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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VIII, capitolo 10
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
Il libro VIII non è di Cesare: lo scrisse il suo luogotenente Aulo Irzio per completare il racconto della campagna gallica fino allo scoppio della guerra civile.
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Il piano di questa fortificazione era duplice. Infatti sperava che sia la grandezza delle opere sia il proprio timore avrebbero portato fiducia ai barbari, e poiché bisognava spingersi più lontano per il foraggio e per il grano, vedeva che il campo poteva essere difeso, con poche truppe, dalla fortificazione stessa. Intanto, con pochi combattenti che si lanciavano avanti spesso da entrambe le parti, si combatteva fra i due accampamenti, con la palude frapposta; questa palude tuttavia talvolta le nostre truppe ausiliarie di Galli e di Germani attraversavano, inseguendo più accanitamente i nemici, oppure a loro volta i nemici, attraversata la stessa palude, respingevano i nostri più lontano. Accadeva poi, nei foraggiamenti quotidiani (cosa che doveva necessariamente accadere, poiché il foraggio si cercava presso case rade e sparse), che i foraggiatori, dispersi in luoghi impervi, venissero circondati; questo fatto, sebbene arrecasse ai nostri un danno modesto di bestie da soma e di schiavi, tuttavia alimentava gli sciocchi pensieri dei barbari, e tanto più perché Commio, che ho detto essere partito per chiamare aiuti dei Germani, era arrivato con dei cavalieri; sui quali, sebbene non fossero più di cinquecento di numero, i barbari facevano tuttavia affidamento, per l'arrivo dei Germani.
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