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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VIII, capitolo 14
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
Il libro VIII non è di Cesare: lo scrisse il suo luogotenente Aulo Irzio per completare il racconto della campagna gallica fino allo scoppio della guerra civile.
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Trascorsi parecchi giorni nello stesso accampamento, quando seppero che le legioni e il legato Gaio Treboni si erano avvicinati, i capi dei Bellovaci, temendo un assedio simile a quello di Alesia, mandano via di notte quelli che consideravano inferiori per età o per forze o disarmati, insieme al resto dei bagagli. Mentre questi dispiegano la colonna, turbata e confusa (infatti una grande quantità di carri suole seguire i Galli anche quando viaggiano leggeri), sorpresi dalla luce del giorno schierano le truppe armate davanti al proprio accampamento, perché i Romani non cominciassero a inseguirli prima che la colonna dei loro bagagli fosse andata più lontano. Ma Cesare non riteneva che si dovesse assalire chi resisteva con una salita così ripida della collina, e tuttavia riteneva che le legioni si dovessero avvicinare a tal punto, perché i barbari, con i soldati incalzanti, non potessero allontanarsi da quel luogo senza pericolo. Così, poiché vedeva che i due accampamenti erano divisi da una palude di ostacolo, la cui difficoltà da attraversare poteva rallentare la rapidità dell'inseguimento, e notava che quel crinale, che oltre la palude arrivava quasi fino all'accampamento nemico, era tagliato dal loro accampamento da una valle non grande, gettati ponti sulla palude conduce le legioni e giunge rapidamente sulla sommità pianeggiante del crinale, che era protetta su due lati da un pendio scosceso. Là, schierate le legioni, giunge fino alla sommità del crinale e schiera l'esercito in quel luogo, da dove i dardi lanciati con le macchine da lancio potessero essere scagliati sui cunei nemici.
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