezza, che pensavano fosse avvenuto non per volontà degli uomini, ma per volere degli dèi.E così, costretti dalla necessità, si arresero.
Cesare, poiché sapeva che la sua mitezza era nota a tutti e non temeva che sembrasse aver agito più duramente per crudeltà di natura, e non vedeva quale sarebbe stato l'esito dei suoi piani se in più luoghi diversi, con questo stesso ragionamento, molti avessero tramato dei complotti, ritenne che gli altri dovessero essere scoraggiati con un esempio di castigo.Perciò tagliò le mani a tutti quelli che avevano portato le armi e concesse loro la vita, affinché la punizione dei malvagi fosse più visibile.Drappete, che ho già raccontato essere stato catturato da Caninio, o per lo sdegno e il dolore delle catene, o per il timore di un castigo più grave, per pochi giorni si astenne dal cibo e così morì.Nello stesso tempo, Lacterio, che ho scritto essere fuggito dal combattimento, essendo caduto in potere di Epasnatto Arverno (si affidava infatti spesso, cambiando luogo, alla fiducia di molti, perché riteneva di non poter restare da nessuna parte più a lungo senza pericolo, essendo consapevole di quanto dovesse considerare Cesare suo nemico), Epasnatto Arverno, grandissimo amico del popolo romano, senza alcuna esitazione lo condusse incatenato da Cesare.
Nel frattempo Labieno, tra i Treviri, combatte con successo una battaglia di cavalleria e, uccisi molti Treviri e Germani, che non negavano mai aiuti contro i Romani, riduce in suo potere i loro capi vivi, e tra questi Suro Eduo, che possedeva la massima nobiltà sia di valore sia di stirpe, ed era il solo tra gli Edui a essere rimasto fino a quel momento in armi.
Saputo ciò, Cesare, vedendo che in ogni parte della Gallia le cose procedevano bene e giudicando che nelle estati precedenti la Gallia fosse stata vinta e sottomessa, mentre lui stesso non era mai stato in Aquitania, che aveva sottomesso solo in parte tramite Publio Crasso, partì con due legioni verso quella regione della Gallia, per trascorrervi l'ultima parte dell'estate.Portò a termine anche questa impresa, come le altre, rapidamente e felicemente.Infatti tutte le città dell'Aquitania inviarono ambasciatori a Cesare e gli diedero ostaggi.Compiute queste imprese, egli stesso partì per Narbona con una scorta di cavalieri, mentre fece condurre l'esercito negli accampamenti invernali per mezzo dei legati:collocò quattro legioni nel Belgio con i legati Marco Antonio, Gaio Trebonio e Publio Vatinio, condusse due legioni presso gli Edui, di cui sapeva che avevano la massima autorità in tutta la Gallia, ne pose due presso i Turoni, ai confini dei Carnuti, perché tenessero unita all'Oceano tutta quella regione, e le restanti due nel territorio dei Lemovici non lontano dagli Arverni, affinché nessuna parte della Gallia restasse priva di presidio militare.Egli stesso, fermatosi pochi giorni nella provincia, dopo aver percorso rapidamente tutte le assemblee giudiziarie, esaminato le controversie pubbliche e distribuito ricompense ai benemeriti (aveva infatti ampia possibilità di sapere quale fosse stato l'animo di ciascuno durante la defezione di tutta la Gallia, che quella provincia aveva sostenuto con la sua fedeltà e i suoi aiuti), sistemate queste cose, tornò dalle legioni nel Belgio e svernò a Nemetocenna.
Lì viene a sapere che Commio l'Atrebate aveva combattuto in battaglia con la propria cavalleria.Infatti, quando Antonio era giunto negli accampamenti invernali e la città degli Atrebati si comportava lealmente, Commio, che dopo quella ferita, che ho ricordato sopra, era sempre stato pronto per ogni sommossa a favore dei suoi concittadini, affinché a chi cercava di fare la guerra non mancasse un capo e una guida per le armi, pur essendo sottomessa ai Romani la sua città, con i suoi cavalieri manteneva se stesso e i suoi con razzie, e con incursioni ostili intercettava numerosi convogli che venivano portati agli accampamenti invernali dei Romani.
