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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VIII, capitolo 40
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
Il libro VIII non è di Cesare: lo scrisse il suo luogotenente Aulo Irzio per completare il racconto della campagna gallica fino allo scoppio della guerra civile.
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Quando Cesare, contro l'aspettativa di tutti, fu giunto a Uxellodunum e vide che l'oppido era chiuso da fortificazioni, e capì che non si poteva desistere dall'assedio a nessuna condizione, e apprese dai disertori che gli abitanti dell'oppido abbondavano di grande quantità di grano, cominciò a tentare di privare il nemico dell'acqua. Un fiume divideva la valle più bassa, che circondava quasi tutto il monte, sul quale era posto l'oppido di Uxellodunum, scosceso da ogni parte. La natura del luogo impediva di deviarlo, poiché scorreva alle radici più profonde del monte, in modo tale che non potesse essere deviato in nessuna direzione per quanto si scavassero fossati. Per gli abitanti dell'oppido la discesa verso di esso era inoltre difficile e scoscesa, tanto che, se i nostri glielo impedivano, non potevano né raggiungere il fiume né risalire per l'erta china senza ferite e senza pericolo di vita. Conosciuta questa loro difficoltà, Cesare, disposti arcieri e frombolieri, e collocate anche alcune macchine da lancio in certi luoghi di fronte alle discese più facili, privava gli abitanti dell'oppido dell'acqua del fiume.
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