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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VIII, capitolo 14
Traduzione a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Il libro VIII non è di Cesare: lo scrisse il suo luogotenente Aulo Irzio per completare il racconto della campagna gallica fino allo scoppio della guerra civile.
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Trascorsi parecchi giorni nello stesso accampamento, quando seppero che le legioni e il legato Gaio Treboni si erano avvicinati, i capi dei Bellovaci, temendo un assedio simile a quello di Alesia, mandano via di notte quelli che consideravano inferiori per età o per forze o disarmati, insieme al resto dei bagagli. Mentre questi dispiegano la colonna, turbata e confusa (infatti una grande quantità di carri suole seguire i Galli anche quando viaggiano leggeri), sorpresi dalla luce del giorno schierano le truppe armate davanti al proprio accampamento, perché i Romani non cominciassero a inseguirli prima che la colonna dei loro bagagli fosse andata più lontano. Ma Cesare non riteneva che si dovesse assalire chi resisteva con una salita così ripida della collina, e tuttavia riteneva che le legioni si dovessero avvicinare a tal punto, perché i barbari, con i soldati incalzanti, non potessero allontanarsi da quel luogo senza pericolo. Così, poiché vedeva che i due accampamenti erano divisi da una palude di ostacolo, la cui difficoltà da attraversare poteva rallentare la rapidità dell'inseguimento, e notava che quel crinale, che oltre la palude arrivava quasi fino all'accampamento nemico, era tagliato dal loro accampamento da una valle non grande, gettati ponti sulla palude conduce le legioni e giunge rapidamente sulla sommità pianeggiante del crinale, che era protetta su due lati da un pendio scosceso. Là, schierate le legioni, giunge fino alla sommità del crinale e schiera l'esercito in quel luogo, da dove i dardi lanciati con le macchine da lancio potessero essere scagliati sui cunei nemici.
Compluribus diebus isdem in castris consumptis, cum propius accessisse legiones et Gaium Trebonium legatum cognossent, duces Bellovacorum veriti similem obsessionem Alesiae noctu dimittunt eos quos aut aetate aut viribus inferiores aut inermes habebant, unaque reliqua impedimenta. Quorum perturbatum et confusum dum explicant agmen (magna enim multitudo carrorum etiam expeditos sequi Gallos consuevit), oppressi luce copias armatorum pro suis instruunt castris, ne prius Romani persequi se inciperent quam longius agmen impedimentorum suorum processisset. At Caesar neque resistentes adgrediendos tanto collis ascensu iudicabat, neque non usque eo legiones admovendas ut discedere ex eo loco sine periculo barbari militibus instantibus non possent. Ita, cum palude impedita a castris castra dividi videret, quae transeundi difficultas celeritatem insequendi tardare posset, adque id iugum quod trans paludem paene ad hostium castra pertineret mediocri valle a castris eorum intercisum animum adverteret, pontibus palude constrata legiones traducit celeriterque in summam planitiem iugi pervenit, quae declivi fastigio duobus ab lateribus muniebatur. Ibi legionibus instructis ad ultimum iugum pervenit aciemque eo loco constituit unde tormento missa tela in hostium cuneos conici possent.
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