Ad Antonio era stato assegnato come prefetto di cavalleria Gaio Voluseno Quadrato, che svernava con lui.Antonio lo manda a inseguire la cavalleria nemica.Voluseno univa a quel valore, che era straordinario in lui, un grande odio per Commio, affinché facesse più volentieri ciò che gli veniva ordinato.Perciò, disposti agguati, assalendo più volte i suoi cavalieri, otteneva scontri favorevoli.Da ultimo, mentre lo scontro si faceva più violento, e Voluseno, per il desiderio di catturare lo stesso Commio, lo inseguiva con ostinazione insieme a pochi uomini, mentre egli invece con una fuga impetuosa aveva condotto Voluseno più lontano, quel nemico dell'uomo invoca la fedeltà e l'aiuto dei suoi, perché le sue ferite, inflitte in violazione della parola data, non restassero impunite, e, girato il cavallo, si lancia più incautamente degli altri contro il prefetto.Fanno lo stesso tutti i suoi cavalieri, e mettono in fuga pochi dei nostri e li inseguono.Commio spinge con gli speroni il cavallo spronato contro quello di Quadrato, e con la lancia puntata trafigge con grande forza la coscia di Voluseno.Ferito il prefetto, i nostri non esitano a resistere e, girati i cavalli, a respingere il nemico.Appena ciò accade, molti nemici, travolti dal grande impeto dei nostri, vengono feriti, e in parte vengono schiacciati nella fuga, in parte catturati;male che il loro capo evitò grazie alla velocità del cavallo:il prefetto, ferito così gravemente da sembrare in pericolo di vita, viene riportato nell'accampamento.Commio invece, sia perché aveva sfogato il proprio risentimento sia perché aveva perso gran parte dei suoi uomini, manda ambasciatori ad Antonio e garantisce con ostaggi che si troverà là dove egli avrà stabilito e che farà ciò che gli sarà ordinato;chiede soltanto questo, che si venga incontro al suo timore: di non dover comparire al cospetto di alcun Romano.Antonio, giudicando che la sua richiesta nascesse da un timore giustificato, concesse il perdono a chi lo chiedeva e accettò gli ostaggi.
Mentre svernava nel Belgio, Cesare aveva un solo proposito: mantenere le città nell'amicizia, non dare a nessuno speranza o motivo di ribellarsi.Non voleva infatti nulla meno che vedersi imposta, proprio mentre stava per lasciare la Gallia, la necessità di condurre una guerra, perché, quando si fosse accinto a ritirare l'esercito, non restasse in piedi qualche conflitto che tutta la Gallia avrebbe volentieri intrapreso senza pericolo immediato.Perciò, rivolgendosi alle città con onore, colmando i capi di grandissimi doni, non imponendo alcun peso, mantenne facilmente in pace la Gallia, sfiancata da tante battaglie sfavorevoli, con condizioni di sudditanza migliori.
Egli stesso, finito lo svernamento, contro la consuetudine partì per l'Italia con le tappe più rapide possibili, per rivolgersi ai municipi e alle colonie a favore delle quali aveva raccomandato al sacerdozio la candidatura di Marco Antonio, suo questore.Si batteva infatti con impegno, sia volentieri per un uomo a lui strettissimo legato, che aveva mandato avanti poco prima per la candidatura, sia con accanimento contro la fazione e il potere di pochi, che desideravano, con la sconfitta di Marco Antonio, intaccare il prestigio di Cesare che si stava allontanando.Sebbene avesse saputo lungo il viaggio, prima di raggiungere l'Italia, che questi era già stato eletto augure, tuttavia giudicò non meno giusto per sé andare dai municipi e dalle colonie, per ringraziarli di aver mostrato ad Antonio la loro presenza numerosa e il loro impegno, e al tempo stesso per raccomandare se stesso e il proprio prestigio per l'anno seguente, poiché i suoi avversari si vantavano insolentemente che erano stati eletti consoli Lucio Lentulo e Gaio Marcello, i quali avrebbero spogliato Cesare di ogni onore e dignità, e che era stato strappato a Servio Galba il consolato, mentre questi aveva ottenuto molto più favore e voti, perché era legato a lui da amicizia e dalla consuetudine dell'ambasciata.
L'arrivo di Cesare fu accolto da tutti i municipi e le colonie con onore e affetto incredibili.Infatti tornava allora per la prima volta da quella guerra di tutta la Gallia.Non si tralasciava nulla che si potesse escogitare per l'ornamento delle porte, delle strade, di tutti i luoghi per dove Cesare stava per passare.Tutta la popolazione con i figli gli andava incontro, si immolavano vittime in ogni luogo, fori e templi si riempivano di triclini imbanditi, cosicché la gioia di un trionfo quanto mai atteso poteva quasi essere anticipata.Tanta era la magnificenza tra i più ricchi, tanto il desiderio tra gli umili.
