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latino · Cesare · opera integrale
Cesare · De bello Gallico, libro VIII, capitolo 20
Traduzione di Versia, a cura di Tommaso Pagano · Aggiornato il
Il libro VIII non è di Cesare: lo scrisse il suo luogotenente Aulo Irzio per completare il racconto della campagna gallica fino allo scoppio della guerra civile.
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Avanzando in questo modo sui recenti segni della battaglia, Cesare, poiché riteneva che i nemici, vinti da una così grande sciagura, avrebbero abbandonato, ricevuta la notizia, il luogo dell'accampamento, che si diceva non distare da quella strage più o meno di otto miglia, sebbene vedesse il passaggio ostacolato da un fiume, tuttavia, fatto attraversare l'esercito, avanza. Ma i Bellovaci e le altre popolazioni, accolti d'improvviso dalla fuga pochi, e per giunta feriti, che si erano salvati grazie ai boschi, essendo tutto avverso, saputa la sciagura, ucciso Correo, perduta la cavalleria e i fanti più valorosi, poiché ritenevano che i Romani stessero arrivando, convocata d'improvviso un'assemblea al suono delle trombe, gridano tutti insieme che ambasciatori e ostaggi siano mandati a Cesare.
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