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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VIII, capitolo 44
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
Il libro VIII non è di Cesare: lo scrisse il suo luogotenente Aulo Irzio per completare il racconto della campagna gallica fino allo scoppio della guerra civile.
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Cesare, poiché sapeva che la sua mitezza era nota a tutti e non temeva che sembrasse aver agito più duramente per crudeltà di natura, e non vedeva quale sarebbe stato l'esito dei suoi piani se in più luoghi diversi, con questo stesso ragionamento, molti avessero tramato dei complotti, ritenne che gli altri dovessero essere scoraggiati con un esempio di castigo. Perciò tagliò le mani a tutti quelli che avevano portato le armi e concesse loro la vita, affinché la punizione dei malvagi fosse più visibile. Drappete, che ho già raccontato essere stato catturato da Caninio, o per lo sdegno e il dolore delle catene, o per il timore di un castigo più grave, per pochi giorni si astenne dal cibo e così morì. Nello stesso tempo, Lacterio, che ho scritto essere fuggito dal combattimento, essendo caduto in potere di Epasnatto Arverno (si affidava infatti spesso, cambiando luogo, alla fiducia di molti, perché riteneva di non poter restare da nessuna parte più a lungo senza pericolo, essendo consapevole di quanto dovesse considerare Cesare suo nemico), Epasnatto Arverno, grandissimo amico del popolo romano, senza alcuna esitazione lo condusse incatenato da Cesare.
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