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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VIII, capitolo 42
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
Il libro VIII non è di Cesare: lo scrisse il suo luogotenente Aulo Irzio per completare il racconto della campagna gallica fino allo scoppio della guerra civile.
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Atterriti da questo male, gli assediati riempiono delle botti di sego, pece e schegge di legno; e le fanno rotolare accese contro le opere, e nello stesso tempo combattono ferocissimamente, per scoraggiare i Romani dal pericolo del combattimento nello spegnere l'incendio. Improvvisamente una grande fiamma si levò sulle opere stesse. Infatti tutto ciò che veniva lanciato lungo il pendio scosceso, fermato dalle vinee e dal terrapieno, appiccava il fuoco proprio a ciò che lo tratteneva. I nostri soldati, invece, sebbene fossero oppressi da un tipo pericoloso di combattimento e da una posizione svantaggiosa, tuttavia sopportavano tutto con animo fortissimo. Infatti l'azione si svolgeva sia in un luogo elevato, sia in vista del nostro esercito, e da entrambe le parti si levava un gran clamore. Così ciascuno, quanto più poteva mettersi in mostra, perché il proprio valore fosse più noto e più attestato, tanto più si esponeva ai dardi dei nemici e alle fiamme.
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