Dopo aver percorso tutte le regioni della Gallia togata, Cesare tornò con somma rapidità all'esercito a Nemetocenna e, richiamate le legioni da tutti gli accampamenti invernali verso i confini dei Treveri, partì per quel luogo e vi passò in rassegna l'esercito.Cesare pose Tito Labieno a capo della Gallia togata, affinché ottenesse maggior credito in vista della candidatura al consolato.Egli stesso percorreva soltanto quel tanto di cammino che riteneva sufficiente al cambiamento di luoghi per motivi di salute.Là, sebbene sentisse spesso che Labieno veniva istigato dai suoi nemici e venisse informato con certezza che ciò si tramava per iniziativa di pochi, cioè che, invocata l'autorità del senato, una parte dell'esercito gli venisse tolta, tuttavia non credette nulla riguardo a Labieno, né poté essere indotto a fare alcunché contro l'autorità del senato.Riteneva infatti che, con voti liberi dei senatori, la sua causa avrebbe facilmente prevalso.Infatti Gaio Curione, tribuno della plebe, avendo assunto la difesa della causa e della dignità di Cesare, aveva spesso promesso al senato che, se un qualche timore delle armi di Cesare recasse danno a qualcuno, e poiché il dominio e le armi di Pompeo incutevano non poco terrore nel foro, entrambi si sarebbero allontanati dalle armi e avrebbero sciolto l'esercito:e che, fatto ciò, lo stato sarebbe stato libero e indipendente.Non promise soltanto questo, ma cominciò perfino a farlo mettere ai voti per divisione;Ma i consoli e gli amici di Pompeo impedirono che ciò avvenisse, e così, tergiversando, fecero cadere la cosa.
Grande fu questa testimonianza dell'intero senato, e coerente con quanto avvenuto prima.Infatti l'anno precedente Marcello, attaccando la dignità di Cesare, contro la legge di Pompeo e Crasso aveva riferito prima del tempo dovuto al senato riguardo alle province di Cesare, e, espresse le opinioni, mettendo Marcello ai voti per divisione, lui che cercava per sé ogni prestigio dall'ostilità verso Cesare, il senato al gran completo passò a tutt'altro parere.Per questo non si abbattevano gli animi dei nemici di Cesare, ma venivano ammoniti a preparare necessità maggiori, con le quali il senato potesse essere costretto ad approvare ciò che essi stessi avevano stabilito.
Si fa poi un decreto del senato, che per la guerra dei Parti fosse mandata una legione da Gneo Pompeo, un'altra da Caio Cesare;e apertamente due legioni venivano tolte a uno solo.Infatti Gneo Pompeo diede quella prima legione, che aveva mandato a Cesare, arruolata dalla leva della provincia di Cesare, come se fosse del proprio contingente.Cesare tuttavia, non essendovi alcun dubbio sulla volontà dei suoi avversari, restituì la legione a Pompeo e ordinò, a proprio nome, che secondo il decreto del senato fosse consegnata la quindicesima, che aveva avuto nella Gallia citeriore.Al suo posto manda in Italia la tredicesima legione, perché presidiasse quelle guarnigioni dalle quali veniva ritirata la quindicesima.Egli stesso distribuì gli accampamenti invernali all'esercito:Caio Trebonio lo colloca con quattro legioni nel Belgio, Caio Fabio lo conduce con altrettante presso gli Edui.Riteneva infatti che così la Gallia sarebbe stata sicurissima, se i Belgi, il cui valore è massimo, e gli Edui, la cui autorità è somma, fossero tenuti a freno da eserciti.Egli stesso partì per l'Italia.
Giunto là, egli apprende per mezzo del console Caio Marcello che due legioni, rimandate indietro da lui, le quali secondo il decreto del senato avrebbero dovuto essere condotte alla guerra partica, erano state consegnate a Gneo Pompeo e trattenute in Italia.Fatto questo, sebbene a nessuno fosse dubbio che cosa si tramasse contro Cesare, tuttavia Cesare decise che bisognava sopportare tutto, finché gli restasse una qualche speranza di dirimere la questione col diritto piuttosto che con la guerra.Chiese per lettera al senato che anche Pompeo rinunciasse al comando, e promise che avrebbe fatto lo stesso; se no, promise che non sarebbe mancato né a sé né alla patria.
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