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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VIII, capitolo 21
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
Il libro VIII non è di Cesare: lo scrisse il suo luogotenente Aulo Irzio per completare il racconto della campagna gallica fino allo scoppio della guerra civile.
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Approvata da tutti questa decisione, Commio l'Atrebate si rifugiò presso quei Germani dai quali aveva ottenuto in prestito gli aiuti per quella guerra. Gli altri invece mandarono subito ambasciatori a Cesare e lo pregarono di accontentarsi, quanto ai nemici, di quella pena che, per la sua clemenza e umanità, non avrebbe certamente mai inflitto se avesse potuto imporla senza combattere a gente ancora intatta. Le forze dei Bellovaci erano state duramente colpite dalla battaglia di cavalleria; erano periti molte migliaia di fanti scelti, e a stento erano scampati i messaggeri della strage. Tuttavia, per quanto grande fosse la sciagura, i Bellovaci avevano tratto da quella battaglia un grande vantaggio, perché era stato ucciso Correo, l'ideatore della guerra e l'istigatore della folla. Infatti mai il senato, finché lui era vivo, aveva avuto in quella comunità tanto potere quanto ne aveva la plebe incompetente.
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