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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VIII, capitolo 16
Traduzione a cura di Versia, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e revisione umana prima della pubblicazione (limiti) · Aggiornato il
Il libro VIII non è di Cesare: lo scrisse il suo luogotenente Aulo Irzio per completare il racconto della campagna gallica fino allo scoppio della guerra civile.
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Cesare, sebbene non potesse accorgersi della partenza dei nemici a causa degli incendi frapposti, tuttavia, sospettando che quel piano fosse nato per fuggire, fa avanzare le legioni e manda gli squadroni all'inseguimento; egli stesso, temendo un'imboscata, che il nemico tentasse per caso di fermarsi nello stesso luogo e di attirare i nostri in un terreno sfavorevole, procede più lentamente. I cavalieri, temendo di entrare nel fumo e nella fiamma fittissima e, se alcuni erano entrati troppo avidamente, a stento riuscivano essi stessi a scorgere le parti anteriori dei propri cavalli, temendo un'imboscata diedero ai Bellovaci piena libertà di ritirarsi. Così, in una fuga piena insieme di paura e di astuzia, senza alcun danno, i nemici, avanzati non più di dieci miglia, posero il campo in un luogo fortissimo. Da lì, poiché disponevano spesso in agguato cavalieri e fanti, arrecavano ai Romani gravi danni durante i foraggiamenti.
Caesar, etsi discessum hostium animadvertere non poterat incendiis oppositis, tamen id consilium cum fugae causa initum suspicaretur, legiones promovet, turmas mittit ad insequendum; ipse veritus insidias, ne forte in eodem loco subsistere hostis atque elicere nostros in locum conaretur iniquum, tardius procedit. Equites cum intrare fumum et flammam densissimam timerent ac, si qui cupidius intraverant, vix suorum ipsi priores partes animadverterent equorum, insidias veriti liberam facultatem sui recipiendi Bellovacis dederunt. Ita fuga timoris simul calliditatisque plena sine ullo detrimento milia non amplius decem progressi hostes loco munitissimo castra posuerunt. Inde cum saepe in insidiis equites peditesque disponerent, magna detrimenta Romanis in pabulationibus inferebant.
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