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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VIII, capitolo 24
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
Il libro VIII non è di Cesare: lo scrisse il suo luogotenente Aulo Irzio per completare il racconto della campagna gallica fino allo scoppio della guerra civile.
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Sottomessi i popoli più bellicosi, Cesare, vedendo che non c'era ormai più nessuna comunità che preparasse la guerra per resistergli, ma che alcuni emigravano dalle città e fuggivano dalle campagne per evitare il suo potere immediato, decise di inviare l'esercito in più direzioni. Univa a sé il questore Marco Antonio con la dodicesima legione. Mandò il legato Gaio Fabio con venticinque coorti nella zona più lontana della Gallia, perché sentiva dire che là alcune comunità erano in armi, e riteneva che il legato Gaio Caninio Rebilo, che si trovava in quelle regioni, non avesse due legioni abbastanza salde. Richiamò a sé Tito Labieno; invece mandò la quindicesima legione, che era stata con lui negli accampamenti invernali, nella Gallia togata, per difendere le colonie dei cittadini romani, affinché non capitasse un danno simile per un'incursione dei barbari, come era capitato ai Tergestini l'estate precedente, che erano stati sopraffatti dall'improvviso saccheggio e assalto di quelli. Lui stesso partì per devastare e saccheggiare il territorio di Ambiorige; Siccome, terrorizzato e in fuga com'era, aveva perso la speranza di poter ridurlo in suo potere, riteneva che la cosa più vicina al proprio onore fosse devastare così tanto il suo territorio, di uomini, edifici e bestiame, che Ambiorige, per l'odio dei suoi, se la sorte ne avesse lasciati in vita alcuni, non avesse più alcun ritorno nella sua comunità, a causa di sciagure così grandi.
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