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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VIII, capitolo 12
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
Il libro VIII non è di Cesare: lo scrisse il suo luogotenente Aulo Irzio per completare il racconto della campagna gallica fino allo scoppio della guerra civile.
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Poiché ciò accadeva ogni giorno e ormai per abitudine l'attenzione si allentava, cosa che accade quasi sempre col protrarsi del tempo, i Bellovaci, scelta una schiera di fanti, conosciuti gli appostamenti quotidiani della nostra cavalleria, dispongono agguati in luoghi boscosi, e il giorno dopo mandano i cavalieri nello stesso posto, perché prima attirassero i nostri, poi li assalissero circondati. La sorte di questa sciagura toccò ai Remi, ai quali era capitato quel giorno di svolgere il turno di servizio. Infatti questi, quando all'improvviso avvistarono i cavalieri nemici e, superiori di numero, ne disprezzarono la scarsità, inseguendoli con troppo ardore furono circondati ovunque dai fanti. Per questo fatto, turbati, si ritirarono più rapidamente di quanto sia l'abitudine in un combattimento di cavalleria, perduto Vertisco, capo della città e prefetto della cavalleria; il quale, sebbene per l'età potesse a stento usare il cavallo, tuttavia secondo l'abitudine dei Galli non si era servito della scusa dell'età nell'assumere il comando, né aveva voluto che si combattesse senza di lui. Si gonfiano e si accendono gli animi dei nemici per questa vittoria, ucciso il capo e prefetto dei Remi, e i nostri, ammaestrati dal danno, sono avvertiti a disporre gli appostamenti esplorando più diligentemente i luoghi e a inseguire con più moderazione il nemico che si ritira.
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